martedì 8 dicembre 2009

65 - Dea Delfina

Un ragazzo e una ragazza camminano nei vicoli di una città deserta. è l’imbrunire, stagione  autunnale, loro due sono ben coperti, camminano veloci ridendo e abbracciandosi, si  stringono l’un l’altro in una leggiadra allegria, per riscaldarsi il corpo e l’umore.

la città è a loro familiare, anche se non è la loro città. forse ci hanno vissuto in passato. oppure è il luogo dove vivono i loro amici. o le famiglie di origine.

la città è deserta, forse per via dell’ora e della stagione. forse tutti sono rintanati in casa perchè è freddo, buio, ed è l’ora di cena.
oppure si tratta di un quartiere disabitato.

le strade e i vicoli devono essere di epoca medievale. stretti, contorti, con edifici irregolari, sovrammessi uno sull’altro, affastellati con porticati, antri bui, spelonche addossate e palazzi, portoni che danno su corridoi e porticine, tettoie, grondaie fatiscenti, archi, sottoscale, resti di affreschi che emergono dalle pareti, colonnati in legno e antiche travi che sorreggono propaggini sospese delle abitazioni.

domina il rosso, il bruno, il giallo scuro, l’ombra spessa, come nelle città emiliane. c’è odore di autunno e di pioggia. c’è un lieve vibrare di nebbia, che invita e cercare riparo e calore.
per questo non c’è anima viva, a parte loro.

si sente il suono dei passi e delle risate che rimbalzano da parete a parete. i due ragazzi si aggirano come in un labirinto, addentrandosi sempre più nel cuore della città, che si fa sempre più intricato.

stanno cercando qualcosa, di cui non parlano. hanno una direzione e una meta. non sanno esattamente dove trovarla, ma stanno seguendo delle vaghe indicazioni, si affidano a degli indizi, in base a informazioni che hanno ricevuto, cercano di riconoscere luoghi, scorci, angoli, vicoli della città, cercando di farli coincidere con racconti che hanno sentito, di dove dovrebbe trovarsi il posto che cercano.

nel vuoto delle vie compaiono altri ragazzi, come dal nulla, o dalla nebbia, che a quanto pare è assai più fitta di quanto non sembri apparentemente. è certo in grado di nascondere persone, muri, piazzette, slarghi, cunicoli.

i nuovi arrivati sono vecchi amici, non si sa perché siano lì, perché compaiano proprio ora. ma si riconoscono, si salutano con grande allegria, la città è sempre vuota, ed è a loro disposizione. gli amici si uniscono al ragazzo e alla ragazza, alla loro ricerca.

nessuno parla di questa meta, ma è come se tutti sapessero verso cosa sono diretti. anche se nessuno sa esattamente dove si trovi l’accesso.

in un vicolo simile a tutti gli altri, una piccola porta rossa, più bassa dell’altezza di un uomo. è lei, sono arrivati.

allora era vero: nel cuore della città c’era davvero la porta che conduce là.

suonano ed entrano. un antico palazzo, con androne polveroso e buio, scale di pietra, poi una reception dove una signora prende i soldi e regolamenta l’accesso alla struttura.
quindi degli spogliatoi, un corridoio lunghissimo che conduce finalmente alla meta.

in fondo al corridoio, al di là di una tenda semitrasparente e appannata, si rivela uno scenario strabiliante. una immensa vallata, con montagne rocciose ai due lati, foresta rigogliosa ovunque alle pendici, con alberi altissimi, piante tropicali.
e in mezzo, un fiume serpeggiante che termina ai piedi dei ragazzi con un grande lago.

non si tratta di un fiume, e lo rivela il colore dell’acqua, giallastro, i fumi che si sollevano dalla superficie e l’odore di zolfo. deve esserci un’immensa fonte termale in cima alle montagne, da cui si origina il corso d’acqua che, in fondo, forma il lago.

sembra un ambiente tropicale, preistorico. un angolo selvaggio scampato alla civiltà, allo sviluppo, al degrado, all’addomesticamento della natura.
è un paradiso terrestre.

ma come può trovarsi nel cuore di una vecchia città medievale?
come è possibile che l’accesso a questo luogo sia proprio in mezzo alla sede della civiltà, gestito attraverso regole, orari, pagamenti?

pensavano forse che il paradiso terrestre, se mai fosse esistito, fosse agli antipodi della civiltà, nel punto più lontano possibile. invece la porta per accedervi era proprio lì, nella città.

tutti si immergono subito nelle acque calde, il richiamo è irresistibile. tranne il ragazzo. lui resta un po’ sulla sponda. ha bisogno di osservare, prima. già da lì, sul bordo, sente qualcosa che dilaga dentro di lui e vuole che questa sensazione di propaghi fino in fondo, prima di raggiungere gli altri.

la ragazza e gi amici si allontanano sempre di più, nuotando verso le pendici delle montagne, schiamazzando, ridendo e schizzandosi a vicenda.

ora il gruppo si è allontanato a tal punto che il ragazzo non ne sente più le voci, e ne intravede appena le figure, confuse quasi con il riflesso della grande selvaggia vegetazione sulla superficie opaca dell’acqua.

