blog di Carlo Cuppini

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martedì 26 ottobre 2021

"Noi siamo l'opposizione che non si sente", recensione di Renzo Paris

Renzo Paris è un grande poeta, narratore e analista della cultura sommersa, della controcultura italiana. Come dimenticare l'effetto che, da adolescente o ragazzo, mi fecero i suoi libri "Cani sciolti", "Frecce avvelenate", "Squotter", "Ultimi dispacci della notte"?

Renzo Paris, scrivendo una ampia recensione sul Fatto Quotidiano, è il primo commentatore a cogliere la novità del volume ideato e curato da Giulio Milani per Transeuropa "Noi siamo l'opposizione che non si sente", in uscita in questi giorni, al quale ho avuto il piacere di partecipare con un contributo intitolato "L'estate delle non persone".

Il libro si può già acquistare qui: http://www.transeuropaedizioni.it/dettaglio_libro.php...




venerdì 22 ottobre 2021

Per Giulio Milani, editore e attivista

Due giorni fa annunciavo l'uscita del libro "Noi siamo l'opposizione che non si sente", voluto e curato da Giulio Milani, editore di Transeuropa, a cui con convinzione ho offerto un contributo, senza preoccuparmi di poter sfigurare accanto a protagonisti della letteratura italiana contemporanea come Ginevra Bompiani, Emanuela Nava, Aldo Nove, Antonio Rezza, Giovanni Agnoloni, Enrico Macioci e molti altri.

Transeuropa è una casa editrice storica, se non per anzianità, certamente per il peso che ha avuto e che ha nel panorama letterario italiano. Ricordo bene alcuni libri editi sotto questo marchio che hanno segnato la mia formazione letteraria nella tarda adolescenza. Nelle sue due vite (1987-2003, e poi dal 2003 sotto la guida di Giulio Milani) per Transeuropa sono passati Pier Vittorio Tondelli, Silvia Ballestra, Aldo Nove, Tiziano Scarpa, Giuseppe Culicchia, Enrico Brizzi ("Jack Frusciante" è stato scoperto e pubblicato per la prima volta da Transeuropa), Fabio Genovesi; e poi, per la saggistica, filosofi del calibro di Gianni Vattimo, Slavoj Žižek, Hans Georg Gadamer; e poi i poeti, uno straordinario spaccato del panorama italiano più vitale: Franco Arminio, Mario Benedetti, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Rosaria Lo Russo, Gilda Policastro, Laura Pugno, Italo Testa, accanto a molti altri.
Giulio Milani si è dato anima e corpo, fin dall'inizio della pandemia, a una critica lucida, radicale, onesta e indefessa della gestione politica del problema.
Giulio Milani non è un profeta, e non le ha "azzeccate" o "non azzeccate": è uno spirito libero e uno spirito critico, saldamente legato all'antifascismo, alla coscienza repubblicana, alla tradizione (di sinistra-sinistra, si dovrebbe dire, se oggi non suonasse ridicolo) della critica del potere: in senso artistico, letterario, politico e filosofico insieme, quindi, si potrebbe dire, in senso avanguardistico, nell'accezione del termine che ci hanno consegnato sia il primo sia il secondo Novecento.
Ci siamo incontrati sul terreno di questa militanza intellettuale.
Il blog letterario e di critica sociale "Gli imperdonabili", animato da Giulio Milani, ha accolto alcuni dei miei interventi più ampi e argomentati nel corso della pandemia.
Sono intervenuto, in dialogo con Giulio e con Peter Genito, alla rassegna di conversazioni sul web "Fuori controllo", per parlare soprattutto della pervasiva novità ed efficacia del linguaggio pandemico.
Qualche mese fa mi ha onorato l'invito a partecipare al volume che Giulio Milani stava progettando: una raccolta di pensieri critici sulla gestione della pandemia, concisi ma non occasionali, di persone attive nel mondo della letteratura e della cultura. Un caso unico nel panorama editoriale nazionale.
Ieri Giulio Milani è stato convocato in questura a Carrara per ricevere la notifica di denuncia penale per "istigazione a delinquere": per via di un video su FB in cui invitava la cittadinanza a farsi sentire con più forza, protestare contro le ingiustizie che si stanno consumando e in particolare il green pass.
Quale la modalità di protesta "delinquenziale" evocata ed "istigata" da Giulio Milani? Passeggiare per le strade della città, indugiando sulle strisce pedonali senza semaforo, per creare qualche disagio al traffico. In questura gli sono state prese le impronte digitali e sono state scattate le foto segnaletiche.
Dopo il TSO a Dario Musso per sedare la sua protesta pacifica, dopo quello inflitto allo studente liceale di Fano per mettere fine al suo atto dimostrativo contro la mascherina in classe, dopo gli idranti a massima pressione utilizzati contro un presidio di lavoratori, dove questi hanno ricordato al mondo cosa sia la non violenza e la resistenza passiva, dopo la polizia che carica gli studenti minorenni di un liceo che vorrebbero unirsi all'occupazione della scuola, per chiedere la rimozione delle restrizioni più disumane che stanno distruggendo la loro giovinezza, dopo il poliziotto che intimidisce e palpeggia una studentessa... abbiamo l'editore che alimenta e raccoglie il dissenso critico che viene trattato come un criminale.
Questa criminalizzazione del dissenso è l'orizzonte in cui si muovono la politica e la società italiane, come su un piano inclinato. Non importa che si stia finalmente uscendo dalla pandemia e che i membri del CTS stiano facendo le valigie perché ormai la commissione non serve più. Lo Stato, la classe dirigente, le élite – intendendo non solo la politica, ma anche i direttori di testate nazionali, e gli scienziati-influencer – continueranno ad alzare il tiro della repressione, adoperandosi perché tutto appaia necessario, inevitabile e "normale".
Quante volte in questi mesi ho detto: "questo è fascismo", e mi avete detto "se fosse fascismo non potresti neanche finire la frase"?
Quando capiterà davvero che non mi lasceranno neanche finire la frase, cosa mi direte? Che in fondo me la sono cercata, come Giulio Milani? Che in fondo bastava non avere la testa calda, e sarebbe andato tutto bene? Che in fondo, che me ne importava? Che in fondo, che ci vuole a credere, obbedire, combattere? Combattare quietamente, si intende: semplicemente "facendo il proprio dovere". Che non consiste nel pensare. Anzi, consiste nel non pensare: "fidarsi di chi sa", credere nella scienza, obbedire alle autorità. Per combattere la pandemia.
Che in fondo, è un po' come negli anni Trenta, no? Se stavi buono e facevi il tuo dovere, nessuno ti veniva a dare noia: campavi benissimo, ti compiacevi della paludi che venivano bonificate a tutto beneficio della salute pubblica, e potevi occuparti della tua famiglia, della tua carriera e delle tue passioni.
Pensando a questa vicenda che investe la vita di Giulio Milani – e che in qualche modo tocca chiunque abbia dato e stia dando un contributo al cantiere di riflessione del dissenso – mi viene istintivamente in mente un altro editore e attivista antifascista: Giangiacomo Feltrinelli. Erano altri tempi, d'accordo: altre visioni, altri rischi, altre angoscianti preoccupazioni, altri conflitti, altri modi di stare "dalla parte sbagliata della Storia".
Ma stasera vorrei dedicare idealmente a Giulio Milani una lettura integrale de "L'editore" di Nanni Balestrini: capolavoro della narrativa sperimentale italiana, dedicato proprio all'editore Feltrinelli, che per frammenti e senza punteggiatura, con continui salti narrato-logici, rimette insieme i frammenti della dignità insidiata di una grande figura; della cui integrità e saldezza c'era, c'è, un bisogno profondo.

