Carlo Cuppini

mercoledì 15 dicembre 2021

We are all humans (lo stato delle cose, e un libro di Emanuela Nava)

23 luglio… 6 agosto… 16 ottobre… 15 dicembre. Per ora siamo qui.

Il mio pensiero e la mia vicinanza stasera vanno agli amici, e ai figli degli amici, che oggi vengono privati di qualcosa, qualcosa di più - del lavoro, dei mezzi di sostentamento in alcuni casi - pur essendo documentatamente sani. Piccoli, enormi drammi privati che non si vedono in prima serata, non si leggono sul giornale. La loro potrebbe essere una scelta discutibile; potrebbe risultare perfino sbagliata, rischiosa e irresponsabile, per loro stessi e per gli altri. Non voglio entrare nel merito: è irrilevante. Voglio dire che ho in mente molti comportamenti privati che possono essere intesi come rischiosi, sbagliati e irresponsabili, e che, visti nella loro dimensione collettiva, determinano un enorme rischio e un immenso costo sociale.
Ho smesso di mangiare carne dieci anni fa per non fare parte di una filiera responsabile per il 15-20% (secondo alcuni, tutto considerato, fino al 50%) della produzione di particolato, il quale causa la morte precoce di 60-70.000 persone all’anno in Italia. E per non infliggere sofferenze inconcepibili a milioni di altri animali, spesso mammiferi. E per non ratificare un’idea di mondo che strutturalmente deve affamare centinaia di milioni di persone, e bambini, per riservare le risorse naturali al soddisfacimento degli appetiti incontenibili di pochi.
Sono sempre stato convinto della mia scelta e l’ho portata addosso come un manifesto politico di sobrietà, equità e autodisciplina . Ma non ho mai biasimato chi faceva una scelta diversa dalla mia. Mai ho pensato che chi, facendo scelte legittime, si rendeva corresponsabile di guasti immani, dovesse avere meno diritti di me. Più facile piuttosto che sia stato deriso dalle stesse persone che oggi vomitano veleno sugli irresponsabili non vaccinati (e ieri lo vomitavano sui runner) invocando la loro esclusione dalla vita sociale: quelli della responsabilità a comando, del moralismo a corrente alterna.
Oggi non spendo altre parole. Mi limito a mostrare questo libro scritto da Emanuela Nava, illustrato da Simona Mulazzani. Lo faccio per i contenuti che esprime; e per la stima, la riconoscenza e l’affetto verso chi lo ha scritto. 
Siamo tutti umani. Molto difficile è restarlo, quando il vento è contrario.

domenica 12 dicembre 2021

"L'abete nel cerchio" di Enrico Macioci, poesie in fondo alla classe

Enrico Macioci è un narratore di razza, autore di romanzi stilisticamente vividi e coinvolgenti e tematicamente profondi. L’ultimo, Tommaso e l’algebra del destino (Sem, 2020), sembra una prefigurazione metaforica del tragico abbandono dell’infanzia a cui abbiamo assistito nei due anni di pandemia. Enrico è anche un acuto e coraggioso osservatore della realtà e del sistema della comunicazione (impossibile ormai scindere i due termini), capace di legare a un vasto universo di riferimenti culturali i fatti che riguardano tutti, restituendo profondità abissale al nostro presente schiacciato e assolutista.

Grazie a questo libro (L'abete nel cerchio, Marco Saya Edizioni, 2017) lo scopro poeta.
Da lettore, trovo nelle sue poesie dei “dispositivi liturgici” che dispongono la mente – sfidandola – a una meditazione laica, paradossale, accesa, implacabile. Non vigile assopimento nel nulla, ma immobile combattimento spirituale immerso nel divenire.
Una poesia di immagini talvolta ermetiche (nel senso di poesia ermetica), post-romantiche (pensando alla poesia visionaria e panica francese a partire da Rimbaud), che accendono contrasti vertiginosi, senza desiderio di pacificazione, al più di accettazione.
C’è spesso Dio, un Dio con la maiuscola. Figura letteraria o vero interlocutore spirituale? Non lo sappiamo, e non ha importanza. È un perno essenziale intorno a cui gira il discorso con se stesso e con le manifestazioni naturali ed esistenziali del Cosmo, del Tempo e del Destino. La figura dell'ultima speranza: quella di una riemersione dal lago, di una rivoluzione.
La prefazione di Marco Guzzi ci fa pensare che queste poesie potrebbe essere maturate nella vicinanza spirituale o culturale con la proposta che il noto poeta-filosofo-attivista porta avanti da anni.
È una poesia che non esita a dire "Io", in barba alla spersonalizzazione delle avanguardie poetiche novecentesche (a cui spesso, da poeta, io stesso mi impicco, tallonato dal mostro del linguaggio, divoratore dell'ombra gettata dal pronome personale). Ma è un Io che, nello stesso movimento di darsi, ambisce a superarsi: spiritualmente, paesaggisticamente, linguisticamente.
E forse si manifesta soltanto per porre in essere il tentativo di questo superamento.
Io è un altro, come ebbe a dire Rimbaud. Anche Dio è altro. Tutto è altro. E in questa alterità ogni connessione saltata e saltante potrebbe miracolosamente, fortunosamente, risultare ristabilita. Come per un insperato errore di sistema. O incappando casualmente nella "maglia rotta nella rete" (proprio "In limine" di Montale è citato in un testo).
In questa alterità da abitare e parlare, forse un solo posto ci è riservato: quello dei “cattivi”, “in fondo alla classe”.







venerdì 10 dicembre 2021

Isla Calamidad, un piccolo capolavoro di illustrazione

Una decina d'anni fa avevo lasciato Simone Spellucci che collaborava con la facoltà di Architettura, si interessava di ecoballe e di cultura underground, faceva il grafico, faceva l'orto, faceva il miele. Progettava passeggiate, era un sognatore. Se ho fatto il Cammino di Santiago e la mia vita è cambiata, nel 2008, è in gran parte colpa sua e dei suoi racconti. Poi a un certo punto prende e va a vivere in Spagna. Si mette a studiare serigrafia e altre tecniche di stampa. Ma che, vuole fare l'artista? Alla fine si presenta con un piccolo capolavoro, scritto da Amina Pallarés, pubblicato da Tres Tigres Tristes. E questo è quanto.







