domenica 3 ottobre 2010

Un racconto (o la continuazione di un racconto)

Chinandomi oltrepasso la saracinesca, che non è alzata del tutto. Dentro è piuttosto buio, ma un fascio di luce diretta rimbalza sul pavimento di cemento scuro, rendendo visibile e accecante il pulviscolo all'ingresso. Per contrasto, il resto dello spazio pare ancora più scuro. Di ciò che c'è dentro, percepisco il rumore prima che i miei occhi possano vedere qualcosa. Insistente, molliccio, penetrante, lacerante. In un certo senso, sinistro. Poi le pupille si assestano, e nel giro di pochi secondi tre uomini appaiono davanti a me, chini sopra un lungo bancone nero. Sul bancone sta distesa una massa informe di carne. I tre uomini stanno chini su quella roba, sembravano non avermi notato o non dare alcun peso alla mia presenza. Continuano il loro lavoro come se non ci fossi. Con lunghi coltelli aprono lembi di carne, tagliano membrane, recidono organi, a volte, cambiando il coltello con una piccola accetta, spezzano ossa. Si interrompono e posano gli strumenti per infilare le mani, guantate fino al gomito, tra quelle carni, spingendole in profondità tra i meandri dilacerati. Osservo meglio la poltiglia, sono cani, tre cani, uno per ogni uomo. Completamente sventrati e maciullati, ma un paio di essi sono ancora distinguibili per via del muso e le zampe.


Scusate, dico. Gli uomini si interrompono all'unisono, alzano la faccia, posano lo stesso sguardo inespressivo su di me, e nel fare questo appoggiano entrambe le mani sul tavolo, tra brandelli di carne e sangue raggrumato. Riesco a dire soltanto: Avete del vitello? No, rispondono, e fanno per riprendere l'opera. Scusate, ripeto. Di nuovo alzano gli occhi, senza mostrare alcuna disponibilità, ma anche senza impazienza. Posso chiedere che cosa state facendo? La loro apparente atarassia mi rinfranca, rendendomi quasi sfrontato, sprezzante di possibili pericoli. Cerchiamo, dicono loro all'unisono. Cosa? Due abbassano gli occhi, quello più a sinistra dice: Il nome di dio, non lo sai? Non so niente, mi giustifico. Lo hanno mangiato i cani. I cani sono stati arrestati. Sono fuori legge. Qui li apriamo tutti, uno a uno. Li apriremo finché non l'avremo trovato. Tutti i cani? domando. Tutti, tutti i cani devono essere portati qui. E i cani di proprietà? chiedo. Vanno consegnati, dice l'uomo, è illegale tenerli in casa. C'è chi li nasconde, naturalmente. Ma c'è la pena di morte per loro. Tu hai un cane? Dico: No no.

Con gesti identici ammassano i pezzi di cane, occupandosi ognuno del proprio, li compattano alla bell'e meglio e li fanno scorrere lungo il bancone, fino a farli cadere dal bordo laterale, in fondo alla stanza, dove, noto solo adesso, si erge una piccola montagna di carne di cane ridotta a piccoli straccetti. Poi si ritraggono dal bancone indietreggiando senza voltarsi, e spariscono dalla mia vista per qualche secondo, inghiottiti dal buio della stanza. Forse c'è un'altra stanza collegata, perché tornano subito con tre bestie nuove, integre, pronte per essere sminuzzate e frugate. Le buttano sul tavolo con gesti rapidi e netti, cominciano a darsi da fare.

Come pensate di riconoscerlo? chiedo cercando di dissimulare il mio interesse. Quello in mezzo si interrompe, punta gli occhi nei miei mentre gli altri due cominciano ad aprire varchi con grandi colpi sicuri. Cosa? mi chiede con voce atona. Il nome di dio. Chi ha parlato del nome di dio?, dice quello, stavolta tradendo un lieve disappunto. Allora cosa cercate, avevo capito che. La parola chiave, mi interrompe. L'hanno mangiata i cani, la parola chiave, bisogna ritrovarla. Lo sanno tutti, non lo sai? Dico: Si si.

Mentre l'uomo torna a chinarsi sul suo cane ancora inviolato, il terzo, più a destra, si ferma e mi presta la sua attenzione. Come possiamo aiutarla, signore? La domanda mi scuote dal torpore ipnotico che l'osservazione dei loro gesti ripetitivi mi ha indotto, insieme ai loro sguardi e ai loro discorsi sconclusionati. Ecco, sto cercando un libro di cui ho perso le tracce da tempo, e non ricordo né il nome né l'autore né il contenuto né la copertina. Ma devo trovarlo. Il mio capo mi ha detto di venire a cercarlo qui. Mi ha dato proprio questo indirizzo, guardi, l'ho trascritto su questo foglietto. L'uomo lancia uno sguardo, poi, senza fiatare, fa un cenno con la mano libera, indicando dietro le sue spalle. Spingo lo sguardo in quella direzione, strizzando le palpebre per aumentare la sensibilità. Una piccola porta grigia, è quello che mi sembra di intravedere nel muro di buio.

Montagne di cani morti, o addormentati, è qui che stanno stipati in attesa del loro turno. E' sorprendente l'assenza di cattivo odore, tutto sommato, mi dico. La visione che mi si delinea davanti, e tutto intorno, è troppo ampia per poter prendere una posizione chiara e lucida al riguardo. Per questo decido di agire e non esitare, mettermi subito a cercare quello che devo trovare.

Appena smuovo il cane più vicino ai miei piedi, tirandolo cautamente per una zampa irrigidita, tutta la mole accumulata di corpi oscilla violentemente, assestandosi. Qualcosa scatta in cima all'ammasso, con un robusto rumore frusciante. Il frullare d'ali di un grosso uccello che si scrolla di dosso i detriti che lo opprimevano per slanciarsi nel volo. Una grossa oca bianca, infatti, si alza in volo davanti a me, tesa, affusolata, con un bambino a cavalcioni sul dorso. Tempo di tornare il Svezia, dice l'oca, sui fiumi. Il bambino mi guarda con la malinconia del ricordo e della partenza, mi dice con voce acuta: Vuoi venire? Mio dio, salutatemi il mare. La mia bocca riesce a dire soltanto queste parole, mentre a me e al bambino, lo vedo ne sono sicuro, si bagnano gli occhi di lacrime, mentre oca e bambino volano dritti come fossero in cielo, volano e sfondano il muro, spariscono in alto nell'azzurro indomito portandosi dietro una scia di calcinacci, polvere di cemento, pezzi di intonaco, cavi d'acciaio e tegole. E la stanza si apre, crollando le pareti, sollevando un gran polverone. Si spalanca all'aria fresca della sera, che regna ai margini della città.

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