martedì 19 ottobre 2021

"Noi siamo l'opposizione che non si sente": un libro collettivo di pensieri critici a cui ho partecipato

Esce in questi giorni libreria il libro "Noi siamo l'opposizione che non si sente": un progetto editoriale a cura di Giulio Milani, pubblicato dalla casa editrice Transeuropa di cui è direttore.

È una raccolta di interventi inediti di scrittori, poeti, registi, intellettuali. Il tema è la gestione della pandemia. Le opinioni e le chiavi di lettura espresse sono le più diverse. Il criterio che solidamente crea una comunanza è l'opposizione all'unanimismo intollerante e acritico che ha segnato fin dall'inizio l'unica lettura autorizzata dei fatti. O forse più correttamente dovrei dire l'indifferenza verso tale unanimismo, di persone che si sono date pensiero liberamente, ignorando le delegittimazioni e schivando il "ricatto delle bare di Bergamo" – come se esercitare onestamente e sobriamente il diritto di critica potesse mai offendere qualcuno, invece di costituire una complessificazione di temi complessi, che come tali devono essere rappresentati perché se ne possa discutere sensatamente e proficuamente.
Ma il fatto pandemico ha indotto molte persone ad assumere spontaneamente la postura civica dell'utente passivo dell'autoritarismo: "bisogna fidarsi di chi sa", "bisogna obbedire alle autorità", "bisogna rispettare le norme".
Sono grato a Giulio Milani per avermi invitato a dare un contributo a questo importante, necessario progetto, e spero di esserne stato all'altezza. Sono davvero onorato di trovarmi in queste pagine in compagnia di personalità davvero eccellenti della cultura italiana: Ginevra Bompiani, Aldo Nove, Franco Berardi Bifo, Antonio Rezza, Flavia Mastrella, Emanuela Nava, Lello Voce, Giovanni Agnoloni, Enrico Macioci, Mia Lecomte, Gabriele Frasca, Marco Guzzi, Francesco Benozzo...
La consegna del testo era fissata per la fine di luglio. A metà luglio ho buttato via quello che stavo scrivendo, e sono rimasto in attesa. Stava per succedere qualcosa. La campagna vaccinale era in stato molto avanzato, i traguardi indicati erano a un passo, e sembrava che avessimo imboccato una via d'uscita dalla crisi, in senso epidemiologico e politico. La Gran Bretagna toglieva tutte le restrizioni. Eppure qualcosa di molto grosso, che andava esattamente nella direzione opposta, stava per vedere la luce.
Il 22 luglio Draghi annuncia il varo del green pass, con la poderosa, duplice menzogna: "Il Green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a divertirsi (...) con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose."
Il green pass non doveva servire a "continuare a divertirsi": ma a studiare, a lavorare, ad accompagnare i propri figli a scuola, a vivere dignitosamente.
E non esisteva alcuna "garanzia" di trovarsi tra persone non contagiose, dal momento che l'immunità data dal vaccino non è sterilizzante, e la protezione dall'infezione declina in capo a 4-6 mesi, mentre il passporto ne dura 12. Ma a che serve ripetere qui queste cose?
In quegli ultimi giorni di luglio, nell'estate meno spensierata della mia vita, mi è parso di comprendere ciò che stava accadendo: non stavamo uscendo dalla pandemia, stavamo entrando in una fase nuova: l'epoca della "legittima" discriminazione. Il peggio - i veri scopi - erano ancora di là da venire. Tuttavia la traiettoria era chiarissima, a volerla vedere.
Ho strappato qualche giorno oltre il limite per la consegna per scrivere di ciò che aveva appena iniziato ad accadere, e da cui non si sarebbe tornati indietro.
Ho intitolato il mio intervento "L'estate delle non persone", sapendo che a quella abbacinante estate sarebbe seguito un attonito autunno, e poi un raggelante inverno.
Il pezzo inizia così:
"È una calda giornata di mezza estate. Molti italiani sono in ferie, la voglia di spensieratezza e di spontaneità allontana dalla mente le immagini più scioccanti di diciotto mesi di emergenza sanitaria, e quelle della sua gestione. Tutto in effetti sembra ricordare una normalità perduta.
Ma c’è un fatto nuovo: un fatto sociale straordinariamente significativo, sebbene invisibile, originato da un decreto legge che ha trovato il terreno preparato da mesi di comunicazione istituzionale e mediatica improntata a uno hate speech sfuggito a ogni censura.
Da oggi, per le strade, accanto alle persone, camminano schiere di “non persone”: esseri umani che fino a ieri erano cittadini, ora sono individui spogliati di una serie di diritti e opportunità – salvo sottoporsi costantemente a test invasivi, costosi, eventualmente dolorosi, non necessariamente disponibili in ogni circostanza.
Le “non persone” sono piccoli umani appena usciti dall’infanzia; sono giovani o adulti, oppure anziani; sono persone non vaccinate, o non ancora vaccinate per i più diversi motivi; sono adolescenti che se vivessero in Inghilterra o in Norvegia, per esempio, non avrebbero la possibilità di vaccinarsi nemmeno se lo volessero, per via di una decisione che le autorità locali hanno preso a loro tutela; le “non persone” sono anche persone vaccinate di ogni età che scelgono l’obiezione di coscienza verso la certificazione verde che oggi, 6 agosto 2021, è entrata in vigore."
Vi invito a procurarvi questo libro. Non solo per i molti spunti che offre, con contributi meditati, distesi, ben più pesanti delle riflessioni concitate buttate da ciascuno di noi sui social, legate spesso a specifiche circostanze.
Ma anche per sostenere, moralmente idealmente ed economicamente, l'impresa "imperdonabile" di un editore che ha deciso di sfidare, obbedendo alla sua coscienza umana e professionale, il blocco del pensiero unico sul covid. Con tutto ciò che questo – sappiamo – può comportare. Soprattutto nell'ambiente culturale, dove il conformismo del politicamente corretto (che oggi significa governativamente corretto) è pressoché totale.
"Noi siamo l'opposizione che non si sente", a cura di Giulio Milani, Transeuropa, 200 pagine, 13 €.
Dal 28 ottobre in tutte le librerie e negli store on-line.
Già acquistabile sul sito della casa editrice:
Autori:
Roberto Addeo (scrittore e poeta)
Giovanni Agnoloni (scrittore)
Lucianna Argentino (poeta)
Fabrizio Bajec (poeta)
Francesca Bartellini Moech (scrittrice, poeta, regista, attrice)
Francesco Benozzo (poeta)
Franco Berardi Bifo (filosofo e scrittore)
Giorgio Bianchi (fotoreporter e scrittore)
Donatella Bisutti (scrittrice e poeta)
Ginevra Bompiani (scrittrice e editrice)
Mario Bramè (scrittore e manager)
Davide Bregola (scrittore)
Stefano Burbi (compositore, direttore d'orchestra e poeta)
Michele Caccamo (scrittore e editore)
Simone Cerlini (scrittore)
Carlo Cuppini (scrittore e poeta)
Raphael d’Abdon (poeta e scrittore)
Caterina Davinio (poeta e artista)
Monica Dini (scrittrice)
Luca Fassi (scrittore)
Rita Florit (poeta)
Gabriele Frasca (poeta)
Andrea Garbin (poeta)
Andrea Genovese (poeta e scrittore)
Peter Genito (bibliotecario e scrittore)
Giovanna Giolla (giornalista e scrittrice)
Marco Guzzi (poeta)
Mia Lecomte (poeta e scrittrice)
Enrico Macioci (scrittore)
Flavia Mastrella (regista e scultrice)
Eva Milan (scrittrice e musicista)
Emanuela Nava (scrittrice)
Aldo Nove (poeta e scrittore)
Riccardo Paccosi (regista e scrittore)
Vincenzo Pardini (scrittore)
Antonio Francesco Perozzi (scrittore e poeta)
Federico Pietrobelli (poeta)
Andrea Ponso (poeta)
Antonio Rezza (attore e scrittore)
Luca Rossi (scrittore e sceneggiatore)
Federico Sanguineti (poeta)
Gianfranco Sanguinetti (scrittore)
Francesco Scardone (scrittore)
Marco Tutino (compositore)
Lello Voce (poeta e scrittore)