martedì 23 novembre 2021

Il Compianto di Cristo morto (rovesciato) e il Grande e Terribile Oz

Guardando questa immagine, che ha la bellezza iconografica dei dipinti del Rinascimento (osservate il gioco delle otto braccia), mi vengono in mente tre cose:

1) Il compianto di Cristo morto, rovesciato: la struttura iconografica richiama alcuni dipinti dedicati a questo tema sacro. La madre che – insieme a Giovanni, Maddalena, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo – si stringe al corpo ormai senza vita del figlio. Il corpo di questo bambino non è senza vita, ma in effetti è come se lo fosse: è assente, nel significato più perturbante; è stato espulso dal reale, temporaneamente (?) deportato nel regno dell’irreale. Il volto interamente negato alla vista degli astanti, come in un'opera d'arte contemporanea dedicata al post-umano. Come a lui è negata la percezione della realtà circostante. Nessun contatto, in un senso e nell'altro. 
Nelle antiche raffigurazioni del Compianto, l’intensità vitale delle braccia dei piangenti, proiettate sul Figlio, contrasta con l’abbandono delle sue membra morte. Le mani della Madre, quando osano toccarlo, stringono le braccia del figlio come per trattenerlo nella vita. Anche qui i gesti sono dettati da un’intenzione di trattenere nella vita biologica. E’ un’intenzione "fanatica", tuttavia, come l’ha definita Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani, dal momento che si determina in previsione di un rischio pressoché inesistente, quindi a un fantasma. Il luogo irreale dove il figlio è deportato è probabilmente popolato da fantasmi fatti della stessa materia di questo. Ma se intendiamo la vita come integrità e sussistenza della “persona”, nella sua accezione più ampia (che a dire il vero è l’unica accezione possibile), ci appare lampante il rovesciamento: i gesti che dovrebbero aggrapparsi alla corporeità per ribadirla, nel tentativo disperato, smisurato, di strapparla a un destino biologico, appaiono in realtà come gesti di contenimento, manicomiali: una camicia di forza di braccia che irretisce, previene, sopisce eventuali manifestazioni di vitalità. E spinge il corpo oltre il bordo del reale, nel baratro dell’immaginazione come sostituzione, e quindi come inferno, in accordo con Simone Weil. Mentre, all’atto pratico, il figlio vivente – il giovanissimo e reale Rafael Peled, 8 anni, cittadino israeliano – viene esposto a un rischio, descritto e misurato per gli aspetti noti, ma potenzialmente comprensivo di non prefigurabili parti ignote, dalla famiglia, dallo Stato, dalle autorità sanitarie, pur di essere tenuto alla larga da un altro rischio, noto e – anche solo rispetto alle parti note dell’altro inoculato - inferiore. 

Le piangenti, nel rovesciamento iconografico, sono in realtà altrettante Annie Wilkes, l’infermiera di “Misery non deve morire”, che vogliono il figlio eternamente malato, costituzionalmente malato, perché lo possano eternamente curare, sorvegliare, incasellare e segregare.

2. Dopo l’operazione Piombo fuso”, nel 2008-2009, i soldati israeliani che affidarono le loro confessioni a "Breaking the silence" dichiararono che poche ore prima di compiere le incursioni a Gaza, con l'ordine di sparare a vista a ogni cosa che si muovesse (bilancio: 1200 civili uccisi in 20 giorni, di cui 400 bambini), i militari venivano sottoposti a esercitazioni "sparatutto" intensive con la VR. Dichiararono che questo portava a perdere la distinzione tra realtà e finzione, rendendoli pronti a compiere atrocità che una psiche ancorata al reale non avrebbe mai accettato di compiere. 
In parallelo alla gestione del covid, tutto si è fermato tranne la progettazione e la materiale edificazione del trasferimento delle esistenze nel regno dell’irreale programmato: la realtà virtuale, al pari della realtà aumentata, sono sempre, intrinsecamente, realtà "filtrate", secondo i criteri scelti da qualcuno. Che questo qualcuno sia in buona o in cattiva fede, che possa avere interessi politici piuttosto che commerciali, non ha alcuna importanza. Conta che la libertà si può esercitare soltanto nello spazio della realtà reale. Quell’altra è la libertà dei videogiochi. 

3. Nel “Meraviglioso mago di Oz" di L. Frank Baum, il grande dispotico ciarlatano costringe chiunque entri nella Città degli Smeraldi a indossare degli occhiali speciali, che vengono consegnati agli stranieri dal Custode della Città; il quale ha anche l’incarico di chiuderli con un lucchetto, in modo che non possano essere tolti per tutto il tempo della permanenza. Grazie alle sue lenti speciali, questo dispositivo porta a vedere tutte le cose verdi, scintillanti e magiche, dove in realtà tutto è banalmente bianco e normale. Questa manipolazione sensoriale è all'origine del potere che spontaneamente le persone conferiscono all'"omettino basso, calvo e rugoso”, egoista e impotente. 

Anche senza visori VR, abbiamo già quegli occhiali allucchettati dietro la nuca. Chi se li riesce a togliere, vede un ridicolo, brutale, rivoltante re nudo, capace soltanto di perseguire i suoi squallidi e meschini interessi, spacciati per magnanimità. 

“Io sono il Grande e Terribile Oz. Perché mi cercate?”

Già. Perché lo cerchiamo?

giovedì 11 novembre 2021

Studio per un'annunciazione (video poesia)

Una decina di anni fa portavo avanti una sperimentazione tra poesia, corpo e video intorno al senso dell'Annunciazione: un tema molto complesso e sofisticato, ma con una sconvolgente e immediata potenza, inteso in un'accezione soprattutto iconografica, pensando alle annunciazioni del Tre e Quattrocento che, per esempio, popolano le chiese di Firenze (a volte soltanto in forma di preesistenze semicancellate dagli strati della storia umana).

