venerdì 1 ottobre 2010

Racconto che forse continua

Ho bevuto un ragno. Ne sono sicuro. Stringendo il vetro coi polpastrelli, in piedi davanti al lavandino, in cucina, ho sentito un sfrigolare attorno all'ugola. Zampette. Ho ricordato, tra un sorso e l'altro, sguardo caduto nel bicchiere, sovrappensiero io, non avevo dato peso all'intravisto. Lui era lì, ora zampetta inficcato nella gola. Cerco di raspare, espettorare, non funziona. Deglutisco con forza allora, poi apro il rubinetto riempio il bicchiere, bevo con foga, deglutisco, riempio il bicchiere, bevo con foga, bevo fino a riempirmi lo stomaco, a non poterne più. Voglio affogare l'intruso, se non ho potuto espellerlo, lo voglio sommergere, che non faccia danni, che la smetta di zampettare convulsamente, che taccia per sempre, se in me deve restare, che sia morto almeno, spento, reso infelice, inoffensivo. Intruso invadente e inatteso; approfittatore della mia distrazione.


Mi slancio col corpo nel buio, ma prossimo al confine i muscoli si contraggono, mi trattengono; mi fermo al di qua della linea di separazione. La camera è illuminata, il corridoio è buio. Sfido la paura, ma le membra non mi danno retta. Di là, il telefono continua a squillare. Io resto di qua. Smobilitata la tensione dei nervi, torno nel letto, cerco d dormire, mi volto dall'altra parte, da quale parte?

Una mano sul volante, l'altra anche, ma appoggiata di dorso, che le dita tenevano aperto il libro. Attendevo il semaforo successivo, sperando nel rosso per riprendere la lettura. A volte era frustrante, scattava subito il verde. Diciotto semafori dall'abitazione al lavoro, dieci erano già passati, ero avanzato di poche righe ma non riuscivo a staccarmi. All'ennesima ripartenza decisi di non interrompere la lettura. Gli occhi ballavano tra la strada e la pagina. Alzando lo sguardo dopo una riga e mezza, dovevo bruscamente frenare per fermarmi a pochi centimetri dal paraurti di un'automobile nera. Poi riprendevo. Ripartivo, frenavo, suonavano dietro, di lato.

Entro nella rotonda più pericolosa del centro Italia, tutti spingono da tutti i lati, i motorini tagliano in diagonale senza guardare, i guidatori si buttano nell'occhio del ciclone senza guardare, ci si infila a spintoni, si prende la strada di prepotenza, e tutti incanalati nell'unica uscita. Non posso alzare gli occhi dal libro; la vista periferica, opaca e sbiadita, dovrà bastare a scongiurare lo scontro. Ma corro sull'inchiostro tipografico, sui segni squadrati, aggraziati, geometrici, mi sembra di non capire il significato ma corro su essi, invado le corsie, sterzo acutamente, poi la luce bianca dilava, slavata, mi ci fiondo a ditate.

Ecco che tornava il chiarore più opaco, la luccicanza stemperata fino a farmi di nuovo vedere. Non c'era sangue per strada, né morti, né lamiere in frantumi. Non c'era la strada, né l'auto, né il libro. Un androne sommerso nella semioscurità, un silenzio di polveri sospese, un perfetto equilibrio di molecole ferme a mezz'aria da tempo immemore. Poi si apre la porta, sul fondo. Alta come il soffitto, soffiando, scorrendo dentro le pareti. Là, una luce più forte, ma ancora discreta, mi attira. Al primo passo sento il rumore, che è il primo, e vorrei fermarmi, fermare quella catastrofe acustica, quel rimbombare imprevisto, inaccettabile. Ma ho come la sensazione di fare una brutta figura, non so verso chi; allora continuo, sperando di non avere mostrato esitazione. Continuo e varco la soglia, e la nebbia di fronte a me sparisce man mano che mi inoltro nella stanza, perché la nebbia è negli occhi, non nella stanza.

Tutto è bagliore, profondamente tondeggiante, su tutte le cose, che non afferro. Non poso lo sguardo su niente, che scivola fino a raggiungere il centro, il trono rialzato su una manciata di gradini, splendente, coperto di tessuti, tappeti, arazzi, indumenti. In cima c'è un uomo, mio padre. Appena raggiungo con lo sguardo che sale i suoi occhi, comincia a parlare. Ti ricordi dello scaffale che abbiamo portato in garage? Bisognerebbe smontarlo, farci la legna, tanto ormai è inutilizzabile, e serve il fuoco. Sì, gli rispondo. E continua a parlare, di quell'inverno che ha fatto un metro di neve, e delle sorelle, e del funerale del nonno, e di mia madre. Lo ascolto attentamente, ma non capisco più le parole. Sono dodici anni che non parlo con mio padre. Lo ascolto attentamente, guardo il suo volto. Ora vai, mi dice di colpo, è ora.

