sabato 5 dicembre 2009

62 - hanno visto un animale

Hanno visto un animale alle porte di Roma, un grosso felino, dicono, una pantera. E’ stata avvistata da una dozzina di persone in zone diverse della periferia. Hanno subito dato l’allarme, hanno organizzato squadre per darle la caccia. Non ci sono ancora dichiarazioni ufficiali né smentite, ma la cosa potrebbe essere pericolosa. C’è chi minimizza, dice è una leggenda, non ci può essere una pantera alle porte di Roma. Chi dice invece che c’è eccome, e la spiegazione è semplice, sarebbe scappata da uno zoo. No, è impossibile, se fosse scappata da uno zoo si saprebbe, non ci sono mica tanti zoo nei dintorni di Roma e se un animale scappasse verrebbe dato subito l’allarme. Allora da un circo, cosa sappiamo di cosa succede in quei tendoni, in quelle roulotte, non c’è un inventario degli animali selvaggi al seguito di tutti i carrozzoni che girano per l’Italia, e ti sembra strano che quegli zingari abbiano nelle gabbie una pantera e che la facciano scappare. E se fosse un animale importato in Italia da contrabbandieri, per il diletto di qualche miliardario eccentrico? Non è impossibile, la polizia zoofila ne scopre in continuazione, di questi traffici. In ogni caso la pantera è stata avvistata, anzi il grosso felino, anzi l’oscuro animale. Quel che è certo è che si aggira di notte, ed è del colore della notte, ed è molto silenzioso, ha passo felpato, andatura elegante e sensuale, si tiene alla larga dagli umani, però gira intorno alle loro abitazioni, e forse sta stringendo un suo cerchio intorno a qualcosa, forse ha un pensiero, una strategia, dettata dalla fame, certamente, dalla necessità di divorare, distruggere, scardinare, perché questa è la sua prerogativa, perché sarebbe comparsa proprio a Roma altrimenti? sta battendo le periferie di soppiatto, cercando di non dare nell’occhio, come in attesa di trovare un accesso invisibile al cuore della città, per attentare selvaggiamente al cuore della civiltà, per fare una strage a colpi di artigli e di fauci in pieno centro storico, sotto lo sguardo di turisti e finti centurioni, all’ombra del Colosseo o in piazza Navona.
Un bambino che giocava a calcio accanto alla baracca dove vive coi suoi, nell’estrema propaggine della città dove nessun catasto ha mai registrato il proliferare della miseria e delle sue abitazioni, all’ora del tramonto ha visto la pantera a pochi metri da lui, sbucare da dietro una montagna di rifiuti. Hanno tenuto gli occhi negli occhi per lunghi istanti, mentre la palla rotolava lontana. Lui così immobile da non riuscire neanche a pensare alla morte. Lei il muso basso, lo sguardo scuro e profondo, violaceo come il suo manto, come la notte da cui viene.

Il ragazzo-giaguaro è arrivato in città. Cammina sui tetti, di notte, ha gambe lunghe, che al momento di saltare possono diventare ancora più lunghe. Non lo si vede, ma qualcuno ne percepisce il passaggio, quando lui si trova nei paraggi di casa sua. Il ragazzo-giaguaro cammina spedito, non si ferma mai, la città è infinita e dunque la sua passeggiata è infinita. Cammina a grandi falcate, guarda avanti sempre, ha uno sguardo folle o ispirato, il volto ridente e inespressivo, procede come per il richiamo dell’acqua, non si cura di far tremare le abitazioni, di distruggere gli infissi, far scoppiare le certezze della gente, di portare scompiglio, mettere in subbuglio, gettare zizzania, causare crepe e infiltrazioni. Sono conseguenze secondarie del suo passare, il problema non lo riguarda, lui guarda sempre più in alto, del basso. A volte il suo vestito luccica alla luna, di un freddo bagliore, e allora sembra essere rivestito di pelliccia corta e lucente di giaguaro, ma non lo vede nessuno, e questa deve restare un’intuizione, come un tremito dei bicchieri in cucina e ti chiedi guardando per aria che succede. Dove il ragazzo-giaguaro posa il piede la struttura del reale vacilla e va in pezzi, dai baratri che lui provoca nascono fiori ed erbacce velenose, intrecciati, ed è meglio tenersi alla larga dalla scia vegetale che il suo passaggio lascia, invece c’è chi va proprio a ficcarci il naso e le mani, per non parlare del cuore, e allora è a suo rischio e pericolo se muore, se prende il volo, se diventa giaguaro. Sparirà come è venuto, alla fine del tempo infinito della sua notte solare.