In quelle raffigurazioni vediamo piani della realtà che non sono mai compresenti, ma che tuttavia si incontrano e si rispecchiano, separate da un intervallo, uno spazio che non può che essere vuoto. Rette parallele, configurazioni simmetriche, duplicità, dualità nell'unità da cui nasce l'annuncio del presente, o della vita: l'annuncio del reale, bambino prodigioso capace di salvarci dall'allucinazione in cui continuamente ci ricaccia la nostra linguistica natura umana. L'annuncio del silenzio, che non viene prima della parola, ma è conquistato dopo.
Come le mani, le scapole, le ali, le pagine del libro (quello aperto sul ventre di Maria? quello su cui è scritta la poesia?), i due occhi, il tempo e l'eternità, l'anima e la storia, la stessa forma doppia e speculare dei testi che scrivevo, collocando e ricollocando frammenti di ricerca e di ispirazione.
Questo video, in cui si vede Ramona e si ascolta la voce del sottoscritto, resta il risultato migliore di quelle sperimentazioni.
I testi, in seguito ripresi, rielaborati e asciugati, sono entrati a far parte della raccolta poetica "Quando le volpi puniscono gli uomini", pubblicata all'inizio di questo strano anno da Ensemble Edizioni: https://www.edizioniensemble.it/.../le-volpi-puniscono.../




lunedì 8 novembre 2021

"Bonsai", un racconto sulla libertà

 


Leggo "Bonsai", dal libro "Il mondo senza gli atomi" (Ensemble Edizioni). In tempi di unanimismo intollerante e trionfante è importante ripartire da un'idea di libertà come fatto interiore. Questo piccolo racconto di questo parla. https://www.edizioniensemble.it/prodotto/mondo-senza-gli-atomi/

domenica 7 novembre 2021

Le ombre - un racconto della buonanotte


 Leggo "Le ombre", dal mio libro di racconti fantastici "Il mondo senza gli atomi" (Ensemble Edizioni). Info sul libro qui:
https://www.edizioniensemble.it/prodotto/mondo-senza-gli-atomi/

sabato 6 novembre 2021

Il vaccino anti-covid ai bambini?

A chi si appresta a imporre il vaccino ai bambini – se non con un obbligo, con le più svariate declinazioni del ricatto, dell’intimidazione, dell’adescamento e dello “hate speech” istituzionale, mediatico e sociale; e a chi si accinge a vaccinare con convinzione, senza dubbi, i propri figli; a tutti costoro voglio sottoporre cinque questioni:

1. Lo studio sul vaccino cinese Sinovac "Comprehensive investigations revealed consistent pathophysiological alterations after vaccination with COVID-19 vaccines", recentemente pubblicato su "Cell Discovery" (rivista del gruppo “Springer Nature”), ha rilevato disordini, scompensi e danni negli organismi dei vaccinati; situazioni che non erano emerse, e non sarebbero potute emergere, dalla farmacovigilanza passiva. Lo studio parla del vaccino a virus inattivato, diverso quindi da quelli in uso da noi; tuttavia forse ci dice qualcosa che potrebbe essere valido per tutti questi nuovi vaccini, frettolosamente e limitatamente testati: che le segnalazioni spontanee di reazioni manifeste potrebbero non dirci tutto sui rischi e sui danni dei vaccini; alcuni dei quali potrebbero esistere, senza esprimersi in reazioni immediate. Ci dice, in altre parole, che la farmacovigilanza passiva potrebbe essere un metodo inadeguato per attestare la sicurezza dei vaccini.
2. Dopo dieci mesi di somministrazioni, il vaccino di Moderna è stato vietato ai giovani sotto i 30 anni, o sotto i 18 anni, nei Paesi scandinavi, in virtù di un principio di precauzione legato a nuovi dati sulle miocarditi. Per questo FDA ha rimandato la decisione, non ancora presa al contrario di EMA, sull’approvazione per gli adolescenti, che era stata richiesta dall’azienda; e la stessa azienda ha rinunciato per ora a chiedere l’autorizzazione per i bambini. Per dieci mesi, tuttavia, il vaccino è stato “efficace e sicuro”, al punto da somministrarlo indifferentemente a chiunque a partire dai 12 anni (in Europa; non negli USA, per l’appunto). Poi però ha iniziato a essere un po’ meno sicuro. Chi lo ricevuto, tra gli adolescenti, peggio per lui. Se gli è andata bene, ringrazi.

giovedì 4 novembre 2021

Il mistero delle meraviglie scomparse - un'alluvione diversa



Leggo e racconto il mio libro "Il mistero delle meraviglie scomparse" (Marcos y Marcos) ricordando l'alluvione di Firenze. Anche qui si parla di una esondazione del fiume Arno: un evento ben diverso da quello devastante del 1966, però, al punto che avviene di soppiatto e nessuno se ne accorge. Praticamente non restano tracce della fuoriuscita dell'Arno dal suo letto... se non per un piccolo particolare che rischia di portare il mondo sull'orlo di una guerra mondiale. Due bambini, un fratello e una sorella, dovranno tirare fuori tutto il loro coraggio per cercare di salvare la situazione. Info sul libro qui: https://marcosymarcos.com/libri/il-mi...

venerdì 29 ottobre 2021

Poi si vedrà: la morte, la vita, i finestrini aperti, il virus sinciziale, un punto della situazione

“Intanto pensiamo a fermare i contagi, poi si vedrà.”

Questa è stata la linea che ha dominato – indiscussa e indiscutibile – da marzo 2020 a oggi. Prima con lockdown e dintorni, poi con i vaccini. Medesima logica: mettere il virus con le spalle al muro, per potercelo lasciare alle spalle e ricominciare.
È la strategia machiavellica che giustifica qualunque mezzo, e qualunque rischio ignoto, e qualunque annunciato danno collaterale, in nome di un fine prioritario. Il fine prioritario riguarda qualcosa di fronte alla cui eccezionalità ogni altra priorità scompare. E le stesse specificità del fenomeno scompaiono, in una nebulosa di millenarismi incompatibile con ogni possibilità di discernimento, e quindi di progettualità edificante.
È la linea massimalista delle misure coercitive indiscriminate, degli elicotteri, dei droni, del confinamento domestico, inventata dai cinesi; poi consegnata all’amico Conte (“non avete un piano pandemico? non vi preoccupate, non vi servirebbe comunque; perché è così che si deve fare, e basta: voi fate così e nessuno si accorgerà delle vostre magagne”); una linea recepita in toto da Conte, fino ai dettagli inutili e folcloristici delle strade militarizzate, della caccia al runner, del vecchietto che raccoglie asparagi accerchiato, del sub tirato fuori dall’acqua, dei tso inflitti a chi dissente; strategia poi adottata, con vari smussamenti, da mezza Europa, perché quasi nessuno voleva sentirsi da meno, o sembrare meno “duro”; una linea, infine, ereditata da Draghi, che ha traghettato ecumenicamente dentro questa ideologia di governo tutta la parte “presentabile” dell’opposizione, e come prima iniziativa, per non sbagliare, ha richiuso le scuole, che perfino Conte nel frattempo si era convinto a lasciare aperte in un modo o nell’altro.
È la linea del non contemperamento: della subordinazione di tutti i diritti non al generico diritto alla salute, ma all’unico diritto fondamentale: quello di non prendersi il covid. È la traduzione politica del precetto religioso “non avrai altro male all’infuori di me”.

