domenica 31 ottobre 2010

Storia di un uomo che

Storia di un uomo che conta i colori nei libri. Perché un giorno si è accorto che a volte il maglione di Anna è grigio, il cappello di Frank è verde, e i mattoni della casa in Lousiana sono rossi. Ma più spesso, tutto ciò non ha alcun colore. E ogni volta che è nominato un oggetto, un indumento, un animale domestico, ogni volta che compare un'annotazione sui capelli, sugli occhi di un personaggio, lui si blocca – tre, quattro volte per ogni riga – resta interi minuti a interrogarsi; poi cerca di ricordare se l'informazione sia già apparsa precedentemente; ripercorre quindi all'indietro tutto il romanzo, o racconto, o saggio che sia. E quando è certo che la tale cosa è definitivamente spoglia di qualsivoglia connotazione cromatica, allora comincia a ricostruire una sua necessaria teoria: cerca di capire, scientificamente, quale potrebbe, o dovrebbe, essere il colore giusto. La cassettiera è color legno, o verniciata di bianco? O magari di rosso - il che cambierebbe completamente il senso della camera, e di ciò che vi avviene. E se fosse davvero rossa, come cambierebbe il modo di fare l'amore di Francesco e Grazia? Ma loro avrebbero mai potuto scegliere una cassettiera rossa? Forse no, ma poi il fattore casualità rende tutto inesorabilmente nebbioso e indefinibile: potrebbe essere stata regalata, o si trovava già così nell'appartamento quando è stato acquistato, e loro due da anni si ripromettono sempre di sverniciarla, ma per pigrizia e troppi impegni ancora non l'hanno fatto. Insomma, una cassettiera rossa nella camera di Francesco e Grazia è quanto di più improbabile si possa immaginare: eppure è possibile.
L'uomo cerca comunque, contro ogni buonsenso, di associare un colore, o una rosa di colori, a ogni cosa nominata, secondo una probabile coerenza rispetto all'andamento generale del racconto. Si rende conto, sempre più chiaramente, che le informazioni sui colori delle cose, nella letteratura, sono generalmente, drammaticamente, insufficienti.
Per economia e bisogno di ampliare l'indagine statistica, inizia a concentrarsi solo sulla prima pagina dei romanzi: registra che nella prima pagina di Memoriale di Paolo Volponi è specificato solo il rosso dei mattoni della casa e il bianco della neve; mentre l'incipit di Fahrenheit 451 di Bradbury si parla di una fiamma arancione riflessa negli occhi – ma il colore degli occhi non è dato saperlo -, poi di un cielo ingiallito e annerito, e di un vento reso nero dall'incendio.
Sempre di più la sua mente fronteggia, domina, contempla - sbigottita e sgomenta - la mole smisurata, il catalogo infinito, la torre biblica formata da tutte le cose incolori, impilate a catasto, che esistono nella letteratura mondiale di tutti i tempi.
Perché, perché, si chiede.
La prima volta che ha notato l'assenza di un colore in un libro, è stato il giorno in cui ha ricevuto la conferma dal medico della sua malattia neurologica, che lo condurrà in poco tempo alla cecità completa.
Perché, perché, si chiede. Che cosa sarebbe costato, all'autore, rivelare se quegli occhi sono azzurri o marroni, o neri?
Senza queste informazioni - si ripete ossessivamente, abitando ormai compiutamente la propria mania - io non posso vedere, io non posso conoscere, io non posso capire.
Se non mi dite il colore dei suoi capelli, l'intensità del rosa delle sue labbra, la posizione dei nei sulla faccia, sulle mani, sul ventre, la lunghezza e la direzione delle ciglia, io non sono.

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