è solo. e la qualità di questa solitudine è adatta a lasciar accadere cose straordinarie.

un movimento delle acque vicino a lui, tra le rocce, ed ecco che emergono i musi di tre grossi pesci.

non sono grossi pesci, ma piccoli delfini.

i loro musetti ridono. si avvicinano alla sponda rocciosa del lago a tal punto che il ragazzo può allungare la mano e accarezzarli, come loro stessi sembrano invitarlo a fare.

nel fumo che si solleva dall’acqua a lui sembra per u attimo di accarezzare tre cagnolini scodinzolanti. invece, subito, tornano a essere delfini, dallo sguardo acuto, intelligente, sensibile, delicato. umano.

ha una sintonia perfetta con i tre cuccioli. sa che sono fratelli, mentre continua ad accarezzarli sente quasi la loro voce risuonare con chiare parole, che però non riesce a tradurre in lingua umana, nella sua testa.

si chiede fugacemente come sia possibile che animali così evoluti e simili all’uomo, con cui può avere una così forte empatia, possano avere assunto la forma di animali molto più primitivi e semplici, come sono i pesci.

perché un mammifero che decide di vivere nell’acqua non può mantenere le forme di un mammifero, ma diventa esteriormente uguale a un pesce?

risuona nell’aria il mistero della metamorfosi. forme che si susseguono, apparenze che mutano...

i tre piccoli delfini si voltano all’improvviso e spariscono nuotando rapidissimi lontano dalla sponda. come avvertendo che qualcosa sta per accadere.

ecco infatti che appaiono altri due animali davanti al ragazzo, un po’più lontani questa volta, a qualche metro di distanza, dove l’acqua è più profonda, fuori dalla portata delle sue mani.

sono ancora delfini. uno è un maschio giovane, già grande di corporatura, simile alle immagini di delfini che lui è abituato a vedere. l’altro è una femmina, ed è di dimensioni enormi, stupefacenti, grande come una balena, lunga almeno il triplo di un delfino ordinario.

soltanto le loro teste emergono dall’acqua. e anche loro sorridono benevoli.

il ragazzo li guarda con stupore, e senta, sa, che sono madre e figlio.

inizia un rituale magico e lunare tra i due delfini. oscillando nell’acqua, immergendosi e riemergendo verticalmente, sembrano cantare con voce inaudibile, rivolti all’alto, al cielo ormai quasi buio, alla luce fredda della luna. alla notte vellutata e profonda.

via via che il rituale procede e i loro musi riemergono ritmicamente dalla superficie, le loro sembianze mutano, facendosi sempre più simili a quelle di enormi molluschi, calamari, giganti, seppie smisurate.

le loro bocche sono adesso orifizi primitivi, bordati da tentacoli formicolanti. bocche che potrebbero attrarre a sé e catturare, come meccanismi automatici primordiali atti a divorare, anche senza la volontà dell’animale.

il ragazzo è preso da spavento. sa che i delfini sono buoni, benevoli e che sono simili a lui. sa che quegli esseri davanti a lui sono sempre loro, i delfini protettivi e rassicuranti, ma il loro mostrarsi in questo loro aspetto mutante lo disorienta e lo getta in un panico ancestrale.

sono mostri marini, incarnazione di paure indomabili e irrazionali.

il rituale dei delfini è breve e termina con il ritorno delle apparenze normali.
madre e figlio restano sempre lì, davanti a lui, con il muso fuori dall’acqua, sorridenti.

appena tutto è tornato normale il ragazzo percepisce qualcosa accanto a sé, sulla roccia alla sua sinistra. con la cosa dell’occhio intravede una presenza. non è più solo davanti allo spettacolo che questi animali hanno messo in atto per lui.

si volta. una donna bellissima, grande, austera, luminosa, è seduta al suo fianco. sembra una dea. ha un sorriso radioso. lo sguardo freddo, inesorabile, esprime una determinazione implacabile, una precisa intenzione.

il ragazzo la guarda, ma lei non guarda lui.

lei guarda in acqua. guarda i delfini. guarda la madre. la madre smisurata, sorridente e benevola.

prima ancora che la donna accenni qualunque movimento, il ragazzo capisce le sue intenzioni e inorridisce. vorrebbe fermarla ma non può. lei non lo guarda. vorrebbe gettarsi su di lei, bloccarla, ma sa che non può. non avrà tempo, in ogni caso. lei è una dea.

è rapidissima. da sotto la veste sfila un’ascia lucente. la solleva sopra la testa e la scaglia.
il suo sorriso gelido e arcaico non muta.

il ragazzo sa cosa accadrà, ora che il gesto è stato compiuto.

la lama si conficca dentro il muso della madre-delfina.

è un taglio netto, esatto, chirurgico. penetra lungo una linea verticale, dalla fronte al naso. non c’è fuoriuscita di sangue. è tutto di una nettezza asettica, inespressiva.

c’è solo il tagliare, recidere.

uccidere.

è la potenza della luce davanti all’oscuro del mostro.

il ragazzo è invaso da una tristezza infinita. perché sa che lui stesso è delfino. sa che il delfino giovane, fermo ancora davanti a lui, resterà orfano. sente ciò che sente il delfino.

ma sa anche, da qualche parte, che tutto questo è avvenuto secondo necessità.

il corpo della madre si inabissa. il delfino giovane la segue emettendo un lamento acuto, un pianto dolente.

nelle acque ora non c’è più niente. la donna anche è sparita.

la notte è ormai fonda. la superficie delle acque riluce del bagliore profondo e freddo della notte. l’acqua è ancora bollente.

il ragazzo si immerge. il calore rilassa immediatamente il suo corpo. il torpore gli scioglie le membra. il vapore penetra tra i suoi pensieri diradandoli.

nell’acqua densa comincia a nuotare.
la sua espressione non è più addolorata. sembra distesa, protesa verso l’immediato, gioioso, futuro.
forse, sulla superficie della sua mente, una storia si sta cancellando, per restare inabissata nella profondità insondabile delle acque del lago.
si dirige rapidamente verso la ragazza e il gruppo di amici, di cui torna a sentire le voci, gli schiamazzi, le risate, le grida.
lancia un grido nella notte, ehi, aspettatemi, arrivo.

Nessun commento:

Posta un commento