Carlo Cuppini

mercoledì 25 dicembre 2013

Buoni propositi

Prendo una pausa dai buoni propositi
Perché la fine giustifica i mezzi
Mentre le altre frazioni di senso
Marciscono in un carcere russo
Nonostante la grazia concessa da Putin
Con la bocca cucita
Prima di esse scacciati
Sull'altra sponda del fossato

I coccodrilli oggi tornano utili
Donate borse e cinture alla patria
Per la migliore sicurezza dei confini
Quanto allo spazio interiore
Impossibile trovare l'accesso
Prigionieri nel fuori
Ci scanniamo per un tozzo di fame
La neve scende su Gerusalemme

sabato 14 dicembre 2013

Politica

l'angelo insegna alle pietre
la tabellina del sette
e non sembra curarsi del fatto
che quelle non sono interessate

quando arriva a settanta
ricomincia da capo
mentre l'erba gli cresce tra i capelli
gli ricopre le scapole

martedì 19 novembre 2013

episodici no

episodici no
ai combustibili spenti
alla gola mirare più in alto
quando brucia la casa del padre
a seconda delle fonti
trasferiti in salotto
deportati in salotto
se siamo almeno in due
e non più di due
per una felicità messa a norma
per uno specchio più conforme
ai combustibili spenti

domenica 17 novembre 2013

cinesi

quando saremo cinesi
canteremo canzoni cinesi
andremo in giro a ammazzare i cinesi
avremo pensieri cinesi
ricordi e speranze cinesi
saremo post-comunisti alla maniera dei cinesi
guarderemo il mondo da cinesi
senza sapere di essere cinesi

giovedì 14 novembre 2013

inseparabili

siamo abili nella composizione dei morti
i camion scaricano i viveri in mezzo alle strade
come possiamo proteggere questi momenti?
si preoccupava che l'orgasmo avvenisse al contempo

sparano i lacrimogeni facendo salotto
momenti che non durano per sempre quasi mai
lasciano rughe profonde nello spazio tra i volti
sarebbe terribile sopravviversi l'uno all'altra

il libro della gioia è trascritto sulle mani
a disposizione di tutti con quei denti sul palmo
il pensiero non può neanche pensare la possibilità
bisogna bloccare il passaggio a livello mettendosi in mezzo

il vento oggi ha scosso gli alberi ha scardinato il tetto
bambini ci guardano da in fondo al tunnel con gli occhi grandi
dopo il miracolo non puoi più permetterti il lusso
è il momento di concedersi alla commozione

intrappolati a reciproche mani

orecchie d'elefante per foderarsi nel sonno
lembi d'orecchie morbide per farsi un paio di scarpe
adatte a traversare le acque profonde
fino a raggiungere indenni la terza sponda

anche i vecchi sono stati bambini
nonostante i ritratti impietosi di domani
si uccide ogni volta che si può
come zanzara il segreto dell'anima

non siamo noi stessi non siamo gli altri
qui si sorseggiano bevande calde
che ti rimettono al mondo in un istante
saremo salvi in un gioco di sguardi


* l'incipit fa riferimento alla graphic novel di Giorgio Fratini Sonno elefante

martedì 22 ottobre 2013

ipotesi

rintanarsi dietro alle cose che ci circondano
per non vedere l’evidenza del tutto
pensare un attimo a sé in quanto niente
scartando le ipotesi più improbabili
riguardo alla sussistenza del mondo

radici per aria le chiome per terra
la somma di tutti i ghiacciai nella serra
tra le orchidee selvatiche un ragno verde
custode del segreto del panico
scartando le ipotesi più probabili

acclimatato in località balneari
all’ombra di chenobyl
chiacchierando di moby dick
dove io non è un altro
e l’incedere è cedere