sabato 9 ottobre 2021

"Prof. Marco Villoresi, lei non potrà accedere"

Ricevo dal prof. Marco Villoresi dell'Università di Firenze la comunicazione del suo allontamento dall'insegnamento e della sospensione dello stipendio, e la diffondo come ulteriore testimonianza dell'epoca in cui viviamo.

Premetto una mia riflessione che inizia con due domande.
Tra una settimana, 16 ottobre 2021, con quali parole, con quali "mai più", con quale eventuale imbarazzo, oppure con quale stentorea ipocrisia, nelle scuole e nelle università si celebrerà la memoria del 16 ottobre 1938, data di entrata in vigore del bando per i docenti e gli studenti ebrei dalle scuole italiane?
Con quale rassicurante certezza di essere dalla parte giusta della Storia si ricorderà che quel 16 ottobre ha costituito – grazie ai germi di odio, intolleranza, discriminazione – la premessa di un altro, ben più tragico, 16 ottobre, quello del 1943, giorno del rastrellamento e della deportazione degli ebrei – gli stessi individui già degradati al rango di "non persona" grazie al bando di 5 anni prima?

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Marco Villoresi, fiorentino, si è laureato nel 1990 all’Università di Firenze. Nella stessa Università ha ottenuto i titoli di Dottorato e Post Dottorato e ha ricevuto varie borse di studio, assegni di ricerca e incarichi come professore a contratto. Sempre continuando a insegnare, dopo molti anni di lavoro nel ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, dal 2015 Marco Villoresi è professore associato di Letteratura Italiana dell’Università di Firenze. Il 27 settembre 2021, a seguito del suo rifiuto di esibire il lasciapassare verde, il professor Marco Villoresi ha ricevuto dall’Università di Firenze una comunicazione di divieto di accesso al luogo di lavoro e di sospensione della retribuzione. Ricordando che il professor Marco Villoresi in qualsiasi altra Università d’Europa oggi potrebbe serenamente insegnare e portare avanti il suo lavoro di ricerca, la predetta comunicazione dell’Università di Firenze viene qui resa pubblica con un puro atto di civica trasparenza.




martedì 28 settembre 2021

Alla ricerca del corpo perduto

C'è un piccolo libro importante, pubblicato da Edizioni Centro Studi Erickson, scritto dalla professoressa Daniela Lucangeli e dall'esperto di comunicazione Luca Vullo. È un manuale pratico e veloce di comunicazione piena, umana ed efficace nei contesti scolastici ed educativi, e in tutti quelli in cui avviene un incontro tra adulti e bambini. È anche un racconto di quello che questo rapporto è e può essere. Ed è una riflessione teorica su quello che dovrebbe intercorrere, tra adulti e bambini. Il libro è incentrato sull'importanza del corpo, dei gesti, degli sguardi, dei sorrisi, dei volti (tutti interi), del non detto, del "toccato con mano", della comunicazione non verbale e dei linguaggi corporei, dell'ascolto, della comunità, del sentire. Tutto ciò che è stato non solo colpito dalle misure contro la pandemia (questo sarebbe un problema relativo), ma "minimizzato", per troppo tempo, perché a qualcuno non venisse in mente di farsi domande sulla capacità di contemperare esigenze primarie e diritti essenziali dei decisori che quelle misure andavano attuando. Altro sarebbe stato sacrificare temporaneamente dei beni essenziali, essendo ben coscienti, drammaticamente coscienti, di quanto si stava compiendo; convinti del dovere di un prossimo, quanto più sollecito, risarcimento per tutto ciò che si era negato.

