domenica 3 marzo 2013

I licantropi


I licantropi di Urbino sono usi sbranare la gente, come tutte le altre razze di licantropi. Vanno in giro per le strade a partire dal pomeriggio fino alla sera – raramente li si incontra di mattina o a notte fonda –; vestono generalmente in modo dozzinale, sono abbastanza trasandati, portano vecchi giacconi a vento e cappelli di plastica imbottiti; e quando la fame li punge si avventano sul primo passante alla loro portata e lo divorano sul posto senza tanti convenevoli. Per questo la gente non li vede di buon occhio; ma bisogna dire che nessuno ha mai avuto l’ardire di contraddire o redarguire un licantropo in pubblico. Perlomeno in Urbino.
Io e te entriamo nel solito locale, un bar stretto e lungo con qualche tavolino in fondo. La ragazza affascinante e un poco rozza nel parlare che sta dietro al bancone macella un grosso agnello spellato con grandi colpi di mannaia. Mentre ordiniamo una birra e un succo di mirtillo la porta si apre e un licantropo si affaccia. Con una zampata afferra un avventore, un ragazzo che beve il suo drink all’ingresso del locale, e lo sorbisce in pochi bocconi.
Osservo la scena con una certa inquietudine e domando alla ragazza se non ci siano pericoli. Mi rassicura, dicendo che in genere non si spingono dentro il locale, si limitano a fare capolino a sbranare il primo che capita. I licantropi sono abbastanza indolenti, e, una volta saziati, del tutto innocui.
Seduti a un tavolino, un uomo solitario ci dà da dire: racconta che a volte i licantropi di Urbino vanno a visitare il Palazzo Ducale, pagando regolare biglietto, e fanno finta di interessarsi alle sale, agli arredi e alle opere d’arte. Ma in realtà il loro unico interesse è verificare se nei dipinti di Piero della Francesca ci sia ritratto qualche loro simile. Puntualmente rimangono delusi e affrettano il passo verso l’uscita, incapaci di dare seguito alla dolorosa messa in scena del loro interesse culturale.

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