scartando ogni altra ipotesi
e le caramelle

venerdì 18 ottobre 2013

Lettera a Pierluigi Battista sul Valle Occupato


Egregio signor Battista,
ho ascoltato il suo intervento sul Teatro Valle, su Radio3, e sono rimasto molto sorpreso dalla sua posizione e dalle sue argomentazioni; a tal punto da provare il desiderio di scriverle per confrontarmi con lei.
Lei riconduce l’intera questione al rispetto delle regole (“la questione è quella del rispetto delle regole”, ha detto testualmente, enfatizzando l’“è”). Come se l’occupazione del Valle avesse interrotto lo svolgimento di un corso florido (ha tenuto a precisare che pochi mesi prima dell’occupazione lei ha potuto godere di uno spettacolo con Franca Valeri).
Eppure lei certamente non ignora che l’occupazione è avvenuta dopo che il disastroso Ente Teatrale Italiano – che ha assorbito e fatto scempio delle risorse pubbliche destinate al teatro italiano per molti decenni – è stato chiuso, praticamente da un giorno all’altro.
Ascoltando le sue parole uno potrebbe pensare che in Italia non sia in corso una catastrofe – giunta con diversi anni di anticipo nel mondo del teatro e della cultura – che ha alla sua base proprio le regole che lei difende a priori, in quanto tali, senza possibilità di critica.
Ora, la critica dell’esistente, che è il succo della democrazia, è anche ciò che consente di immaginare cambiamenti, evoluzioni, alternative, possibili miglioramenti.
E laddove tutto crolla – restando al contempo ingessato in uno status quo garantito dalla totale paralisi gestionale, amministrativa, sindacale, fino a esaurimento scorte – la critica talvolta è portata a spingersi un po’ oltre l’assoluta cortesia, assumendo la forma della provocazione; perfino forzando un po’ le regole.
Dove un teatro rischia di chiudere e restare chiuso per anni (non sarebbe il primo caso), per via di una pessima gestione e di una politica governativa che fa colpevolmente terra bruciata di ogni presidio culturale, mi sembra naturale e sano che l’esercizio della critica si sposi con il principio della resistenza: in nome della sopravvivenza e dell’identità culturale, del rispetto della propria professionalità (mortificata da amministratori che non pagano mai per i propri errori, i quali però possono rovinare la vita delle persone); ma anche in nome di un tentativo di cambiamento – necessario, a detta di molti – di quelle regole entro le quali la crisi si è manifestata e ha trovato terreno facile.
Non ritiene che il Valle Occupato, oltre che una “prevaricazione”, sia stato e sia un laboratorio unico che ha portato a visualizzare in concreto altri possibili sistemi di regole?
Non crede che potrebbe essere utile osservare questo esperimento duraturo non solo per stigmatizzarlo in nome del buonsenso e di un astratto perbenismo, ma anche per capire che cosa sta funzionando, e perché?
Non crede che l’occupazione del Valle sia stata consentita e tollerata dalle autorità soltanto perché non esisteva alcun altro progetto credibile e sostenibile per quello spazio?
E non crede che paragonarlo con il Leonkavallo sia quanto meno bizzarro e inopportuno?
Il mondo cambia (e migliora, almeno secondo alcuni) grazie a piccole forzature dello status quo, soprattutto quando le strutture gestionali esistenti si rivelano incapace di affrontare le sfide del presente, per non parlare del futuro. Il sistema teatrale (e culturale) italiano istituzionale dimostra da decenni di non essere in grado di sostenere, difendere, produrre, promuovere alcunché.
Il Valle Occupato è una “piccola forzatura” che non ha tolto niente a nessuno, ha mantenuto in essere nella Capitale uno spazio culturale di primaria importanza (altrimenti destinato a un futuro incerto e forse ignominioso), si è fatto propulsore e spunto concreto di un dibattito sulle nuove modalità di produzione e fruizione culturale, che in Italia è assente tra le poltrone del Parlamento, negli studi televisivi, nelle sale universitarie e tra le pagine dei principali quotidiani.
Cordialmente,
Carlo Cuppini

