blog di Carlo Cuppini
venerdì 24 settembre 2021
Il contagio della dignità
domenica 19 settembre 2021
Dignità
Dal mondo della scuola e dell’università giungono storie di miseria, intimidazione e abuso di potere, tese a umiliare la dignità delle persone. Come quelle che ho raccontato nei giorni scorsi. Arrivano anche storie straordinarie di umiltà, dignità e scelte drammatiche, dolorose.
Vi prego di leggere fino in fondo questa lettera (che diffondo con il permesso dell’autore) di Marco Villoresi, professore di Letteratura Italiana dell’Università di Firenze.
Vi prego di diffonderla, se credete, anche in segno di solidarietà verso il professore dimissionario.
È una “semplice testimonianza” che dovrebbe essere inclusa nella contro-storia culturale di questa epoca terribile che stiamo cercando di scrivere, e di difendere dall'erosione dei significati che la narrazione delle abluzioni rituali e della “sana obbedienza”continuamente produce.
Questa scelta, insieme alle parole che la raccontano, insegnerà ai nostri figli a credere che anche nel momento più buio non tutto deve essere considerato perduto.
Come oggi i “no” pronunciati 90 anni fa da 12 docenti universitari su 1200 ci danno la misura del coraggio possibile, della dignità necessaria.
Grazie, professor Villoresi.
Buon coraggio a tutte e a tutti.
—-
La mia scelta di non avvalermi del Lasciapassare Verde.
Cari tutti,
mi permetto di rubarvi pochi minuti del vostro preziosissimo tempo per comunicarvi la mia scelta - una scelta ben più che minoritaria, verosimilmente, nell'Università italiana - di non avvalermi del lasciapassare verde. Questo breve scritto, lo dico subito, non ha alcun intento provocatorio o propagandistico. Si tratta di una semplice testimonianza - la mia testmonianza, inevitabilmente parziale, irriducibilmente soggettiva. Che vi chiedo di accogliere, comunque, quale che sia il vostro libero pensiero in merito all'argomento, come atto di doveroso e profondo rispetto nei riguardi di tutti gli studenti e di tutti i compagni di lavoro del Dipartimento di Lettere e Filosofia e dell'intera comunità accademica.
Non entrerò troppo nel dettaglio delle motivazioni, universali o intime, che mi hanno portato a fare questa scelta. D'altronde, tutti voi avete sapienza e cultura in abbondanza per immaginarne in gran numero e varietà: di ordine politico, ideologico, giuridico, costituzionale, razionale, scientifico, sanitario, etico, psicologico e persino psichiatrico. E magari motivazioni che riguardano la stessa Università, ovvero se oggi l'Università sia ancora abitata da un disinibito e indipendente spirito critico, se viva ancora di fertili controversie o si mortifichi in uno sterile conformismo, se promuova il rischio dinamico della creatività e della complessità o prediliga la statica sicurezza del protocollo e della profìlazione seriale. Infine, e soprattutto, se l'Università possa dirsi, oggi, spazio libero, aperto e inclusivo.
Ma, davvero, non ha nessuna importanza che io renda conto nello specifico di questa mia personalissima scelta. Perché è questa scelta, non ciò che l'ha motivata o che può significare, che determina l'impossibilità di iniziare, come ogni anno, il mio corso di Letteratura Italiana; è questa scelta a mettermi ipso facto in quella condizione di diversità e di precarietà che molti - comprensibilmente, per carità - non possono ne vogliono sopportare.
Si tratta, in sostanza, della "scelta di scegliere" indipendentemente dalle conseguenze - permettetemi, per una volta, di aggrapparmi alle parole altrui -, quella che "investe le condizioni di possibilità di ogni eventuale scelta, a partire dalla propria. Da qui la sua forza, ma anche la sua pericolosità e il suo rischio" (G. GIORELLO, Di nessuna chiesa. La libertà del laico). Sembra un atto di patetico integralismo intellettuale a vocazione pubblica, ma è tutt’altro: è un atto psico-fisico di necessità, è la resistenza individuale, privata e obbligata di chi sa di perdere molto, se non tutto, ma intende, insieme alla sua libertà, conservare il rispetto di sé.
Dunque, sono ben consapevole di ciò che il mio eretico Non Serviam! comporta sul piano burocratico ed economico: al momento, la sospensione dal lavoro senza retribuzione; più avanti, forse, il licenziamento. E chissà che altro ancora: quando si innesca, come la storia ci insegna, la brama di discriminazione e di persecuzione non conosce limiti.
Comunque sia, sono ancor più consapevole delle conseguenze che tale scelta provoca sul piano emotivo e umano. E chi mi conosce sa bene che il dispiacere più grande sarà la perdita dell'energizzante contatto con gli studenti: quel salutare assembramento e contagio di intelligenze, di progetti e di corpi che resta la cosa più bella e importante, la cosa più vitale, del nostro mestiere.
