blog di Carlo Cuppini

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lunedì 7 aprile 2025

Notte, di Emanuela Nava (Pulce Edizioni)

Come le fiabe - e come tutte le storie di Emanuela Nava - “Notte” è un racconto che attraversa luoghi oscuri e profondi dell’anima. 
Come le fiabe, è anche una storia luminosa e piena di promesse: promette premi, però, che possono essere guadagnati soltanto al prezzo di compiere percorsi pericolosi, cedevoli, fatti di spaventi, turbamenti, dubbi ed errori. Dove il coraggio non è il contrario della paura ma è il dono, in forma di possibilità, che l’avere paura offre.

Per attraversare questi luoghi oscuri e profondi e raggiungere, almeno temporaneamente, la luce del giorno, non vanno bene le trame lineari, apollinee, che procedono come rompighiacci narrativi nel materiale indistinto della vita. Bisogna procedere per volute, spire, ondate, assopimenti e risvegli, intuizioni ed esitazioni, decisioni improvvise, parole avventate.

È questo il modo in cui passa la notte più importante di Maia, adolescente in bilico sul bordo dell’infanzia, e di Luigi, il fratello maggiore che non sa ancora qual è il suo posto nella vita. Maia è attratta e e spaventata dal grande salto che sente di dover compiere; ascolta tutto, ha antenne sensibili, cerca segnali che le diano chiarezza e comprensione, e li capta dovunque: nei doni che le fa il salice, nei rumori notturni della casa in cui lei e Luigi sono rimasti eccezionalmente soli, senza genitori e anche senza corrente, in un buio che è labirinto, pericolo e anche ri-velazione. Un serpente intrufolatosi in casa, i libri dell’infanzia, la fiaba di Biancaneve, la paura di confrontarsi con i genitori, e quella di essere abbandonati da loro, la paura di crescere e quella di non riuscire a crescere. Il coraggio che si rende necessario, e che porta chiarezza nel cuore: un colpo netto che fa suonare all’unisono e in armonia le sue corde.

Il teatro, i burattini, il bosco e i suoi animali, il viaggio, la fratellanza, con la sua forza solare, la sua notturna ambiguità. Il buio che fa vedere, la luce che acceca; il buio che nasconde, la luce che costringe le cose a mostrarsi nel loro ordine. La solitudine, infine: il luogo dove non si è separati dagli altri e dal resto mondo, ma dove si attinge alla sorgente del Sé. 

Tanti simboli, tanti riferimenti, espliciti o nascosti, a figure e significati della ricerca interiore, psicologica, archetipica.

Questo è Notte, e altro ancora. Perché non tutto si può dire.

PS: La lettura mi ha tanto più coinvolto ed emozionato, essendo la mia, nostra (in fondo sua e basta) Maia così vicina alla Maia del libro. Sul bordo dell’infanzia, incerta se saltare indietro o in avanti; nello sguardo, a volte, un labirinto in cui si intrecciano liane di luce e di buio, da attraversare da sola; nel volto, in certi momenti, la gravità di chi sa che non può sottrarsi a un compito che l’aspetta, che pare troppo grande e costoso. Ma è la vita.

sabato 5 aprile 2025

Rivista Malamente

Per il mio compleanno avevo espresso un desiderio: l'abbonamento a "Malamente. Rivista di lotta e critica del territorio". Ci ha pensato Ramona a esaudirlo e la prima busta con l'ultimo numero, insieme a un arretrato e a un libro in omaggio, è arrivata ieri.

Finora ho letto soltanto occasionalmente gli articoli di "Malamente" disponibili on-line. Oggi sento sempre più il bisogno di sostenere le iniziative che costituiscono e costruiscono alternative, culturali, produttive, sociali e politiche.

Sostenerle significa dare loro ossigeno per andare avanti; significa nutrirsi in modo più profondo e più continuativo delle riflessioni che portano avanti; significa, infine, sentire di farne in qualche modo parte.

Quest'ultimo aspetto per me non è secondario.

Tra i dissidenti, i critici, gli sbigottiti che mi capita di incontrare, dal vivo o in altre forme, la riflessione ricorrente, e dolente, è: siamo soli, disorientati, abbiamo preso ogni riferimento e ogni senso di appartenenza, gli esperimenti politici che avrebbero dovuto rappresentarci sono stati dei disastrosi fallimenti... Che fare?

È una sofferenza psicologica e sociale, arriverei a dire esistenziale, che per molti come me si è acuita in modo insopportabile durante la pandemia, e che per molti aspetti (anche a causa dell'assenza di una riflessione collettiva sui fatti pandemici, ma per molte altre più attuali cause) continua a persistere.

Inoltre i social ci hanno fatto e ci fanno incontrare, tra consimili e consentanei, e questo è un bene. Ma la cosa rischia di finire lì. Certo, è importante poter continuare a condividere riflessioni in questi spazi, e usarli per promuovere iniziative reali sul territorio. Ma la dinamica di fondo dei social è quella che ci porta a vedere soltanto i "trend topic", le notizie del giorno passate sui siti dei media, e a fare battaglie di link e screenshot, e a spendere la nostra intelligenza e la nostra energia in un continuo moto di reazione. La reazione è positiva, perché mobilita forze fresche; ma non è mai una creazione: porta sempre con sé l'impronta di ciò che ha suscitato la reazione, in negativo, e poco altro. Cosa diventeremo, di questo passo? E cosa NON diventeremo?