Nel Paese del "andrà tutto bene", del "va tutto bene", del "abbiamo fatto tutto bene"... il corpo è scomparso.
Le scuole sono diventate luoghi spettrali: fantasmatici contenitori asettici di irrigidimento e di dis-educazione (se l'educazione è ciò di cui ci parla questo libro; le stesse cose di cui ci parlano il grande pedagogista Daniele Novarae molti altri esperti di educazione, del resto), ambientazione di negazioni più dure che in ogni altra situazione sociale, a danno di chi meriterebbe il nostro (di noi adulti) sentimento e avvicinamento più morbido. Anche a costo di assumerci - noi adulti - qualche rischio, qualora le circostanze lo rendano inevitabile.
Ma "Il corpo è docente" è tutto tranne che un libro polemico, o pandemonio co, e la pandemia non è mai sfiorata nemmeno con un'allusione. È un libro che vale, e che sarebbe valso ugualmente anche prima della pandemia. È un libro che ascolta, propone e vuole costruire. La sua gentilezza è definitivamente realizzata grazie ai disegni semplici nel tratto, geniali nel pensiero, commoventi nella poesia, dell'illustratore e artista Francesco Chiacchio.
Senza nulla togliere ai testi, puntuali, chiari e importanti, le immagini dicono tutto. L'inconfondibile e garbata sintesi poetica di Chiacchio dona a questo libro il dono di essere completamente ciò che esprime: l'incarnazione immediata di una serie di principi che anche un bambino può guardare, comprendere, sfogliare e gustare, pensando al mondo, cioè a un mondo possibile e migliore.










Marco Villoresi: "Io mi sento cittadino più di prima"

Pubblico, con profondo coinvolgimento e adesione morale, il testo integrale di una nuova lettera di Marco Villoresi, professore di Letteratura Italiana all'Università di Firenze, sospeso dall'insegnamento e dallo stipendio in conseguenza della sua scelta di non esibire la Certificazione Verde. Anche la sua prima lettera, con cui il 16 settembre annunciava la sua decisione, è pubblicata su questo blog con l'autorizzazione dell'autore.

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Firenze, 26 settembre 2021

Carissimi.

Rivolgo le seguenti riflessioni a tutti i liberi cittadini che hanno a cuore la salute della democrazia e della società italiana, ma scrivo direttamente a voi, compagni e colleghi della comunità universitaria, che state lottando, con grande impegno e lucida intelligenza, contro il cosiddetto Green Pass. Sento il bisogno di scrivervi per dimostrare pubblicamente il mio totale apprezzamento per quello che state facendo. In particolare, per la vostra volontà di denuncia delle pericolose derive che investono i campi del diritto e dell’etica, della scienza e della comunicazione, condizionando sempre più pesantemente il nostro vivere civile. Tutto questo si concretizza nel vostro NO, che faccio mio, che facciamo nostro, così limpido e così genuino, il NO alla discriminazione tra cittadini, alle limitazioni delle libertà dell’individuo, alla riduzione della nostra umanità ad un mero codice a barre. 

Molti di voi, credo, sanno qual è stata la mia scelta. Come avevo annunciato in una lettera del 16 settembre alla Rettrice dell’Università di Firenze, poi finita sui giornali senza che io muovessi un dito e a mia insaputa - È la stampa, bellezza! -, mi sono rifiutato di esibire il lasciapassare. Il 22 settembre, giorno d’inizio del mio corso di Letteratura Italiana, la mia scelta è stata burocraticamente registrata. Le conseguenze le conoscete tutti: sono a casa senza stipendio. Dura Lex, sed Lex. Che, difatti, serenamente accetto. E altrettanto serenamente, condividendo il mio stesso destino, la sta accettando il collega Stefano Leoni, vicedirettore del Conservatorio di Torino.

Sembrerà paradossale ai più, ma questa scelta non la sto vivendo - permettetemi di rifarmi ad un’autorevole definizione - da cittadino di serie B. Tutt’altro, direi. Sono cose note, del resto: il passaggio dalla parola all’atto - quando l’atto è ben meditato e consapevole - ha sempre una funzione liberatoria. In questo momento, io mi sento cittadino più di prima. Un libero cittadino italiano che accetta le conseguenze di una sua libera scelta. D’altronde, come ho risposto ai molti - ai sorprendentemente molti - che mi hanno voluto mostrare vicinanza e stima, ho solo scritto quello che pensavo. E ho solo fatto quello che ritenevo necessario. Tutto qui.

Ma non è certo per parlarvi di me e di quello che sto vivendo, che vi scrivo. Vi scrivo, invece, per provare ad immaginare - provando a immaginarlo insieme a voi - cosa potrebbe essere fatto di pratico e di incisivo nelle giornate che ci separano dal 15 ottobre. Allorquando, è noto, l’utilizzo del lasciapassare - un unicum fra le democrazie d’Europa, ricordiamolo sempre - verrà esteso a tutti gli ambiti lavorativi. Una data che ritroveremo senz’altro nei libri di storia. Ma dubito, come tutti voi, che sarà una data di cui il nostro paese potrà andar fiero.       

Vengo al dunque, partendo da una cosa che penso di aver capito di questo reo tempo che ci tocca vivere. E che forse voi stessi, come e meglio di me, avrete con grande pena percepito, giorno dopo giorno, sempre più distintamente. Molti liberi cittadini si sentono soli e smarriti. E, soprattutto, molti lavoratori si sentono traditi. Traditi dalle istituzioni, dai partiti, dai sindacati. Solitudine, smarrimento, sensazione di esser stati traditi. Credo siano sentimenti diffusi e trasversali. Non si tratta di giovani o anziani, di persone appartenenti a specifiche categorie sociali e culturali, a quello o quell’altro schieramento politico. Né, tantomeno, si tratta semplicemente di chi, oggi come ieri, è più o meno favorevole a certe restrizioni o imposizioni, o a certe scelte sanitarie anziché altre. 

