lunedì 23 novembre 2009

50 - storia di un uomo che

Storia di un uomo che osserva come dall'alto un altro uomo che sta all'ingresso di un'antica città cinta da mura, e quest'altro uomo è lui stesso. E' quasi sera, e quest'altro uomo ha qualcosa a che fare con la porta della città: forse è il custode o il guardiano; o, semplicemnte, l'addetto alla chiusura dei battenti, la sera. Si avvia quindi verso le grandi ante, poi le supera ed esce dall'altra parte, al di là delle mura, al di fuori della città. Perché deve chiudere la porta, sì, ma da fuori, tirandosela dietro; non da dentro. Forse andrà a dormire in un casolare poco distante; oppure sta lasciando la città, dove ha vissuto fin'ora, per sempre.
Una volta fuori, si ferma, si volta, guarda le due grandi ante di legno della porta; una è già chiusa, l'altra socchiusa. Torna sui suoi passi, oltrepassa nuovamente la soglia quel tanto che gli basta per afferrare il fianco dell'anta semiaperta e, pronto a tirarla verso di sé, uscendo di nuovo e definitivamente, resta invece sorpreso davanti a una visione.
A poca distanza dalla porta esterna c'è un'altra porta, anche quella con pesanti ante di legno; anche quelle già quasi socchiuse. Un cavallo giovane, poco più di un puledro, snello e muscoloso, dal manto che va dal bianco sporco a un marrone rossastro si fa strada con passi rapidi e nervosi verso l'uscita; si fa spazio sfiorando le ante della prima porta con i propri fianchi ondeggianti; procede dritto fino a coprire la breve distanza che lo separa dalla porta più esterna. E' adesso che l'uomo si fa da parte tirando con sé l'anta che aveva afferrato, per facilitare il passaggio del cavallino. Che esce dalla città e in un attimo sparisce.
L'uomo a sua volta torna fuori, come aveva già fatto poco fa, osserva il cavallo sparire in lontananza, poi torno a voltarsi e ripete gli stessi gesti, con l'intento di chiudere la porta, chiudendo se stesso fuori. Ma ora che ha di nuovo varvato la soglia per afferrare e tirarsi l'anta, un'altra visione lo raggela. Una figura compare tra le ante della porta più interna, nell'oscurità che si sta diffondendo, nel silenzio tombale che permea le pietre delle mura. E' una donna, anziana, completamente nuda tranne che per uno panno color panna che le avvolge stretto il ventre e i fianchi. La sua pelle è rovinata, lucida e rosa come ustionata; cadente. Il volto è sofferente, gli occhi strizzati, i capelli di paglia gettati sul viso. Avanza anche lei verso l'uscita, tenendo le braccia tese in avanti, non potendo fare affidamento del tutto sui suoi occhi rovinati.
L'uomo pensa soltanto, Dio mio, no. Madre mia, non avrei mai voluto vederti così. Dio mio, non questa visione. E mentre la donna si avvicina, lui si scosta e la lascia passare, tenendo bene aperta la porta.
Poi esce anche lui, la raggiunge appena al di là della porta, e allora la donna non è più nuda, non è più scorticata né ustionata, non è più morta. MA certamente sta per morire, e per questo è immersa in una dolente e muta meditazione, a occhi chiusi. Allora lui la abbraccia, la stringe forte, abbraccia il suo viso e le dice, Mamma ti voglio bene, mamma ti amo, lo sai, sono carne della tua carne, e anche se tu morirai, questo continuerà, e tu resterai nel mio amore. E mentre lo dice piange, mentre la madre non accenna risposta e non apre gli occhi; è già molto lontana.
Ma poi apre gli occhi; l'abbraccio finisce; e insieme si avvicinano alla grande porta per chiuderla, e chiudersi la città alle spalle. Madre e figlio fanno un passo per varcare all'interno la soglia, e insieme afferrano l'estremità dell'anta che va tirata per chiudere una volta per tutte la porta. Ma entrambi restano fermi all'apparire di un'altra figura.
E' un uomo basso, grassoccio, elegante e ridicolo. Con bombetta, occhiali tondi, giacca e pantaloni neri e camicia bianca. Se ne va spedito per la sua strada, sulle sue gambe corto, col suo passo da sempliciotto riccone, non guarda in faccia nessuno e guadagna l'uscita.
La madre si volta verso il figlio, che ha ancora la mano sull'anta, e gli dice, Quello è il cocchiere.
Da dentro la città intanto si sentono i tonfi e i rantolii degli acrobati, alcuni dei quali sono veri e prorpi farabutti e assassini, che cercano di imparare a fare il quadruplo salto mortale da terra. Una sola ragazza ci riesce, e tutto gli altri che ci provano, cadono male a terra, e lì restano come morsi dal diavolo, lottando per minuti e minuti contro lancinanti dolori che gli infliggono convulsioni. Poi ci riprovano.

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