Dobbiamo cercare di andare oltre i social, continuando a usarli per sfruttare la loro utilità, consapevoli però della loro caratteristica energivora, illusoria e ipnotica. E cercare, appunto, di incrociare esperienze concrete, territoriali, sociali, che possono essere vicine o lontane da noi, ma a cui in qualche modo possiamo apparentarci. Sostenendole, nutrendocene e facendone parte.

Di "SuperLunaria" ho giù parlato più volte. È una rivista, un progetto e anche, sempre più, una comunità di dissenso e di creazione di altri sensi.

"Malamente" è un progetto che da anni raccoglie, studia, promuove la cultura libertaria e anarchica, ascoltando e riportando soprattutto le esperienze concrete delle persone, delle comunità e dei territori. Con una parte dedicata alla teoria e al pensiero libertario, anti autoritario e antimilitarista.

"Malamente", durante la pandemia, non si è fatta irretire dai ricatti morali ed rimasta attacca al proprio percorso e alle proprie convinzioni, criticando gli aspetti autoritari della gestione. Questo la rende unica.

Dalla rivista Malamente sono nate più recentemente anche le Edizioni Malamente, una piccola casa editrice indipendente che molto seriamente propone pubblicazioni di grandissimo interesse, sempre incentrate sulla critica del potere e sul pensiero libertario e sulla costruzione di alternative nel territorio.

Per tutti questi motivi credo che i 20 euro richiesti per sottoscrivere l'abbonamento annuale e ricevere 4 numeri trimestrali, siano 20 euro veramente ben spesi.

venerdì 4 aprile 2025

"Adolescence". O dell'innocenza sconvolgente (attenzione: spoiler)

Adolescence mi è sembrato un oggetto filmico alquanto misterioso. Contribuisce a questa impressione lo stile di regia, basato sulla scelta radicale di usare un unico piano sequenza per ognuno dei quattro episodi. Senza cesure temporali, quindi, né salti spaziali o cambi di inquadratura. Il tempo della narrazione coincide con quello dei personaggi e con quello dello spettatore. L'effetto è allo stesso tempo straniante e iper-coinvolgente. Data la trama, questa scelta comporta che ci siano lunghe sequenze in cui non si vede altro che dolore, o sbigottimento, ma soprattutto il dolore di questo o quel personaggio, per tutta la sua estenuante e deformante durata. L'assenza di cesure, omissioni, sintesi, costrutti linguistici (certo, solo apparentemente), potrebbe far parlare di una "pornografia della sofferenza".
C'è poi il depistaggio del titolo, che alla fine lascia in testa la domanda: dato che questo film NON parla di adolescenza, di cosa parla? 
Parla di un adolescente, ma questo non sembra essere il punto centrale: la serie non potrebbe intitolarsi “Jamie".

Secondo me potrebbe intitolarsi "Innocence". È questo il tema segreto e inconfessabile del film, mi pare. Inconfessabile perché, dichiarandolo, apparirebbe inaccettabilmente provocatorio, visto che al centro della trama c'è un femminicidio. E il termine “innocenza” non sarebbe riferito alla condizione della vittima, ma a quella dell'assassino. 

Perché innocenza? Quale innocenza? 

L'inizio del film è disturbante e doloroso: quando Jamie, il protagonista tredicenne, viene prelevato brutalmente da casa dalla polizia, noi non possiamo credere che quel ragazzino dall'aspetto così infantile e fragile e inerme, con la sua disperazione, possa avere compiuto il crimine di cui è accusato. In fondo Jamie è solo "un bambino di tredici anni", come dice lui stesso alla psicologa in seguito. A chi potrebbe fare paura? Come potrebbe essere colpevole?

Per tutto il tempo Jamie si dichiara innocente. Interrogato dal padre, nega di avere compiuto il delitto. Di fronte alla videoregistrazione che mostra il fatto, dice che non è vero, che un film può anche non mostrare la verità.
Lì, davanti a quel video, il padre di Jamie crolla: capisce che il figlio ha davvero commesso un assassinio e il mondo gli cade addosso.

Noi però non ci crediamo, che sia stato Jamie. Non ci crediamo perché Jamie non ci crede. Se Jamie si dichiara innocente non è perché mente, è perché è, deve essere innocente. Di un'innocenza spaventosa, pericolosa, metafisica, difficile anche soltanto da pensare. Perché pensarla significa aprire una domanda che riguarda il rapporto tra un ideale stato di natura degli individui, dove la vita si rigenera di continuo e ognuno è solo ciò che è in quel momento, e le norme sociali necessarie, che riconducono ogni fatto e ogni persona all’interno di una vasta e complessa narrazione condivisa. 

