Carlo Cuppini

giovedì 11 marzo 2021

Come sinopie, di fronte alla Legge pandemica

Un mondo che ha solo paura di morire, e vuole soltanto meccanicamente obbedire, forse sta invocando la propria morte. 

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Tutte le mattine mi fermo in una chiesa prima di entrare al lavoro, nella chiesa di Santa Trinita, accanto all'omonimo ponte sull’Arno.

Resto seduto un quarto d’ora. Poi mi soffermo a osservare uno dei dipinti rinascimentali, magnifici – le tavole, le pale, gli affreschi mezzi scrostati.

Non sono credente, ma ho bisogno di sostare in un luogo dove la mente possa coincidere con un tempo quasi fermo, sottratto alla Storia. Dove la mente possa allargarsi fino ad assumere la forma di uno spazio architettonico immenso, vuoto, risonante, pieno di immagini e di Storia. E poi, portarsi dietro quel tempo, quella architettura, per tutta la giornata.

Oggi mi incanto davanti a una “Maddalena che prende l’eucarstia nella grotta” staccata dall’intonaco, posta di fronte alla sua sinopia, dentro da cappella laterale da cui mi esclude una pesante cancellata. La sinopia, la sussistenza del disegno sotto la pittura, riportata alla luce dalle moderne tecniche di conservazione, mi trascina in un vortice di enigmi e riflessioni. La raffigurazione è bellissima, quasi brutale nella sua selvaticità composta. Sporgo il cellulare tra i ferri per cercare di catturare le immagini…

A riportarmi di fronte alla stolidità della Legge Pandemica è la voce del parroco: “Signore, signore, non si possono fare foto!”

Mi volto e lo guardo sconvolto. 

Quest’uomo mi vede ogni mattina, da mesi, mi vede stare seduto sulle panche per un tempo prolungato, evidentemente per “pregare”, o qualcosa del genere. Nove volte su dieci sono l’unico “avventore”: nella chiesa ci siamo io e il prete. 

Glielo faccio notare, che non sono un turista. 

“La chiesa è aperta solo per il culto. Si può stare a pregare, non si può visitare la chiesa.”

Con la gola improvvisamente riarsa, come piena di sale, provo a dirgli che fotografare certe opere fa parte del mio modo di rapportarmi al sacro, di parlare con Dio, di pregare. 

Mi ripete: “Si può solo pregare, non si può fotografare.” E per dare più forza alla sua affermazione mi indica un cartello, su cui è scritto “No foto”. 

Il cartello si trova accanto alla meravigliosa acquasantiera marmorea, accanto all’ingresso della chiesa. Acquasantiera vuota. La superficie marmorea secca. Accanto, il banchino con il gel per sanificare. “Obbligatorio sanificarsi le mani”.

In altre situazioni sarei infuriato, starei gridando. Invece mi si schianta qualcosa dentro, sono senza fiato.

Sussurro: “Va bene. Va bene. Mi siedo un attimo. Dico due parole al Signore e me ne vado”.

“Questo va bene.”

Penso a quando tutti quanti, pochi anni fa, ci facevamo beffe dei vigili urbani che in Corea del Nord fanno i gesti per dirigere il traffico anche quando la strada è deserta.

Penso che siamo diventati sinopie, prefigurazioni di noi stessi senza incarnato: disegni bidimensionali, appiattiti e senz’anima, senza empatia, estranei al “prossimo”. Segnati dall’apatia che prova chi vive nei regimi dispotici e irrazionali, costretto a collaborare, portato a indurirsi per non percepire la distanza tra il risplendere e l’umiliazione.

Chiesa, ecclesia, assemblea, stare insieme… Mi sfiorano pensieri catacombali.

Mi siedo su una panca, sull’adesivo “sedersi qui”, anche se solo il solo essere umano dentro la chiesa. Cerco il silenzio, il grande lago dell’umano nel cuore. Non lo trovo. Non trovo niente. Trovo solo la voce di Eugenio Finardi che canta: 

“Extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia. Extraterrestre vienimi a cercare, voglio un pianeta su cui ricominciare.”



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