Carlo Cuppini

martedì 5 marzo 2013

IDENTICO

Seduto sul water, il mento appoggiato alle mani e i gomiti appoggiati alle ginocchia, molto preso dalla produzione di un oggetto solido di forma irregolare ma fondamentalmente riconducibile all’idea del cilindro, accade che involontariamente il suo sguardo molla la presa sul reale e i suoi occhi cominciano a divergere lentamente, col risultato che lo sguardo di ciascuno dei due globi tenderebbe a incontrare quello dell’altro alla fine di due rette parallele che si trovano alla distanza di circa sette centimetri l’una dall’altra, se solo ciò fosse possibile al di fuori della geometria pura. Ed è in quel momento che si accorge, per la prima volta compiutamente, all’età di trentotto anni, avendo alle spalle un matrimonio un divorzio e un altro matrimonio per un totale di tre figli maschi, con annesse tre amanti e una serie di esperienze personali e professionali che non è il caso di enumerare in questa sede, ed è dunque in questo momento che lui si accorge di avere due corpi. Pressoché identici e quasi perfettamente sovrapposti, ma con un evidentissimo scarto di pochi millimetri, bastevole però a smascherare per sempre la favola dall’uno. Per lo meno, sono due i corpi che i suoi occhi vedono, in questo momento di incantamento dello sguardo e di estasi per la transizione fecale, nel frattempo felicemente avvenuta: quattro ginocchia nude, ossute e scarsamente ricoperte di pelo, associate in una coppia di identiche ginocchia sinistre e una coppia di identiche ginocchia destre. Quasi identiche, salvo che per quel minimo scarto. Lo stesso vale per le mani, per i piedi, e perfino – ora che fa risalire lo sguardo, sempre divaricato all’infinito, lungo le cosce – per il pene: due peni uguali e sovrapposti l’uno sull’altro, ma non tanto da coincidere e formare un unicum. Due peni, perbacco! E quattro mani! Intuisce che questa scoperta avrà grandi ripercussioni sulla sua vita, pur non intravedendo al momento alcuna possibilità di sfruttarla a fini pratici; perché è evidente che si tratta di una verità legata esclusivamente al punto di vista. Anzi, per la precisione, ai suoi due punti di vista. Ma, bando ai sofismi, che cosa è il reale, se non il proprio punto di vista? E se i punti di vista sono due? Se il punto di vista unitario, scioccamente e infantilmente tridimensionale, fosse un inganno? Continuando a stazionare sulla tazza del water, prende a svolgere degli esperimenti: chiude un occhio e poi l’altro, sempre guardando le proprie ginocchia e le proprie mani. L’occhio sinistro vede il corpo uno; il destro percepisce il corpo due, che sta un po’ più in là, e, a ben guardare, prende anche la luce in modo un po’ diverso, risulta ombreggiato più ampiamente. Ed ecco che è già crollata l’utopia della coincidenza, dell’essere se stesso, di ogni proposito di intima coerenza. Ecco la prova provata che i corpi sono due, e ben distinti, e indipendenti! L’ombra non mente! Alla luce di questa scoperta, inaspettatamente una rabbia feroce, selvaggia e brutale, lo afferra a partire dalla gola, per scendere verso le viscere ed espandersi indefinitamente nelle membra. Qualcosa dentro di lui rigetta violentemente, fisicamente, questa presa di coscienza: perché in fondo lui vuole essere uno, vuole essere se stesso a tutti i costi, è sempre stato pronto a tutto pur di potersi considerare tutto d’un pezzo. E anche adesso si sente pronto a tutto per di tornare ad esserlo, o forse a diventarlo per la prima volta in assoluto. Sì, questo momentaneo sconvolgimento si trasformerà in una grande opportunità: sarà il primo uomo a poter essere definito davvero tutto d’un pezzo, potrà vantarsene pubblicamente portando a tutti le prove. Diventerà uno, un corpo solo. Afferra le forbici dalla mensola sotto il lavabo, chiude fermamente l’occhio sinistro e senza esitazione ficca la punta metallica nel corpo due, in mezzo al suo costato, trapassandogli il cuore. Istantanea una nuova consapevolezza si fa strada in lui, espandendosi come una macchia di sangue su un pavimento di piastrelle: un corpo non esiste da solo; non lo si può ammettere pacificamente, ma siamo fatti per essere malamente sdoppiati, due in uno, uno sopra l’altro, quasi uguali, quasi coincidenti, con una piccola discrepanza su cui è meglio sorvolare. Non si può esistere senza quello scarto, ed è proprio in quell’interstizio invisibile tra il corpo uno e il corpo due che due lacrime sgorgate in quell’istante dai suoi due occhi si vanno a unire, formando un minuscolo rivolo che scivola e sparisce giù nella frattura di una fragilità mai ricomposta, mentre il corpo uno e il corpo due muoiono insieme e finalmente sono uno. Anche la lama delle forbici è doppia, pensa prima del buio.