martedì 26 ottobre 2021

"Noi siamo l'opposizione che non si sente", recensione di Renzo Paris

Renzo Paris è un grande poeta, narratore e analista della cultura sommersa, della controcultura italiana. Come dimenticare l'effetto che, da adolescente o ragazzo, mi fecero i suoi libri "Cani sciolti", "Frecce avvelenate", "Squotter", "Ultimi dispacci della notte"?

Renzo Paris, scrivendo una ampia recensione sul Fatto Quotidiano, è il primo commentatore a cogliere la novità del volume ideato e curato da Giulio Milani per Transeuropa "Noi siamo l'opposizione che non si sente", in uscita in questi giorni, al quale ho avuto il piacere di partecipare con un contributo intitolato "L'estate delle non persone".

Il libro si può già acquistare qui: http://www.transeuropaedizioni.it/dettaglio_libro.php...




venerdì 22 ottobre 2021

Per Giulio Milani, editore e attivista

Due giorni fa annunciavo l'uscita del libro "Noi siamo l'opposizione che non si sente", voluto e curato da Giulio Milani, editore di Transeuropa, a cui con convinzione ho offerto un contributo, senza preoccuparmi di poter sfigurare accanto a protagonisti della letteratura italiana contemporanea come Ginevra Bompiani, Emanuela Nava, Aldo Nove, Antonio Rezza, Giovanni Agnoloni, Enrico Macioci e molti altri.

Transeuropa è una casa editrice storica, se non per anzianità, certamente per il peso che ha avuto e che ha nel panorama letterario italiano. Ricordo bene alcuni libri editi sotto questo marchio che hanno segnato la mia formazione letteraria nella tarda adolescenza. Nelle sue due vite (1987-2003, e poi dal 2003 sotto la guida di Giulio Milani) per Transeuropa sono passati Pier Vittorio Tondelli, Silvia Ballestra, Aldo Nove, Tiziano Scarpa, Giuseppe Culicchia, Enrico Brizzi ("Jack Frusciante" è stato scoperto e pubblicato per la prima volta da Transeuropa), Fabio Genovesi; e poi, per la saggistica, filosofi del calibro di Gianni Vattimo, Slavoj Žižek, Hans Georg Gadamer; e poi i poeti, uno straordinario spaccato del panorama italiano più vitale: Franco Arminio, Mario Benedetti, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Rosaria Lo Russo, Gilda Policastro, Laura Pugno, Italo Testa, accanto a molti altri.
Giulio Milani si è dato anima e corpo, fin dall'inizio della pandemia, a una critica lucida, radicale, onesta e indefessa della gestione politica del problema.
Giulio Milani non è un profeta, e non le ha "azzeccate" o "non azzeccate": è uno spirito libero e uno spirito critico, saldamente legato all'antifascismo, alla coscienza repubblicana, alla tradizione (di sinistra-sinistra, si dovrebbe dire, se oggi non suonasse ridicolo) della critica del potere: in senso artistico, letterario, politico e filosofico insieme, quindi, si potrebbe dire, in senso avanguardistico, nell'accezione del termine che ci hanno consegnato sia il primo sia il secondo Novecento.
Ci siamo incontrati sul terreno di questa militanza intellettuale.
Il blog letterario e di critica sociale "Gli imperdonabili", animato da Giulio Milani, ha accolto alcuni dei miei interventi più ampi e argomentati nel corso della pandemia.
Sono intervenuto, in dialogo con Giulio e con Peter Genito, alla rassegna di conversazioni sul web "Fuori controllo", per parlare soprattutto della pervasiva novità ed efficacia del linguaggio pandemico.
Qualche mese fa mi ha onorato l'invito a partecipare al volume che Giulio Milani stava progettando: una raccolta di pensieri critici sulla gestione della pandemia, concisi ma non occasionali, di persone attive nel mondo della letteratura e della cultura. Un caso unico nel panorama editoriale nazionale.
Ieri Giulio Milani è stato convocato in questura a Carrara per ricevere la notifica di denuncia penale per "istigazione a delinquere": per via di un video su FB in cui invitava la cittadinanza a farsi sentire con più forza, protestare contro le ingiustizie che si stanno consumando e in particolare il green pass.
Quale la modalità di protesta "delinquenziale" evocata ed "istigata" da Giulio Milani? Passeggiare per le strade della città, indugiando sulle strisce pedonali senza semaforo, per creare qualche disagio al traffico. In questura gli sono state prese le impronte digitali e sono state scattate le foto segnaletiche.
Dopo il TSO a Dario Musso per sedare la sua protesta pacifica, dopo quello inflitto allo studente liceale di Fano per mettere fine al suo atto dimostrativo contro la mascherina in classe, dopo gli idranti a massima pressione utilizzati contro un presidio di lavoratori, dove questi hanno ricordato al mondo cosa sia la non violenza e la resistenza passiva, dopo la polizia che carica gli studenti minorenni di un liceo che vorrebbero unirsi all'occupazione della scuola, per chiedere la rimozione delle restrizioni più disumane che stanno distruggendo la loro giovinezza, dopo il poliziotto che intimidisce e palpeggia una studentessa... abbiamo l'editore che alimenta e raccoglie il dissenso critico che viene trattato come un criminale.
Questa criminalizzazione del dissenso è l'orizzonte in cui si muovono la politica e la società italiane, come su un piano inclinato. Non importa che si stia finalmente uscendo dalla pandemia e che i membri del CTS stiano facendo le valigie perché ormai la commissione non serve più. Lo Stato, la classe dirigente, le élite – intendendo non solo la politica, ma anche i direttori di testate nazionali, e gli scienziati-influencer – continueranno ad alzare il tiro della repressione, adoperandosi perché tutto appaia necessario, inevitabile e "normale".
Quante volte in questi mesi ho detto: "questo è fascismo", e mi avete detto "se fosse fascismo non potresti neanche finire la frase"?
Quando capiterà davvero che non mi lasceranno neanche finire la frase, cosa mi direte? Che in fondo me la sono cercata, come Giulio Milani? Che in fondo bastava non avere la testa calda, e sarebbe andato tutto bene? Che in fondo, che me ne importava? Che in fondo, che ci vuole a credere, obbedire, combattere? Combattare quietamente, si intende: semplicemente "facendo il proprio dovere". Che non consiste nel pensare. Anzi, consiste nel non pensare: "fidarsi di chi sa", credere nella scienza, obbedire alle autorità. Per combattere la pandemia.
Che in fondo, è un po' come negli anni Trenta, no? Se stavi buono e facevi il tuo dovere, nessuno ti veniva a dare noia: campavi benissimo, ti compiacevi della paludi che venivano bonificate a tutto beneficio della salute pubblica, e potevi occuparti della tua famiglia, della tua carriera e delle tue passioni.
Pensando a questa vicenda che investe la vita di Giulio Milani – e che in qualche modo tocca chiunque abbia dato e stia dando un contributo al cantiere di riflessione del dissenso – mi viene istintivamente in mente un altro editore e attivista antifascista: Giangiacomo Feltrinelli. Erano altri tempi, d'accordo: altre visioni, altri rischi, altre angoscianti preoccupazioni, altri conflitti, altri modi di stare "dalla parte sbagliata della Storia".
Ma stasera vorrei dedicare idealmente a Giulio Milani una lettura integrale de "L'editore" di Nanni Balestrini: capolavoro della narrativa sperimentale italiana, dedicato proprio all'editore Feltrinelli, che per frammenti e senza punteggiatura, con continui salti narrato-logici, rimette insieme i frammenti della dignità insidiata di una grande figura; della cui integrità e saldezza c'era, c'è, un bisogno profondo.

