Carlo Cuppini

venerdì 29 ottobre 2021

Poi si vedrà: la morte, la vita, i finestrini aperti, il virus sinciziale, un punto della situazione

“Intanto pensiamo a fermare i contagi, poi si vedrà.”

Questa è stata la linea che ha dominato – indiscussa e indiscutibile – da marzo 2020 a oggi. Prima con lockdown e dintorni, poi con i vaccini. Medesima logica: mettere il virus con le spalle al muro, per potercelo lasciare alle spalle e ricominciare.
È la strategia machiavellica che giustifica qualunque mezzo, e qualunque rischio ignoto, e qualunque annunciato danno collaterale, in nome di un fine prioritario. Il fine prioritario riguarda qualcosa di fronte alla cui eccezionalità ogni altra priorità scompare. E le stesse specificità del fenomeno scompaiono, in una nebulosa di millenarismi incompatibile con ogni possibilità di discernimento, e quindi di progettualità edificante.
È la linea massimalista delle misure coercitive indiscriminate, degli elicotteri, dei droni, del confinamento domestico, inventata dai cinesi; poi consegnata all’amico Conte (“non avete un piano pandemico? non vi preoccupate, non vi servirebbe comunque; perché è così che si deve fare, e basta: voi fate così e nessuno si accorgerà delle vostre magagne”); una linea recepita in toto da Conte, fino ai dettagli inutili e folcloristici delle strade militarizzate, della caccia al runner, del vecchietto che raccoglie asparagi accerchiato, del sub tirato fuori dall’acqua, dei tso inflitti a chi dissente; strategia poi adottata, con vari smussamenti, da mezza Europa, perché quasi nessuno voleva sentirsi da meno, o sembrare meno “duro”; una linea, infine, ereditata da Draghi, che ha traghettato ecumenicamente dentro questa ideologia di governo tutta la parte “presentabile” dell’opposizione, e come prima iniziativa, per non sbagliare, ha richiuso le scuole, che perfino Conte nel frattempo si era convinto a lasciare aperte in un modo o nell’altro.
È la linea del non contemperamento: della subordinazione di tutti i diritti non al generico diritto alla salute, ma all’unico diritto fondamentale: quello di non prendersi il covid. È la traduzione politica del precetto religioso “non avrai altro male all’infuori di me”.

martedì 26 ottobre 2021

"Noi siamo l'opposizione che non si sente", recensione di Renzo Paris

Renzo Paris è un grande poeta, narratore e analista della cultura sommersa, della controcultura italiana. Come dimenticare l'effetto che, da adolescente o ragazzo, mi fecero i suoi libri "Cani sciolti", "Frecce avvelenate", "Squotter", "Ultimi dispacci della notte"?

Renzo Paris, scrivendo una ampia recensione sul Fatto Quotidiano, è il primo commentatore a cogliere la novità del volume ideato e curato da Giulio Milani per Transeuropa "Noi siamo l'opposizione che non si sente", in uscita in questi giorni, al quale ho avuto il piacere di partecipare con un contributo intitolato "L'estate delle non persone".

Il libro si può già acquistare qui: http://www.transeuropaedizioni.it/dettaglio_libro.php...




venerdì 22 ottobre 2021

Per Giulio Milani, editore e attivista

Due giorni fa annunciavo l'uscita del libro "Noi siamo l'opposizione che non si sente", voluto e curato da Giulio Milani, editore di Transeuropa, a cui con convinzione ho offerto un contributo, senza preoccuparmi di poter sfigurare accanto a protagonisti della letteratura italiana contemporanea come Ginevra Bompiani, Emanuela Nava, Aldo Nove, Antonio Rezza, Giovanni Agnoloni, Enrico Macioci e molti altri.