Che Jamie sia innocente non lo pensiamo noi spettatori perché abbiano strampalate, ambigue e magari aberranti idee filosofiche: lo dice il film stesso. Non attraverso la trama - che è di una semplicità e di chiarezza disarmanti, al limite della banalità - ma attraverso alcuni usi particolari del linguaggio cinematografico. Lo dice attraverso la fisionomia di Jamie, e attraverso il tipo di interpretazione richiesta al giovane attore che lo interpreta; attraverso l'indugiare pressante e compassionevole della camera a mano sul suo volto; attraverso i pochi ma significativi inserti musicali, che nei momenti cruciali sono litanie malinconiche cantate da voci bianche. Queste sembrano avere il compito di sublimare la storia in una dimensione ambiguamente angelica. 
(Considerato tutto il contesto, viene in mente l'uso "metafisico" che il Pasolini regista fa della musica, per rivelare i limiti del Neorealismo e allo stesso tempo, aprendo squarci di altrove nel tessuto del racconto realistico, superarli.) 

Dunque Jamie è innocente, qualunque cosa abbia fatto, perché - metaforicamente - è un angelo. Gli angeli tifano per lui, e lavorano per suscitare la nostra empatia. Non c'è crimine, assassinio, femminicidio che tenga. 

Perché Jamie è un angelo, mentre Turetta e quelli come lui sono dei criminali tra i peggiori? 
Perché Jamie vive nel mondo della finzione, e i suoi autori hanno deciso di assegnargli questo ruolo, questa condizione. Tutto qui. La realtà è un'altra cosa, funziona in un altro modo. E Adolescence parla solo in parte della realtà.
Mi pare infatti che la serie parli soprattutto di finzione. Di letteratura. Di narrativa. Di come il senso della vita tenda a uniformarsi ai significati e agli schemi di una narrazione potenziale. La vita di per sé è cruda e informe, non ha senso, non ha regole, schemi, traiettorie, stili, limiti. La narrazione ha e deve avere tutte queste cose.

Il film sembra dirci che, nella vita, nella sua vita cruda, Jamie è innocente, per davvero, perché veramente non è stato lui
Chi è stato allora? Non lo sappiamo. Una forza che si è impossessata di lui? Un raptus che lo ha attraversato come una scossa elettrica? Una parte di lui, che in quel momento ha preso il controllo del suo corpo, ma che non è LUI? Un lui del passato, che ha cessato di esistere nel momento in cui si è conclusa l’azione, e che, di nuovo, non è LUI? Il Diavolo o altre entità del genere? Non lo sappiamo. A un certo punto smettiamo di chiedercelo.

Molte critiche e recensioni si sono concentrate sugli aspetti sociologici della serie, come se fosse un'opera di critica sociale, o di denuncia, o con un qualche valore didattico ed edificante. Non credo sia così. La serie tocca alcuni temi sociali, è vero: Jamie viene bullizzato nella sua sfera relazionale e sessuale da quella che sarà la sua vittima; Jamie è condizionato da assurde teorie maschiliste e misogine apprese online e circolanti nella sua scuola; Jamie è insicuro e privo di autostima, e però è portato a reagire con violenza fisica; Jamie ha un rapporto problematico con il padre, del quale teme di non essere all'altezza … Ma tutto questo è talmente esile e superficiale, nell’economia dell’opera, da non poterne costituirne il nocciolo. 

Dunque, su un certo piano esistenziale Jamie è innocente, ci dicono gli sguardi della camera e i cori angelici. Ma nella narrazione Jamie è indubbiamente colpevole. 
Come se ne esce? Ecco come: la vita dovrà finire per uniformarsi alla narrazione.
Perché i due piani convergano e si sovrappongano, Jamie deve diventare un personaggio pirandelliano: un attore consapevole del suo ruolo nella commedia (anzi, tragedia).
Nell'ultimo episodio – dove Jamie non si vede mai, ma ne udiamo la voce nel corso di un'ultima, esiziale telefonata al padre – il ragazzo sembra avere compreso che la sua vita è sovrastata da una narrazione che assegna ai suoi gesti un determinato, ineluttabile e irreversibile significato. Sembra accettare il fatto che i suoi autori abbiano imbastito una storia che, date le forze messe in campo e le coordinate stabilite, DEVE necessariamente finire con due vittime. Una è la ragazza che "non lui" ha ucciso, che LUI non avrebbe mai ucciso. L'altra vittima designata è lui, che non può sottrarsi alla funzione narratologica in cui è stato imprigionato.
È con una serenità soave, sovrumana, terrificante, che Jamie informa il padre che al processo si dichiarerà colpevole. E, paradossalmente, è proprio questo il momento in cui la sua innocenza appare completa, assoluta, inconcepibile e incrollabile. Un’innocenza sconvolgente e perturbante, di cui sappiamo soltanto una cosa: che non è sinonimo di incolpevolezza.

giovedì 24 ottobre 2024

Iperconnessione e intelligenza artificiale. Siamo pronti?