Dal 1984, anno della mia immatricolazione, non è passato giorno che io non abbia fatto parte, in un ruolo o nell'altro, dell'Università di Firenze. Qui, nella mia città, ho potuto godere del beneficio di studiare e di lavorare sotto la guida e al fianco di grandi maestri, di formarmi come ricercatore e docente. E, soprattutto, come uomo.
Però, davvero non ho intenzione, nel contesto, nelle forme e nei toni con cui oggi viene richiesto, di esibire il lasciapassare verde per insegnare, per andare in biblioteca, per entrare nel mio studio, per incontrare gli studenti, i laureandi, i dottorandi... peraltro avendo anche il sacerdotale ufficio di interrogare, controllare e allontanare gli eventuali renitenti all'osservanza.
No, non ho intenzione di godere di questo inopinato 'privilegio coatto' che, diversamente da quanto avviene in tutte le democrazie d'Europa, il governo del nostro paese (e l'Università) vuole concedere, bontà sua, ai docenti, agli amministrativi e agli studenti ben codificati e, sempre e ovunque, scansionabili. Per quanto tempo - mesi, anni, in eterno? -, non si sa. Neanche, si badi, ho intenzione di infrangere la legge - almeno per ora, mi pareche il diritto non preveda ne punisca gli psicoreati.
Da libero cittadino italiano, dunque, da membro della comunità universitaria, scelgo di esercitare una civile protesta che si concretizza nel rifiuto del lasciapassare verde.
Ma accetto socraticamente - consentitemi il conforto dell'autoironia - ciò che il governo del nostro paese (e l'Università) ha deciso nei riguardi di chi non esibisce quotidianamente la sua prona adesione al sempre più pervasivo e abusivo controllo biopolitico, alle limitazioni di diritti fondamentali della persona e allo stato di emergenza permanente.
Accetto, sì, riservandomi, tuttavia, la libertà di pensare e definire tutto questo un abominio. Un abominio che, come sappiamo, presto toccherà in sorte a tutti i lavoratori italiani. Non ho banda, sono solo, direbbe il Poeta: non appartengo a nessuna parrocchia accademica, non ho mai avuto tessere di partito e, sinceramente, ho in uggia appelli, petizioni e prese di posizioni verbali senza ricadute nella realtà effettuale.
Di conseguenza, della mia scelta mi assumo in toto e concretamente la responsabilità. Sarà senz'altro incompresa e disprezzata dai più - ben percepisco lo spirito del tempo, dunque anche di questo sono perfettamente consapevole.
Ma, credetemi, la faccio senza imbarazzo e in pace con me stesso. È stata ben meditata, è stata presa in piena autonomia e, inutile dirlo, non ha nessuna velleità di risultare esemplare. È solo la mia scelta, che sin dai prossimi giorni mi destina, se non alla macchia, ad un volontario confino, In partibus infìdelium.
Così, in attesa di tempi migliori, semmai ne capiteranno, e di qualche buona novella, proverò l'esperienza di color che son sospesi... dal lavoro, dai luoghi della cultura e della socialità, e da alcuni servizi pubblici essenziali.
E allora, visto che questa è la stagione che ci tocca attraversare, non mi resta che augurare schiettamente a tutti voi tanta salute e altrettanta serenità.
Un grande abbraccio,
Marco Villoresi.
domenica 12 settembre 2021
venerdì 3 settembre 2021
Green pass e giovani: esclusione, hate speech, capri espiatori - Lettera aperta alle istituzioni
di Carlo Cuppini *
Giovanni Agnoloni *
Enrico Macioci *
* scrittori e operatori culturali
- È accettabile che lo Stato ponga ostacoli alla formazione intellettuale dei giovani e alla partecipazione attiva e passiva dei cittadini alla vita culturale del Paese, quale che sia il fine ultimo, anziché rimuoverli?
- In Italia l’infanzia e l’adolescenza godono ancora di uno statuto speciale che garantisce loro una tutela straordinaria da parte delle istituzioni e della comunità?
Premessa: Green pass e Certificazione verde
Nel momento in cui si sono resi disponibili i vaccini anticovid, le istituzioni europee hanno avviato un percorso per porre coordinate e paletti politici, giuridici ed etici adeguati alla nuova fase della gestione della pandemia. L’obiettivo era quello di normare una materia complessa come quella della vaccinazione anticovid, favorendo la più rapida uscita dall’emergenza internazionale e facendo salvi allo stesso tempo – con uguale senso di priorità – i valori della democrazia e i fondamentali principi della civiltà del diritto.