lunedì 7 ottobre 2013

di stelle


quella notte di stelle
cadenti neanche
l’ombra
eppure cadevano e
cadono ancora
come tutto del resto
come cadia-
mo noi

scendo

scendo dal ramo e non trovo
la vita reale
nascosta
oltre uno schermo
di rane

mangio banane
vorrei tornare
scimmia
per riscoprire cosa
vuol dire pregare

un fiore nel buco del tempo
perché tutto sia fermo
un istante
perché possa la pelle coprirsi
di fame

stanotte

chiamo l'angelo e arriva la zanzara
a dire che non c'è strada
non c'è giravolta che possa
scamparci dalla cascata

la schiaccio sulla faccia
con uno schiaffo
mi giro dall'altra parte
e continuo nella mente a chiamare

dall'altra parte c'è la tua schiena calda
e in fondo al letto la culla
con la nostra bambina
il respiro ci evapora piano

domani sarà ancora l'inizio
del cominciare del tempo
le mie radici vanno dentro la terra
la terra si risveglia nel cielo

lunedì 30 settembre 2013

quando le volpi puniscono gli uomini

quando le volpi puniscono gli uomini
le stanze hanno gli angoli
gli astronomi lo hanno appurato
si tratta per lo più di rivalse ambientali
non c'è alcun risentimento privato
rarissimi i contusi e i feriti
resta lo straniamento generale

c’è una luna di guerra nel brodo
per questo piovono bombe
e penne trafilate al bronzo dal grande carro
schede nutrizionali e certificazioni
i doppi vetri respingono le parole
all’acido ascorbico e le pallottole
al paracetamolo

la matematica è diventata un lusso
per non credenti prossimi alla pensione
per questo scriviamo poesiole
piene zeppe di odiati dodecasillabi
canticchiamo vittorie private
e gli eventuali resti umani
numerati sullo scaffale

venerdì 27 settembre 2013

certi giovanardi


negare l’evidenza
il verde della menta
non contano le sentenze

le scarpe sono slacciate
per questo si cade
anche se si era scalzi

e certi giovanardi
che pensano che la giustizia
meglio mai che tardi

le cime dei monti nella luce il vento
che meraviglia di giornata ci è data
che meraviglia il creato – lo senti
bene – nonostante i vermi

mercoledì 11 settembre 2013

matrimonio

asfalto e feste sui giorni impari
per pianeggiare i sussulti delle strade
così potremo esimerci dal ripensare
al tradimento
che ci ha maritato al criminale
noi spose violentate
del tutto involontarie
invecchiate alla catena
come un cane

lunedì 9 settembre 2013

Abbecediavolo: Bikini

dici "bikini"e dici un atollo
dove tiravano le bombe atomiche
gli stati uniti
per lustrarsi i muscoli
le tiravano in mezzo all'acqua
e un bel giorno tirarono
la bomba acca

amore e morte
sesso e distruzione
al due pezzi fu affibbiato quel nome
così a tutt'oggi la guerra
fredda si riscalda ogni estate
serrata in mezzo alle chiappe
ben nascosta fra i seni

Canzone


io non capisco la luce
se davvero ci crede che il tempo
si cancelli grattando con l’unghia

eppure la luce ci taglia
le mandibole strette
e solleva le palpebre
da un cuscino di pietre
e ci porta sugli alberi
a raccogliere i gusci del vento

e va dentro la scatola nera
di cui è vietato parlare
e poi esce e ci guarda in silenzio
con una pena negli occhi
e noi altri restiamo
ancora per oggi
persone

bimbi, è la guerra

fusione, effusione, fissione
non c'è da stare tranquilli dentro il vocabolario
in un attimo si cade da un harmony
alla catastrofe nucleare
figuriamoci nella vita
con un kerry che va a cena da un tizio
– un tirannuccio mediorientale
decorato con la croce italiana –
e dopo due mesi raccoglie consensi
per tirargli le bombe sul capo
le bombole
bambole
quelle dei film horror
con un occhio solo
e con dentro la crema
quelle che ti fanno pisciare addosso
per la paura
rannicchiato nel letto
di mamma e papàpa