Solo uno sciocco potrebbe considerarla una notizia inattesa. Inoltre, non amo il giornalismo che cerca di fare della letteratura a partire da drammatiche notizie di cronaca. Tuttavia, la lettura di questo articolo mi ha dato i brividi. Perché è chiaro che il nostro futuro comune contiene anche questi scenari; e che i nostri figli dovranno essere attrezzati per salvarsi anche da queste trappole.

Siamo pronti, individualmente e collettivamente, a misurarci con questa sfida? E, se si tratta di una battaglia, chi sono gli avversari? Qual è il loro potere? Chi sono i loro finanziatori? Siamo minacciati dagli interessi degli uomini e dei gruppi più ricchi e potenti del pianeta? E chi sono i nostri alleati? Quali strumenti e armi abbiamo a disposizione? Siamo coscienti della posta in gioco?

L'Istituto Superiore di Sanità ha da poco calcolato che in Italia ci sono oltre 60.000 ragazze e ragazzi che non escono mai dalla propria camera e che vivono interamente in un mondo mentale e virtuale - i cosiddetti "hikikomori". 

Hikikomori è il titolo del bel libro di Ariela Rizzi e Fabrizio Silei che tratta, senza pedagogismi applicati e con profonda verità letteraria, l'argomento.
Nel mio Logout mi sono chiesto dove potesse portare il dominio dell'intelligenza artificiale; e Linda è un personaggio mostruoso, inquietante, tentacolare, inquisitorio, sì; ma anche eludibile, proprio per la sua fredda severità, e in fondo capace di un'evoluzione inattesa, sorprendentemente positiva.

Fuori dalla scuola media frequentata da mia figlia, prima dell'entrata e dopo l'uscita, vedo nutriti gruppi di ragazzini con gli occhi letteralmente incollati ai cellulari. Del resto, non servono esempi: conosciamo tutti per esperienza diretta l'entità del problema. Ma siamo del tutto coscienti delle sue implicazioni, delle sue possibili conseguenze? Proviamo a guardare dentro noi stessi, in modo onesto e impietoso, e chiediamoci come tutto questo stia modificando il nostro essere, il nostro pensare, il nostro sentire, le nostre relazioni: la nostra mente. Dopodiché proviamo a pensare a coloro che si trovano in mezzo all'età dello sviluppo, o ci saranno tra qualche anno, quando tutti i semi vengono piantati, quando le risorse per affrontare qualunque problema si presenterà nella vita vengono consolidate.

Dobbiamo urgentemente affrontare la questione dell'iperconnessione ubiqua, chiedendoci se per caso non sia una bomba atomica sganciata al centro della città degli esseri umani.
Non parlo di internet in se e per sé, che a mio avviso non può essere considerato altro che una meravigliosa, epocale e irrinunciabile rivoluzione. Ma di internet in tasca, e negli occhi, e nella testa, sempre e dovunque. Parlo di essere - o di avere la sensazione di poter essere - sempre sia qui che là che lì, contemporaneamente: alla fermata dell'autobus, in una chat, in una cascata di reel, in una ricerca su un browser, nell'app del meteo. Non essendo interamente né qui, né là, né lì, né da nessuna parte. 

Mi verrebbe da definire questa condizione - volontaria, per carità, come sono volontarie le scelte basate sulla gratuità, sulla lusinga, sulla comodità e sull'emulazione - una autodeportazione fuori dalla realtà, nel mondo dell'irreale. E mi viene da pensare a Simone Weil... Ma il discorso adesso sarebbe troppo lungo e ci porterebbe troppo lontano. 

Qualche mese fa Internazionale riportava per intero l'articolo dello psicologo sociale Jonathan Haidt, pubblicato su The Atlantic, sull'impatto dei dispositivi mobili connessi sullo sviluppo degli adolescenti. Il suo discorso è molto chiaro: la diffusione mondiale di internet alla fine degli anni Novanta non ha avuto alcuna conseguenza negativa misurabile sullo sviluppo cognitivo dei giovani; l'avvento degli smartphone e dei social un decennio dopo è stato devastante.

Ho l'impressione che le norme e le iniziative istituzionali saranno sempre indietro, e sempre non del tutto adeguate rispetto all'entità della sfida.
Se è così, dobbiamo assolutamente sviluppare una coscienza sociale, e delle strategie efficaci, per conto nostro. Noi società civile, noi persone.
https://www.repubblica.it/.../teenager_suicida_per.../...
https://www.repubblica.it/.../hikikomori_italia_cosa.../
https://www.theatlantic.com/.../teen-childhood.../677722/

martedì 22 ottobre 2024

Israeli Citizens For International Pressure

Penso che le cittadini e i cittadini israeliani che hanno dato vita a questa iniziativa abbiano bisogno di ricevere la massima visibilità e il massimo sostegno. 

"Noi, cittadine e cittadini israeliani residenti in Israele e all’estero, chiediamo alla comunità internazionale – alle Nazioni Unite e alle sue istituzioni, agli Stati Uniti, all’Unione Europea, alla Lega degli Stati Arabi e a tutti gli Stati del mondo – di intervenire immediatamente applicando nei confronti di Israele ogni possibile sanzione al fine di raggiungere un immediato cessate il fuoco tra Israele e i suoi vicini per garantire il futuro dei popoli che vivono in Israele/Palestina e nella regione e il loro diritto alla sicurezza e alla vita.