In questo contesto il Consiglio d’Europa, con la risoluzione 2361 del gennaio 2021, ha disposto che la vaccinazione sia volontaria e che i non vaccinati non siano oggetto di discriminazioni. Successivamente, Commissione Europea e Parlamento Europeo hanno varato il “green pass”, uno strumento finalizzato a facilitare la libera circolazione e gli spostamenti tra le nazioni, ribadendo il principio di non discriminazione, come si legge nel regolamento UE 2021/953.
Il governo italiano, sulla scia di quello francese, ha voluto interpretare uno strumento nato con tale finalità come un dispositivo normativo che divide i cittadini in due insiemi destinati a beneficiare di differenti diritti e opportunità. La “Certificazione Verde Covid-19” che nasce con il decreto legge 23 luglio infatti non è il green pass varato dalle istituzioni europee. Eppure nell’immaginario comune, per via di ambiguità linguistiche nella comunicazione istituzionale e mediatica, le due cose tendono a coincidere.
Sul passaporto sanitario voluto dal governo italiano sono già state espresse molte critiche e qui non vogliamo tornare sul tema: il nostro punto di vista coincide con quello espresso nel documento “Green pass: le ragioni del no”, oggetto di una sottoscrizione popolare che ha avuto l’adesione anche di numerosi esponenti del mondo della cultura, del diritto, dell’università e della comunità scientifica.
Quello di cui vogliamo parlare sono le implicazioni della Certificazione Verde Covid-19 per gli adolescenti e i giovani.
La pressione sui giovani
La cosa che lascia maggiormente turbati, in questa vicenda politica, è la pressione psicologica e materiale che per tramite di questo decreto viene esercitata sui minorenni e sui giovanissimi: cittadini riguardo ai quali non viene fatto alcun distinguo, né nelle fonti normative né in seno al discorso pubblico, come se non dovessero essere sempre e inderogabilmente oggetto di particolari considerazioni e attenzioni. Lo stabilisce, oltre a un principio etico che dovrebbe essere universalmente condiviso, la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, ratificata dall’Italia esattamente trent’anni fa con la legge 176/1991 (art. 3): “In tutte le decisioni relative ai fanciulli [persone di minore età], di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”.
Ci sembra incredibile che lo Stato ponga un cittadino – tanto più se minorenne – di fronte alla possibilità di compiere una determinata scelta, a costo però di essere escluso da una serie di attività culturali, sociali, sportive, ricreative, che potrebbero – dovrebbero – essere parte essenziale e imprescindibile della sua vita, della cura della propria salute psico-fisica, del proprio processo di crescita, della partecipazione attiva e passiva alla vita culturale del Paese; salvo sottoporsi costantemente a un test che potrebbe essere non sempre disponibile con il necessario tempismo, costoso, invasivo, in alcuni casi fastidioso o doloroso. (A questo proposito ci chiediamo perché i tamponi salivari, annunciati un anno fa come soluzione pratica, attendibile e non invasiva, non siano ancora all’ordine del giorno).
Discorsi di odio
All’aspetto ricattatorio delle esclusioni si aggiunge la retorica del “dovere morale”, con la conseguente paura di incorrere nello stigma sociale – preoccupazione tanto più forte negli adolescenti e nei giovanissimi, come sappiamo. Una paura alimentata da una comunicazione mediatica – anche per bocca di influenti persone di scienza, purtroppo – e perfino istituzionale, drammaticamente irresponsabile, che non di rado evoca a parole (e suscita nel mondo reale) conclamate situazioni di illegalità. Disumanizzare le persone non vaccinate paragonandole ai topi, definendole “vigliacchi”, “traditori”, “disertori”; auspicare che ai malati non vaccinati vengano fatte pagare le cure (insinuando forse che qualora non se lo potessero permettere dovrebbero essere lasciati privi di assistenza medica?), o che vengano esclusi dal servizio sanitario nazionale; tollerare interpretazioni indefinitamente estensive e “creative” delle interdizioni in varie attività sociali e contesti lavorativi non previsti nel decreto; criminalizzare una scelta che – va ribadito – è consentita dalle norme nazionali e tutelata da quelle internazionali, con esplicito divieto di qualunque forma di discriminazione: tutto questo sta determinando un drammatico dissesto sociale, con un clima da caccia alle streghe che coinvolge allo stesso modo adulti e minorenni.
Assistiamo in questi giorni a una escalation sconcertante di questo hate speech, sia nella comunicazione istituzionale sia in quella mediatica. Abbiamo ascoltato un presidente di Regione annunciare l’esclusione dei cittadini non vaccinati dai luoghi pubblici e dalla vita della comunità; non come sanzione per avere violato una norma, si badi, ma perché in loro “prevale la dimensione egoistica”: perché “non sei degno di entrare in un ambiente pubblico”. Avremo dunque una limitazione di diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti, per cittadini di tutte le età, perfino adolescenti, che hanno compiuto una scelta consentita dalle norme, sulla base del giudizio morale di un governatore? Ci stiamo avvicinando a quel “sistema del credito sociale” cinese al quale, fino a un paio di anni fa, tutti guardavamo con sgomento?