Transeuropa è una casa editrice storica, se non per anzianità, certamente per il peso che ha avuto e che ha nel panorama letterario italiano. Ricordo bene alcuni libri editi sotto questo marchio che hanno segnato la mia formazione letteraria nella tarda adolescenza. Nelle sue due vite (1987-2003, e poi dal 2003 sotto la guida di Giulio Milani) per Transeuropa sono passati Pier Vittorio Tondelli, Silvia Ballestra, Aldo Nove, Tiziano Scarpa, Giuseppe Culicchia, Enrico Brizzi ("Jack Frusciante" è stato scoperto e pubblicato per la prima volta da Transeuropa), Fabio Genovesi; e poi, per la saggistica, filosofi del calibro di Gianni Vattimo, Slavoj Žižek, Hans Georg Gadamer; e poi i poeti, uno straordinario spaccato del panorama italiano più vitale: Franco Arminio, Mario Benedetti, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Rosaria Lo Russo, Gilda Policastro, Laura Pugno, Italo Testa, accanto a molti altri.
Giulio Milani si è dato anima e corpo, fin dall'inizio della pandemia, a una critica lucida, radicale, onesta e indefessa della gestione politica del problema.
Giulio Milani non è un profeta, e non le ha "azzeccate" o "non azzeccate": è uno spirito libero e uno spirito critico, saldamente legato all'antifascismo, alla coscienza repubblicana, alla tradizione (di sinistra-sinistra, si dovrebbe dire, se oggi non suonasse ridicolo) della critica del potere: in senso artistico, letterario, politico e filosofico insieme, quindi, si potrebbe dire, in senso avanguardistico, nell'accezione del termine che ci hanno consegnato sia il primo sia il secondo Novecento.
Ci siamo incontrati sul terreno di questa militanza intellettuale.
Il blog letterario e di critica sociale "Gli imperdonabili", animato da Giulio Milani, ha accolto alcuni dei miei interventi più ampi e argomentati nel corso della pandemia.
Sono intervenuto, in dialogo con Giulio e con Peter Genito, alla rassegna di conversazioni sul web "Fuori controllo", per parlare soprattutto della pervasiva novità ed efficacia del linguaggio pandemico.
Qualche mese fa mi ha onorato l'invito a partecipare al volume che Giulio Milani stava progettando: una raccolta di pensieri critici sulla gestione della pandemia, concisi ma non occasionali, di persone attive nel mondo della letteratura e della cultura. Un caso unico nel panorama editoriale nazionale.
Ieri Giulio Milani è stato convocato in questura a Carrara per ricevere la notifica di denuncia penale per "istigazione a delinquere": per via di un video su FB in cui invitava la cittadinanza a farsi sentire con più forza, protestare contro le ingiustizie che si stanno consumando e in particolare il green pass.
Quale la modalità di protesta "delinquenziale" evocata ed "istigata" da Giulio Milani? Passeggiare per le strade della città, indugiando sulle strisce pedonali senza semaforo, per creare qualche disagio al traffico. In questura gli sono state prese le impronte digitali e sono state scattate le foto segnaletiche.
Dopo il TSO a Dario Musso per sedare la sua protesta pacifica, dopo quello inflitto allo studente liceale di Fano per mettere fine al suo atto dimostrativo contro la mascherina in classe, dopo gli idranti a massima pressione utilizzati contro un presidio di lavoratori, dove questi hanno ricordato al mondo cosa sia la non violenza e la resistenza passiva, dopo la polizia che carica gli studenti minorenni di un liceo che vorrebbero unirsi all'occupazione della scuola, per chiedere la rimozione delle restrizioni più disumane che stanno distruggendo la loro giovinezza, dopo il poliziotto che intimidisce e palpeggia una studentessa... abbiamo l'editore che alimenta e raccoglie il dissenso critico che viene trattato come un criminale.
Questa criminalizzazione del dissenso è l'orizzonte in cui si muovono la politica e la società italiane, come su un piano inclinato. Non importa che si stia finalmente uscendo dalla pandemia e che i membri del CTS stiano facendo le valigie perché ormai la commissione non serve più. Lo Stato, la classe dirigente, le élite – intendendo non solo la politica, ma anche i direttori di testate nazionali, e gli scienziati-influencer – continueranno ad alzare il tiro della repressione, adoperandosi perché tutto appaia necessario, inevitabile e "normale".
Quante volte in questi mesi ho detto: "questo è fascismo", e mi avete detto "se fosse fascismo non potresti neanche finire la frase"?
Quando capiterà davvero che non mi lasceranno neanche finire la frase, cosa mi direte? Che in fondo me la sono cercata, come Giulio Milani? Che in fondo bastava non avere la testa calda, e sarebbe andato tutto bene? Che in fondo, che me ne importava? Che in fondo, che ci vuole a credere, obbedire, combattere? Combattare quietamente, si intende: semplicemente "facendo il proprio dovere". Che non consiste nel pensare. Anzi, consiste nel non pensare: "fidarsi di chi sa", credere nella scienza, obbedire alle autorità. Per combattere la pandemia.
Che in fondo, è un po' come negli anni Trenta, no? Se stavi buono e facevi il tuo dovere, nessuno ti veniva a dare noia: campavi benissimo, ti compiacevi della paludi che venivano bonificate a tutto beneficio della salute pubblica, e potevi occuparti della tua famiglia, della tua carriera e delle tue passioni.
Pensando a questa vicenda che investe la vita di Giulio Milani – e che in qualche modo tocca chiunque abbia dato e stia dando un contributo al cantiere di riflessione del dissenso – mi viene istintivamente in mente un altro editore e attivista antifascista: Giangiacomo Feltrinelli. Erano altri tempi, d'accordo: altre visioni, altri rischi, altre angoscianti preoccupazioni, altri conflitti, altri modi di stare "dalla parte sbagliata della Storia".
Ma stasera vorrei dedicare idealmente a Giulio Milani una lettura integrale de "L'editore" di Nanni Balestrini: capolavoro della narrativa sperimentale italiana, dedicato proprio all'editore Feltrinelli, che per frammenti e senza punteggiatura, con continui salti narrato-logici, rimette insieme i frammenti della dignità insidiata di una grande figura; della cui integrità e saldezza c'era, c'è, un bisogno profondo.

