Carlo Cuppini

sabato 14 maggio 2022

"Bestiario familiare" di Lilith Moscon

Il “Bestiario familiare” di Lilith Moscon (Topipittori, collana “gli anni in tasca”) è un piccolo gioiello letterario, un racconto autobiografico denso di una semplicità conquistata, che mantiene in sé la testimonianza dello sforzo necessario per uscire dalla complessità dei fili dell’esistenza. Attraverso una oralità fatta di corsi e ricorsi, salti in avanti e all’indietro, ritornelli tematici e linguistici, susseguirsi di aneddoti fulminei, ritmo assonanze e cantilene, entriamo nell’intimità di una vita, che in questo caso vuol dire di un’infanzia, perché è lì che sono alloggiati tutti i semi che poi daranno vita ai germogli e alle piante. Lo sguardo spalancato e allo stesso tempo distaccato dell’infanzia sulle cose che le piombano incontro: non c’è bisogno di andare molto al di là di questo per comporre il miscuglio di umani, pollame, parenti e altri animali che è l’ordito di questo racconto. 

La tenerezza si rovescia continuamente in humor nero, e viceversa, con squarci improvvisamente esilaranti, poi rapide planate pensierose, poi schiarite di contemplazione, poi vuoti pneumatici di dubbi amletici. 


Come non ridere della nonna che sciorina ogni volta La lista (il cavallo di battaglia di narratrice popolare), che è una lista di sciagure autobiografiche?

Come non sbellicarsi di fronte alla confusione della bambina che, portata al cimitero dalla nonna, vorrebbe anche lei pregare per i defunti, e prega indistintamente per parenti mai conosciuti, polli, faraone che ha visto poc’anzi spennare?

Come trattenersi di fronte alla perplessità di due occhi che restano interdetti davanti alla facilità con cui la solita nonna passa dallo spennare un pennuto ad abbracciare la nipote, e poi il contrario?


In questo racconto fatto di tanti racconti si sente la semplicità che l’autrice ha dovuto trovare per comunicare con una nonna contadina e semi-analfabeta, e anche per rapportarsi con un fratello maggiore un po’ speciale: una semplicità, come ho scritto, che scivola via non come l’acqua ma come il latte, lasciando una scia densa di impressione ed emozione e risonanze, e non risparmia fucilate; che invece di ferire, però, all’ultimo si rivelano salve di risate. Fiu… l’abbiamo scampata. Ma ci resta il presagio di uno sprofondo, che non è tanto facile dimenticare, perché ci camminiamo sopra ogni istante, da quando abbiamo iniziato a zampettare.


Belle ed essenziali le sempre preziose illustrazioni di Francesco Chiacchio. Bella anche la selvatica e mordace copertina di Fulvia Monguzzi, che trasporta in una giungla immaginaria, tra Ligabue, Rousseau il Doganiere e Salgari.


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Negli ultimi mesi ho letto e riflettuto molto sull’infanzia nella letteratura. (Restano riferimenti imprescindibili per me Infanzia e L’infanzia di Gesù di Coetzee, tra gli altri. Anche perché ho affrontato questo tema scrivendo il racconto “Il palazzo rinascimentale”, incluso in "Da luoghi lontani” (che comprende anche racconti di Giovanni Agnoloni e Sandra Salvato, Arkadia Editore). 

Il libro di Lilith in questo senso ha un grande valore: riesce ad accedere e a far accedere al luogo dell’infanzia, per salvarlo, tenendosi lontano dalla tentazione di farne un mito fondativo o un fatto idealizzato. Lo stesso vale anche per il libro di Enrico Macioci, di cui ho già parlato, pur essendo per molti aspetti opposto a quello di Lilith: dove là (in Enrico) c’è la Storia che incombe e deforma le vicende private andando dritta come un carro armato, qua (in Lilith) c’è un rivolo di storie private che sfugge di continuo da tutte le parti, rendendo impossibile un racconto lineare; dove là c’è il dramma della solitudine e la consapevolezza di una infinita e irriducibile alterità dell’infanzia rispetto alla sciatta e ridotta “normalità” dell’età adulta, tanto radicale da non poter credere che la seconda si sviluppi dalla prima, qua a de-idealizzare c’è uno humor nero preso in prestito al mondo anglosassone e aggiunto come ingrediente “esotico” e “urbano” a una ricetta molto contadina e mediterranea. Sono due libri diversissimi, bellissimi, che consiglierei di leggere in sequenza, e di conservare sullo stesso scaffale, quello in cui si tengono le chiavi di accesso ai segreti dell’infanzia.


In entrambi i casi si afferma l’esistenza di quella verità umana che si dà solo nella prossimità, e che si perde inevitabilmente nella lontananza, e in tutti i passaggi di mediazione. Una verità che è impermeabile al cinismo, anche quando c’è la durezza; impermeabile al sarcasmo, anche quando c’è l’umorismo. Una verità che è tale soltanto finché può poggiare sui miracoli della pietas, che sono terribilmente inattuali, eppure sono gli unici che esistono, e gli unici che contano.

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