Torno nella mia stanza, vedo me stesso sul letto, mezzo coperto dal lenzuolo, la schiena scoperta. Spingo con forza il bacino e il sesso si incunea profondamente nel suo ventre. Respiro accanto al suo volto, tra i capelli, comanda il ritmo del sangue, sono mosso. Tutta la pelle è bruciata, leggermente annerita, coperta di croste. Le sue mani mi stringono il costato, che è molto più largo di quel che ricordavo. Lo sento, sento il colore della mia pelle, che è scuro, come il suo, sento la voragine che ci saetta attorno sibilando.

Ho provato ad alzare lo sguardo, ma di nuovo non riconoscevo il suo volto. Tornavo a affondarlo sul suo collo, strizzando le palpebre, continuando a godere, a incrementare l'attesa, l'incandescenza. Non ricordavo il suo volto, il suo nome, le circostanze che ci avevano portato su quel bordo. Ci cademmo dentro comunque insieme, gridando, follemente aggrappati, afferrandoci per i capelli l'un l'altra.

Torno dalla cucina, la gola rinfrescata dal ghiaccio. I pantaloni della tuta infilati al contrario, gli attributi liberi dentro, il torso nudo. Il letto è vuoto, lei non c'è più. Proprio ora che cominciavo a ricordare, qualcosa, ma forse è soltanto un'impressione. Mi mordo la punta della lingua, quando vedo il bambino rannicchiato nell'angolo. Mi guarda fisso, accigliato, si tiene le ginocchia con le braccia. E' biondo come me, come me da bambino, ha uno strano, ridicolo, taglio di capelli, con una scriminatura all'antica. I suoi amici lo prenderanno in giro, penso soltanto. O mio dio, dico invece ad alta voce, mentre lui si alza, ed è alto, più alto di me, almeno due metri. Lo guardo in volto, da sotto in su, non ha cambiato espressione; fa per aprire la bocca, mi sembra ancora più alto, arriva vicino al soffitto. Si apre uno spiraglio tra le labbra, mi sembra di scorgere un tremito. Serra di nuovo le mascelle, si fa strada verso la porta scostandomi bruscamente. Non sento la pressione della sua mano; e quando mi volto lo vedo sparire nel corridoio. Resto seduto in camera, sul bordo del letto. So che lui è di là, nel salotto. Non so se sia ancora cresciuto, e costretto a stare accucciato per terra. O se sia tornato a misura di bambino. Mi stacco da un pensiero, riapro gli occhi. So che lui non c'è più. Vado a dare l'acqua alle piante in salotto. Non ricordo più niente.

Ho già parcheggiato la macchina, da qualche parte, poi mi tornerà in mente entro sera. E' già quasi sera, il tramonto tra le torri, le ultime persone schizzano via tra i vicoli. Non ricordo dove ho appuntamento, per consegnare i documenti. Sempre che la valigetta che stringo saldamente al petto contenga documenti. Ora che ci penso non so come riconosce la persona, o le persone, a cui dovrò affidare l'oggetto. Ma credo che avverrà con naturalezza, così mi ripeto. Effettivamente deve essere carnevale, ma certo che lo sapevo, per questo la piazza in salita è invasa da carri alti molti metri, quasi quanto le torri medievali, in certi casi. La sproporzione è assillante, tra le case, le strade, il sagrato della chiesa, e questi volti di cartapesta colorata, gonfi, strabuzzati, immobili e cerei. E' tutto fermo, è già tutto finito, o la gente se n'è andata all'improvviso, non so, non capisco. Non è ancora notte, mala città è vuota, non si vede nessuno. Resto al cospetto dei carri in attesa, in silenzio.

E' lo sferragliare che porta a sporgermi oltre l'angolo del muro alle mie spalle. Si muove lentamente, traballando in modo inquietante, una carovana di carri, verso la piazza, verso la mia direzione. Mi sembrano molto più oscuri di quelli immobili che stanno sfiancati proprio davanti a me, nello spiazzo angusto tra il municipio e la chiesa. Qui il sole, la luna, volti di pagliacci; là, semoventi, una rupe piena di rettili, un enorme uccello cieco, una teoria di uomini vestiti di nero che si abbracciano in cerchio negando il volto, un pozzo con un secchio appeso, cigolante a ogni oscillazione del carro sul selciato sconnesso.

