Carlo Cuppini

martedì 1 settembre 2020

Dalla parte dei bambini e dei ragazzi (contro le mascherine nelle scuole)

Articolo pubblicato su L'Ortica del Venerdì

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"Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare." (Mt, 18,6)

 

Dopo estenuanti incertezze, il 31 agosto il Comitato Tecnico Scientifico ha dichiarato che nelle scuole di ogni grado bambini e studenti potranno togliersi le mascherine in condizioni di staticità e dove sia garantita la distanza di un metro. Viene specificato che, riguardo alla scuola primaria, questa concessione è fatta “per favorire l'apprendimento e lo sviluppo relazionale”, riconoscendo quindi che la mascherina è un potenziale ostacolo agli obiettivi principali che la scuola persegue. Quindi ha vinto la tutela dell'infanzia e va tutto bene? No.

 

Il modo in cui il dibattito pubblico sull’obbligo di mascherina nelle scuole si è svolto dà la misura dello scandalo: come se questa imposizione – a prescindere dalla sua eventuale utilità o necessità – non fosse certamente anche una conclamata violenza psicologica e un impedimento allo sviluppo; o una “tortura” come ha detto Elena Donazzan, Assessore all'Istruzione del Veneto.

Ma parliamo un momento della eventuale utilità/necessità della mascherina nelle scuole.

Esistono molti studi scientifici – rafforzati da altrettante evidenze epidemiologiche “sul campo” provenienti dagli altri Paesi che hanno aperto le scuole nei mesi scorsi – che affermano che le scuole non sono luogo di significativo contagio; che i bambini non si ammalano, non si contagiano tra loro e non contagiano gli adulti, se non in modo sporadico e generalmente poco significativo. 

 

Un esempio: lo studio australiano in cui “gli scienziati (…) hanno tenuto sotto osservazione gli alunni di tutte e 15 le scuole dello stato del New South Wales. Qui, dal 5 marzo a metà aprile, hanno individuato 18 casi di Covid (9 studenti e 9 insegnanti). Hanno poi rintracciato tutti coloro che, all’interno della scuola, avevano avuto un contatto ravvicinato con i soggetti infetti, in tutto 863 persone. Di queste, un terzo (ovvero un campione rappresentativo) è stato testato con tampone. Solamente due studenti, uno alle superiori e uno alla scuola primaria, sono stati trovati positivi.” (“Business Insider”, 24 maggio 2020).

Un secondo esempio più recente: lo studio che mostra che nel Regno Unito “le scuole hanno quindi contribuito solo allo 0,7% dei casi e i bambini solo allo 0,27%. Fra i membri del personale scolastico l’incidenza non è stata superiore a quella della popolazione generale.” E “nelle 30 scuole che hanno avuto focolai, solo in 6 casi l’infezione è stata trasmessa al personale da alunni, e solo 2 studenti l’hanno trasmessa tra loro.” Aggiungendo che “in Gran Bretagna le linee guida per la scuola non prevedono l’uso della mascherina per i bambini”. (“Corriere della Sera”, 28 agosto). 

Resta ovvio che la scuola, come tutti i luoghi di lavoro, deve essere messa in sicurezza e tutelare chiunque la frequenti da ogni tipo di rischio. E se emergesse l’utilità di indossare le mascherine da parte dei docenti, allora ci si chiede perché il Governo non abbia fatto un acquisto di schermi trasparenti, che offrono una forma di protezione senza negare la disponibilità, l’espressività e l’accoglienza del volto (magari invece di sostenere altre spese, onerose e molto discusse, in materia di arredo scolastico).

Eppure pare che ci si appresti ad iniziare l’anno scolastico come se si andasse incontro a un massacro annunciato; mettendo già in conto che presto ci si potrebbe trovare nella condizione di Archiloco, che abbandona lo scudo dietro un cespuglio per darsela a gambe: “Quello scudo, che importa? Vada in malora. Un altro ne acquisterò, non meno bello.”. Qui ad andare in malore non sarebbe uno scudo, ma la scuola, e il bene di bambini e ragazzi.

Rileviamo anche che l'OMS e l’UNICEF, nelle recenti linee guida rilasciate in materia di bambini e mascherine, ne raccomandano l’uso a partire dai 12 anni, e specificano che l’eventuale uso dai 6 agli 11 va valutato in base all’entità della circolazione del virus nei territori e al “potenziale impatto dell'uso di una maschera sull'apprendimento e sullo sviluppo psicosociale, in consultazione con insegnanti, genitori/tutori e/o operatori sanitari.”

È particolarmente desolante che il dibattito sulle mascherine per i più piccoli (già dai 3 anni) si sia incardinato intorno a questa incognita: se i bambini sarebbero o non sarebbero in grado di indossare la mascherina correttamente per molte ore di seguito. Senza porsi invece la domanda: cosa gli accadrebbe se fossero in grado di tenersela addosso. 

Facciamocela invece, questa domanda: che cosa gli potrebbe accadere?

  

Riporto di seguito un brano dell’articolo di Umberto Nizzoli, psicologo, psicoterapeuta e docente universitario, pubblicato sulla pagina FB "Pillole di Ottimismo" il 28 agosto. 