Molti di noi sono militanti che operano da tempo contro l’occupazione, per la pace e la comune esistenza su questa terra. Motivati dall’amore per il nostro paese e per i suoi abitanti, siamo oggi estremamente preoccupati per il futuro. Siamo rimasti inorriditi dai crimini di guerra commessi da Hamas e da altre organizzazioni il 7 ottobre, e siamo spaventati dagli innumerevoli crimini di guerra che Israele sta commettendo. Purtroppo, la maggioranza degli israeliani sostiene la continuazione della guerra, per cui un cambiamento dall’interno non sembra attualmente possibile. Lo Stato di Israele sta percorrendo una strada suicida e semina distruzione e devastazione che aumentano di giorno in giorno.

Il governo di Israele ha abbandonato i suoi cittadini tenuti in ostaggio (e ne ha uccisi alcuni); ha trascurato i residenti del sud e del nord di Israele e con le sue azioni sta sacrificando l’avvenire dei propri cittadini. I cittadini palestinesi di Israele sono perseguitati e messi a tacere dalle autorità statali e dall’opinione pubblica maggioritaria. La repressione, l’intimidazione e la persecuzione politica impediscano a molti cittadini che condividono le nostre idee di unirsi a questo appello.

Ogni giorno di guerra che passa allontana ulteriormente ogni possibile orizzonte per un accordo regionale di riconciliazione, per un futuro in cui gli ebrei israeliani possano vivere in sicurezza in questo luogo. Il raggiungimento di questi obiettivi richiederà lunghi processi, ma i continui massacri e le distruzioni devono essere fermati immediatamente!

La mancanza di un’effettiva pressione internazionale, la continuazione delle spedizioni di armi a Israele, il mantenimento dei partenariati economici e di sicurezza, delle collaborazioni scientifiche e culturali, portano la maggior parte degli israeliani a credere che le politiche del loro governo godano del sostegno internazionale. I leader di molti Paesi s’indignano e condannano Israele, ma queste condanne non sono supportate da azioni concrete. Siamo stufi di parole vuote e senza conseguenze.

Per il nostro futuro e per quello di tutti gli abitanti di Israele/Palestina e dei paesi della regione, vi imploriamo: salvateci da noi stessi! Esercitate una reale e forte pressione internazionale su Israele per un immediato e duraturo cessate il fuoco."


giovedì 17 ottobre 2024

"Xenia contro il tempo" di Lilith Moscon

Ho letto Xenia contro il tempo, il nuovo libro di Lilith Moscon uscito per Emons, illustrato da Francesco Chiacchio. E così, seguendo le orme della giovane protagonista, che insegue la sua gatta fuggiasca, mi sono trovato a fare una misteriosa, o per meglio dire misterica, passeggiata per Firenze.
Luoghi arcinoti come Piazza della Signoria e piazza Santissima Annunziata e vicoli e angoli segreti, dove ancora giocano i bambini e si vedono girare personaggi stravaganti di quartiere, si trasformano e fanno apparire in filigrana altri luoghi mitici o magici in virtù dei messaggi sottili che hanno da riferire a Xenia, riguardo alla sua ricerca. 
Le torri parlano, le pietre promettono, gli scarabei indicano, i serpenti si mordono la coda, i simboli si animano e si manifestano. Il passato diventa presente, i sepolcri forse si aprono, perché i morti forse sono anche loro vivi. Di certo c’è vita, e appetito, e festa, e rimescolio, e creature, all’interno del perimetro del Cimitero degli Inglesi, dove Xenia e l’amico Leone approdano dopo avere seguito le strane e scombinate indicazioni delle inattese guide che hanno incontrato.

In questo libro trovo unite la narrazione filosofeggiante che ha caratterizzato la trilogia su intriganti personaggi del passato (pubblicata da Telos) e, nei flashback, il piacere della memoria intima che vuole conquistare la carta e si espande su essa come acqua versata; un piacere che Lilith ci ha regalato massimamente con il suo Bestiario uscito per Topipittori (finalista al Premio Campiello Junior).

Una cosa che ammiro nella scrittura di Lilith, che mi affascina tanto più perché è lontana dal mio modo di scrivere, è il senso poetico e filosofico che - leggiadramente - intride la scrittura stessa, gonfia le parole e le frasi, portandola quasi a giustificarsi da sola, e rendendo così quasi irrilevante la coerenza o la completezza della narrazione che si cercherebbero in altri libri. Qui ci sono dei salti nella trama, che non sono salti nel vuoto, perché li si compie galleggiando sugli interrogativi che si dilatano sotto i nostri piedi, scivolando sulle metafore che ci trasportano altrove. 

Queste caratteristiche mi portano ad accostare questo piccolo e prezioso libro a quelli di un’altra autrice, Emanuela Nava, che, con la sua scrittura ci ha portato dentro tante avventure poetiche, intellettuali, filosofiche e talvolta, anche qui, misteriche (cito solo un titolo dalla sua vasta bibliografia: Io e Mercurio.)

