giovedì 29 ottobre 2009

25 - arrivo dall’analista

Stamattina arrivo dall’analista, suono, salgo, la porta come sempre è già aperta; lui, stranamente, non è nel rettangolo del telaio ad attendermi a mano tesa. Perciò entro nel buio della saletta d’attesa, che poi sarebbe l’ingresso polveroso di casa sua dove vive con suocera e moglie e altri oscuri abitanti, mi guardo intorno, mi siedo sulla panchina a sbarre di ferro stondate, rubata chissà dove in quale parco in quale lungomare da chissà chi, ripenso all’ascensore che mi ha portato un milione di volte a questo quarto piano, il piccolo e miserabile ascensore impregnato come pochi dell’inconfondibile odore di vecchio ascensore, così infimo e malfidato da non avere neanche la parvenza di uno specchio, solo tre pareti ingiallite, scrostate e ricoperta di acari, e una porta neanche automatica, manuale. Sbracato sulla panchina, al sole, coperto da occhiali da sole, bevendo olio abbronzante, massaggiandomi la giunture delle dita dei piedi, sguazzando nell’acqua, spolverando ragnatele e cormorani, mi dico Cavolo, l’ascensore che mi porta dallo psicanalista non ha uno specchio, la potenza simbolica di questo fatto è sconcertante, anche se non so in quale senso.
Il punto è che l’analista se ne stava nell’altra stanza, cioè nello studio vero e proprio dove migliaia di volte ho assunto la posizione orizzontale, in piedi, in mezzo alla stanza, armeggiante con tubi, cavi e valigette, attrezzi e aggeggi, ed era come caduto dentro uno scafandro, anzi una tuta, una tuta da astronauta, chiusa da capo e piedi, con tanto di casco a forma di acquario, e dentro i pesci, se non ho preso un abbaglio.
Scusi, gli dico, non dovevamo vederci a quest’ora?, domando, anche se in genere è lui a fare domande.
Bofonchia in risposta il vegliardo, poi la sputa fuori per benino, e la dice tutta intera come va detta, senza sotterfugi o reticenze, Devo andare sulla Luna, mi dice, poi più lontano ancora, non mi aspetti, non torno, ma intanto vado lì sul satellite, sa il bombardamento, sa il cratere di sette chilometri, ha idea di un cratere di sette chilometri?, roba che qua era sparita tutta la città di Firenze, devo andare a controllare che non sia sparita tutta la città di Firenze, là sulla luna, e che le bestioline di lassù stiano tutte bene, con o senza Firenze, questo è del tutto secondario, anche se Brunelleschi non la prenderebbe bene, a veder sfarinar la cupoletta sua in un istante.
Parte, insomma, sfonda il soffitto, il pavimento, tutto il palazzo; resta un buco per terra, sbruciacchiato, annerito, l’intero edificio si stacca e decolla, si missilifica lasciandomi a terra, un grande cratere per terra, un buco vuoto in mezzo ad altre palazzine ottocentesche, come un dente cavato, un occhio con un dito infilato; le strade continuano a scorrere di qua e di là, in ogni caso, del tutto come prima, portando rami, foglie secche, carogne, orsetti dell’acqua, canoe, indiani, a seconda del vento.
Allora risalgo al quarto piano, per le scale questa volta, come facevo all’inizio quando ero claustrofobico e non mi fidavo della bara-ascensore, e arrivato nell’appartamento mi chiudo dietro la porta e mi butto sulla poltrona. C’è ancora quel rumore di sotto, quel frastuono attutito dagli strati di pavimenti, soffitti, mezzanini, cannicci, intonachi, avanzi, stucchi, volute, terriccio, humus, vecchi quadri, fossili, carboni, falde acquifere, vestiti della nonna, inquinamento, depositi calcarei, navi affondate, mostri marini, distese di ossa, e tutto quello che separa il quarto piano dal terzo, non escluse miriadi di scarpe spaiate degli antichi abitanti della terra, opportunamente murate nell’intercapedine.
