lunedì 11 ottobre 2010

Storia di un uomo che

Storia di un uomo che un giorno non riesce più a mettere a fuoco le cose. Non è che i suoi occhi non riescano a vedere la nitidezza dei dettagli; è piuttosto l'appuntarsi dello sguardo sulle cose che comincia a non riuscirgli. Sulle cose davanti a lui, le cose vicine.
E' un leggero problema, all'inizio, che lui tende a scambiare con disattenzione, o stanchezza. Ogni volta che fissa lo sguardo su qualcosa per più di un istante, i suoi occhi lentamente tornano a divergere, a smarrire l'angolatura che consente lo sguardo puntuale. E' il triangolo virtuoso che collega i suoi due lumi a un oggetto che fa difetto, si spana, s'allarga e infine si vuole riaprire.
Se ne accorge incontrando, parlando. Seduto a un caffè, a un tavolo con un amico, guardando il volto della persona che ha davanti, con cui sta scambiando parole, pensieri, che si trova a doversi sforzare di mantenere a fuoco i tratti, il viso, gli occhi dell'altro. Sente le parole, dell'altro, le proprie, sente le voci, il flusso delle emozioni che mutano, si riversano, si trasferiscono e s'incontrano nel breve spazio che li separa. Segue il discorso, il mescolarsi del tempo interumano; e intanto i suoi occhi mollano la presa, s'allenta la tensione muscolare, la vista s'appanna, il fuoco s'allontana, guarda un metro oltre, due metri oltre, dieci metri più in là, dietro ciò che ha davanti. Non se ne rende neanche conto all'inizio, finché, ma mi stai a sentire?, gli domandano le persone sempre più spesso. Sì sì, certo, ti ascolto. Ma non può più non far caso a questo che accade, che i suoi occhi non vogliono guardare; o almeno, non vogliono fermarsi su ciò che ha davanti, che si tratti di una pianta, una pentola, la pagina di un libro, una mano, una faccia, un amico, un'amante.
L'uomo cominciò a fare attenzione, a studiare il comportamento dei suoi occhi. Stanchezza, distrazione, basta che mi riesca a concentrare, basta che riesca a essere presente alle situazioni reali. Allora confida nello sforzo, nella consapevolezza. Prende ogni occasione come una prova. Ma sempre, sempre di più, i suoi occhi divergevano dal punto su cui avrebbero dovuto comunemente convergere. E se in principio questo fatto riguardava soltanto gli oggetti vicini a lui, che comportavano quindi una rotazione più acuta degli occhi, col tempo, anziché migliorare, cominciano a sfuggire alla tenuta anche le cose più lontane, un palazzo, un cartello, un albero in fondo alla strada, il profilo di una montagna.
Incapace di comprendere e di risolvere il suo problema, l'uomo si sottopose a visite psicologiche, psichiatriche, neurologiche: senza risultato. Tutto appariva normale in lui, tranne che i suoi occhi non volevano saperne di convergere, a prescindere dall'interesse che provava per ciò che gli stava davanti, a prescindere dalla sua volontà di guardare.
Gli occhi andavano oltre, sdoppiando ogni volta lo sguardo. E il suo sguardo diventava due canali, a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro, che sempre meno intendevano incontrarsi a qualsivoglia distanza.
Due linee parallele che, come ricordava dalle lezioni di geometria euclidea, si possono incontrare soltanto a una distanza infinita. Il suo sguardo scavalcava gli oggetti, gli affetti, la proprietà, il contesto, ed era un fiume che a una distanza infinita voleva vedere qualcosa, che cosa.

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