martedì 19 ottobre 2021

"Noi siamo l'opposizione che non si sente": un libro collettivo di pensieri critici a cui ho partecipato

Esce in questi giorni libreria il libro "Noi siamo l'opposizione che non si sente": un progetto editoriale a cura di Giulio Milani, pubblicato dalla casa editrice Transeuropa di cui è direttore.

È una raccolta di interventi inediti di scrittori, poeti, registi, intellettuali. Il tema è la gestione della pandemia. Le opinioni e le chiavi di lettura espresse sono le più diverse. Il criterio che solidamente crea una comunanza è l'opposizione all'unanimismo intollerante e acritico che ha segnato fin dall'inizio l'unica lettura autorizzata dei fatti. O forse più correttamente dovrei dire l'indifferenza verso tale unanimismo, di persone che si sono date pensiero liberamente, ignorando le delegittimazioni e schivando il "ricatto delle bare di Bergamo" – come se esercitare onestamente e sobriamente il diritto di critica potesse mai offendere qualcuno, invece di costituire una complessificazione di temi complessi, che come tali devono essere rappresentati perché se ne possa discutere sensatamente e proficuamente.
Ma il fatto pandemico ha indotto molte persone ad assumere spontaneamente la postura civica dell'utente passivo dell'autoritarismo: "bisogna fidarsi di chi sa", "bisogna obbedire alle autorità", "bisogna rispettare le norme".
Sono grato a Giulio Milani per avermi invitato a dare un contributo a questo importante, necessario progetto, e spero di esserne stato all'altezza. Sono davvero onorato di trovarmi in queste pagine in compagnia di personalità davvero eccellenti della cultura italiana: Ginevra Bompiani, Aldo Nove, Franco Berardi Bifo, Antonio Rezza, Flavia Mastrella, Emanuela Nava, Lello Voce, Giovanni Agnoloni, Enrico Macioci, Mia Lecomte, Gabriele Frasca, Marco Guzzi, Francesco Benozzo...
La consegna del testo era fissata per la fine di luglio. A metà luglio ho buttato via quello che stavo scrivendo, e sono rimasto in attesa. Stava per succedere qualcosa. La campagna vaccinale era in stato molto avanzato, i traguardi indicati erano a un passo, e sembrava che avessimo imboccato una via d'uscita dalla crisi, in senso epidemiologico e politico. La Gran Bretagna toglieva tutte le restrizioni. Eppure qualcosa di molto grosso, che andava esattamente nella direzione opposta, stava per vedere la luce.
Il 22 luglio Draghi annuncia il varo del green pass, con la poderosa, duplice menzogna: "Il Green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a divertirsi (...) con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose."
Il green pass non doveva servire a "continuare a divertirsi": ma a studiare, a lavorare, ad accompagnare i propri figli a scuola, a vivere dignitosamente.
E non esisteva alcuna "garanzia" di trovarsi tra persone non contagiose, dal momento che l'immunità data dal vaccino non è sterilizzante, e la protezione dall'infezione declina in capo a 4-6 mesi, mentre il passporto ne dura 12. Ma a che serve ripetere qui queste cose?
In quegli ultimi giorni di luglio, nell'estate meno spensierata della mia vita, mi è parso di comprendere ciò che stava accadendo: non stavamo uscendo dalla pandemia, stavamo entrando in una fase nuova: l'epoca della "legittima" discriminazione. Il peggio - i veri scopi - erano ancora di là da venire. Tuttavia la traiettoria era chiarissima, a volerla vedere.
Ho strappato qualche giorno oltre il limite per la consegna per scrivere di ciò che aveva appena iniziato ad accadere, e da cui non si sarebbe tornati indietro.
Ho intitolato il mio intervento "L'estate delle non persone", sapendo che a quella abbacinante estate sarebbe seguito un attonito autunno, e poi un raggelante inverno.
Il pezzo inizia così:
"È una calda giornata di mezza estate. Molti italiani sono in ferie, la voglia di spensieratezza e di spontaneità allontana dalla mente le immagini più scioccanti di diciotto mesi di emergenza sanitaria, e quelle della sua gestione. Tutto in effetti sembra ricordare una normalità perduta.
Ma c’è un fatto nuovo: un fatto sociale straordinariamente significativo, sebbene invisibile, originato da un decreto legge che ha trovato il terreno preparato da mesi di comunicazione istituzionale e mediatica improntata a uno hate speech sfuggito a ogni censura.
