Carlo Cuppini

mercoledì 27 gennaio 2021

Dictator

Il governo Conte 2 finisce dopo un anno quasi esatto di stato di emergenza. Voglio fare qualche riflessione, sul governo passato, su quello futuro, sull’emergenza.

Lo stato di emergenza rimanda a una gestione “dittatoriale” del potere, nella misura in cui consente di operare “in deroga a ogni disposizione vigente” (è ciò che è stato fatto nell’ultimo anno). Questo è tanto più vero se gli atti da esso consentiti non sono interventi sporadici e focalizzati su eventi marginali nella vita complessiva del Paese (un terremoto, un’alluvione), ma diventano l’ossatura stessa e il filo conduttore dell’azione di governo. Così è stato.
Attenzione: uso il termine “dittatoriale” non nell’accezione comune, ma in senso tecnico, a costo di fare una forzatura semantica: senza alcuna accezione morale, e senza pensare al Fascismo e a tutta la storia del Novecento. Pensando piuttosto alla storia romana, dove la figura del “dictator” è stata pensata, istituzionalizzata, inquadrata entro precise limitazioni.
Andiamo a Roma. Se c’era una crisi, un pericolo, una situazione tale da non poter essere gestita “in regime ordinario” (diremmo oggi), il potere a Roma poteva essere affidato temporaneamente a un “dictator”. Era un magistrato straordinario che veniva nominato da un console, in accordo con il Senato. Il dictator poteva avere pieni poteri, ma il suo incarico non poteva durare più di sei mesi. Poi la vita politica tornava a seguire il suo corso. Il dictator non aveva la possibilità di usare il potere speciale temporaneamente conferitogli per ritagliare per se stesso una posizione privilegiata all’interno della res pubblica, una volta decaduto il suo incarico.
Torniamo a noi. L’errore tragico italiano è stato pensare che un governo non politico, ma partitico, nato da una maggioranza parlamentare di seconda scelta (composta da ex-nemici giurati, associatisi occasionalmente in funzione anti-qualcuno), potesse avere l’autorità e la legittimità necessarie per avvalersi di poteri speciali e per rivestire il ruolo di “dictator”.
L’errore è stato pensare che si potessero conferire i pieni poteri a qualcuno che li usasse contemporaneamente per risolvere un problema straordinario con mezzi straordinari, E per costruire e consolidare la propria posizione politica (partendo da una contraddittoria, evanescente e debolissima, e aspirando, come tutti i politici, a una netta e fortissima).
Naturalmente tra gennaio e maggio non c’era alcuna alternativa a che il governo in carica gestisse la crisi: era suo inderogabile dovere.
In ogni caso giugno 2020 doveva essere il momento in cui fare una riflessione critica collettiva, di alto profilo, che affermasse la necessità di fermare tutto, interrompere formalmente - e con precise garanzie - il normale svolgimento della vita democratica (prendendo atto che questa interruzione era già avvenuta, de facto, e con le premesse politiche peggiori), e affidare i poteri speciali necessari a gestire la continuazione della crisi a un governo istituzionale, superpartes, vincolato allo svolgimento di una missione, legato a precisi paletti temporali; implicitamente ed eticamente impegnato a non cercare, una volta esaurito il mandato, di dare sviluppo politico a un incarico eminentemente tecnico-istituzionale (il governo Monti sia l’anti-esempio di quanto sto dicendo); un governo composto da figure indifferenti e impermeabili a tornaconti, equilibrismi, pressioni, ricatti politici nazionali e internazionali.
In questo caso al Parlamento sarebbe spettato il compito e l’impegno (è ovvio) di vigilare sull’operato del governo, prima (come è avvenuto in modo alterno e goffo in questi mesi), e di interrompere questa gestione speciale del potere non appena fosse cessata la situazione di straordinaria gravità che la determinava, poi. A quel punto il Presidente della Repubblica avrebbe deciso se cercare in Parlamento una maggioranza per formare un nuovo governo politico, o indire le elezioni. Meglio la secondo opzione, a mio avviso, per segnare una discontinuità e una ripartenza. Ed eccoci tornati alla piena normalità istituzione e Costituzionale.
In tutti questi passaggi, già da marzo, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto porsi come garante della democrazia e della Costituzione, parlando (parlando spesso, e in modo chiaro) ai cittadini.
A maggio/giugno ho sostenuto insistentemente la necessità di sostituire il governo Conte con uno istituzionale, magari guidato da Marta Cartabia, allora presidente della Corte Costituzionale, per bilanciare con un riguardo simbolico e sostanziale per la Costituzione, quanto dei poteri speciali impiegati andava (inevitabilmente o meno, non è questo il punto) contro la Costituzione. L’ho anche scritto in una lettera al Presidente.
Oggi il governo Conte è caduto. Forse nel modo e nel momento peggiori. In ogni caso, io penso la stessa che pensavo a maggio/giugno, con il solo rammarico che se la crisi fosse stata allora tutto sarebbe stato molto, molto meno tragico di come è stato finora. E di come è ora.
Questo io desidero e mi aspetto che esca da questa crisi (lo ripeto): un governo istituzionale che persegua uno scopo preciso; che agisca responsabilmente, non colpevolizzando in modo irrazionale i cittadini, non aduso allo scaricabarile in generale, non imponendo restrizioni e violanzioni della Costituzione se non dove e quanto dimostratamente inevitabile - mai in modo approssimativo e indiscriminato, secondo il criterio dell’incrociare le dita; che non abbia la possibilità di usare i poteri speciali per portare ai suoi membri un vantaggio politico; che ricucia gli strappi istituzionali e costituzionali che sono stati prodotti dal governo che lo ha preceduto; che voglia cooperare con il Parlamento perché vengano fuori tutte le verità, comprese quelle molto scomode, su quanto è accaduto nell’anno che è passato, rimettendo a posto le cose che devono essere rimesse a posto.


















Il dicator romano Lucio Silla

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