Un'ultima nota: in alcuni punti del libro si trovano dei codici QR che permettono agilmente di ascoltare interessanti e gustose estensioni del libro, per conoscere meglio dal punto di vista storico e artistico i luoghi tratteggiati nel racconto.

Buona lettura e buoni misteri a chi lo vorrà leggere. Preparatevi ad andare contro il tempo...
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mercoledì 16 ottobre 2024

Persone-spazzatura

Ieri 16 migranti richiedenti asilo in Italia sono stati trasferiti in Albania via nave per essere chiusi in un "centro di accoglienza", in attesa che la loro richiesta venga esaminata. I "centri di accoglienza" albanesi per richiedenti asilo in Italia sono stati finanziati interamente dal governo italiano (65 milioni), e lo stesso varrà per i futuri costi di gestione (si stima 120 milioni all'anno).

Voglio dire che questa abominevole trovata, costosa e puramente pubblicitaria (16 migranti deportati in Albania - e altri analoghi successivi trasferimenti - dovrebbero aiutare a "disgorgare i centri di accoglienza italiani"...) mi fa vergognare di essere italiano.

A questa iniziativa mi viene da associare un'altra pratica, ugualmente sconcertante e oscena, ugualmente sintomatica di un mondo malato e impazzito: il commercio (al contrario) dei rifiuti, per cui una regione o un paese, incapace di un'adeguata gestione, acquista da un'omologa entità territoriale la possibilità di cedere una certa quantità di materiale.

PS: Specifico, a beneficio di chi è sempre pronto ad agitare una bandiera in difesa del proprio club, che questa non è una presa di posizione partitica; perché anche gli accordi di Minniti con i libici mi hanno fatto provare la stessa vergogna. E anche, andando a ritroso, l'istituzione dei CPI (e tutte le sigle con cui hanno periodicamente risciacquato il nome di questi luoghi di internamento e tortura) e la loro gestione sotto i vari governi di centrosinistra che si sono avvicendati dalla fine degli anni Novanta.

mercoledì 2 ottobre 2024

Pari opportunità

Finché ogni singolo essere umano, in ogni angolo del pianeta, non avrà le stesse opportunità di partenza di sopravvivere, di essere in salute, di istruirsi, di lavorare per sostenere se stesso e la propria famiglia, di proteggere, nutrire, curare, istruire i figli, di credere alle divinità che preferisce, o a nessuna divinità - finché non sarà tutto questo, le nazioni, le frontiere, gli eserciti e le polizie, i fondi monetari e i forum economici, le mistificazioni sulle identità nazionali, non saranno altro che la trascrizione e la ratifica di un immenso e intricato regime di criminale, criminogena e intollerabile ingiustizia. 

Da questa convinzione deriva quella che per me è l’unica, vera priorità della politica, essendo tutte le altre subordinate a questa. E altresì deriva da questo, per me, il mio essere di sinistra. Per quanto la sinistra italiana da vent’anni non osi pronunciare parole del genere, avendo scelto di svolgere il ruolo del bravo (magari) amministratore di condominio. Un condominio-nazione ubicato in un mondo-GothamCity. 

Se qualcuno pensa che l’utopia di un mondo basato sulla giustizia e su reali pari opportunità globali costerebbe troppo, in termini di rinuncia a privilegi storicamente acquisiti da qualcuno, forse non ha ancora chiaro quanto costerà, alla fine, a noi e ai nostri figli, la distopia in cui ci siamo acclimatati e in cui continuiamo a sprofondare.

giovedì 26 settembre 2024

I piccoli profughi che non accoglieremo nelle nostre scuole

Da due anni in tante classi italiane sono stati accolti bambini e bambine, e ragazzi, ucraini scappati dalla guerra. Chiunque abbia figli o conosca bambini che vanno a scuola ne ha avuto esperienza diretta. È stato ed è un doveroso gesto di civiltà e di umanità, che parla di un Paese che conosce il dovere della solidarietà internazionale e che crede nella possibilità concreta dell'integrazione. 
Penso anche che per i bambini e i ragazzi italiani questa sia un'occasione di apertura, di arricchimento e di conoscenza, come sempre è l'incontro, al netto delle difficoltà pratiche (la lingua, le differenze di abitudini, la necessità di mediatori e figure di sostegno...) che possono porsi inizialmente. Conoscenza della guerra, anche, della sua realtà, dei suoi effetti devastanti, del suo orrore.
Cercando un po' di dati, per comprendere il fenomeno al di là della mia personale percezione diretta, leggo che i minorenni, bambini e ragazzi, accolti in Italia come rifugiati a partire dall'aggressione russa del febbraio 2022 sono 38.000, di cui 27.000 sono iscritti nelle scuole.
Un altro dato che accosterei è quello, brutale, dei bambini e ragazzi uccisi nel corso della guerra: il bilancio dell'ONU dello scorso giugno parlava di 600 bambini uccisi e 1400 feriti, oltre ovviamente a "immensi danni fisici, psicologici ed emotivi".