martedì 19 ottobre 2021

"Noi siamo l'opposizione che non si sente": un libro collettivo di pensieri critici a cui ho partecipato

Esce in questi giorni libreria il libro "Noi siamo l'opposizione che non si sente": un progetto editoriale a cura di Giulio Milani, pubblicato dalla casa editrice Transeuropa di cui è direttore.

È una raccolta di interventi inediti di scrittori, poeti, registi, intellettuali. Il tema è la gestione della pandemia. Le opinioni e le chiavi di lettura espresse sono le più diverse. Il criterio che solidamente crea una comunanza è l'opposizione all'unanimismo intollerante e acritico che ha segnato fin dall'inizio l'unica lettura autorizzata dei fatti. O forse più correttamente dovrei dire l'indifferenza verso tale unanimismo, di persone che si sono date pensiero liberamente, ignorando le delegittimazioni e schivando il "ricatto delle bare di Bergamo" – come se esercitare onestamente e sobriamente il diritto di critica potesse mai offendere qualcuno, invece di costituire una complessificazione di temi complessi, che come tali devono essere rappresentati perché se ne possa discutere sensatamente e proficuamente.
Ma il fatto pandemico ha indotto molte persone ad assumere spontaneamente la postura civica dell'utente passivo dell'autoritarismo: "bisogna fidarsi di chi sa", "bisogna obbedire alle autorità", "bisogna rispettare le norme".
Sono grato a Giulio Milani per avermi invitato a dare un contributo a questo importante, necessario progetto, e spero di esserne stato all'altezza. Sono davvero onorato di trovarmi in queste pagine in compagnia di personalità davvero eccellenti della cultura italiana: Ginevra Bompiani, Aldo Nove, Franco Berardi Bifo, Antonio Rezza, Flavia Mastrella, Emanuela Nava, Lello Voce, Giovanni Agnoloni, Enrico Macioci, Mia Lecomte, Gabriele Frasca, Marco Guzzi, Francesco Benozzo...
La consegna del testo era fissata per la fine di luglio. A metà luglio ho buttato via quello che stavo scrivendo, e sono rimasto in attesa. Stava per succedere qualcosa. La campagna vaccinale era in stato molto avanzato, i traguardi indicati erano a un passo, e sembrava che avessimo imboccato una via d'uscita dalla crisi, in senso epidemiologico e politico. La Gran Bretagna toglieva tutte le restrizioni. Eppure qualcosa di molto grosso, che andava esattamente nella direzione opposta, stava per vedere la luce.
Il 22 luglio Draghi annuncia il varo del green pass, con la poderosa, duplice menzogna: "Il Green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a divertirsi (...) con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose."
Il green pass non doveva servire a "continuare a divertirsi": ma a studiare, a lavorare, ad accompagnare i propri figli a scuola, a vivere dignitosamente.
E non esisteva alcuna "garanzia" di trovarsi tra persone non contagiose, dal momento che l'immunità data dal vaccino non è sterilizzante, e la protezione dall'infezione declina in capo a 4-6 mesi, mentre il passporto ne dura 12. Ma a che serve ripetere qui queste cose?
In quegli ultimi giorni di luglio, nell'estate meno spensierata della mia vita, mi è parso di comprendere ciò che stava accadendo: non stavamo uscendo dalla pandemia, stavamo entrando in una fase nuova: l'epoca della "legittima" discriminazione. Il peggio - i veri scopi - erano ancora di là da venire. Tuttavia la traiettoria era chiarissima, a volerla vedere.
Ho strappato qualche giorno oltre il limite per la consegna per scrivere di ciò che aveva appena iniziato ad accadere, e da cui non si sarebbe tornati indietro.
Ho intitolato il mio intervento "L'estate delle non persone", sapendo che a quella abbacinante estate sarebbe seguito un attonito autunno, e poi un raggelante inverno.
Il pezzo inizia così:
"È una calda giornata di mezza estate. Molti italiani sono in ferie, la voglia di spensieratezza e di spontaneità allontana dalla mente le immagini più scioccanti di diciotto mesi di emergenza sanitaria, e quelle della sua gestione. Tutto in effetti sembra ricordare una normalità perduta.
Ma c’è un fatto nuovo: un fatto sociale straordinariamente significativo, sebbene invisibile, originato da un decreto legge che ha trovato il terreno preparato da mesi di comunicazione istituzionale e mediatica improntata a uno hate speech sfuggito a ogni censura.
Da oggi, per le strade, accanto alle persone, camminano schiere di “non persone”: esseri umani che fino a ieri erano cittadini, ora sono individui spogliati di una serie di diritti e opportunità – salvo sottoporsi costantemente a test invasivi, costosi, eventualmente dolorosi, non necessariamente disponibili in ogni circostanza.
Le “non persone” sono piccoli umani appena usciti dall’infanzia; sono giovani o adulti, oppure anziani; sono persone non vaccinate, o non ancora vaccinate per i più diversi motivi; sono adolescenti che se vivessero in Inghilterra o in Norvegia, per esempio, non avrebbero la possibilità di vaccinarsi nemmeno se lo volessero, per via di una decisione che le autorità locali hanno preso a loro tutela; le “non persone” sono anche persone vaccinate di ogni età che scelgono l’obiezione di coscienza verso la certificazione verde che oggi, 6 agosto 2021, è entrata in vigore."
Vi invito a procurarvi questo libro. Non solo per i molti spunti che offre, con contributi meditati, distesi, ben più pesanti delle riflessioni concitate buttate da ciascuno di noi sui social, legate spesso a specifiche circostanze.
Ma anche per sostenere, moralmente idealmente ed economicamente, l'impresa "imperdonabile" di un editore che ha deciso di sfidare, obbedendo alla sua coscienza umana e professionale, il blocco del pensiero unico sul covid. Con tutto ciò che questo – sappiamo – può comportare. Soprattutto nell'ambiente culturale, dove il conformismo del politicamente corretto (che oggi significa governativamente corretto) è pressoché totale.
"Noi siamo l'opposizione che non si sente", a cura di Giulio Milani, Transeuropa, 200 pagine, 13 €.
Dal 28 ottobre in tutte le librerie e negli store on-line.
Già acquistabile sul sito della casa editrice:
Autori:
Roberto Addeo (scrittore e poeta)
Giovanni Agnoloni (scrittore)
Lucianna Argentino (poeta)
Fabrizio Bajec (poeta)
Francesca Bartellini Moech (scrittrice, poeta, regista, attrice)
Francesco Benozzo (poeta)
Franco Berardi Bifo (filosofo e scrittore)
Giorgio Bianchi (fotoreporter e scrittore)
Donatella Bisutti (scrittrice e poeta)
Ginevra Bompiani (scrittrice e editrice)
Mario Bramè (scrittore e manager)
Davide Bregola (scrittore)
Stefano Burbi (compositore, direttore d'orchestra e poeta)
Michele Caccamo (scrittore e editore)
Simone Cerlini (scrittore)
Carlo Cuppini (scrittore e poeta)
Raphael d’Abdon (poeta e scrittore)
Caterina Davinio (poeta e artista)
Monica Dini (scrittrice)
Luca Fassi (scrittore)
Rita Florit (poeta)
Gabriele Frasca (poeta)
Andrea Garbin (poeta)
Andrea Genovese (poeta e scrittore)
Peter Genito (bibliotecario e scrittore)
Giovanna Giolla (giornalista e scrittrice)
Marco Guzzi (poeta)
Mia Lecomte (poeta e scrittrice)
Enrico Macioci (scrittore)
Flavia Mastrella (regista e scultrice)
Eva Milan (scrittrice e musicista)
Emanuela Nava (scrittrice)
Aldo Nove (poeta e scrittore)
Riccardo Paccosi (regista e scrittore)
Vincenzo Pardini (scrittore)
Antonio Francesco Perozzi (scrittore e poeta)
Federico Pietrobelli (poeta)
Andrea Ponso (poeta)
Antonio Rezza (attore e scrittore)
Luca Rossi (scrittore e sceneggiatore)
Federico Sanguineti (poeta)
Gianfranco Sanguinetti (scrittore)
Francesco Scardone (scrittore)
Marco Tutino (compositore)
Lello Voce (poeta e scrittore)