Ebbene, che cosa possiamo fare per combattere questo generale senso di disagio e di asfissia che colpisce molti italiani, anzi che cosa dobbiamo necessariamente fare noi che lavoriamo nell’Università? Comincerei proprio dall’Università, dalla nostra realtà professionale. Dicendo che il civile, pacifico e umanissimo rifiuto del lasciapassare deve andare di pari passo con la serena pretesa di vivere e di lavorare in un’Università libera, aperta, inclusiva. Questo significa cambiare molti dei paradigmi oggi in vigore, alcuni dei quali surrettiziamente consolidati in tempo di pandemia. Dobbiamo far presente con chiarezza ciò che NON vogliamo. Non vogliamo l’Università asservita al potere politico-economico, l’Università dei burocrati e dei lacchè, dei tornelli e dei QR Code, del pensiero unico e del sapere profilato. L’Università deve tornare ad essere, in ogni disciplina, il campo di ricerca permanente di quelle verità che non possono mai coincidere con la Verità. Sono le sole verità, lo sappiamo bene, che il libero pensiero scientifico può accettare: le verità soggette a costante revisione, sempre criticabili e fallibili, sempre reversibili e falsificabili. Questo credo oggi sia davvero indispensabile, per ritrovare il gusto di una sana dialettica senza censure e mettere un argine a quella spudorata trasformazione della scienza in scientismo a cui stiamo assistendo nell’ultimo anno e mezzo. Lo dobbiamo, innanzi tutto, ai nostri studenti. Che potranno contare anche e soprattutto su questo costante esercizio critico per restare sempre dei liberi cittadini, senza mai trasformarsi in docili sudditi.

In questi giorni che ci separano dal 15 ottobre, tuttavia, occorrerà trovare concretamente il modo per mostrare che noi docenti siamo vicini non solo ai nostri studenti – e, in particolare, a quelli non osservanti, a cui viene impedito il libero accesso alle lezioni, alle biblioteche, ai laboratori. Noi dovremo mostrare di essere solidali e vicini anche a quei cittadini soli, smarriti, traditi di cui parlavo prima, smentendo una volta di più coloro che hanno volgarmente insinuato che ci muoviamo soltanto per spirito di corporazione.  

Non c’è bisogno che ve lo dica: io posso liberamente esporre la mia idea di Università, come ho fatto, ma non ho nessuna autorevolezza, né tantomeno diritto di suggerire che cosa fare alla singola persona per opporsi alla vergognosa estensione del lasciapassare. Anche perché, oltre ad essere scelte molto intime, sono scelte che possono mettere in gioco aspetti materici della vita di tutti i giorni. Lo avrete capito, però, e certo non posso negare che alle libere scelte individuali - alle scelte fatte in scienza e coscienza che precipitano nel reale - riconosco una forza e un credito speciale. E persino, come dicevo poc’anzi, un valore terapeutico. 

Il vostro gruppo, che è il mio gruppo, è frutto di queste scelte individuali. Ora sappiamo che siamo tutti dalla stessa parte, la parte che ci sembra giusta. E non importa se siamo pochi o se siamo tanti. Avendo ben chiaro il comune obiettivo, ognuno di noi nei prossimi giorni continuerà a fare liberamente quello che riterrà opportuno. Mi permetto, però, di fare una considerazione elementare, sempre rispettando le idee, le sensibilità e le esigenze di ciascuno. Il 15 ottobre, ne converrete, è una linea di confine: se non ci sarà un forte segnale di civile e serena resistenza, dal giorno dopo le discussioni sul lasciapassare saranno per davvero solo sterili discussioni accademiche.

Nessuno può essere chiamato a fare ciò che liberamente non vuole fare. E nessuno meglio di noi lo sa, dato che è anche per questo che stiamo lottando. Credo, però, a una cosa molto semplice: se alcuni di voi, ovvero se alcuni dei professori firmatari dell’appello contro il cosiddetto Green Pass, per qualche giorno evitassero di esibire il lasciapassare, ecco, io credo che sarebbe il modo migliore per mettere in luce una forza pacifica e pronta a lavorare per una società più libera, informata e consapevole. D’altronde, sulla base delle notizie che stanno circolando, non è difficile immaginare che il 15 ottobre quel gesto di civile e trasparente disobbedienza lo faranno operai, artigiani, impiegati e persino poliziotti. Non importa quanti, sarà quel che sarà. Ma io voglio anche immaginare che a fianco di questi cittadini e lavoratori ci saranno dei professori universitari. E il solo immaginarlo, credetemi, mi dà gioia e salute.

Con stima e amicizia, 

Marco Villoresi




venerdì 24 settembre 2021

Il contagio della dignità

"Son queste alcune delle considerazioni che mi portano a rimettere nelle tue mani, a far data da oggi e senza alcuna possibilità di ripensamento, l’incarico di vicedirettore del Conservatorio: per non sentirmi in qualche modo, come rappresentante dell’Istituzione, corresponsabile moralmente. Certo: è necessario rispettare le leggi, ma si può, e per quel che mi riguarda si deve, almeno prenderne le distanze e denunciarne l’anomalia e l’aberrazione se si ritiene, in scienza e coscienza, che vi siano."

Dopo la lettera di Marco Villoresi, professore dell'Università di Firenze, di cui ho dato conto qualche giorno fa, abbiamo assistito a un'altra ferma e drammatica presa di posizione, che anche in questo caso coincide con la rinuncia a un ruolo prestigioso, conquistato con tempo e fatica: quella di Stefano Leoni, vicedirettore del Conservatorio G. Verdi di Torino.

Una cosa che mi colpisce è che la lunga, serena, argomentata lettera con cui Leoni motiva il suo gesto, richiama la lettera di Villoresi, dalla quale (so che è così) ha tratto non certo l'impulso essenziale, ma maggiore forza e determinazione.

È il contagio della dignità. Un cuore che crede di sussultare solo nelle tenebre, stretto soltanto a se stesso, e invece ascolta la risposta di un altro cuore, che compie un uguale, consonante sussulto.

