mercoledì 21 ottobre 2009

17 - il domatore di ragni

Il domatore di ragni sta ritto in mezzo alla stanza. Piuttosto impettito, con sguardo fermo alla parete. Tiene d'occhio tutti i movimenti, i raggrumi di ragni negli angoli, i repentini spostamenti di gruppi. Ha sotto controllo l'intera situazione su tutta la superficie delle pareti e del soffitto. Senza nemmeno ruotare la testa. Ha sviluppato una vista più ampia, ha come una sensibilità, un sensore nella fronte. I ragni si sentono sicuri nell'ombra del loro segreto, invece non hanno segreti. Per il domatore di ragni.
Quando arriva l'istante prescelto -e lui sa esattamente qual è questo istante- il domatore di ragni batte tre volte le mani, con decisione e precisione che non lasciano scampo. E tutti i ragni corrono al centro della parete, come spinti da una forza oscura a loro esterna. Si trovano a zampettare contro voglia, tutti nella stessa direzione, si scavalcano all'occorrenza, sono richiamati in un punto preciso per la via più diretta, senza possibilità di variazione. Vanno tutti nel punto in cui il domatore di ragni fissa lo sguardo, sulla bianca parete di intonaco in parte bugnoso, non certo perfetto, del tutto dissimile dal marmo, avendo già avuto più e più mani di vernice, nel tempo. Non tutti i ragni riescono a stare proprio in quel punto. Allora si dispongono in fila, piuttosto ammassati è vero, ma a coprire una superficie abbastanza ampia, non ci stanno tutti in un punto.
E accorrono ragni di vario genere e tipo: dai ragni metallici, ai ragni di carne, ai ragni di pelo, ai ragni grandi come gatti, ai ragni molluschi, ai ragni immateriali, ai ragni di vetro, ai ragni di buia materia invisibile, ai ragni meccanici, ai ragni dal volto umano, ai ragni di cuore, e altri ancora più difficili da definire.
Ci sono anche ragni che riescono a opporsi al richiamo. Tre o dodici al massimo. Un paio per sera, comunque. Uno in un angolo, l'altro nel battiscopa. Il domatore lo sa, lo sa bene, non gliela si fa, al domatore di ragni. E' in questo momento che inclina lo sguardo (non ha ancora battuto le palpebre), rapido e spigolatamente, e inquadra il ragno rimasto insensibile. Si chiede come possa ancora una volta sfuggire al richiamo. Poi spalanca la gola di uccello e lancia il suo grido, che è aspro e acuto come pochi gridi che si possano sentire da gola di uomo. E il ragno aggomitola e rantola e irragna, e si va a irregimentare con gli altri, storidito e odeggiante sul bianco. Ma l'altro, che poi sono cinque, rimane al suo posto, tra lo stipite e il battiscopa. Si acquatta, compatto, si srotola, moltiplica, prolifica, protetto dallo sguardo e dal richiamo.
Il domatore si lancia sul ragno e lo schiaccia. Ma i cinque ragnetti non si fanno schiacciare, il domatore lo sa. Li tiene ben fermi sotto ciabatta impugnata, ma sente il movimento sotto pelle, sente il formicolio delle ragne, che aspettano il grande sollevare e il levare. Allora solleva, e libere vanno a braccetto per il muro, sul bianco, sui bugni, e il domatore le guida gentile, le indirizza cortese, con lieve fischio cavalleresco e leggiadro, le precede sulla parete e le ammalia, e i ragni lo seguono ignari, a serpeggiare ubriachi.
Il domatore li porta, fino all'ingresso del water, la tazza porcellanea di forma perfetta, bianchissima, questa, e perfetta. Senza ombra di vernice alcuna, sul suo corpo stondato. E li induce a saltare, o calarsi, o discendere, o sprofondare. Li induce a lanciarsi nell'immersione, dove poi lui tira lo sciaquo, e la ragna sparisce nel gorgo, se ne va dalla vista, se ne va dalla stanza, dalla migliore circostanza, e non torna, evacuata, pulita, smontata, disossata.
Il domatore di ragni compra libri di scienze e manuali: ne ha uno sui piccioni viaggiatori, uno sui viaggi nel tempo, e un manuale di lingua esasperata. Li lascia sul mobile, e guarda i ragni. E mentre li guarda ci pensa, ai libri non letti, e immagina che il domatore di ragni non fa il domatore di ragni ma passa le sere a leggere i libri, a sentir le costole che vibrano sul lenzuolo, a cantare alle stelle del cielo scoperchiato, senza soffitto, portato via, la stanza spalancata del tutto, i ragni nel prato.

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