Carlo Cuppini

lunedì 5 marzo 2012

Lettera di Gianfranco Marcucci a Eugenio Scalfari

Ladispoli (Rm) - 4 marzo 2012

Caro Scalfari,
in riferimento al suo editoriale di oggi “una strana gioventù che odia la velocità”  le rispondo: si, io odio la velocità e le magnifiche sorti e progressive che questo modello di sviluppo ci propone.  
Io credo che la velocità della quale si nutre il capitalismo della globalizzazione sia destinata a farci schiantare contro un muro. È una velocità che inquina, che appiattisce e non favorisce il pensiero, che non produce più ricchezza, che non rispetta più i territori e le comunità di persone, che non si pone più il problema della bellezza, che non ci fa apprezzare più un viaggio, che instaura solamente pseudo relazioni, che ci allontana dalla natura e dai suoi cicli.

Si, voglio andare lento. Vorrei un altro tipo di società, un altro modello di sviluppo. Come ammoniva  Pasolini molti anni fa, dovremmo uscire dall’irrealtà consumista di un mondo che ci allontana dalla natura ed anzi finge di piegarla per inseguire bisogni artefatti che crediamo necessari attraverso la pubblicità. Dal mio punto di vista la crisi economica attuale non è congetturale ma strutturale. Un modello di sviluppo che è il capitalismo della globalizzazione con i suoi modelli economici, i dannosi stili di vita che ci inculca e la congenita tendenza ad inquinare e distruggere è alla fine del suo ciclo vitale. La domanda di consumi è satura e impoverita.
La questione del TAV rientra in questo discorso sulla crisi economica e anzi diviene elemento critico perché metafora di un modello di sviluppo sbagliato. Come scriveva nella sua amaca Michele Serra qualche giorno fa sul vostro/nostro giornale "l'impressione è che la posta in palio non sia un cantiere in Val di Susa, ma la possibilità di un'altra maniera di fare economia e di fare società”. C’è una parte di società che chiede di cambiare e dovrebbero essere i partiti, soprattutto a sinistra, a raccogliere la sfida per una seria alternativa che deve essere allo stesso tempo innovativa, radicale e democratica.
Invece le forze politiche hanno lo sguardo rivolto al passato e  vogliono curare il malato proponendo ricette vecchie, la maggior parte delle quali sono state la causa stessa della malattia. La cultura del PIL come misuratore del benessere e della ricchezza, della crescita ad ogni costo, della libera (o meglio “non regolata”) circolazione delle merci e del denaro sono ormai slogan spuntati.
Come i partiti anche lei sembra avere lo sguardo rivolto al passato se si scandalizza se le sfide dei nostri genitori non sono più quelle di noi figli. Quando lei afferma che cinquanta anni fa la sinistra italiana (i nostri padri) pose il problema dei trasporti su gomma come fattore d’inquinamento, non si accorge che appunto sta parlando di cinquanta anni fa. La globalizzazione e quindi il mercato globale dei consumi e la circolazione delle merci e delle persone così come le conosciamo ora noi non esistevano. Era una società diversa con bisogni e sogni diversi. La questione ambientale era agli albori e si misurava con altri tipi di fenomeni.

Bisogna voltare pagina. Si dovrebbe cercare definitivamente di sbarazzarsi della cultura del capitalismo della globalizzazione. Siamo testimoni viventi di un’epoca che sta finendo e dovremmo irrorare il terreno della politica di obiettivi e speranze nuove fuori dalla sola logica del consumo = benessere. Il ventunesimo secolo ha bisogno di una nuova idea di società. E per tale motivo credo che adesso sia il tempo degli intellettuali. Ne abbiamo un bisogno urgente. Non è il momento per il governo dei ragionieri e dei loro numeri, tra l’altro compartecipi del disastro attuale. Abbiamo bisogno di pensatori e delle loro idee. Questa crisi ci sta offrendo un’opportunità incredibile di cambiamento e di rinnovamento radicale. Siamo disposti a perdere molte cose, lo sappiamo, ma ne acquisteremo sicuramente delle altre.
Nel salutarla le riconfermo, caro Scalfari, che si, almeno io voglio andare più lento. Vorrei tornare a viaggiare ad una velocità sostenibile per il mio corpo e la mia mente. Una velocità a misura d’uomo.

Con profonda e sincera stima,
Gianfranco Marcucci


Questo è l'editoriale di Eugenio Scalfari:

1 commento:

  1. Bravo Frizer, anche io voglio andare lenta e godermi di ogni millimetro percorso. L'importante è andare e chiudo con un pezzo di Antonio Porta : "il destino è di camminare sempre non si sa come"
    R

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