sabato 12 dicembre 2009

69 - trenta cani biondi

Inavvertitamente, alla fine, ero io l'assassino.
L'uomo coi trenta cani biondi al guinzaglio pare insidiare la mia casa – la mia finestra, che essendo bel tempo è aperta.
I cani hanno già invaso il giardino, ringhiando; l'uomo, robusto e iracondo, il volto paonazzo, li incita, li sprona all'attacco; li invita a saltare oltre il davanzale della mia finestra, entrare in casa e fare scempio di me.

Io mi scuoto dal torpore che la visione improvvisa mi ha indotto, e sbatto i vetri sul muso del primo cane che ha saltato per entrare; mi metto al riparo all'ultimissimo istante; un attimo ancora e sarei stato sbranato da quella folla ringhiosa di bei cagnolini biondi e di razza, che ora, rimasti serrati fuori, sbavano antipatici e inoffensivi.
Dall'interno della stanza osservo la conclusione fallimentare dell'aggressione, e mi compiaccio del risultato e della mia pronta intraprendenza nel difendere me e la mia casa. Ma subito la soddisfazione è messa da parte da una sentimento nuovo che si fa strada in me, dispiegandosi lentamente, come rilasciandosi dopo la grande contrazione del recente momento dell'azione.
Voglio uccidere l'uomo grasso e paonazzo. Merita una punizione esemplare per avere osato tanto, e senza alcuna ragione. Senza sconti di sorta, senza clemenza. Confessando a me steso queste sensazioni mi monta il sangue alla testa: afferro la doppietta appoggiata allo stipite della porta di ingresso – strumento antico e lunghissimo, più alto di un uomo, lasciato da chissà quale antenato lì, a custodire l'accesso dall'abitazione. Imbracciando saldamente l'arma da fuoco, spalanco la porta ed esco di corsa nel giardino. Spiano il fucile contro il grassone che si spaventa e indietreggia, diventando ancora più paonazzo, facendo vibrare i lembi di adipe intorno al suo collo, abbondanti e poco aderenti; indietreggia trascinando tutti i suoi cani, spaventati anche loro, uggiolanti, cani bellini, ormai cagnolini, tutti puliti e ben pettinati, profondamente neutralizzati.
Gli sto davvero per sparare, il formicolio in tutto il braccio fino al dito indice che preme il grilletto è incontrollabile, ma ecco che spunta mia madre e avanzando verso la casa passa proprio accanto al grassone non più furibondo ma soltanto terrorizzato; la madre rincasa con due grandi buste della spesa, una per parte; si fa strada tra tutti quei cani, scansandoli con la delicatezza che le è propria; si muove e sorride col buonumore che la contraddistingue; e come di consueto cammina cantando gioviale.
Blocco il mio impulso, non so più se sparare o – prudentemente- desistere; il rischio di colpire mia madre è serio e reale. D'altra parte l'istinto irrefrenabile di punire, la pazza voglia omicida, è cessata, e continuare nel proposito così severo sarebbe solo una cocciutaggine a questo punto.
Sono ancora lì che decido se la soddisfazione di vedere l'uomo così disarmato e terrorizzato è un sufficiente compenso per la paura che mi ha fatto prendere quando pensava che la sua prepotenza gli consentisse di fare quel che voleva senza ripercussioni. Ora sembra un omino povero e ridicolo, lì lì per mettersi a piagnucolare, con tutti i suoi cani.
Mia madre continua a camminare verso casa, facendosi largo tra i cani, canticchiando sempre più gioviale; ma io –ormai forse solo per preservare la credibilità del mio precedente scatto di furore- non abbasso ancora il fucile.

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