Carlo Cuppini

sabato 9 ottobre 2010

Considerazione breve e ovvia

Una breve riflessione sui fatti pugliesi di cui si discute animatamente in questi giorni, e ancor più animosamente per via degli inattesi rivolgimenti mediatici che ha avuto. Una premessa: non ho la televisione ormai da diversi anni: per questo, credo, seguendo la vicenda alla radio, nei giornali, nei bar, provo la stessa cosa che proverebbe un alieno che sbarcasse sulla terra e scoprisse con stupore che questi esseri sono tutti presi dallo spendere le proprie energie nello sterminarsi l'uno con l'altro.

La mia considerazione è breve e ovvia: questa orrenda tragedia non dovrebbe interessare altri che i membri di quelle famiglie coinvolte, quella cerchia di persone toccate direttamente o indirettamente dalla cosa. Loro, e la giustizia. E nessun altro.
Accade invece, ancora una volta, che una nazione si trova unita nel commiserare, poi divisa nel giudicare e nell'additare. La trasmissione in cui la madre ha scoperto in diretta il destino della figlia andava interrotta o no? La madre ha fatto bene o male ad andare in televisione in quel frangente? La televisione fa schifo in generale o no? Le logiche dei mass media sono intrinsecamente oscene? Il giornalismo italiano è immondo? Va rispolverata la pena di morte per questo genere di criminali?
Oggi ci si accalora su questi temi.
L'unica domanda che mi pongo io è: perché delle persone (poche, molte, tutte?) si interessano di questa vicenda di cronaca? Ci sono tragedie della stessa orrenda brutalità che ci riguardano più da vicino, anche se geograficamente sono magari più lontane, se non altro perché ci vedono politicamente compartecipi o direttamente responsabili, come collettività. Ma quelle non hanno alcuna presa su di noi.
Mi verrebbe da pensare che la rimozione del tragico dal nostro orizzonte esistenziale (bisogna divertirsi, stare bene, essere giovani e belli, "non c'è problema"), ci rende sotto sotto avidi di tragedia, assetati di sangue, e davanti al televisore attendiamo con ansia la possibilità di espletare il catartico rituale. Attendiamo uno zio stupratore e assassino (o almeno un incidente al motomondiale), lo invochiamo segretamente. E quando il cielo lo manda davvero, diamo sfogo a tutto quello che coviamo dentro; ma, mentre malediciamo, non riusciamo a staccarci da quelle immagini che ci dissetano. Sono gocce d'acqua cadute per un caso fortuito su una terra arida.
Non è un pensiero tanto originale, lo so. In Natural Born Killer, ad esempio, era espresso con lampante chiarezza. Ecco, mia analisi è tutta qui.
Anzi no, ha un'appendice. La lezione che traggo da questa mobilitazione di sdegno di fronte a ciò che è successo in televisione (l'oscenità improvvisamente resa manifesta dei media ha surclassato per importanza il crimine materiale) è la seguente: siamo oggetto di una deportazione di massa nel regno dell'insensato. Pronti a mobilitare le nostre emozioni quando e dove ci viene comandato. La percezione della realtà, il movimento delle emozioni, dalle più brutali alle più sofisticate, non avviene dal basso, dall'esperienza, dalla realtà, ma dall'alto, dai potentati, dall'economia, dall'irreale.
Mi domando ancora - mi domando sempre - quale forma di resistenza potrebbe consentirci di opporci a questa deportazione, a questo crimine definitivo contro l'umanità. Non trovo risposta. Mi vengono in mente, così a casaccio, san Francesco, Simone Weil, Guy Debord. E non trovo risposta.
In questi giorni hanno assegnato i Nobel: l'umanità è intelligente, è dimostrato; in questa epoca, in particolare, dimostra continuamente di poter essere intelligentissima. Ma il cuore è indietro. Il cuore è lontano. Il cuore è una bestia da soma, una bestia nata in cattività e per questo priva di dignità, una bestia avvilita e incapace di creare, di godere, di spaziare, di vedere: incapace di compiangere quando è ora, di insorgere quando è ora, di distogliere lo sguardo quando è ora.

1 commento:

  1. siamo umani, siamo tanti, forse troppi e siamo in evoluzione accellerata
    siamo tutti titolari di bisogni che vanno gestiti,il nichilismo incombe,c'è credo la paura di eventi a sorpresa,nuovi passaggi di fortune, nuove brutalità,il sistema funziona male ma è sistema e ci protegge dal Signore delle Mosche.Le guance dell'Umanità sono fresche e sode: Dio le benedica.
    /enrico dignani/

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