Da oggi, per le strade, accanto alle persone, camminano schiere di “non persone”: esseri umani che fino a ieri erano cittadini, ora sono individui spogliati di una serie di diritti e opportunità – salvo sottoporsi costantemente a test invasivi, costosi, eventualmente dolorosi, non necessariamente disponibili in ogni circostanza.
Le “non persone” sono piccoli umani appena usciti dall’infanzia; sono giovani o adulti, oppure anziani; sono persone non vaccinate, o non ancora vaccinate per i più diversi motivi; sono adolescenti che se vivessero in Inghilterra o in Norvegia, per esempio, non avrebbero la possibilità di vaccinarsi nemmeno se lo volessero, per via di una decisione che le autorità locali hanno preso a loro tutela; le “non persone” sono anche persone vaccinate di ogni età che scelgono l’obiezione di coscienza verso la certificazione verde che oggi, 6 agosto 2021, è entrata in vigore."
Vi invito a procurarvi questo libro. Non solo per i molti spunti che offre, con contributi meditati, distesi, ben più pesanti delle riflessioni concitate buttate da ciascuno di noi sui social, legate spesso a specifiche circostanze.
Ma anche per sostenere, moralmente idealmente ed economicamente, l'impresa "imperdonabile" di un editore che ha deciso di sfidare, obbedendo alla sua coscienza umana e professionale, il blocco del pensiero unico sul covid. Con tutto ciò che questo – sappiamo – può comportare. Soprattutto nell'ambiente culturale, dove il conformismo del politicamente corretto (che oggi significa governativamente corretto) è pressoché totale.
"Noi siamo l'opposizione che non si sente", a cura di Giulio Milani, Transeuropa, 200 pagine, 13 €.
Dal 28 ottobre in tutte le librerie e negli store on-line.
Già acquistabile sul sito della casa editrice:
Autori:
Roberto Addeo (scrittore e poeta)
Giovanni Agnoloni (scrittore)
Lucianna Argentino (poeta)
Fabrizio Bajec (poeta)
Francesca Bartellini Moech (scrittrice, poeta, regista, attrice)
Francesco Benozzo (poeta)
Franco Berardi Bifo (filosofo e scrittore)
Giorgio Bianchi (fotoreporter e scrittore)
Donatella Bisutti (scrittrice e poeta)
Ginevra Bompiani (scrittrice e editrice)
Mario Bramè (scrittore e manager)
Davide Bregola (scrittore)
Stefano Burbi (compositore, direttore d'orchestra e poeta)
Michele Caccamo (scrittore e editore)
Simone Cerlini (scrittore)
Carlo Cuppini (scrittore e poeta)
Raphael d’Abdon (poeta e scrittore)
Caterina Davinio (poeta e artista)
Monica Dini (scrittrice)
Luca Fassi (scrittore)
Rita Florit (poeta)
Gabriele Frasca (poeta)
Andrea Garbin (poeta)
Andrea Genovese (poeta e scrittore)
Peter Genito (bibliotecario e scrittore)
Giovanna Giolla (giornalista e scrittrice)
Marco Guzzi (poeta)
Mia Lecomte (poeta e scrittrice)
Enrico Macioci (scrittore)
Flavia Mastrella (regista e scultrice)
Eva Milan (scrittrice e musicista)
Emanuela Nava (scrittrice)
Aldo Nove (poeta e scrittore)
Riccardo Paccosi (regista e scrittore)
Vincenzo Pardini (scrittore)
Antonio Francesco Perozzi (scrittore e poeta)
Federico Pietrobelli (poeta)
Andrea Ponso (poeta)
Antonio Rezza (attore e scrittore)
Luca Rossi (scrittore e sceneggiatore)
Federico Sanguineti (poeta)
Gianfranco Sanguinetti (scrittore)
Francesco Scardone (scrittore)
Marco Tutino (compositore)
Lello Voce (poeta e scrittore)

sabato 9 ottobre 2021

"Prof. Marco Villoresi, lei non potrà accedere"

Ricevo dal prof. Marco Villoresi dell'Università di Firenze la comunicazione del suo allontamento dall'insegnamento e della sospensione dello stipendio, e la diffondo come ulteriore testimonianza dell'epoca in cui viviamo.

Premetto una mia riflessione che inizia con due domande.
Tra una settimana, 16 ottobre 2021, con quali parole, con quali "mai più", con quale eventuale imbarazzo, oppure con quale stentorea ipocrisia, nelle scuole e nelle università si celebrerà la memoria del 16 ottobre 1938, data di entrata in vigore del bando per i docenti e gli studenti ebrei dalle scuole italiane?
Con quale rassicurante certezza di essere dalla parte giusta della Storia si ricorderà che quel 16 ottobre ha costituito – grazie ai germi di odio, intolleranza, discriminazione – la premessa di un altro, ben più tragico, 16 ottobre, quello del 1943, giorno del rastrellamento e della deportazione degli ebrei – gli stessi individui già degradati al rango di "non persona" grazie al bando di 5 anni prima?

