Carlo Cuppini

martedì 22 giugno 2010

Notte

sbattendo le palpebre urliamo – impalpabile al dunque
che per piangere sta per pregare – che siamo pezzi di cane
sta a lui lei cadere – come ali di uccello feroce
con precisi confini recisi – non andiamo a ballare stanotte
c'è pezzi di topi sul bagnasciuga – le sirene spiegate all'aria aperta
non è l'ambulanza che uccide – foresta di neon fossili
che noi siamo già un dopo – stanotte cronaca del genocidio mondiale
in differita un miliardo di anni dopo – con crateri di faccia
correndo sul dorso del lupo – la coda del cane per terra
tutti aggrappati allo specchio – scivoliamo tra sciami
io te rattrappiti di unghie – palpebre in grinze di uccelli
non siamo che pezzi di cane – urliamo foresta di neon
fuoco fossile acceso– l'ambulanza incagliata nel mare
non sotto il tetto - amore domani hai le ciglia scomposte
su marte – cantiamo canzonette scordate
tre lune verdi oltre i vetri – non lenzuola sul letto
c'è il gatto crepato – di notte saltano le tubature
vicino al bordo del mare – tentiamo l'impossibile ancora
il cielo di un verde smagliante – di notte i tuoi occhi
beviamoci su – cani fetidi d'uomini abbaio
avere le branchie tutt'ora tesoro – chiamati a ringhiare
a tentoni sul rosso mattone – nel buio tra cosce di rane e asciugamani
scendendo nel frigo chiamavi – desisti
le rose fiorite sui crepacci – del volto che il viso è scaduto
nei vetri del giorno - gerani che a lunga conservazione speriamo


Poesia ripresa e rivisitata dal poemetto Nero privato (in "Alphaville" n.1 2007), letta in occasione della serata conclusiva del festival fiorentino di poesia Voci lontane, voci sorelle, sul tema "La notte", il 2 giugno 2010. 
Come richiesto, al mio testo ne ho messo in dialogo un altro. Ho scelto una parte di Il colle delle felci (Fern Hill) di Dylan Thomas:


Ora quand'ero giovane e semplice sotto i rami del melo
nella casa sonora e felice essendo l'erba verde,
la notte radiosa di stelle sulla vallata,
il tempo mi lasciava urlare a festa
e arrampicarmi dorato nella gioia dei suoi occhi,
e onorato fra i carri ero il principe delle città di mele
e tanto tempo fa una volta signorilmente gli alberi e le foglie
feci discendere con margherite e orzo
giù per i fiumi della luce abbattuta dal vento


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