A fronte di questo, è impossibile per me non pensare ai bambini e ai ragazzi di Gaza, e ora del Libano, che NON sono stati accolti in Italia come rifugiati, e non lo saranno, che NON sono entrati nelle classi delle scuole italiane, che i nostri figli NON avranno l'opportunità di conoscere, con i loro racconti, i loro traumi, le loro menomazioni, la loro bellezza e la loro ricchezza.
Sempre secondo l'ONU a Gaza sono stati uccisi dalle bombe israeliane almeno 16.000 tra bambini e ragazzi. 
Riporta ANSA:
"Un numero estremamente elevato di bambini a Gaza continua ad essere ucciso, mutilato, ferito, disperso, sfollato, orfano e vittima di fame, malnutrizione e malattie" è stato sottolineato.
Inoltre, il Comitato ha espresso grave preoccupazione "per l'impunità di cui godono le forze armate e di sicurezza responsabili della morte e del ferimento di minori e per la mancanza di informazioni sul numero di indagini, accuse e condanne relative a tali casi dal 7 ottobre 2023".
Il Comitato ha anche denunciato gli arresti arbitrari e la detenzione prolungata di un gran numero di bambini palestinesi da parte delle forze israeliane, il più delle volte senza accusa, processo, accesso a rappresentanza legale o contatti con i familiari". L'organizzazione esorta "a porre immediatamente fine alla detenzione arbitraria e amministrativa dei bambini, a rilasciare tutti i bambini palestinesi che sono stati detenuti arbitrariamente e ad abolire il sistema istituzionalizzato di detenzione e l'uso della tortura e dei maltrattamenti contro di loro in tutte le fasi del processo giudiziario"

Quanto al Libano, nel primo giorno di bombardamenti, lunedì scorso, sono stati uccisi 50 bambini, e continuano a morirne. 
Scrive Unicef:
"Innumerevoli altri bambini sono in pericolo, esposti ad attacchi, sfollati dalle loro case e senza poter usufruire al sistema sanitario sovraccarico e sotto organico. (...) Le scuole oggi sono state chiuse in tutto il paese, lasciando i bambini a casa impauriti. Coloro che si prendono cura dei bambini sono preoccupati per l’incertezza della situazione. Questa paura non può essere sottovalutata, poiché i bombardamenti e i raid aerei continuano e aumentano ogni giorno."

venerdì 6 settembre 2024

"Il figlio peggiore", di Peter D’Angelo e Fabio Valle

Come in un thriller convenzionale, arrivati al termine di Il figlio peggiore – il romanzo di Peter D’Angelo e Fabio Valle uscito per Fandango Libri – tutte le domande che la storia ha aperto trovano una risposta. In questo caso, però, sono le stesse risposte a far nascere un ulteriore e più grave interrogativo: dove finisce l’opera di fantasia e dove comincia la ricostruzione storica?

Entrambi gli autori sono giornalisti d’inchiesta. Di Valle, per mia ignoranza, non so dire niente di più. Di D’Angelo, avendo seguito il suo lavoro su "Il Fatto quotidiano” negli ultimi anni, posso dire che è un giornalista rigoroso, coraggioso e interessato alle verità, specie quelle non palesi. Questi dovrebbero essere attributi base del giornalista, requisiti minimi, per così dire, e pertanto non andrebbero neanche citati. Ma non è così in un Paese - l’Italia - che ristagna in una zona grigia della classifica sulla libertà di stampa, non solo a causa delle tendenze illiberali dei governi di destra e delle costanti intimidazioni malavitose, ma anche per via dell’autocensura che i giornalisti s’impongono per non scontentare il padrone, o per non mettersi contro il sentire comune (il quale, a sua volta, si determina compatto e intollerante quando c’è sostanziale unanimità sui media). Lavorando su temi sanitari negli anni della pandemia, Peter D’Angelo ha svolto un lavoro egregio, tenendosi alla larga tanto dalla retorica e dai tabù dell’area filogovernativa, quanto dalle parole d’ordine e dalla controretorica degli antigovernativi. In altre parole, ha fatto seriamente il lavoro di giornalista, non dimenticando che questo costituisce il quarto potere della democrazia.


Il figlio peggiore racconta le indagini del giornalista romano Carlo, personaggio di fantasia, sulla diffusione delle droghe in Italia. L’esito dell’inchiesta si può rivelare qui senza paura di rovinare la lettura, perché non è su questo che è costruita la tensione narrativa. Anzi, la risposta è scritta già nell’epigrafe: attraverso l’operazione Blue Moon, all’inizio degli anni Settanta, lo Stato Italiano ha avviato e gestito, inizialmente in modo pressoché monopolistico, la diffusione della morfina e dell’eroina nel territorio, immettendone quantità imponenti a prezzi stracciati, allo scopo di contaminare e portare all’autodistruzione le diverse anime della contestazione.