Gente che aspetta alla pensilina, sotto casa, con la pioggia e col sole, il passaggio del carro funebre che la porta dalla casa al lavoro, dal lavoro alla casa. Il carro arriva puntuale, ce n’è uno per ogni persona, e tutto avviene senza parlare. Il carro si ferma, la bara si apre, l’uomo o la donna salgono sopra, si calano nella bara, il coperchio ricade, il cocchiere sprona i cavalli, il carro riparte. Arrivati a destinazione il processo è l’inverso, e tutto ritorna uguale, sempre uguale, in due direzioni, la mattina e la sera. Domina il nero, con la pioggia o col sole. Non ci sono animali che possano osservare, solo gli uomini, i mattoni, l’asfalto, il selciato, il cemento, la gomma, la pietra, il tombino, lo spigolo, il portico, il marmo, il metallo, vetrate, cornici, e tutto l’elenco dell’urbanistica e dell’architettura. E’ un buon servizio, gratuito, efficiente, a disposizione di tutti, basta farne richiesta, mentalmente, non c’è da compilare alcun modulo, la gente è contenta così, un pensiero di meno, la cosa garantisce regolarità e buon senso, dove domina il nero.

Di passaggio a Gaza per lavoro, andiamo in taxi attraversando la città, dall’aeroporto attraverso il centro fino alle periferie. Stiamo andando lontano da qui, è soltanto un passaggio, ma intanto guardiamo dal finestrino, e io che conosco quei posti racconto di quel che si vede, quel tale castello, il palazzo del re, il viale alberato, la pasticceria famosa, e a chi mi chiede la storia racconto del 70 dopo Cristo, quando Tito, seccato dalle proteste degli ebrei, distrusse il Tempio di Gerusalemme e li cacciò da queste terre. E ora fermiamoci al bar, ci sono anche videogiochi al piano di sopra, e mi raccomando, bisogna salutare con profusione, si usa così qui, è gente che magari non dice mai grazie, ma il saluto è importante, e non basta che sia uno per tutti a salutare, si deve prodigarsi in abbondanti salaam aleykum se si vuole essere benvoluti, e dirlo di cuore. Bevuto e mangiato riusciamo, ed ecco nella grande piazza ottocentesca, ragazzi sembra di stare in Europa, sembra Firenze o Vienna, o che diavolo ne so, sembra di essere a casa, sembra una piazza D’Azeglio, anche se tutto è mezzo distrutto, va be’ ma si sa, qui in mezzo ci passa la Storia, non fa la circonvallazione come da noi, non lascia detriti al margine della città, ma proprio nel cuore, passa dal centro e devasta, e lascia cumuli di macerie per le strade, però sembra bello, è una città accogliente e calorosa, decadente e vitale. Ed ecco compare uno strano oggetto, un carro trainato da un giaguaro, tenuto saldamente da un ragazzo alto, forte, nervoso, che impugna le briglie e riesce fieramente a tenere la bestia, vincendo la sua ferocia, il suo dimenarsi, e il carretto procede sbandando, ma procede. C’è gente col cocchiere, gente che usa quel mezzo di trasporto per attraversare la città, andare chissà dove, ragazzi solo qui si può vedere una cosa del genere, datemi retta, qui dove fin da bambini si impara a cavalcare senza sella, dove c’è un coraggio che ci sogniamo, non c’è da stupirsi che si leghi al calesse un giaguaro. Questo intanto ci passa accanto e un brivido di terrore e meraviglia ci passa per la schiena, e non riusciamo a scappare tanto è lo sconcerto che ci inchioda. Ed ecco che la bestia è un coccodrillo, antico, asiatico, preistorico, ben corazzato e dentellato, bestiaccia del suolo, del fango, vorace come poche, atta a divorare, sbranare, recidere, fare a pezzi senza il minimo scrupolo o discernimento, perfino senza scopo. E il ragazzo lo tiene lo stesso al suo comando, e il coccodrillo obbedisce, e tira il cocchio, sul selciato sconnesso, e lo guardiamo allontanarsi, sgangherato, mentre la nostra auto ci aspetta per ripartire, vibrando e sputazzando fumo a bordo strada.

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