“Non persone”: vittime designate
Qualcuno sta giocando con il fuoco, ovvero con la psicologia di massa, in un momento storico di profonda instabilità e incertezza, alimentando diffidenza e odio sociale verso coloro che sono sempre più descritti e trattati come “non persone”: individui “giustamente” spogliati dei loro diritti. In primis il diritto alla dignità. Siamo esattamente agli antipodi di una “adesione volontaria”, di un “consenso informato”, che pure lo Stato pretende che chi si accinge a essere vaccinato dichiari e firmi.
Siamo professionisti della parola, conosciamo il potere del linguaggio. Sappiamo che lo hate speech nasce da una forma mentis, ma allo stesso tempo “crea” forma mentis, la diffonde, e può condurre alla tragedia. è per questo motivo che lo hate speech viene combattuto in tutti i contesti sociali, mediatici e politici, chiunque sia a pronunciarlo e contro chiunque sia rivolto. Eppure pochissimi condannano questo specifico hate speech.
Le emozioni che questo discorso di odio smuove ci fanno temere che, qualora la campagna vaccinale si dovesse rivelare per i più diversi motivi non all’altezza delle aspettative di cui è stata rivestita (“ne usciremo solo grazie ai vaccini, e solo grazie ai vaccini, e solo se ci vacciniamo tutti”), la frustrazione di massa si possa tradurre in una reazione di violenza incontrollata contro i capri espiatori che già sono stati designati attraverso un costrutto culturale “impeccabile”: i non vaccinati, già anticipatamente disumanizzati e degradati al livello di “non persone”, individui indegni, che sfuggono a un dovere morale.
Se questa ondata di violenza si dovesse verificare, dobbiamo sapere che si abbatterà anche su una parte della popolazione infantile e minorile, dodicenni, quindicenni, con esiti moralmente, psicologicamente e socialmente catastrofici.
Un quasi obbligo che però è un divieto (altrove)
Impossibile non soffermarsi sul fatto che la scelta verso cui lo Stato italiano spinge con tale pressione gli adolescenti, è una scelta non raccomandata, non prioritaria, o addirittura non autorizzata, in altri Paesi dell’Unione Europea ed extraeuropei, per persone della stessa fascia di età, in nome della loro tutela e del principio di massima precauzione. Questo in considerazione del fatto che gli studi clinici svolti dalle case farmaceutiche sono stati limitati nel campione, nel tempo e nella tipologia delle verifiche. Con un’incognita che rimane sulle possibili conseguenze indesiderate a medio o a lungo termine, a fronte di una malattia che rappresenta un rischio quasi nullo per la popolazione pediatrica e giovanile sana, salvo casi di patologie particolari, note e identificabili, per i quali anche i Paesi che non raccomandano o non autorizzano la vaccinazione generalizzata per gli adolescenti solitamente prevedono protocolli specifici e deroghe.
Non vogliamo entrare nel merito delle considerazioni scientifiche sulla sicurezza e sull’efficacia dei vaccini, e sul ruolo della vaccinazione di massa negli sviluppi della pandemia da del covid-19 – ambiti che non ci competono. Ma non possiamo evitare di chiederci come la tutela dei bambini e degli adolescenti possa essere declinata in accezioni tanto diverse, e perfino opposte, tra Paesi che appartengono allo stesso consesso internazionale. è inevitabile domandarsi, peraltro, se tutto questo discorso andrà ripetuto tra qualche settimana, negli stessi termini e con preoccupazioni ancora maggiori, anche per i bambini sotto i 12 anni.
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”
Come scrittori e operatori culturali, costituzionalmente attenti anche ai temi dell’educazione e della crescita intellettuale delle giovani generazioni, non riusciamo a concepire che lo Stato ponga intenzionalmente ostacoli alla fruizione culturale dei giovanissimi, alla loro partecipazione attiva e passiva alla vita culturale del Paese, anziché rimuoverli. E questo indipendentemente dalle circostanze ordinarie o emergenziali che possano verificarsi in un dato momento; e indipendentemente anche dal fatto che questi ostacoli possano essere intesi come un mezzo per perseguire un obiettivo prioritario e universalmente condiviso, come è quello di controllare la pandemia e di ridurre sempre di più tutti i rischi a essa connessi.
Non troviamo facilmente uno stato d’animo che ci porti ad accettare una politica che mina di fatto la continuità e l’equità dei percorsi educativi di giovani persone che si trovano nel pieno della loro formazione intellettuale, distribuendo in modo differenziato le opportunità più basilari.