sabato 7 settembre 2013

venti di guerra


presto s’involeranno le promesse
angeli d’acciaio senza pilota
diretti ancora una volta verso Est
a duemila chilometri al secondo
portando in carico il male minore
da sganciare sulla terra riarsa
come semenze riempite di sale
per ricucire le ferite
e le nostre palpebre offese
per cancellare il dolore
e chi lo prova

la terra concimata in questo modo
butterà germogli di alberi nuovi
i cui fiori sono ossi di morto
le cui foglie di notte cambiano
l’ossigeno in gas sarin così sia

in seguito regnerà il grande bene
ma noi non lo potremo vedere

mercoledì 4 settembre 2013

Fiori del deserto


Inutile respirare, se poi prelevano dall’aria impalpabile i nostri stati di grazia, e non ci puoi fare niente, e li inscatolano nelle fabbriche seminterrate di periferia, che tu non puoi vedere, e poi vendono le confezioni per trarne profitto e per mandare i loro figli alle scuole private. Noi veniamo ogni mattina in questo scampolo di deserto, e guardiamo le folle che si accalcano davanti all’entrata della base nella speranza che si liberi un posto per partire. Tre o quattro riescono sempre ad entrare. Ma sono centinaia i richiedenti ogni giorno, così inevitabilmente scoppiano battibecchi e risse. Dopo un’oretta si vede il razzo che sale, prima lento poi rapidissimo. Noi guardiamo la scia luminosa che attraversa il cielo e sparisce oltre i confini della galassia. Poi guardiamo la terra bruciata ai nostri piedi, e a volte notiamo un piccolo fiore del deserto scampato al calpestio. Le folle se ne vanno, compiendo all’incontrario la stessa processione che li ha condotti fino alla base qualche ora prima. Molti torneranno l’indomani. Altri tre o quattro verranno fatti partire, se si saranno liberati dei posti. Tanta gente se ne vorrebbe andare da qui, anche se nessuno può dire con certezza che la nuova vita sarà migliore della vecchia. Là ci sarà lavoro, probabilmente. E se fosse un lavoro da schiavi? Ma per molti l’importante è partire. Per quello che riguarda noi, ci piace venire qui la mattina presto, prima dell’alba, quando è ancora buio, e l'aria e fredda, e vedere che alcuni sono già arrivati durante la notte e si sono accampati, e osservare il cielo nero che inizia a rischiarare all’orizzonte, e poi le frotte che arrivano e ricostituiscono la solita lunga fila silenziosa, che presto diventa un assembramento caotico colpito dal sole. Aspettiamo che il razzo sia partito, che la gente si disperda, che la polvere si abbassi, e osserviamo il luogo ritornato vuoto, pulito, riposato. Respiriamo per un po’ l’aria elettrica, e alla fine rincasiamo, per dedicarci alle nostre faccende quotidiane. Le cose vanno avanti in questo modo, attraverso le stagioni e gli anni. Siamo soddisfatti della nostra vita. Ogni frammento del creato è pieno di meraviglia, e di polvere che si solleva e si riabbassa. Soltanto ci dispiace di dovere per forza respirare, a volte, quando ci pensiamo, per il motivo che dicevo prima.

lunedì 22 luglio 2013

Maia

ecco il nuovo segreto
ma quale il sostantivo
quale l’aggettivo – e cosa e come
si sporge sul paesaggio del senso

io dico io mentendo
poso frasi sul palmo del tempo
a rapida epifania
rapidissima cancellazione

sei venuta a inventare le orme
sulla spiaggia bianca che non c’era
ogni riga un passetto più lento
un tumulto di dissenso

qui avverbi di luogo direzioni
stati della materia soltanto rapporti
tra le cose e con-
statazioni – e già memoria

tu adesso vieni e non condividi
non sottoscrivi e non ti iscrivi
nella tuta spaziale del futuro
migliore sorridi

