mercoledì 18 aprile 2012

Siccità

Tornando a casa in autobus mi sembrava tutto diverso. Non che la città conceda molti segnali, in questo senso, ma si trattava di un’aiuola, di una foglia, delle piante di un viale alberato, di un colpo d’occhio brevissimo su un giardino privato.
- Ma che succede? - ho chiesto sporgendomi verso l’uomo seduto sul sedile davanti al mio.
- È la siccità – ha fatto quello senza girarsi.
- La siccità? E quando è arrivata?
- Pare stamattina.
Non ha detto altro, e io non ho domandato altro.
Mi sembrava tutto diverso, il mio sguardo si perdeva compenetrando strati di malinconia e di non essere intorno alle cose.
L’uomo si è girato un po’ all’indietro, ma non tanto, ho visto il suo collo ruotare solo di pochi gradi e il suo sguardo planare stancamente in basso non so dove, fuori dai finestrini, mentre diceva:
- Qui non si noterà molto. Ma basta andare un po’ fuori, anche solo di là dai viali...
Sceso dall’autobus, poco distante da casa, quei puntini di sospensione mi ballavano nella testa e rimbombavano. L’autobus si allontanava, restavo solo in mezzo alla strada deserta, e il mondo non sembrava lo stesso. Tutti i sensi fiutavano il cambiamento.
È arrivata stamattina. La siccità.
Ho voltato le spalle alla direzione di casa e mi sono incamminato verso i viali. Li ho attraversati fuori dalle strisce pedonali, affrettandomi per evitare le macchine, che non passavano. Ho vagato per qualche minuto tra le case e le strade di là, fino a vedere gli spiazzi, poi il campo, le erbacce, la campagna, e in fondo la lontananza delle colline. Pareva tutto diverso. Dominato da un giallo, tutto era stanco, e fermo. Come in attesa. In apnea.
Sono rimasto in piedi sul bordo, a guardare, senza battere le ciglia, credo a lungo, e a un tratto una voce alle mie spalle ha parlato. Non mi sono nemmeno girato, ma ho pensato si trattasse di un vecchio.
- Sono ore che guardi, ma non ti preoccupare. È che il mondo si contrae, e si secca. Deve di nuovo partorire se stesso. È tempo, deve rimettesi al mondo. Prima il vecchio guscio deve seccare. Ha iniziato stamattina. Avrà finito domani.
È passato altro tempo, e la mia mente ha vagato, mentre lo sguardo restava fisso sull’orizzonte, sulla siccità. Quando ho realizzato che il vecchio aveva smesso di parlare, e probabilmente se ne era andato da un pezzo, ho fatto per girarmi, per rincasare.
Ma il corpo ha afferrato lo slancio, e invece di voltarsi è andato avanti. I piedi hanno preso la direzione, e sono andato dentro, in mezzo alla lontananza, e a quel giallo.

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