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Marco Villoresi, fiorentino, si è laureato nel 1990 all’Università di Firenze. Nella stessa Università ha ottenuto i titoli di Dottorato e Post Dottorato e ha ricevuto varie borse di studio, assegni di ricerca e incarichi come professore a contratto. Sempre continuando a insegnare, dopo molti anni di lavoro nel ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, dal 2015 Marco Villoresi è professore associato di Letteratura Italiana dell’Università di Firenze. Il 27 settembre 2021, a seguito del suo rifiuto di esibire il lasciapassare verde, il professor Marco Villoresi ha ricevuto dall’Università di Firenze una comunicazione di divieto di accesso al luogo di lavoro e di sospensione della retribuzione. Ricordando che il professor Marco Villoresi in qualsiasi altra Università d’Europa oggi potrebbe serenamente insegnare e portare avanti il suo lavoro di ricerca, la predetta comunicazione dell’Università di Firenze viene qui resa pubblica con un puro atto di civica trasparenza.




martedì 28 settembre 2021

Alla ricerca del corpo perduto

C'è un piccolo libro importante, pubblicato da Edizioni Centro Studi Erickson, scritto dalla professoressa Daniela Lucangeli e dall'esperto di comunicazione Luca Vullo. È un manuale pratico e veloce di comunicazione piena, umana ed efficace nei contesti scolastici ed educativi, e in tutti quelli in cui avviene un incontro tra adulti e bambini. È anche un racconto di quello che questo rapporto è e può essere. Ed è una riflessione teorica su quello che dovrebbe intercorrere, tra adulti e bambini. Il libro è incentrato sull'importanza del corpo, dei gesti, degli sguardi, dei sorrisi, dei volti (tutti interi), del non detto, del "toccato con mano", della comunicazione non verbale e dei linguaggi corporei, dell'ascolto, della comunità, del sentire. Tutto ciò che è stato non solo colpito dalle misure contro la pandemia (questo sarebbe un problema relativo), ma "minimizzato", per troppo tempo, perché a qualcuno non venisse in mente di farsi domande sulla capacità di contemperare esigenze primarie e diritti essenziali dei decisori che quelle misure andavano attuando. Altro sarebbe stato sacrificare temporaneamente dei beni essenziali, essendo ben coscienti, drammaticamente coscienti, di quanto si stava compiendo; convinti del dovere di un prossimo, quanto più sollecito, risarcimento per tutto ciò che si era negato.

Nel Paese del "andrà tutto bene", del "va tutto bene", del "abbiamo fatto tutto bene"... il corpo è scomparso.
Le scuole sono diventate luoghi spettrali: fantasmatici contenitori asettici di irrigidimento e di dis-educazione (se l'educazione è ciò di cui ci parla questo libro; le stesse cose di cui ci parlano il grande pedagogista Daniele Novarae molti altri esperti di educazione, del resto), ambientazione di negazioni più dure che in ogni altra situazione sociale, a danno di chi meriterebbe il nostro (di noi adulti) sentimento e avvicinamento più morbido. Anche a costo di assumerci - noi adulti - qualche rischio, qualora le circostanze lo rendano inevitabile.
Ma "Il corpo è docente" è tutto tranne che un libro polemico, o pandemonio co, e la pandemia non è mai sfiorata nemmeno con un'allusione. È un libro che vale, e che sarebbe valso ugualmente anche prima della pandemia. È un libro che ascolta, propone e vuole costruire. La sua gentilezza è definitivamente realizzata grazie ai disegni semplici nel tratto, geniali nel pensiero, commoventi nella poesia, dell'illustratore e artista Francesco Chiacchio.
Senza nulla togliere ai testi, puntuali, chiari e importanti, le immagini dicono tutto. L'inconfondibile e garbata sintesi poetica di Chiacchio dona a questo libro il dono di essere completamente ciò che esprime: l'incarnazione immediata di una serie di principi che anche un bambino può guardare, comprendere, sfogliare e gustare, pensando al mondo, cioè a un mondo possibile e migliore.










Marco Villoresi: "Io mi sento cittadino più di prima"

Pubblico, con profondo coinvolgimento e adesione morale, il testo integrale di una nuova lettera di Marco Villoresi, professore di Letteratura Italiana all'Università di Firenze, sospeso dall'insegnamento e dallo stipendio in conseguenza della sua scelta di non esibire la Certificazione Verde. Anche la sua prima lettera, con cui il 16 settembre annunciava la sua decisione, è pubblicata su questo blog con l'autorizzazione dell'autore.

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Firenze, 26 settembre 2021

Carissimi.

Rivolgo le seguenti riflessioni a tutti i liberi cittadini che hanno a cuore la salute della democrazia e della società italiana, ma scrivo direttamente a voi, compagni e colleghi della comunità universitaria, che state lottando, con grande impegno e lucida intelligenza, contro il cosiddetto Green Pass. Sento il bisogno di scrivervi per dimostrare pubblicamente il mio totale apprezzamento per quello che state facendo. In particolare, per la vostra volontà di denuncia delle pericolose derive che investono i campi del diritto e dell’etica, della scienza e della comunicazione, condizionando sempre più pesantemente il nostro vivere civile. Tutto questo si concretizza nel vostro NO, che faccio mio, che facciamo nostro, così limpido e così genuino, il NO alla discriminazione tra cittadini, alle limitazioni delle libertà dell’individuo, alla riduzione della nostra umanità ad un mero codice a barre. 

Molti di voi, credo, sanno qual è stata la mia scelta. Come avevo annunciato in una lettera del 16 settembre alla Rettrice dell’Università di Firenze, poi finita sui giornali senza che io muovessi un dito e a mia insaputa - È la stampa, bellezza! -, mi sono rifiutato di esibire il lasciapassare. Il 22 settembre, giorno d’inizio del mio corso di Letteratura Italiana, la mia scelta è stata burocraticamente registrata. Le conseguenze le conoscete tutti: sono a casa senza stipendio. Dura Lex, sed Lex. Che, difatti, serenamente accetto. E altrettanto serenamente, condividendo il mio stesso destino, la sta accettando il collega Stefano Leoni, vicedirettore del Conservatorio di Torino.

Sembrerà paradossale ai più, ma questa scelta non la sto vivendo - permettetemi di rifarmi ad un’autorevole definizione - da cittadino di serie B. Tutt’altro, direi. Sono cose note, del resto: il passaggio dalla parola all’atto - quando l’atto è ben meditato e consapevole - ha sempre una funzione liberatoria. In questo momento, io mi sento cittadino più di prima. Un libero cittadino italiano che accetta le conseguenze di una sua libera scelta. D’altronde, come ho risposto ai molti - ai sorprendentemente molti - che mi hanno voluto mostrare vicinanza e stima, ho solo scritto quello che pensavo. E ho solo fatto quello che ritenevo necessario. Tutto qui.