Schiamazzi e rumori di sempre, dal piano di sotto, e non vale bussare, battere la scopa sul soffitto, i piedi sul pavimento, che là sotto preparano la festa, questa storia dei preparativi va avanti da anni, lo so, li conosco bene gli abitanti del piano di sotto, mi tediano, mi fanno innervosire, lo fanno apposta sia chiaro, spostano i mobili strisciandoli per terra, rigano sicuramente le piastrelle, fanno un gran frastuono. Allora apro la botola dopo averne disegnato il profilo sotto il tappeto, scendo di sotto per una scala a chiocciola, dove il buio è più buio, il verde smeraldo non è affatto illuminato da una fonte luminosa, c’è e basta; davanti agli occhi, nel cuore, nel ventre, nelle viscere, nell’abbaglio, nelle orecchie, nel sesso, nel fegato, nei polmoni, nell’urlio generale che mi distrae e allora li vedo, tutti lì davanti a me, schierati in fila ordinata, gli abitanti del piano di sotto, i nanetti che preparano la festa, che fanno il baccano, che non hanno rispetto per la consuetudini, che fanno di tutto un falò e poi non ne vogliono sapere delle conseguenze, che, insomma, preparano per benino la festa. Allora li prendo uno a uno e li tiro di lato, li ammasso contro il muro, che tanto è buio pesto e non si può vedere la deformità che li assale, finché non si spezzano le membrane, i liquidi in loro contenuti si compattano in un unico corpo peloso, enorme, animale, che mi prende in groppa a cavalcioni e schizza fuori dal condotto d’areazione, nel cielo bruno della notte assoluta; e cavalca la notte, questo lupo blu di nuvola, questo diavolo scatenato, questo piromane al guinzaglio.
E via, via nella notte, c’è distesa infinita lì sotto, lì sopra, di lato, qui dentro! Si viaggia che è una meraviglia, non faccio domande, non ho astio alcuno o risentimento di sorta, mi guardo bene dal mollare il suo pelo. Allora con voce di tutti i nanetti il lupo grida nel vento dritto dentro le mie orecchie: Lo vedi laggiù, sui tetti di Gerusalemme, Mandelstaem, il poeta, che grida: Questa notte è irreparabile, questa notte è irreparabile, questa notte è irreparabile! E lì accanto, Janis Joplin, continua a pettinarsi cantando De Gregori a bassa voce, pettinando la sua follia e la solitudine, pettina la sua follia e la solitudine.
Allora non posso più tacere e grido a mia volta tra le folate di vento che mi assordano, nelle orecchie pelose del lupo, al mondo: Ma non è Janis Joplin, non ha voce roca! Non è Janis Joplin, mi Dio, mi scoppia il cuore, con tutto questo rumore, questo alitare, questo cantare, questo gridare...
E sotto combattono per la Città Santa, e il grande poeta a gridare, e la splendida selvaggia ragazza a cantare, e l’Angelo sta su un tetto a guardare, e non importa che abbia occhi di fuoco e pistola spianata, e il lupo a volare, e io dico basta e mi appoggio allo sportello del frigo e scaglio la sveglia sul soffitto, e chiudo la finestra, e mi soffio il naso, e pulisco gli occhiali, e ricomincio da capo, e ho speranza.
Stamattina l’uomo addetto alla Riforma dell’Universo ha suonato alla mia porta. Dopo avere fatto otto rampe di scale, finalmente al quarto piano si pulisce le scarpe sullo zerbino; io apprezzo enormemente il gesto inconsueto e gli apro. Si accomodi le faccio un caffè.
Sa, dice quello, estremamente cortese, prima di dare inizio all’attuazione della grande riforma sto facendo un sondaggio, chiedo un po’ in giro, valuto le reazioni, soppeso consigli e opinioni, mi interessa ciò che pensa la gente.
Capisco, gli dico, lei è molto liberale, apprezzo doppiamente il suo sforzo, gli dico. Anche se appare un ometto dimesso, ordinario, non gli daresti una lira insomma, a incontralo per strada, ma a volte apparenze del genere nascondono i migliori talenti, le migliori intenzioni. E il suo è un lavoro segreto, questo è chiaro a tutti, anche ai bambini, per questo si presenta di casa in casa, senza scalpore, di prima mattina, e fa finta di niente.
Se fosse così cortese, mi dice, da concedermi un po’ del suo tempo, signore...
Io non lo lascio neanche finire e lo siedo in cantina su un treppiede, gli metto il grembiule, e mentre gli tagliuzzo la barba a dovere, capelli, baffi, brillantina, profumi, riviste e quant’altro, comincio a parlare, e non mi fermo fino a essere di nuovo bambino, poi vecchio, poi donna, poi ancora una volta ciò che ero prima, poi adesso, poi domani, e adesso e di nuovo ieri e domani, e me stesso e un altro, e di nuovo me stesso, e un altro me stesso, e tutta l’intera Riforma dell’Universo che si va snocciolando, e non si ferma, e sono il suo autore, e il suo sognatore, e il barbiere.

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