sabato 9 ottobre 2021

"Prof. Marco Villoresi, lei non potrà accedere"

Ricevo dal prof. Marco Villoresi dell'Università di Firenze la comunicazione del suo allontamento dall'insegnamento e della sospensione dello stipendio, e la diffondo come ulteriore testimonianza dell'epoca in cui viviamo.

Premetto una mia riflessione che inizia con due domande.
Tra una settimana, 16 ottobre 2021, con quali parole, con quali "mai più", con quale eventuale imbarazzo, oppure con quale stentorea ipocrisia, nelle scuole e nelle università si celebrerà la memoria del 16 ottobre 1938, data di entrata in vigore del bando per i docenti e gli studenti ebrei dalle scuole italiane?
Con quale rassicurante certezza di essere dalla parte giusta della Storia si ricorderà che quel 16 ottobre ha costituito – grazie ai germi di odio, intolleranza, discriminazione – la premessa di un altro, ben più tragico, 16 ottobre, quello del 1943, giorno del rastrellamento e della deportazione degli ebrei – gli stessi individui già degradati al rango di "non persona" grazie al bando di 5 anni prima?

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Marco Villoresi, fiorentino, si è laureato nel 1990 all’Università di Firenze. Nella stessa Università ha ottenuto i titoli di Dottorato e Post Dottorato e ha ricevuto varie borse di studio, assegni di ricerca e incarichi come professore a contratto. Sempre continuando a insegnare, dopo molti anni di lavoro nel ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, dal 2015 Marco Villoresi è professore associato di Letteratura Italiana dell’Università di Firenze. Il 27 settembre 2021, a seguito del suo rifiuto di esibire il lasciapassare verde, il professor Marco Villoresi ha ricevuto dall’Università di Firenze una comunicazione di divieto di accesso al luogo di lavoro e di sospensione della retribuzione. Ricordando che il professor Marco Villoresi in qualsiasi altra Università d’Europa oggi potrebbe serenamente insegnare e portare avanti il suo lavoro di ricerca, la predetta comunicazione dell’Università di Firenze viene qui resa pubblica con un puro atto di civica trasparenza.