Dicendo “lo Stato Italiano”, secondo la ricostruzione fornita da questo romanzo che sappiamo essere basato sulla lettura di carte processuali, va inteso lo Stato nella sua forma più ufficiale – con riunioni svoltesi nelle sedi ministeriali, e non in oscuri scantinati, con il coinvolgimento di parlamentari, segretari di partito, generali, membri dell’intelligence USA, servizi segreti, manovalanza neofascista, caporedattori di testate nazionali – e non una serie di mele marce, i cosiddetti “pezzi dello Stato”, o i cosiddetti “servizi deviati”, parole magiche con cui solitamente si libera da ogni responsabilità lo Stato nel suo insieme, e ogni sua singola istituzione.

La trama del libro sarebbe coinvolgente anche se si trattasse solo di un romanzo di fantasia; ci si affezionerebbe ugualmente ai personaggi – si compatirebbe, in particolare, la parabola tragica del protagonista. Ma la portata cruciale delle verità storiche che vengono toccate spinge in secondo piano le riflessioni che si potrebbero fare sul piano puramente narrativo dell’opera.


In questo senso, la lettura lascia dietro di sé un’altra domanda, forse ancora più scomoda della precedente: i due autori ci stanno forse parlando anche di qualcos’altro? Ci sono argomenti che afferiscono alla storia italiana più recente che non possono essere trattati, se non parlando d’altro? Brecht, parlando di Galileo, ha parlato di molte altre cose, comprese quelle per lui più pressanti e attuali. E lo stesso vale per altre sue opere, e per opere di molti altri autori, che hanno avuto a che fare con regimi dittatoriali, o totalitari, o repressivi, o intolleranti, o illiberali.

Di certo ad alcuni lettori il libro ricorderà altri episodi che, analogamente all’operazione Blue Moon, hanno avuto il compito, o comunque l’effetto, di imprimere un netto cambio di direzione nella storia nazionale e non solo.


A me viene in mente il G8 di Genova del 2001, con l’oscuro ruolo dello Stato che solo in parte è stato acclarato dalle inchieste giudiziarie che hanno portato alla decapitazione dei vertici della polizia. Quell’inaudita, prolungata e pianificata carneficina – che i più sul momento, e per anni, hanno in qualche modo giustificato dando credito alla versione ufficiale dei manifestanti violenti – con il suo significato di tortura collettiva ha traumatizzato un’intera generazione e segnato l’inizio della fine dell’esperienza del Social Forum Mondiale, il più radicale, solido e creativo movimento di contestazione che avesse preso piede dalla fine degli anni Settanta. Come è possibile, viene da chiedersi, che tutti i governi che si sono succeduti dopo quell’evento esiziale – tutti, di qualsiasi colore – hanno ritenuto opportuno e appropriato promuovere l’allora Capo della Polizia Gianni De Gennaro, fino a farne il presidente di Finmeccanica / Leonardo?

E, ancora, mi vengono in mente gli anni della pandemia, dove ancora tutto è oscuro e molto è tabù. Ma quello che è incontrovertibile è che il rapporto tra le istituzioni dello Stato e i cittadini - in Italia e non solo – è stato irreversibilmente modificato: nel senso di una consegna di diritti e libertà fondamentali nelle disponibilità politiche del governo. Il cui volto e la cui retorica - indipendentemente dai colori politici della compagine del momento – hanno preso a ricordare quelli paternalistici e autoritari dello “Stato etico”.

giovedì 5 settembre 2024

Recensione di "Logout" su PULP Libri

"(...) Cuppini affronta molte tematiche differenti nel corso del romanzo, tutte interessanti e attuali. (...) Fino a dove possiamo spingerci pur di essere circondati dalla comodità? Altro tema è l’utilizzo dei social che anche in questo caso viene estremizzato: un mondo in cui gli influencer dettano legge a suon di like e video per ottenere un buon punteggio nella classifica generale della città, punteggio che determinerà il tuo ruolo nella società. Poi non possono mancare l’amicizia, valore fondamentale nei romanzi di formazione per ragazzi, e un moto di ribellione nei confronti di una stortura o di un’ingiustizia. Una storia per nulla banale e ben strutturata, con una giusta tensione narrativa e continui colpi di scena, che sottolinea cosa conti realmente nella vita, e che speriamo convinca i giovani – cittadini di domani – della propria importanza e del potenziale sito dentro ciascuno: qualunque cosa vogliano diventare saranno in grado di diventarlo, anche senza tecnologia ma coltivando sempre i rapporti umani."

Qui la recensione integrale:

Grazie a Valentina Marcoli per l'attenta lettura.

mercoledì 28 agosto 2024

"Logout" su Rai Cultura

"Anche noi come Luca viviamo in un mondo che promette e pretende di essere il migliore dei mondi possibili, e quindi non tollera più di tanto le critiche radicali."
...Che bello parlare di "Logout" sul portale di Rai Cultura!
Grazie a Federica Velonà per avermi invitato e all'ufficio stampa di Marcos y Marcos per il fantastico lavoro.
https://www.raicultura.it/letteratura/articoli/2024/08/Carlo-Cuppini-Logout-648e5c6b-3c28-42b4-80ac-7841e490835d.html