Ripensiamo a esperienze culturali vissute da ciascuno di noi nel periodo dell’adolescenza o della prima giovinezza, in precisi, irripetibili momenti della propria crescita, della propria apertura al mondo. Ricordiamo la capacità che queste esperienze hanno avuto di affinare la sensibilità, continuando poi a indirizzare le scelte di vita e di lavoro anche nei decenni a seguire. Pensiamo con angoscia che oggi, a moltissimi adolescenti, ragazze e ragazzi, potrebbero essere negate opportunità ed esperienze di analogo valore.
Una domanda rivolta alle istituzioni
Ci chiediamo – e lo chiediamo alle istituzioni – se in Italia l’infanzia e l’adolescenza godano ancora di uno statuto speciale che garantisce loro attenzioni e tutele straordinarie. Oppure se la legge 176/1991 già citata sia stata di fatto abrogata. E se, a fronte di una pandemia, bisogna ritenere che qualunque misura sia da considerarsi legittima “basta che funzioni”; o anche solo che prometta di funzionare.
Speriamo e crediamo che non sia così; e ci aspettiamo di vedere comportamenti conseguenti da parte delle istituzioni e delle forze politiche.
Se invece il “basta che funzioni” è diventato il paradigma dominante dell’epoca delle emergenze sanitarie e dei rischi pandemici, allora dobbiamo sapere che in ogni caso – quali che saranno i modi, gli strumenti, i tempi e i bilanci con cui usciremo da questa situazione – noi ne usciremo sconfitti, avendo colpito al cuore la generazione dei figli.
martedì 24 agosto 2021
Senza soluzione di continuità
lunedì 16 agosto 2021
Il punto
venerdì 13 agosto 2021
Credo che questo sia il momento giusto per
giovedì 12 agosto 2021
Green Pass: Le ragioni del NO (petizione)
Da oltre un anno e mezzo il popolo italiano subisce limitazioni radicali a diritti e libertà considerate fondamentali dalla Costituzione, dalla Cedu e dalla Dichiarazioni dei diritti fondamentali dell'uomo.
Il governo ha approvato una misura - il green pass - che implica l'esclusione in radice dell’accesso ad attività, servizi e luoghi pubblici (teatri, cinema, attività sportive, locali pubblici, fiere, manifestazioni, congressi, etc.), ad una specifica categoria di persone, ovvero coloro che non si sono vaccinati o non hanno prenotato la vaccinazione (con la sola eccezione di coloro che sono guariti dalla malattia e salva la possibilità di sottoporsi a tamponi a pagamento, ripetuti nelle 48 ore antecedenti al godimento di quelle libertà o diritti). Il decreto legge del 6 agosto 2021 n.111, ha addirittura subordinato la possibilità degli studenti di frequentare l'università e seguire i corsi in aula in presenza al possesso del green pass e ha obbligato il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario a possedere la suddetta certificazione. Accanto a tali provvedimenti permane, tuttavia, la libertà della scelta di non sottoporsi al trattamento sanitario della vaccinazione, garantita dall'art.32 co. 2 della Costituzione che, pur prevedendo la possibilità che vi siano deroghe stabilite con una legge formale, ammonisce che in nessun caso è possibile violare i limiti imposti dal rispetto della dignità della persona umana.
Ne discende che le restrizioni di accesso allo sport, alle attività sociali, culturali, formative, lavorative e di istruzione stabilite tramite il green pass colpiscono una categoria di persone che esercita una libertà costituzionalmente garantita, che viene penalizzata in quanto tale, per via di una propria qualità personale, di una propria condizione e di una libera scelta.
Il green pass contrasta, dunque, con i principi fondanti il nostro ordinamento, sia di matrice costituzionale che comunitaria ed internazionale. In particolare:
1- L’articolo 1 della Convenzione ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione (New York, 1965-aperta alla firma nel 1966-ratificata nel 1976), precisa che costituisce discriminazione ogni comportamento che direttamente o indirettamente “comporti distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine etnica e che abbia lo scopo e l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica”. Le restrizioni (1) contenute nel green pass rientrano letteralmente nelle “esclusioni” che determinano gli effetti indicati come discriminatori nella definizione della Convenzione. Discriminare, infatti, significa violare il principio dell’uguale dignità delle opinioni o situazioni differenziate.
2- Nella prassi giurisprudenziale, costituisce discriminazione ogni trattamento, considerazione e/o distinzione attuato nei confronti di un individuo o di una classe di individui sulla base dell'appartenenza ad un particolare gruppo, classe o categoria sociale, che mira a provocare l’esclusione sociale dei soggetti vittime del comportamento discriminatorio fondato su una visione differenzialista del mondo. La violazione del divieto di discriminazione viene, quindi, correlata a distinzioni e restrizioni basate su “condizioni personali”, su stati, su “autori”.