Per entrare nella piazza stringono l'angolo dove mi trovo; mi appiattisco contro il muro, non mi voglio spostare, ho smania di vedere qualcuno, chiunque, e sui carri, a guidare, ci dovrà essere qualcuno. Ma tra i veli, il cartone, le macchinerie, il frastuono, passano i primi senza che riesca a scovare il guidatore. L'ultimo prende la curva ancora più stretta; devo scattare con un piede all'indietro, perché non venga schiacciato dalla ruota di legno e ferro. Il carro sbatacchia tra le pietre, la sua fiancata traballa a destra e a sinistra sfiorandomi, e quasi mi sfonda il torace. Grido, il carro si ferma. Ne sento l'odore di colle, vernici, legno, sudore. Qualcosa si scosta, viene scostato da una mano. L'uomo dall'ampio cappello emerge da tendaggi e lustrini. E' cieco, come l'uccello del carro che è appena sfilato davanti a me. I suoi occhi sono completamente bianchi e appannati. Ha una barba bianca, corta ispida e rada, che lascia intravedere una faccia butterata, dalla pelle lacera e arrossata. Muove una mano verso di me, come un'antenna, la bilancia un po' nell'aria, a pochi centimetri dalla mia faccia, poi la ritira, e dice, dovresti essere a San Miniato a Monte, ti stanno aspettando da un pezzo. Mentre si ritrae lentamente nel suo antro tra cianfrusaglie carnevalesche e riavvia il motore del carro, mi attraversa il midollo spinale, come la spada di un torero, il dubbio che quell'uomo sia mio padre. Non ricordo, forse mi avevano raccontato qualcosa di lui.

La strada era completamente buia e vuota, e l'abitacolo era pieno di luci. Eppure non riuscivo a capire che ora fosse. Certamente notte, era già quando avevo lasciato il paese con le torri. Scruto il cruscotto da parte a parte in cerca di un quadrante, o di un display elettronico. Ma tra il tachimetro, il contachilometri, le spie degli abbaglianti e tutti gli altri segnali luminosi, non riesco a individuare l'orologio.

L'albergo è in pieno centro storico, dove tutto, come è naturale che sia, dorme. Deve essere già notte fonda. L'uomo delle reception, scuro in viso, mi liquida con un gesto sbrigativo delle mani. Faccio per tirare fuori i documenti per la registrazione; ma lui sbuffa platealmente, si volta mi infila uno sguardo truce negli occhi, dice, Ha già pensato a tutto la sua ditta, la stanza è già stata pagata. E torna a sparire nel gabbiotto da cui era emerso al mio richiamo.

Fumo al davanzale. L'aria è fresca, un poco mossa, la notte limpida e acuminata. Le facciate dai palazzi sembrano lì da sempre, pronte a sprofondare nella polvere, nel giro di due o tre eternità. In fondo al letto le scarpe nere, lucide, riposte accuratamente una accanto all'altra. Sullo schienale della sedia, di legno scuro, la giacca. Sulla seduta, appoggiata allo schienale, la valigetta. Le pareti sono bianche e spoglie; l'intonaco è attraversato da sottili crepe ramificate. Vedo una massa informe apparire da sotto il loggiato. Senza alcun rumore inizialmente. Poi inizio a sentire dei suoni, un respiro trattenuto, o un rantolo sommesso. Solo dopo qualche istante di grande concentrazione dello sguardo capisco cosa sta accadendo dall'altra parte della strada: quattro uomini, giovani, robusti, stanno trascinando un quinto uomo, apparentemente più anziano, e goffo. L'uomo viene gettato in terra, con un tonfo sordo. Resta lì immobile, giusto qualche contrazione di rannicchiamento, anche quando gli altri quattro cominciano a picchiarlo silenziosamente, senza fiatare. Solo il suono del respiro, dei respiri, si fa un po' più pesante e concitato, ma solo un po', via via che gli uomini si stancano a furia di calci. Uno di loro alla fine si china verso il bordo della strada, si rialza con un bastone, o una mazza, e comincia a percuotere l'uomo steso in terra, con durezza ma senza agitazione. Con metodo e ritmo costanti. Osservo la scena con magnetico stupore, completamente sporto dalla finestra. Vorrei fare qualcosa, gridare, scendere in strada, chiamare la polizia. Ma mi basta abbassare un istante lo sguardo per prendere coscienza della mia completa nudità, e rinunciare a qualunque proposito di intervento. I quattro uomini si fermano quasi all'unisono. Si guardano, percepisco nei loro corpi un senso di spossatezza. Fanno per allontanarsi pacatamente; l'uomo con la mazza si volta come avendo dimenticato qualcosa; fa saettare lo sguardo in diverse direzioni finché, sollevandolo verso il livello delle finestre, non incrocia il mio. Domani è il tuo turno, mi dice senza alcuna inflessione.

Mi sono scaldato le mani intorno alla tazza di cappuccino, intingendo lunghi biscotti secchi, tipici del paese. Il barista continua a pulire con uno strofinaccio le teche che contengono i prodotti, peraltro già perfettamente linde, finché non gli rivolgo di nuovo la parola e gli dico, credo di dovere lasciare a lei questa valigetta. Mi allontano rapidamente a mani vuote, nella mattina pungente di brina.

Nessun commento:

Posta un commento