Carlo Cuppini

lunedì 30 aprile 2012

Botanica (Macbeth)

Il bosco muove verso il paese
gli alberi camminano coi loro piedi
per far crollare il palazzo
come predetto dalle streghe.

Macbeth non dorme sonni tranquilli:
non dorme affatto, se è per quello,
da un pezzo. E la signora
si è gettata dalla torre, in vestaglia.
Anche lei era morta di sonno.
L’occhio del capo sta incollato alla veglia,
sgranato e lucente. Come le sbarre,
è condannato.

Se poi questi arbusti non avessero gambe
gli daremo di buon grado le nostre.
Anche se sono trafitte da schegge.
Piene di pallottole. E polline.

Botanica (tarli)

Gli insetti hanno avuto la meglio,
i tarli ci hanno presi alla sprovvista.

Dentro un grosso buco scavato,
del tronco non resta che un colabrodo,
le costole già tutte traforate
come la gamba della sedia:
ci passa dentro il vento,
ci passano dentro le parole,
le voci dell’erba, i sussulti.

Un cartellone pubblicitario
stasera
potrebbe uccidermi.

sabato 21 aprile 2012

martedì 17 aprile 2012

Militanza del fiore: recensione di Margherita Eanna su Poesia 2.0



Nel leggere i testi del libro “Militanza del fiore” di Carlo Cuppini e poi nello scegliere quali qui presentare, mi sono chiesta che cosa possano queste poesie per non farmi sentire un mero lettore di cronaca, tanto più eccitato in quanto cronaca da arancia meccanica.
“Se l’arancia trasuda violenza / non puoi farne a meno: la trafiggi”,
scrive Cuppini, ed è una risposta di azione, non ancora catartica (e come potrebbe?), ma perlomeno di reazione e di riappropriazione rispetto ad uno spazio di lettura che non sia solo camera di osservazione a riconoscere il male al di là dal vetro, sterilmente ben separato, o di mera presa d’atto;
Cuppini continua: “[…]la trafiggi/ con la punta del coltello “ quasi che l’arancia rappresenti il feticcio di una rito di magia che qui si vorrebbe bianca a scongiurare violenza, e che invece è comunque violenza che ripiomba nel quotidiano affacciato sul tavolo da pranzo o sul corridoio, un quotidiano che erompe dal vetro mediatico televisivo, al di là di ogni accomodante divano, al di là che, come auspicato in un verso, la casa sia “sana e salva” (non basta), al di là dell’ “aspiro” – “aspiro a”..
Dice infatti bene Adriano Sofri nella prefazione: “Che cosa cercate nella poesia? Il suono, certo. E poi, che cosa dice, come lo dice, chi lo dice, no?”, dunque ciò che il coltello trafigge, e il modo in cui lo fa, è anche ciò che il verso dovrebbe (e cerca di) pungere: la nostra scorza rosea, per giungere alla polpa viva e (si spera) non ancora del tutto anestetizzata, non tanto per ridestarla alla trincea quotidiana dove finanche l’ambiente domestico parla di “fosforo bianco”, di bomba, proiettile, scheggia, profugo libico, .., quanto per richiamarla ad una voce collettiva che superi e restituisca dignità e potenza a quella che sembra piuttosto la canzonatura rivolta ad una vittima: “poi/vallo a raccontare al macellaio al/portiere alla maestra vallo/ canticchiare nottetempo”.
Questo, perché se è vero che, come mirabilmente sintetizzato in questi versi bellissimi (che sanno dire della storia umana e sociale come tanti trattati) “diciotto televisori / buttati per strada a natale / messi in cerchio per terra / non fanno Stonehenge”, è altrettanto vero che “inventare leggende creare /catene /di senso”, anche “tra capre /sdentate” consente di vedere al di là del buio oltre la siepe, oltre quel “ terrore che assiepa gli umani”.
“Andiamo a rifarli” dicono le madri, “l’albero non deve restare /senza bambini”
e sono questi bambini terreni, che cadono come angeli, ma anche che sono più in alto, e continuano, rispetto alle radici, sono questi bambini carichi, a trascendere il fatto di essere essi stessi dei simboli, come per es, nelle poesie della raccolta accade alle figure ricorrenti dell’angelo o della balena.
È questa allora la magia bianca, scritta, della pagina e della raccolta, questo ciò che rende viva e integra la sostanza di questo libro, così come rappresentata, sempre da Adriano Sofri, nella prefazione: «In sostanza, questo libro “è dedicato a chi, con la poesia, con la parola e con gli atti, si è opposto e si oppone all’assedio delle coscienze”, dato che “è in corso la pulizia etnica del 9 genere umano dalla realtà, noi siamo i profughi della storia, deportati nel regno dell’insensato” ».
..
Carlo Cuppini, “Militanza del fiore, prefazione di Adriano Sofri, m&m Artout Maschietto Editore, collana L’occhio Alato, 2011