3- L'istituzione di un Green Pass per l'accesso ad un determinato set di attività, luoghi e servizi, escludendo dagli stessi una categoria di persone, inclusi i minori ed i giovani adulti, individuate soltanto in base alla loro condizione - quella di aver fatto una scelta garantita dalla Costituzione e non limitata da norme di legge, dunque, in assenza di un fatto illecito, espressamente riprovato dal diritto positivo - si pone, altresì, in evidente contrasto con l’art. 2 della Costituzione a mente del quale la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, nonché con l'art.3 della Costituzione che sancisce la pari dignità sociale dei cittadini e la loro eguaglianza di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, imponendo alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
4- Il green pass viola, inoltre, l'art.21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE, titolato "Non discriminazione" che prevede: "1. È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul 1
sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale.2. Nell'ambito d'applicazione dei trattati e fatte salve disposizioni specifiche in essi contenute, è vietata qualsiasi discriminazione in base alla nazionalità", nonché l'art.23 che dispone “La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione”.
5- Il green pass vìola la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che all'art. 2 stabilisce: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità”, e all'art. 7 stabilisce: “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”;
6 - Il green pass viola anche la Convenzione Europea sui Diritti Umani, specificamente l'art. 14 che stabilisce: “Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l'origine nazionale o sociale, l'appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione”.
7- Il green pass viola il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che all'art. 10 chiarisce: “Nella definizione e nell'attuazione delle sue politiche e azioni, l'Unione mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale”.
8- Il green pass si pone, inoltre, in contrasto con la Risoluzione 2361 del Consiglio d'Europa approvata il 27/01/2021 che, al punto 7.3, vieta ogni forma di discriminazione per chi scelga di non vaccinarsi ed invita gli Stati ad assicurarsi che i cittadini siano informati in modo chiaro sulla NON obbligatorietà del vaccino.
9- Da ultimo, benché il D.L. 105/2021 che ha reso il green pass obbligatorio evidenzi la necessità di rispettare i Regolamenti UE 953/2021 e 954/2021, ne contrasta platealmente i contenuti, sia in riferimento al Considerando 36, che testualmente prevede: "È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anticovid è attualmente somministrato o consentito, come i bambini o hanno scelto di non essere vaccinate. Pertanto il possesso di un certificato di vaccinazione, o di un certificato di vaccinazione che attesti l'uso di uno specifico vaccino anti COVID-19, non dovrebbe costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione o per l'utilizzo di servizi di trasporto passeggeri transfrontalieri quali linee aeree, treni, pullman, traghetti o qualsiasi altro mezzo di trasporto. Inoltre, il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati.", sia in riferimento all'affermata necessità di garantire la libertà di circolazione dei cittadini, di fatto ostacolata dai vincoli imposti con il green pass.
In ragione di quanto sopra, l'istituzione del green pass si pone in aperta violazione dei principi e delle norme fondanti il nostro ordinamento, come sopra richiamate, e determina la violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi, imposto a tutti i cittadini dall’art.54 Cost. e, prima ancora, alle Istituzioni.
Trovarsi nella necessità di riaffermare questi punti sottintende la denuncia di un gravissimo modus operandi che contrasta con i principi democratici e dello Stato di diritto, che strumentalizza le emergenze per comprimere diritti e libertà faticosamente conquistati nell'ultimo secolo, vanificando il sacrificio dei nostri padri.
-Le ragioni emergenziali non possono essere utilizzate come scudo per sospendere ed annullare diritti considerati intangibili dai Padri Costituenti e dalla comunità internazionale. La prima parte della Costituzione raccoglie il nucleo essenziale dell'ordinamento costituzionale, definendone i principi fondamentali e garantendo la tutela di quei diritti che sono considerati inviolabili conformemente a quanto riportato nelle Convenzioni e nei Trattati su richiamati il cui rispetto è previsto dall’art. 117 della Costituzione.
Con i benefici e con i limiti della democrazia la nazione ha affrontato numerose e gravi crisi; allo stesso modo possiamo e dobbiamo affrontare anche questa, e le future, senza derogare di un passo dal percorso della civiltà del diritto.
Se accettiamo che i principi fondamentali dello Stato di diritto possano essere sospesi oggi, in nome della gestione della pandemia, dobbiamo sapere che stiamo consegnando al futuro la possibilità di prendere direzioni diverse dalla democrazia in nome di qualsiasi altra minaccia, di origine umana o naturale.
(1) Per la definizione di distinzione discriminatoria, si legga anche l’art. 43 T.U. immigrazione, dove si ribadisce che emerge come sia tale anche la discriminazione cd. indiretta. “Art. 43 (Discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi) (Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 41) 1. Ai fini del presente capo, costituisce discriminazione ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l'effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica. 2. In ogni caso compie un atto di discriminazione: .....b) chiunque imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire beni o servizi offerti al pubblico ad uno straniero soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità".