domenica 19 maggio 2013

Amleteo

minime in aumento
massime in lieve calo
nelle zone costiere
le massime potranno essere
inferiori alle minime
venti moderati
quaranta dispersi
tutto il resto è silenzio
prevista neve

mercoledì 1 maggio 2013

Vita dura delle farfalle ai tempi della crisi

tagliano le ali alle farfalle
per far volare la finanza mondiale
spalmano la polverina sui titoli
di stato a rendimento decennale
(se avanza anche sui titoli del giornale)
poi danno un indennizzo risibile
ai corpi menomati degli insetti
li ributtano in mezzo alla strada
dove finché hanno da campare
conducono una vita d'inferno
correndo su zampette inadatte
per schivare le scarpe e le sgommate

giovedì 25 aprile 2013

NTP - 25 aprile

i concerti del merlo fino a sera
l'orchidea che continua a fiorire
altro non ho da opporre
oggi
alla deportazione

NTP - che dentro

che dentro ho la sponda del mare
quasi sempre lo ignoro
dove è mantenuta la promessa
e non ricordo la parola
questo luogo mi salva
dalla selva e me stesso
nel risciacquo scompare
il dissenso

NTP - pellegrinaggio in San Miniato

oltre la nicchia dorata
muro di luce riflessa e figure sacre
intuisci un grembo più grande
custodia dell'ombra
conca d'aria il respiro
del mondo
immenso mosaico riposa
nel silenzio dei riflettori
dove ciò che deve nascere
è nato

NTP - proposito

trasforma la mente
da abitazione a cammino
rinuncia al mobilio alla porta
a favore dei sassi
il piede scalzo
il panorama

NTP - oblio

obliterato dal tempo
come un biglietto del treno
tutto dimentico
e tutto il resto sento

NTP - interiore

l'onda si infrange sulla fiamma
in questo bagnasciuga interiore
le acque di sotto le acque di sopra
scintille da tutte le opposizioni
nasce il fiore

Nuovo taccuino politico - Dichiarazione

(dopo il disastro odierno
sarà una forma nuova
incedere semplice e spirituale
non una fuga dalla storia
ma schiudere il palmo della mano vuota
di fronte a quella che impugna la pistola)

