domenica 9 gennaio 2011

ARIA. Racconto apotropaico

L'angelo ha un cazzo grande e splendente. Sempre turgido, tutto d'oro riluce sul bianco immacolato del corpo e delle ali spiegate. Le mine esplodono con fragore al suo passaggio, sotto la pur lieve pressione esercitata sulla terra dai piedi. Ma il suo volto imperturbato, lo sguardo alto e lontano, diritto davanti a sé, rivolto a un presente futuro, rivelano che il boato continuo non raggiunge le sue orecchie, lo spostamento d'aria non muove il lembo della veste trasparente, fatta di aliti.
L'angelo cammina lentamente, senza fretta, senza esitazione. Procede seguendo una linea diritta, finché le bombe esplodono sotto la crosta della terra. Poi si volta, si sposta di un passo di lato, torna indietro. E la sequela delle detonazioni riparte. Avanti e indietro, battendo tutta l'area, come arando il terreno, per dissodare la morte in agguato.
Quando ogni ordigno è giunto al termine della sua paziente impazienza di dire quell'unica  parola che gli era affidata, l'angelo spalanca le ali, come airone che ritto sull'argine prenda il vento, solleva le braccia ai due lati, e lentamente ruota su se stesso, secondo la direzione dove il suo cazzo dorato tira. Questo, come un'antenna in ascolto, come bacchetta sensibile di rabdomante, indovina la prossima zona dove la morte dal volto di uomo è stata innescata, dove quei semi se ne stanno acquattati a sognare il breve istante della loro gloria metallica, sanguinaria e lucente, appena un palmo sotto la superficie di quel suolo che ci è dato, pavimento di casa.

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