Siamo smarriti, sconvolti e spaventati. Ma non siamo soli. Quindi esiste ancora qualcosa.

Vi prego di leggere e di diffondere la lettera del prof. Stefano Leoni. Per esprimergli solidarietà, e per contribuire a diffondere il contagio del coraggio e della dignità.

---

Stella Gameragna, 20 settembre 2021

Al M° Francesco Pennarola
Direttore del Conservatorio Statale di Musica G. Verdi
Torino - sua sede

oggetto: dimissioni dall’incarico di vicedirettore del Conservatorio

Caro Direttore,
in questo anno passato a lavorare fianco a fianco ho avuto modo di apprezzare la tua correttezza, l’equilibrio e il senso dell’istituzione, l’umanità e lo spirito che sovente hai dimostrato.
Mi trovo ora, con l’emanazione delle norme che limitano l’accesso alle strutture universitarie e Afam note come Green Pass, in una posizione difficile, che mi pone un grande problema di coscienza.
Di fronte alle narrazioni riguardanti la pandemia in corso e le cure o profilassi relative, sempre più si fanno in me strada i dubbi di opacità, tendenziosità, quando non di omertà o di effettiva disinformazione; anche in considerazione della prassi consolidata che ha riguardato appunto le “narrazioni” istituzionali che il sistema ha messo in atto nel Paese da diverse decine di anni in merito a accadimenti e periodi particolarmente critici del passato.
A prescindere però da ogni considerazione di questo tipo, che solo la Storia potrà forse chiarire, trovo che l’imposizione surrettizia di un obbligo alla vaccinazione o a pratiche comunque costose e invasive per l’accesso a luoghi di studio, di ricerca e di libera espressione del pensiero come le università, le accademie e i conservatori, rappresenti un arbitrio che, seppur fondato tecnicamente su norme di legge, non esito a definire eticamente disdicevole ed in contrasto proprio con i principi che il sistema educativo dovrebbe diffondere e difendere. In contrasto con quello che a mio giudizio dovrebbe essere un Istituto Superiore di Studi Musicali: uno spazio libero, aperto e inclusivo.
Inutile dire che rispetto ogni scelta personale in relazione alla vaccinazione o non vaccinazione, soprattutto se effettuata in libertà e con adeguata informazione di merito. Ma vedo intorno a me una deriva fatta di propaganda proterva e arrogante e di discorsi a senso unico, tesi a gettare discredito su ogni posizione critica, foss’anche la più garbata e scientificamente quanto metodologicamente corretta, una propaganda ultimamente mirata perfino a tacitare forzosamente ogni voce dissenziente, là dove il contraddittorio è sempre stato il sale della democrazia. La realtà è sempre complessa e come tale andrebbe indagata e letta, in primo luogo dalla scienza, per distinguere sempre la doxa dall’episteme, evitando le semplificazioni o gli slogan, nemici della ragione.
Se poi prevale la logica del maramaldeggiare, ne prendo atto con dispiacere, prima di tutto come cittadino.
Non arrivo a affermazioni come quella di Giorgio Agamben, che pur sento vicino come estetologo ad estetologo, ma credo che essa meriti un’attenta riflessione per l’oggi e per il domani; riflessione che ogni docente che si rivolge agli adulti del futuro dovrebbe fare: «L’Italia, come laboratorio politico dell’Occidente, in cui si elaborano in anticipo nella loro forma estrema le strategie dei poteri dominanti, è oggi un paese umanamente e politicamente in sfacelo, in cui una tirannide senza scrupoli e decisa a tutto si è alleata con una massa in preda a un terrore pseudoreligioso, pronta a sacrificare non soltanto quelle che si chiamavano un tempo libertà costituzionali, ma persino ogni calore nelle relazioni umane».
Per quel che rigarda la mia persona non ho preoccupazioni dirette: ho molta più vita alle spalle che davanti a me. Non vedrò il tempo in cui si chiariranno le cose, si capiranno le strategie, le tattiche, i giochi di potere ed economici, i vizi antropologici che da quasi due anni stanno imperversando. Ci vorranno ancora lustri per capire, per “svelare”, per indagare con la giusta prospettiva storico-critica.
Considero questa una crisi non semplicemente sanitaria, ma di sistema. Dell'amministrazione di questa crisi fa parte l'istituzione del certificato verde, che a mio avviso rappresenta, al pari di ogni analogo lasciapassare, uno strumento di restituzione condizionata, nella forma di concessioni, di quelle che precedentemente erano libertà.
La mia impressione, ovviamente da non-giurista, è che il c.d. “Green Pass” sia un abominio dal punto di vista legale, costituzionale, normativo (è in conflitto con gli artt. 3, 16, 32 della Costituzione Italiana e con il Regolamento U.E. 953/2021, n. 10), carente e confusionario sotto il profilo giuridico, giacché investe i Direttori Afam, i Rettori e Direttori di Dipartimento universitari di attribuzioni e competenze non di loro pertinenza. Non solo, è una forma surrettizia di coercizione e adesione forzata alla “campagna vaccinale”, istituendo de facto una pressione indebita su lavoratori (docenti, personale ATA) e studenti, inducendoli a sottoporsi all’inoculazione di un siero genico sperimentale dalla efficacia non ancora esattamente definita nella limitazione dei contagi e delle ospedalizzazioni e dagli effetti collaterali ignoti o colpevolmente ignorati (vedi la questione della farmacovigilanza passiva e non attiva).
Il certificato verde non sembra dirimente dal punto di vista della sicurezza sul posto di lavoro e di studio. Il rischio di contrarre e di diffondere la malattia nonostante l’immunizzazione comunque par bene esistere. Mi affido, da non esperto del settore, a fonti tendenzialmente accettate in termini istituzionali: la rivista «Nature» che sull’argomento dedicaunrecentearticolochecitastudi inquestosensodell’UniversityofWisconsin-Madison,dell’USCentersfor Disease Control and Prevention, dello Houston Methodist Hospital, dell’Imperial College di Londra ed altri.
Il c.d. Green Pass appare allora come uno strumento inadeguato per impedire il contagio, se ragioniamo di vaccinati. I tamponi, nella misura in cui i loro risultati sono istruttivi (e ci sono forti dubbi, anche formulati dall’OMS, al riguardo), dovrebbero essere non solo il meno possibile invasivi (cioè salivari), ma anche estesi a tutti a campione, inclusi i vaccinati, e gratuiti (come appunto i vaccini).
Ecco quanto sostenuto (tra gli altri) da Mariano Bizzarri della Sapienza di Roma: «il green pass non ha alcun fondamento scientifico e serve solo a discriminare chi non si vaccina». Lo stesso Andrea Crisanti, fautore della linea del governo, ha dichiarato: «Bisogna essere chiari e onesti con i cittadini, per evitare fraintendimenti. Perché sicuramente i casi non diminuiranno dopo l’implementazione» di questo strumento «e chi è contrario potrà dire che non serviva a nulla. L'utilità è convincere le persone a vaccinarsi». E si consideri l’ancor recente episodio riguardante i circa 50.000 partecipanti al Boardmasters Festival nel Regno Unito.
Se dunque rispetto le idee di chi pensa, in buona fede, che il dispositivo c.d. Green Pass nasca e viva in funzione dell'emergenza sanitaria, ritengo invece che esso rappresenti un veicolo attraverso il quale procedere all'infrastrutturazione di un sistema di controllo e di credito sociale che oggi ha un requisito obbligatorio di natura sanitaria, ma domani sarà capace di incorporarne altri e ulteriori.
Non sento alcun dovere morale di aderire a un sistema così concepito, che rappresenta comunque, anche volendo prescindere dalle intenzioni di coloro che lo hanno introdotto, un cavallo di Troia il cui contenuto è trasparente, per chi ne abbia studiato gli omologhi del passato. Il dovere morale che sento riguarda invece l'esercizio della mia professione di insegnante, che in accordo con l'articolo 54 della Costituzione sono tenuto a svolgere “con disciplina”, fino a quando quest'ultima non contrasterà con il requisito dell’ “onore” e con la fedeltà alla Costituzione stessa.
I docenti universitari e Afam e la didattica tradizionale sono oggi strumentalizzati per indurre i giovani a fare qualcosa che per essi potrebbe essere causa di danno sanitario superiore a quello che la “vaccinazione”, vale a dire il trattamento con un siero genico sperimentale e autorizzato in via emergenziale, pretenderebbe di prevenire. In altre parole, noi docenti siamo usati come specchietti per le allodole allo scopo di condizionare i nostri studenti a “vaccinarsi”, quando invece è loro diritto (riconosciuto a livello di leggi nazionali, europee e internazionali) deciderlo sulla base di un «consenso libero e informato».
In piena sincerità qui ti scrivo, nella consapevolezza che è anche la tua figura a essere investita e in non piccola parte snaturata da questo “nuovo corso”.
Son queste alcune delle considerazioni che mi portano a rimettere nelle tue mani, a far data da oggi e senza alcuna possibilità di ripensamento, l’incarico di vicedirettore del Conservatorio: per non sentirmi in qualche modo, come rappresentante dell’Istituzione, corresponsabile moralmente.
Certo: è necessario rispettare le leggi, ma si può, e per quel che mi riguarda si deve, almeno prenderne le distanze e denunciarne l’anomalia e l’aberrazione se si ritiene, in scienza e coscienza, che vi siano.
Condivido, con altri, quanto già sosteneva Sant’Agostino, quando scriveva che la legge non è distinguibile in alcun modo dall'arbitrio, una volta che viene separata dalla giustizia. Credo che ogni docente debba decidere come agire sulla base della propria coscienza etica e storica. Per quel che mi riguarda si tratta (citando il collega Marco Villoresi dell’Università di Firenze nelle righe che seguono) della «scelta di scegliere» indipendentemente dalle conseguenze, quella che «investe le condizioni di possibilità di ogni eventuale scelta, a partire dalla propria. Da qui la sua forza, ma anche la sua pericolosità e il suo rischio» (Giulio Giorello, Di nessuna chiesa. La libertà del laico). Sembra un atto di patetico integralismo intellettusale a vocazione pubblica, ma è tutt’altro: è un atto di necessità interiore, è la resistenza individuale, privata e obbligata, di chi intende, insieme alla sua libertà, conservare il rispetto di sé.
Nel ringraziarti per l'attenzione dedicatami, ti abbraccio con immutato affetto e stima e ti auguro buon lavoro