martedì 5 marzo 2013

IDENTICO

Seduto sul water, il mento appoggiato alle mani e i gomiti appoggiati alle ginocchia, molto preso dalla produzione di un oggetto solido di forma irregolare ma fondamentalmente riconducibile all’idea del cilindro, accade che involontariamente il suo sguardo molla la presa sul reale e i suoi occhi cominciano a divergere lentamente, col risultato che lo sguardo di ciascuno dei due globi tenderebbe a incontrare quello dell’altro alla fine di due rette parallele che si trovano alla distanza di circa sette centimetri l’una dall’altra, se solo ciò fosse possibile al di fuori della geometria pura. Ed è in quel momento che si accorge, per la prima volta compiutamente, all’età di trentotto anni, avendo alle spalle un matrimonio un divorzio e un altro matrimonio per un totale di tre figli maschi, con annesse tre amanti e una serie di esperienze personali e professionali che non è il caso di enumerare in questa sede, ed è dunque in questo momento che lui si accorge di avere due corpi. Pressoché identici e quasi perfettamente sovrapposti, ma con un evidentissimo scarto di pochi millimetri, bastevole però a smascherare per sempre la favola dall’uno. Per lo meno, sono due i corpi che i suoi occhi vedono, in questo momento di incantamento dello sguardo e di estasi per la transizione fecale, nel frattempo felicemente avvenuta: quattro ginocchia nude, ossute e scarsamente ricoperte di pelo, associate in una coppia di identiche ginocchia sinistre e una coppia di identiche ginocchia destre. Quasi identiche, salvo che per quel minimo scarto. Lo stesso vale per le mani, per i piedi, e perfino – ora che fa risalire lo sguardo, sempre divaricato all’infinito, lungo le cosce – per il pene: due peni uguali e sovrapposti l’uno sull’altro, ma non tanto da coincidere e formare un unicum. Due peni, perbacco! E quattro mani! Intuisce che questa scoperta avrà grandi ripercussioni sulla sua vita, pur non intravedendo al momento alcuna possibilità di sfruttarla a fini pratici; perché è evidente che si tratta di una verità legata esclusivamente al punto di vista. Anzi, per la precisione, ai suoi due punti di vista. Ma, bando ai sofismi, che cosa è il reale, se non il proprio punto di vista? E se i punti di vista sono due? Se il punto di vista unitario, scioccamente e infantilmente tridimensionale, fosse un inganno? Continuando a stazionare sulla tazza del water, prende a svolgere degli esperimenti: chiude un occhio e poi l’altro, sempre guardando le proprie ginocchia e le proprie mani. L’occhio sinistro vede il corpo uno; il destro percepisce il corpo due, che sta un po’ più in là, e, a ben guardare, prende anche la luce in modo un po’ diverso, risulta ombreggiato più ampiamente. Ed ecco che è già crollata l’utopia della coincidenza, dell’essere se stesso, di ogni proposito di intima coerenza. Ecco la prova provata che i corpi sono due, e ben distinti, e indipendenti! L’ombra non mente! Alla luce di questa scoperta, inaspettatamente una rabbia feroce, selvaggia e brutale, lo afferra a partire dalla gola, per scendere verso le viscere ed espandersi indefinitamente nelle membra. Qualcosa dentro di lui rigetta violentemente, fisicamente, questa presa di coscienza: perché in fondo lui vuole essere uno, vuole essere se stesso a tutti i costi, è sempre stato pronto a tutto pur di potersi considerare tutto d’un pezzo. E anche adesso si sente pronto a tutto per di tornare ad esserlo, o forse a diventarlo per la prima volta in assoluto. Sì, questo momentaneo sconvolgimento si trasformerà in una grande opportunità: sarà il primo uomo a poter essere definito davvero tutto d’un pezzo, potrà vantarsene pubblicamente portando a tutti le prove. Diventerà uno, un corpo solo. Afferra le forbici dalla mensola sotto il lavabo, chiude fermamente l’occhio sinistro e senza esitazione ficca la punta metallica nel corpo due, in mezzo al suo costato, trapassandogli il cuore. Istantanea una nuova consapevolezza si fa strada in lui, espandendosi come una macchia di sangue su un pavimento di piastrelle: un corpo non esiste da solo; non lo si può ammettere pacificamente, ma siamo fatti per essere malamente sdoppiati, due in uno, uno sopra l’altro, quasi uguali, quasi coincidenti, con una piccola discrepanza su cui è meglio sorvolare. Non si può esistere senza quello scarto, ed è proprio in quell’interstizio invisibile tra il corpo uno e il corpo due che due lacrime sgorgate in quell’istante dai suoi due occhi si vanno a unire, formando un minuscolo rivolo che scivola e sparisce giù nella frattura di una fragilità mai ricomposta, mentre il corpo uno e il corpo due muoiono insieme e finalmente sono uno. Anche la lama delle forbici è doppia, pensa prima del buio.

lunedì 11 febbraio 2013

poi fa (vecchia poesia rispolverata)

nell'uovo sodo c'è un occhio
il guscio è pezzi di navi sul litorale
nel fondo dell'occhio si vede l'atlantide
sprofondato sotto i fondali
l'alieno l'abbiamo agguantato
l'alieno è conficcato col suo meteorite
in fondo al laghetto di gardaland
l'alieno lo teniamo per le palle
lo mandiamo in tv al grande fratello
anche contro la sua volontà
lo mandiamo nell'isola che non c'è
poi fa

domenica 27 gennaio 2013

Lettera alla RAI sul Canone televisivo

Egregi Signori,

in relazione alla Lettera inviatami dalla Direzione Amministrativa Abbonamenti RAI che, al contempo, con graduale ed attenta escalation lessicale, suggerisce poi caldeggia infine intima il pagamento del Canone televisivo da parte del sottoscritto, vorrei fare chiarezza una volta per tutte sulla mia posizione; la quale, curiosamente, pur non essendo un caso particolarmente singolare o improbabile, sembra corrispondere all’unica opzione non prevista dalla pur dettagliata, scrupolosa, esaustiva, e in certi passaggi peritosa, Missiva.

