lunedì 11 novembre 2013

Gli aspiratori


Gli aspiratori cessarono di funzionare alle 17.30 del primo mercoledì di novembre. Dopo mezz’ora la città era in subbuglio. Dagli altoparlanti pubblici e attraverso i telefonini privati veniva diffusa la raccomandazione di stare calmi e se possibile chiudersi in casa finché il guasto non fosse stato riparato. Ma a notte fonda si sparse la voce che gli operai specializzati avevano dovuto interrompere gli infruttuosi tentativi di riparazione per le gravi difficoltà respiratorie e tutte le operazioni di ripristino si erano fermate finché non era arrivata un’altra squadra a sostituire la prima.
“Questa volta ci siamo,” disse Roberto a Claudia, tenendo lo sguardo fuori dalla finestra, verso la strada. “Ci siamo cosa?” fece Claudia nervosa. La città si stava coprendo di una cappa plumbea di fumi e gas inquinanti grigi e verdastri. La visibilità si riduceva di minuto in minuto e dal loro appartamento al settimo piano era ormai impossibile intravedere la strada o altri palazzi. “Ci siamo,” ripeté Roberto senza aggiungere altro. Non era necessario.
“Domani tutte le attività lavorative saranno sospese per consentire ai cittadini di restare chiusi in casa. Non uscite se non per assolute emergenze. Non aprite le finestre finché gli aspiratori non torneranno in funzione. I tecnici sono al lavoro.”
“Avevano detto che era impossibile che si spegnessero tutti contemporaneamente,” disse Claudia. “Avevano detto che era matematicamente impossibile,” precisò.
“La matematica contempla tutte la variabili tranne la R,” affermò Roberto senza staccare gli occhi dalla finestra. “Sarebbe?” fece Claudia. “Il fattore Realtà,” concluse lui inespressivo.
La mattina successiva alcune persone erano già morte. Roberto non riusciva più a parlare, aveva la bava alla bocca e gli occhi sgranati. Stava riverso sul tappeto, Claudia cercava di rialzarlo, ma non ci riusciva, era troppo pesante, e lei troppo stremata. Si lasciò cadere accanto a lui e restò lì distesa a occhi chiusi. Sentiva la forza vitale che scemava lentamente. Con enorme sforzo fece scivolare una mano sul tappeto fino a raggiungere il corpo di Roberto, una parte di lui, un ginocchio. Usò le ultime energie per fare una piccola pressione, una specie di carezza. Le sembrò che lui avesse un sussulto. Lo interpretò come un ti amo anch’io, amore.
Poche ore dopo iniziarono a scendere dalle montagne che circondavano le estreme periferie a est. Uscirono dalla foresta, ma probabilmente provenivano da molto più lontano. Forse dallo spazio, pensò qualcuno che ancora resisteva appoggiato ai vetri delle finestre.
Piombarono a milioni sulla città ed entrarono in tutti i palazzi, in tutte le case, entravano nelle fogne dai tombini e sbucavano dentro gli appartamenti attraverso la condutture, i water, i rubinetti, tagliavano i vetri delle finestre, forzavano le porte o passavano dagli spiragli stringendosi e allungandosi, sfondavano i tetti. In pochi minuti furono sopra ogni persona, morta o viva. Ai morti rubavano gli occhi e li divoravano, meravigliandosi delle ultime visioni umane rimaste impresse nelle curve delle loro cornee. Ai vivi si attaccavano alle bocche, ai nasi, e sfilavano i respiri aspirando con forza, per portarli nel luogo da dove erano venuti e immagazzinarli in vista dell’inverno.