Stefano Leoni
docente settore CODM/03
Musicologia sistematica 
Conservatorio Statale di Musica G.Verdi Torino







domenica 19 settembre 2021

Dignità

Dal mondo della scuola e dell’università giungono storie di miseria, intimidazione e abuso di potere, tese a umiliare la dignità delle persone. Come quelle che ho raccontato nei giorni scorsi. Arrivano anche storie straordinarie di umiltà, dignità e scelte drammatiche, dolorose.

Vi prego di leggere fino in fondo questa lettera (che diffondo con il permesso dell’autore) di Marco Villoresi, professore di Letteratura Italiana dell’Università di Firenze.

Vi prego di diffonderla, se credete, anche in segno di solidarietà verso il professore dimissionario.

È una “semplice testimonianza” che dovrebbe essere inclusa nella contro-storia culturale di questa epoca terribile che stiamo cercando di scrivere, e di difendere dall'erosione dei significati che la narrazione delle abluzioni rituali e della “sana obbedienza”continuamente produce.


Questa scelta, insieme alle parole che la raccontano, insegnerà ai nostri figli a credere che anche nel momento più buio non tutto deve essere considerato perduto. 

Come oggi i “no” pronunciati 90 anni fa da 12 docenti universitari su 1200 ci danno la misura del coraggio possibile, della dignità necessaria. 

Grazie, professor Villoresi. 

Buon coraggio a tutte e a tutti. 


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La mia scelta di non avvalermi del Lasciapassare Verde. 

Cari tutti, 

mi permetto di rubarvi pochi minuti del vostro preziosissimo tempo per comunicarvi la mia scelta - una scelta ben più che minoritaria, verosimilmente, nell'Università italiana - di non avvalermi del lasciapassare verde. Questo breve scritto, lo dico subito, non ha alcun intento provocatorio o propagandistico. Si tratta di una semplice testimonianza - la mia testmonianza, inevitabilmente parziale, irriducibilmente soggettiva. Che vi chiedo di accogliere, comunque, quale che sia il vostro libero pensiero in merito all'argomento, come atto di doveroso e profondo rispetto nei riguardi di tutti gli studenti e di tutti i compagni di lavoro del Dipartimento di Lettere e Filosofia e dell'intera comunità accademica. 