Giorgio Agamben (Filosofo e Accademico)
Giovanni Agnoloni (Scrittore e traduttore)
Carmelo Albanese (Filosofo e Urbanista)
Miriam Alborghetti (Giornalista)
Luciana Apicella (Giornalista)
Fabrizia Bagnati (Giurista, già presidente della Unione Nazionale delle Camere Minorili)
Ugo Bardi (Professore di Chimica Università di Firenze)
Roberto Bartali (Ph.D, Storico)
Paolo Bellavite (medico chirurgo, già professore universitario di Patologia Generale all'Università di Verona)
Giorgio Bianchi (Fotoreporter, giornalista)
Stefano Boni (Antropologo, Università di Modena e Reggio Emilia)
Ramona Caia (Danzatrice)
Giovanna Campani (Professore di Pedagogia Generale Università di Firenze)
Angela Camuso (Giornalista)
Francesca Capelli (Sociologa)
Carmine Carella (Libero professionista)
Francesco Carraro (Scrittore, giornalista, avvocato)
Luisella Chiavenuto (Giornalista free lance)
Marco Cosentino (Medico farmacologo- Professore ordinario di Farmacologia)
Daniela Danna (Ricercatrice in Scienza Sociale Università del Salento)
Chiara De Filippis (Designer)
Umberto Desideri (Professore universitario)
Elena Dragagna (Avvocato)
Marilena Falcone (Ingegnere meccanico/ biomedico)
Mario Fedeli (Attore, scrittore)
Giacomo Fossa (Direttore d’orchestra)
Carlo Freccero (Critico televisivo, giornalista, autore televisivo, massmediologo e accademico)
Franco Galvagno (Docente scuola secondaria)
Domenico Guarino (Giornalista)
Francesco Guerrini (Geologo)
Marco Guzzi (Poeta, Filosofo e scrittore)
Marialuisa Iannuzzo (Medico legale)
Francesco Ierardi (Avvocato)
Daniele Libi
Laura Lippi
Carlo Lottieri (Filosofo, politologo, professore universitario alle Università di Verona e di Lugano)
Maddalena Loy (Giornalista)
Enrico Macioci (Scrittore)
Linda Maggiori (Scrittrice, blogger, attivista per la sostenibilità)
Giulio Mancini (Ingegnere meccanico)
Stefano Manera (Medico chirurgo, specializzato in Anestesia e Rianimazione, medicina integrata e funzionale)
Clara Marinelli
Simona Massaro
Maurizio Matteoli (Medico pediatra)
Ugo Mattei (Giurista, accademico, presidente Fondazione Generazioni Future)
Francesco Meneguzzo (Ricercatore Fisico - Consiglio Nazionale delle Ricerche)
Emilio Mordini (Psicoanalista e docente universitario)
Paola Olivieri
Diana Nocchiero (Concertista, direttrice artistica della rassegna "Melodica" di Ragusa)
Sergio Porta (Professor of Urban Design, Department of Architecture, University of Strathclyde)
Lucilla Rigobello
Gilda Ripamonti (Giurista)
Anna Franca Rivieri
Maria Sabina Sabatino (Storica dell'arte)
Laura Savoca
Paolo Sceusa (Presidente emerito di sezione della Cassazione, già Presidente Tribunale dei Minori di Trieste e Trento)
Giulia Servadio (Avvocato)
Augusto Sinagra (già magistrato, Professore ordinario di diritto dell'Unione Europea Università degli Studi di Roma "La Sapienza”)
Daniela Strumia (Filosofa)
Pasquale Tarricone
Vitaliano Trevisan (scrittore, drammaturgo, regista, attore)
Marta Trucco (Giornalista e scrittrice)
Fabrizio Tuveri (Medico odontoiatra)
Raffaele Zanoli (Professore ordinario di Food Marketing & Management, Università Politecnica delle Marche)
Pieralberto Valli (Docente, musicista, scrittore)
Comitato "Scuola È in presenza" - Modena
Comitato #GiùLeManiDallaScuola - Gorla Minore (VA)
domenica 8 agosto 2021
Il green pass (e l'abdicazione degli intellettuali)
(Articolo pubblicato su Umanesimo e scienza)
___
La necessaria destrutturazione di questo discorso va svolto su due piani, quello giuridico e quello propriamente scientifico. Ci vorrebbe un po' di semiotica, ma non usa più. Da parte mia, avendo più paura di vivere assoggettato all’irrazionalità del potere che di apparire insensibile, tento un abbozzo di decostruzione, sperando che seguano altri contributi.
1) Decidere che i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali non sono innati e inviolabili in qualunque circostanza, ma possono essere "rilasciati" ad personam dallo Stato, sulla base di misurazioni biometriche, apre definitivamente le porte all'epoca della biopolitica: un'epoca dove la saldatura tra politica e tecnica (non chiamiamola "scienza", via, siamo onesti) può dare vita a sviluppi mostruosi.