Ma non è certo per parlarvi di me e di quello che sto vivendo, che vi scrivo. Vi scrivo, invece, per provare ad immaginare - provando a immaginarlo insieme a voi - cosa potrebbe essere fatto di pratico e di incisivo nelle giornate che ci separano dal 15 ottobre. Allorquando, è noto, l’utilizzo del lasciapassare - un unicum fra le democrazie d’Europa, ricordiamolo sempre - verrà esteso a tutti gli ambiti lavorativi. Una data che ritroveremo senz’altro nei libri di storia. Ma dubito, come tutti voi, che sarà una data di cui il nostro paese potrà andar fiero.       

Vengo al dunque, partendo da una cosa che penso di aver capito di questo reo tempo che ci tocca vivere. E che forse voi stessi, come e meglio di me, avrete con grande pena percepito, giorno dopo giorno, sempre più distintamente. Molti liberi cittadini si sentono soli e smarriti. E, soprattutto, molti lavoratori si sentono traditi. Traditi dalle istituzioni, dai partiti, dai sindacati. Solitudine, smarrimento, sensazione di esser stati traditi. Credo siano sentimenti diffusi e trasversali. Non si tratta di giovani o anziani, di persone appartenenti a specifiche categorie sociali e culturali, a quello o quell’altro schieramento politico. Né, tantomeno, si tratta semplicemente di chi, oggi come ieri, è più o meno favorevole a certe restrizioni o imposizioni, o a certe scelte sanitarie anziché altre. 

Ebbene, che cosa possiamo fare per combattere questo generale senso di disagio e di asfissia che colpisce molti italiani, anzi che cosa dobbiamo necessariamente fare noi che lavoriamo nell’Università? Comincerei proprio dall’Università, dalla nostra realtà professionale. Dicendo che il civile, pacifico e umanissimo rifiuto del lasciapassare deve andare di pari passo con la serena pretesa di vivere e di lavorare in un’Università libera, aperta, inclusiva. Questo significa cambiare molti dei paradigmi oggi in vigore, alcuni dei quali surrettiziamente consolidati in tempo di pandemia. Dobbiamo far presente con chiarezza ciò che NON vogliamo. Non vogliamo l’Università asservita al potere politico-economico, l’Università dei burocrati e dei lacchè, dei tornelli e dei QR Code, del pensiero unico e del sapere profilato. L’Università deve tornare ad essere, in ogni disciplina, il campo di ricerca permanente di quelle verità che non possono mai coincidere con la Verità. Sono le sole verità, lo sappiamo bene, che il libero pensiero scientifico può accettare: le verità soggette a costante revisione, sempre criticabili e fallibili, sempre reversibili e falsificabili. Questo credo oggi sia davvero indispensabile, per ritrovare il gusto di una sana dialettica senza censure e mettere un argine a quella spudorata trasformazione della scienza in scientismo a cui stiamo assistendo nell’ultimo anno e mezzo. Lo dobbiamo, innanzi tutto, ai nostri studenti. Che potranno contare anche e soprattutto su questo costante esercizio critico per restare sempre dei liberi cittadini, senza mai trasformarsi in docili sudditi.

In questi giorni che ci separano dal 15 ottobre, tuttavia, occorrerà trovare concretamente il modo per mostrare che noi docenti siamo vicini non solo ai nostri studenti – e, in particolare, a quelli non osservanti, a cui viene impedito il libero accesso alle lezioni, alle biblioteche, ai laboratori. Noi dovremo mostrare di essere solidali e vicini anche a quei cittadini soli, smarriti, traditi di cui parlavo prima, smentendo una volta di più coloro che hanno volgarmente insinuato che ci muoviamo soltanto per spirito di corporazione.  

Non c’è bisogno che ve lo dica: io posso liberamente esporre la mia idea di Università, come ho fatto, ma non ho nessuna autorevolezza, né tantomeno diritto di suggerire che cosa fare alla singola persona per opporsi alla vergognosa estensione del lasciapassare. Anche perché, oltre ad essere scelte molto intime, sono scelte che possono mettere in gioco aspetti materici della vita di tutti i giorni. Lo avrete capito, però, e certo non posso negare che alle libere scelte individuali - alle scelte fatte in scienza e coscienza che precipitano nel reale - riconosco una forza e un credito speciale. E persino, come dicevo poc’anzi, un valore terapeutico. 

Il vostro gruppo, che è il mio gruppo, è frutto di queste scelte individuali. Ora sappiamo che siamo tutti dalla stessa parte, la parte che ci sembra giusta. E non importa se siamo pochi o se siamo tanti. Avendo ben chiaro il comune obiettivo, ognuno di noi nei prossimi giorni continuerà a fare liberamente quello che riterrà opportuno. Mi permetto, però, di fare una considerazione elementare, sempre rispettando le idee, le sensibilità e le esigenze di ciascuno. Il 15 ottobre, ne converrete, è una linea di confine: se non ci sarà un forte segnale di civile e serena resistenza, dal giorno dopo le discussioni sul lasciapassare saranno per davvero solo sterili discussioni accademiche.

Nessuno può essere chiamato a fare ciò che liberamente non vuole fare. E nessuno meglio di noi lo sa, dato che è anche per questo che stiamo lottando. Credo, però, a una cosa molto semplice: se alcuni di voi, ovvero se alcuni dei professori firmatari dell’appello contro il cosiddetto Green Pass, per qualche giorno evitassero di esibire il lasciapassare, ecco, io credo che sarebbe il modo migliore per mettere in luce una forza pacifica e pronta a lavorare per una società più libera, informata e consapevole. D’altronde, sulla base delle notizie che stanno circolando, non è difficile immaginare che il 15 ottobre quel gesto di civile e trasparente disobbedienza lo faranno operai, artigiani, impiegati e persino poliziotti. Non importa quanti, sarà quel che sarà. Ma io voglio anche immaginare che a fianco di questi cittadini e lavoratori ci saranno dei professori universitari. E il solo immaginarlo, credetemi, mi dà gioia e salute.

Con stima e amicizia, 

Marco Villoresi