Non entrerò troppo nel dettaglio delle motivazioni, universali o intime, che mi hanno portato a fare questa scelta. D'altronde, tutti voi avete sapienza e cultura in abbondanza per immaginarne in gran numero e varietà: di ordine politico, ideologico, giuridico, costituzionale, razionale, scientifico, sanitario, etico, psicologico e persino psichiatrico. E magari motivazioni che riguardano la stessa Università, ovvero se oggi l'Università sia ancora abitata da un disinibito e indipendente spirito critico, se viva ancora di fertili controversie o si mortifichi in uno sterile conformismo, se promuova il rischio dinamico della creatività e della complessità o prediliga la statica sicurezza del protocollo e della profìlazione seriale. Infine, e soprattutto, se l'Università possa dirsi, oggi, spazio libero, aperto e inclusivo. 

Ma, davvero, non ha nessuna importanza che io renda conto nello specifico di questa mia personalissima scelta. Perché è questa scelta, non ciò che l'ha motivata o che può significare, che determina l'impossibilità di iniziare, come ogni anno, il mio corso di Letteratura Italiana; è questa scelta a mettermi ipso facto in quella condizione di diversità e di precarietà che molti - comprensibilmente, per carità - non possono ne vogliono sopportare. 

Si tratta, in sostanza, della "scelta di scegliere" indipendentemente dalle conseguenze - permettetemi, per una volta, di aggrapparmi alle parole altrui -, quella che "investe le condizioni di possibilità di ogni eventuale scelta, a partire dalla propria. Da qui la sua forza, ma anche la sua pericolosità e il suo rischio" (G. GIORELLO, Di nessuna chiesa. La libertà del laico). Sembra un atto di patetico integralismo intellettuale a vocazione pubblica, ma è tutt’altro: è un atto psico-fisico di necessità, è la resistenza individuale, privata e obbligata di chi sa di perdere molto, se non tutto, ma intende, insieme alla sua libertà, conservare il rispetto di sé. 

Dunque, sono ben consapevole di ciò che il mio eretico Non Serviam! comporta sul piano burocratico ed economico: al momento, la sospensione dal lavoro senza retribuzione; più avanti, forse, il licenziamento. E chissà che altro ancora: quando si innesca, come la storia ci insegna, la brama di discriminazione e di persecuzione non conosce limiti. 

Comunque sia, sono ancor più consapevole delle conseguenze che tale scelta provoca sul piano emotivo e umano. E chi mi conosce sa bene che il dispiacere più grande sarà la perdita dell'energizzante contatto con gli studenti: quel salutare assembramento e contagio di intelligenze, di progetti e di corpi che resta la cosa più bella e importante, la cosa più vitale, del nostro mestiere. 

Dal 1984, anno della mia immatricolazione, non è passato giorno che io non abbia fatto parte, in un ruolo o nell'altro, dell'Università di Firenze. Qui, nella mia città, ho potuto godere del beneficio di studiare e di lavorare sotto la guida e al fianco di grandi maestri, di formarmi come ricercatore e docente. E, soprattutto, come uomo. 

Però, davvero non ho intenzione, nel contesto, nelle forme e nei toni con cui oggi viene richiesto, di esibire il lasciapassare verde per insegnare, per andare in biblioteca, per entrare nel mio studio, per incontrare gli studenti, i laureandi, i dottorandi... peraltro avendo anche il sacerdotale ufficio di interrogare, controllare e allontanare gli eventuali renitenti all'osservanza. 

No, non ho intenzione di godere di questo inopinato 'privilegio coatto' che, diversamente da quanto avviene in tutte le democrazie d'Europa, il governo del nostro paese (e l'Università) vuole concedere, bontà sua, ai docenti, agli amministrativi e agli studenti ben codificati e, sempre e ovunque, scansionabili. Per quanto tempo - mesi, anni, in eterno? -, non si sa. Neanche, si badi, ho intenzione di infrangere la legge - almeno per ora, mi pareche il diritto non preveda ne punisca gli psicoreati. 

Da libero cittadino italiano, dunque, da membro della comunità universitaria, scelgo di esercitare una civile protesta che si concretizza nel rifiuto del lasciapassare verde. 

Ma accetto socraticamente - consentitemi il conforto dell'autoironia - ciò che il governo del nostro paese (e l'Università) ha deciso nei riguardi di chi non esibisce quotidianamente la sua prona adesione al sempre più pervasivo e abusivo controllo biopolitico, alle limitazioni di diritti fondamentali della persona e allo stato di emergenza permanente. 

Accetto, sì, riservandomi, tuttavia, la libertà di pensare e definire tutto questo un abominio. Un abominio che, come sappiamo, presto toccherà in sorte a tutti i lavoratori italiani. Non ho banda, sono solo, direbbe il Poeta: non appartengo a nessuna parrocchia accademica, non ho mai avuto tessere di partito e, sinceramente, ho in uggia appelli, petizioni e prese di posizioni verbali senza ricadute nella realtà effettuale. 

Di conseguenza, della mia scelta mi assumo in toto e concretamente la responsabilità. Sarà senz'altro incompresa e disprezzata dai più - ben percepisco lo spirito del tempo, dunque anche di questo sono perfettamente consapevole. 

Ma, credetemi, la faccio senza imbarazzo e in pace con me stesso. È stata ben meditata, è stata presa in piena autonomia e, inutile dirlo, non ha nessuna velleità di risultare esemplare. È solo la mia scelta, che sin dai prossimi giorni mi destina, se non alla macchia, ad un volontario confino, In partibus infìdelium. 

Così, in attesa di tempi migliori, semmai ne capiteranno, e di qualche buona novella, proverò l'esperienza di color che son sospesi... dal lavoro, dai luoghi della cultura e della socialità, e da alcuni servizi pubblici essenziali. 

E allora, visto che questa è la stagione che ci tocca attraversare, non mi resta che augurare schiettamente a tutti voi tanta salute e altrettanta serenità. 

Un grande abbraccio, 

Marco Villoresi.