Ovviamente quella inaugurata dal green pass non sarà una “dittatura sanitaria”: sarà "soltanto" una riformulazione del discorso che il potere fa incessantemente su se stesso per potersi inverare nella Storia. Un discorso aggiornato con locuzioni di carattere sanitario, questa volta, pronunciate magari dalle bocche di determinati operatori della sanità e di diverse discipline scientifiche, in modo che le diverse proposizioni, ancorché in contraddizione l’una con l’altra, spesso e volentieri, appaiano verosimili e autorevoli.
a) il virus Sars-Cov-2 non si può eradicare;
b) il virus continuerà in ogni caso a circolare, e a mutare;
c) si auspica (e forse ci si può legittimamente aspettare, dato che è sempre successo in passato) che a un certo punto si affermino le mutazioni compatibili con una convivenza pacifica, facendo scomparire gli aspetti clinici più significativi di questa convivenza comunque inevitabile;
d) si punta a vaccinare la quasi totalità della popolazione in pochi Paesi, mentre in altri i vaccinati sono una percentuale risibile (il 2% in tutto il continente africano); senza che però si chiudano le frontiere tra Paesi molto e Paesi poco vaccinati (che io sappia non puntiamo all'autarchia microbiologica);
e) le persone a rischio, o che si sentono a rischio, hanno l'opportunità di proteggere se stessi nella quasi totalità dei casi, vaccinandosi;
f) l'efficacia del vaccino nel prevenire le forme gravi della malattia è fortunatamente molto alta, stando ai dati ufficiali;
g) i vaccinati si infettano e trasmettono l'infezione meno dei non vaccinati;
h) quel “meno” significa che tuttavia la trasmettono in qualche misura;
i) dare un pass a vaccinati che possono comunque infettare in qualche misura significa ritenere che la trasmissione da parte di un vaccinato "va bene", mentre quella che venga da un non vaccinato "non va bene" (è nata la microbiologia etica?);
l) i vaccinati, tanto più se in possesso di un passe-partout, potrebbero avere un esagerato senso di sicurezza in se stessi, riguardo alla presunta impossibilità di diffondere il contagio e nuocere alla comunità;
m) l'immunità "imperfetta", cioè non totalmente sterilizzante (ed è il caso dell’immunità data dai vaccini anti-covid, in misura diversa da soggetto a soggetto), può determinare l'insorgere di varianti vaccino-resistenti e/o più aggressive: lo ha sostenuto nei mesi scorsi la gran parte degli scienziati che si esprimono solitamente sui media; lo mostra uno studio condotto sugli animali nel 2015, e uno modellistico sui vaccini anti-covid del 2021 (relativo in quel caso all'intervallo di tempo tra le prime e le seconde dosi);
n) quindi possiamo dire che i vaccinati trasmettono di meno (quantitativamente);
o) ne discende che non è possibile escludere che una vaccinazione di massa (rispetto a una vaccinazione mirata alle sole fasce esposte a rischio significativo, con circolazione controllata del virus nelle altre) possa prolungare o addirittura perpetuare la situazione pandemica, invece che risolverla;
È certamente chiaro a tutti coloro che leggano con qualche attenzione e senza preconcetti che questo scritto non è contro la vaccinazione anticovid (e men che meno contro la vaccinazione in generale); che, sollevando alcune questioni su temi irrisolti mette in discussione la necessità della vaccinazione “universale” (soprattutto se svolta “in un solo Paese”, o solo in alcuni Paesi); e che contrasta esplicitamente, per ragioni politiche, giuridiche, etiche e filosofiche, ogni forma di discriminazione tra cittadini che adottino comportamenti diversi e ugualmente consentiti dalle leggi (in pieno accordo, peraltro, con la risoluzione di gennaio 2021 del Consiglio d’Europa).
A proposito di questo punto, mi sento di affermare che, pur essendo io totalmente contrario all’obbligo vaccinale, preferirei mille volte che il Parlamento disponesse l’obbligo, qualora la comunità scientifica fosse in grado di esprimere un razionale talmente solido da spingere la politica verso questa forzatura, assumendosene tutta la responsabilità, sia gli scienziati sia la politica. Una forzatura che, a quanto sostenuto da alcuni giuristi e costituzionalisti, può essere considerata una prerogativa dello Stato in determinate circostanze.
Per concludere, un auspicio che vuole essere un appello: poiché chi si è vaccinato in molti casi lo ha fatto principalmente per senso di responsabilità sociale, come gli è stato richiesto da diverse voci autorevoli, mi aspetto che per la stessa responsabilità sociale, storica, democratica, molti tra i vaccinati rinuncino all’ennesimo dispositivo a-scientifico con cui si intende scardinare la civiltà del diritto, assestandole forse la spallata finale.