"Cosa comporta portare la mascherina, vedere gli altri a distanza e mascherati? Potenzialmente gli effetti potrebbero essere enormi. Possono riguardare lo stato emotivo con tutto il ventaglio dei possibili quadri clinici, dai più ovvi disturbi di ansia e depressivi fino ai più severi, insieme alle condotte di lenimento-gestione dell’ansia come il ricorso ad alcol, droghe farmaci. Possono uscirne persone sempre tese, ipervigilanti, ansiose, stressate, con tutti i correlati neuro-biologici. In pratica, si può innescare un vasto spettro di malattie, ivi compresi tumori, disturbi cardiaci circolatori, ormonali, diabetici, eccetera. Si possono intaccare le capacità cognitive: in definitiva tutto l’arco delle competenze cognitive, emotive professionali sociali."

 

Riporto anche la testimonianza inviatami dalla maestra Irene Barbagallo: “Ho insegnato per molti anni nella scuola elementare, oggi maestra in pensione e nonna di due bimbe. La prima forma di comunicazione tra insegnante e alunni, tra alunni e alunni, è l'espressione del volto. Potrei raccontare molti episodi al riguardo, ne basti uno per tutti. Una mattina una scolara di otto anni entra in classe. Ha il viso triste, gli angoli della bocca all'ingiù con le labbra serrate, il naso arrossato. Nell'intervallo la invito ad avvicinarsi, le chiedo sottovoce che cosa abbia. Lei scoppia in un pianto irrefrenabile, mi dice che il suo papà ha lasciato la mamma per sempre. Anche i compagni notano che è cambiata, la sofferenza si legge chiaramente sul suo viso. Le stiamo tutti più vicini per farle sentire il nostro affetto. Quanti eventi simili a questo potranno verificarsi con la mascherina? Ansie, dolori e delusioni passeranno inosservati, non si potranno cogliere gli stati d'animo. I bambini parlano anche senza voce. Sono spugne capaci di incamerare mille emozioni, di restituirle, sublimandole, con comprensione ed empatia e di filtrarle con la spontaneità e la leggerezza di un'età che non ha le sovrastrutture degli adulti."


E da parte mia affermo:

che un bambino e un ragazzo hanno diritto al senso di sicurezza e di chiarezza che gli deriva dal riconoscere il volto altrui nella sua immediatezza, leggibilità e interezza;

che hanno diritto a sviluppare il linguaggio - e il linguaggio emotivo nello specifico, che è base di una serie di competenze psichiche essenziali - attraverso la lampante, non ostacolata, interazione tra le espressioni;

che hanno diritto a sapere intuitivamente ed empaticamente se i loro compagni, le loro maestre e maestri, i custodi, sono sereni, annoiati, felici, tristi, divertiti, turbati, trepidanti, stupiti, perplessi, impauriti, arrabbiati, delusi, offesi, grati, impazienti, gelosi, imbarazzati, partecipi, attenti, distratti, preoccupati, indecisi, innamorati, feriti.

Affermo che bambini e ragazzi hanno diritto a queste cose in ogni istante della loro vita. E passi il supermercato, passino alcuni tragitti e contesti considerati a rischio. Ma sicuramente ne hanno un sacro e inviolabile diritto dentro la scuola, che è la loro seconda casa, e a volte forse la prima.


Per concludere, ricordo che centocinquanta anni fa nasceva Maria Montessori e che cento anni fa nasceva Gianni Rodari. Basterebbe questo a fare del 2020 l'anno dell'infanzia e della scuola.

Tutto ciò che stiamo infliggendo da mesi a bambini e ragazzi mi fa pensare invece che l’Italia, patria di grandissimi pedagogisti, sia diventata nel 2020 il Paese degli Orchi. Perso in una deriva morale senza precedenti. E come sono questi orchi italici?

In primo luogo non sono mai stati bambini. Oppure, se lo sono stati, qualche orco gli ha rubato l'infanzia - o almeno il suo ricordo - trasformandoli a loro volta in orchi. Non conoscono l'EMPATIA, non sanno che è qualcosa che ha che fare con la disponibilità del volto altrui, e con la consapevolezza che il libro aperto del proprio volto è sempre fruibile dagli altri. E non sanno quanto conti l'empatia nella crescita di un bambino, di un ragazzo. Non sanno niente, come abbiamo visto, di PSICOLOGIA - che giustamente disprezzano, come la disprezzavano i fascisti, ritenendola una mistificazione: “i bambini si adattano a tutto”. E naturalmente non conoscono la FILOSOFIA, e di certo non hanno mai sentito parlare di Emanuel Lévinas: 

“Nel semplice incontro di un uomo con l’Altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’”epifania” del volto dell’Altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’Altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto.”

Come vogliamo che vada a finire questa "fiaba"? Le fiabe solitamente finiscono bene: allora gli orchi, dopo molte peripezie, torneranno a essere esseri umani. E nessuno tra qualche mese dirà: “Ormai i bambini e i ragazzi si sono abituati alle mascherine, perché rinunciare a questa sana abitudine che protegge anche dai normali virus influenzali?”

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