lunedì 16 aprile 2012

Da qualche parte (leggendo Paul Celan)

Da qualche parte bisognerà
pure scagliarla quest'anima
prima di chiudere gli occhi
prima che le ombre
siano separate dalle ombre, lassù.
Se poi fosse fatta di nulla
ci resteranno tra i denti filamenti
amari.
Quindi andremo in prescrizione
e i denti cadranno.

Denti

I denti del mondo hanno vinto
si ergono in fondo alla pianura
bianchissimi imponenti irregolari
netti come il profilo dei monti
e masticano masticano
ci triturano anche all'occorrenza

Masticano il tempo che ci è dato
che ci passa dentro
sta finendo

Rintanati nel rovescio del giorno
ci sfreghiamo contro l'eternità
e non crediamo ai nostri occhi
quando ci sanguinano le gengive

Oggi


Oggi i morti sono in vacanza
e i santi fanno sciopero –
i morti non sono santi
e i santi non sono morti.
E i vivi non sono santi
né morti.
Domani i morti faranno sciopero
e i santi saranno in vacanza –
e noi faremo colazione coi cereali
e tremeremo al pensiero che forse
sotto il vestito del tempo
non siamo.

giovedì 12 aprile 2012

Canzone

Ci vogliono fondati motivi
per essere stranieri
nella casa
del padre

Conoscere l’accordo criminale
ad esempio
all’origine del tempo
presente

Ci vogliono fondati motivi
per essere scannati
nella casa
del padre

Sapere che la calma apparente
ad esempio
con cui insegnano a parlare
affonda le radici nelle stragi

Nudi
scoperti scoperchiati
come davanti a un fuoco
incrociato
nudi 
siamo stati liberi
contiamo le parole 
rimaste

Ci vogliono pensieri impermeabili
per essere capaci
di essere
ancora
qualcosa

Disinnescati brillati
figli della disfatta
siamo bombe inesplose
siamo bombe di vita
inesplose

Occhi fissi negli occhi
rapporto uno a uno
per sempre
discendere
fino alla persona


Nudi
luci davanti al buio
le braccia alzate e un fiore
reciso
è l'ultimo riscatto
possibile

mercoledì 11 aprile 2012

Lettera alla CGIL

Lettera inviata all'ufficio reclami del CAAF CGIL di Borgo dei Greci a Firenze


Buongiorno, 
questa mattina sono stato al CAAF presso il centro servizi in Borgo dei Greci per la compilazione del 730. Sono un lavoratore dipendente con contratto a progetto e, per la cronaca, guadagno 1000 euro netti al mese. Oltre al CUD dell'azienda dove lavoro avevo da presentare un secondo CUD per una prestazione occasionale presso altra azienda (per un compenso di 500 euro lordi) e qualche scontrino di farmaci e visite mediche. Al termine dell'operazione - che è durata meno di 30 minuti, dalle 8.40 alle 9.05 - mi è stato presentato un conto di 70 euro. L'anno scorso, sempre al CAAF CGIL, a Prato, avevo pagato 25 euro, e la mia dichiarazione di allora aveva le stesse identiche caratteristiche di quella odierna (due CUD e qualche scontrino di cose mediche). 
Ho chiesto lumi e ho scoperto che se si presentano due diversi CUD e degli scontrini medici il costo del servizio sale (parecchio), e probabilmente l'anno scorso hanno fatto "un errore". Il bello è che, data la documentazione che ho portato, quest'anno recupererò 3 (tre) euro per il recupero delle spese mediche (ammontanti a 149 euro). 
Dunque. Recentemente ho avuto a che fare con Equitalia, per via di vecchie multe non pagate; ma neanche con loro mi sono sentito preso per i fondelli e rapinato come questa mattina alla CGIL. 
Credevo che la CGIL stesse dalla parte dei cittadini e soprattutto dei più "deboli", come si suol (o soleva) dire. Perché allora l'impiegata, vista la penuria degli scontrini medici -  non mi ha consigliato di non presentarli affatto? La CGIL si è presa da me 45 euro (oltre ai 25 per il 730 "base") soltanto per farmi avere 3 euro di rimborso dallo Stato. E' questa la CGIL? Un organismo che si auto-foraggia a scapito di chi non arriva a fine mese e non sa più dove sbattere la testa?
Grazie. Non tanto per il furto materiale (non ci crederete, ma per qualcuno 70 euro sono una piccola fortuna: ma comunque, niente pizza e niente cinema per due o tre mesi e il problema economico è presto superato), quanto per la distruzione anche degli ultimi ideali. Evidentemente le battaglie per gli ideali si fermano all'articolo 18 (buon per chi ce l'ha) e alle comparsate televisive o di piazza.
Fine del mio rapporto con la CGIL. Cordiali saluti.
Carlo Cuppini