Dichiaro dunque, nel pieno possesso delle mie facoltà – e conscio di rivolgermi a funzionari che non hanno esitato a impiegare nella stesura della Lettera in questione un tono velatamente insinuante e minatorio – dichiaro dunque, per quanto ciò possa suonare a certuni Signori umoristico o grottesco, o finanche immorale, di non possedere alcun “apparecchio atto o adattabile alla ricezione di programmi televisivi”.

Mi domando peraltro, per puro esercizio dell’ozio, come mai il sottoscritto sia stato incluso nella lista dei destinatari della suddetta Lettera, dato che nella stessa si legge che “la lettera […] viene inviata a tutti colori che, pur avendo la disponibilità di uno o più apparecchi televisivi, decoder digitali e/o altri apparecchi [...]”. Chissà quale increscioso equivoco, o caso di omonimia (non voglio nemmeno ventilare l’ipotesi della malafede) abbia spinto il solerte funzionario RAI del caso a ritenere, con integra e incrollabile convinzione, che quel "pur avendo" debba riguardare il sottoscritto; procedendo dunque, con lo zelo che fuga ogni dubbio, a inviare al sottoscritto la Lettera con il suo contenuto tanto stolidamente perentorio.

Mi domando, altresì (procurando una netta aggravante alla mia autoaccusa di vacua oziosità) come mai un ufficio della RAI si faccia carico di invitare (poi caldeggiare, poi intimare) un cittadino italiano a “regolarizzare definitivamente la Sua posizione” nei confronti del fisco; dato che, fino a prova contraria, il Canone televisivo è un’imposta dello Stato (come da Voi diligentemente ricordato, con generosa minuzia di estremi giuridici) legata al possesso di apparecchi televisivi, e non una forma di abbonamento ai programmi RAI o di qualsivoglia altra azienda pubblica o privata. Pertanto, come nel caso del Bollo automobilistico, sarebbe logico che l’Agenzia delle Entrate dello Stato, o le altre agenzie incaricate al controllo e alla riscossione, procedessero con l’invio di lettere di sollecito o di richiesta di chiarimenti – e non un Ente come la RAI.

Ma, a scanso di ulteriori equivoci e a prescindere dalla pertinenza e dalla autorevolezza della Lettera da voi inviata, tengo a precisare che i Signori della Amministrazione Finanziaria saranno ben accolti presso il mio domicilio, dove gli sarà di buon grado offerto un bicchiere d’acqua e gli sarà civilmente garantito l’utilizzo della toletta in caso di bisogno – naturalmente purché siano in grado di produrre un regolare mandato rilasciato dall’Autorità Giudiziaria.

Dichiaro altresì, a titolo puramente informativo e in modo del tutto accessorio, e dunque completamente inutile dal punto di vista strettamente burocratico-fiscale (tanto che vi invito fin d’ora a saltare queste righe che seguono, salvo che vogliate concedervi un minuto di astensione e distrazione dalla vostra rispettabile funzione) che con gioia corrisponderei allo Stato un’imposta, anche pari a 113.50 €, che mi garantisse il diritto di poter non essere raggiunto da trasmissioni televisive pubbliche o private, o fenomeni analoghi, in alcuna circostanza pubblica e privata, compresa la frequentazione di autobus di linea, stazioni ferroviarie, bar e ristoranti.

Ricambio con eguale sussiego i vostri “migliori saluti”.
Carlo Cuppini