martedì 3 aprile 2012

Poesia lirica o sperimentale? Una polemica pretestuosa

La poesia, i discorsi da bar, i manuali di statistica, la narrativa e le risoluzioni dell’ONU si fanno principalmente utilizzando il linguaggio verbale. Come innumerevoli altre tipologie di produzioni umane. Ma non per questo tutte queste cose hanno le stesse caratteristiche. 


Nel dibattito in corso su una presunta opposizione tra poesia "lirica" e "sperimentale" (e su un'altrettanto presunta preminenza dell'una o dell'altra) non è chiaro quali siano i criteri di base sui quali viene impostata una critica della poesia. 
Sarebbe già un bel passo avanti riconoscere che la poesia non è un certo modo di fare discorsi ma che al contrario è una disciplina artistica; e che la poesia fatta nel tempo presente è una forma di arte contemporanea. 
Sarebbe anche necessario chiarire che le questioni inerenti la poesia sono questioni relative al linguaggio (non solo verbale) e al rapporto dell’uomo – della sua vita, della sua intelligenza e del suo destino – con esso. 


La separazione tra poesia "lirica" e "sperimentale" è del tutto strumentale e pretestuosa: Antonio Porta era lirico o sperimentale? E Brecht? E Kounellis? E Mimmo Paladino? E Mozart? E Bach? E Picasso? E Giordano Bruno? E Piero della Francesca? 

L’intento del poeta – dell’artista – è sempre ’anche’ lirico’; ma non sempre l’esito del suo lavoro risulta lirico, cioè incentrato sulle forme note di un io discorsivo. 
Il poeta – l’artista – fa soltanto ciò che deve fare ogni volta – lui lo sa – con il coinvolgimento integrale di tutto se stesso. E proprio in questo coinvolgimento sta il "lirismo" ed è esso che garantisce la "trasmissione dell’emozione" e il far "vibrare le corde dell’anima" del lettore. E’ bene che intellettuali e contesti culturali difendano questa istanza, che non coincide evidentemente con il populismo dei prodotti di facile vendibilità e consumo.

Il poeta crede sempre di poter trovare nel pubblico (negli altri umani in generale, senza distinzione di formazione e cultura) un sodale e un compagno in grado di condividere in qualche misura l’intensità e il rischio del suo scontro con il linguaggio, il suo dramma di confrontarsi con la creazione e con l’opera – quale che sia il risultato del lavoro – nella comune lotta contro l'insensato e l'inerziale.

Tutte le altre polemiche sui rapporti tra poesia e mercato, poesia e livello di formazione del pubblico, poesia e "comprensibilità", non riguardano la poesia – né il suo mondo "interno" né le sue implicazioni "esterne": sono argomenti strumentali e appartengano a una civiltà di morti, venduta agli sciacalli.





(Un contributo al dibattito aperto da Carlo Carabba sulla (presunta) opposizione "poesia lirica" - "poesia sperimentale" e rilanciato da Francesco Terzago su Absolute Poetry http://www.absolutepoetry.org/La-poesia-e-di-tutti-Per-parlare)