Io e l'orchidea guardiamo la finestra. Seduto sul divano, io; ritta nel suo vaso di vetro, poggiato sul vecchio tappeto persiano, lei. Insieme al cocco, con le sue lunghissime e slanciate foglie verdi, stanno in mezzo alla stanza, proprio davanti a me. Tutti e nove i fiori dell'orchidea, tranne due, sono rivolti alla finestra. Le piante mi danno le spalle. Noi tre, seduti in due file come a teatro, guardiamo di fuori, verso il colle di Fiesole.
blog di Carlo Cuppini
blog di Carlo Cuppini
sabato 18 settembre 2010
venerdì 17 settembre 2010
Qui si collassa
qui si collassa tra le scapole
uccellescamente
e mentre il cranio s'affossa
e la cenere scende dal davanzale
- tra i latrati lontani e il lontano
boato dell'autostrada -
il fumo sale
luminoso nel nero
ancora attaccaticcio di polmoni
- unico modo attualmente
per parlare con dio
uccellescamente
e mentre il cranio s'affossa
e la cenere scende dal davanzale
- tra i latrati lontani e il lontano
boato dell'autostrada -
il fumo sale
luminoso nel nero
ancora attaccaticcio di polmoni
- unico modo attualmente
per parlare con dio
I caduti di Nassiriya
Non ho ancora visto il film 20 sigarette. Credo meriti, perché è il racconto di qualcuno che lì ci stava, e non per caso, in quel momento.
Ci sono strade intitolate ai caduti di Nassiriya. A Firenze ad esempio, è uno scampolo di strada che collega due viali intorno alla Fortezza. Accanto a Largo Caduti nei Lager.
Alla festa nazionale di Emergency, a Firenze, si sono sentite molte cose forti e intelligenti. Lella Costa, ad esempio, ha raccontato un apologo sulla guerra, citando non ricordo chi. Questo apologo in realtà è un'analisi statistica dei morti nelle guerre degli ultimi cento anni. Diceva che nella Prima guerra mondiale i civili morti rappresentavano il 10% del totale. Quindi si può tranquillamente concludere che l'uccisione di civili è stata del tutto accidentale. Per quello che riguarda la Seconda, il rapporto è 40 % civili e 60 % soldati. E viene da pensare che qualcuno ha voluto combinare qualche guaio. Nelle guerre degli ultimi decenni (ora che la guerra è regolamentata da precise regole "morali" sottoscritte, al contrario delle precedenti) i soldati uccisi rappresentano il 10 % del totale dei morti. E' lecito pensare quindi che l'uccisione dei soldati in guerra sia del tutto accidentale.
Ieri ho scritto che in Iraq sono morte, secondo attendibili conteggi, un milione di persone, per via della guerra che abbiamo (in misura e modalità mediocri, come sempre) appoggiato. La partecipazione alla guerra è stato ciò che ha fatto cadere l'ultimo governo prodi, se ricordiamo la vicenda del comunista Ferrando che fece mancare la maggioranza parlamentare sulla questione del rifinanziamento della missione.
Avevo già scritto questo dato nella precedente serie della militanza del fiore. Lo riconosco: questa notizia non mi dà pace.
Il mestiere dei soldati è fare la guerra, più o meno. La guerra prevede l'uccidere e il morire. Bello o brutto che sia, questo è.
La gente che lavora, cresce, fa figli, prega, litiga, si rilassa, fuma, legge, a volte si ferma a guardare il paesaggio, non è normale che sia uccisa. Se una di queste persone viene uccisa, in ogni angolo del pianeta, si parla di omicidio, e il responsabile viene perseguito, arrestato, in alcuni luoghi ucciso a sua volta.
Un milione di morti, dunque, in Iraq, tra il 2003 e il 2006. Che segue il milione di bambini irakeni morti tra il 1991 e il 2002 per via dell'embargo che abbiamo voluto. Un altro dato attendibile. Un dato che potrebbe perdersi in un mare di analoghi dati.
Non c'è una strada intitolata alle vittime civili della guerra in Iraq. Eppure la loro storia ci riguarda direttamente. Tanto quanto quella dei soldati morti a Nassiriya.
Nel romanzo di Orwell, l'ideologia imposta dal regime era riassumibile nel motto "2+2=5". I Radiohead ci hanno intitolato una canzone.
I grandi scrittori di fantascienza dicono hanno detto spesso la verità, più chiaramente e prima dei sociologi e dei rivoluzionari.
Ci sono strade intitolate ai caduti di Nassiriya. A Firenze ad esempio, è uno scampolo di strada che collega due viali intorno alla Fortezza. Accanto a Largo Caduti nei Lager.
Alla festa nazionale di Emergency, a Firenze, si sono sentite molte cose forti e intelligenti. Lella Costa, ad esempio, ha raccontato un apologo sulla guerra, citando non ricordo chi. Questo apologo in realtà è un'analisi statistica dei morti nelle guerre degli ultimi cento anni. Diceva che nella Prima guerra mondiale i civili morti rappresentavano il 10% del totale. Quindi si può tranquillamente concludere che l'uccisione di civili è stata del tutto accidentale. Per quello che riguarda la Seconda, il rapporto è 40 % civili e 60 % soldati. E viene da pensare che qualcuno ha voluto combinare qualche guaio. Nelle guerre degli ultimi decenni (ora che la guerra è regolamentata da precise regole "morali" sottoscritte, al contrario delle precedenti) i soldati uccisi rappresentano il 10 % del totale dei morti. E' lecito pensare quindi che l'uccisione dei soldati in guerra sia del tutto accidentale.
Ieri ho scritto che in Iraq sono morte, secondo attendibili conteggi, un milione di persone, per via della guerra che abbiamo (in misura e modalità mediocri, come sempre) appoggiato. La partecipazione alla guerra è stato ciò che ha fatto cadere l'ultimo governo prodi, se ricordiamo la vicenda del comunista Ferrando che fece mancare la maggioranza parlamentare sulla questione del rifinanziamento della missione.
Avevo già scritto questo dato nella precedente serie della militanza del fiore. Lo riconosco: questa notizia non mi dà pace.
Il mestiere dei soldati è fare la guerra, più o meno. La guerra prevede l'uccidere e il morire. Bello o brutto che sia, questo è.
La gente che lavora, cresce, fa figli, prega, litiga, si rilassa, fuma, legge, a volte si ferma a guardare il paesaggio, non è normale che sia uccisa. Se una di queste persone viene uccisa, in ogni angolo del pianeta, si parla di omicidio, e il responsabile viene perseguito, arrestato, in alcuni luoghi ucciso a sua volta.
Un milione di morti, dunque, in Iraq, tra il 2003 e il 2006. Che segue il milione di bambini irakeni morti tra il 1991 e il 2002 per via dell'embargo che abbiamo voluto. Un altro dato attendibile. Un dato che potrebbe perdersi in un mare di analoghi dati.
Non c'è una strada intitolata alle vittime civili della guerra in Iraq. Eppure la loro storia ci riguarda direttamente. Tanto quanto quella dei soldati morti a Nassiriya.
Nel romanzo di Orwell, l'ideologia imposta dal regime era riassumibile nel motto "2+2=5". I Radiohead ci hanno intitolato una canzone.
I grandi scrittori di fantascienza dicono hanno detto spesso la verità, più chiaramente e prima dei sociologi e dei rivoluzionari.
giovedì 16 settembre 2010
Numeri
Leggo che le mine antiuomo sparse per il mondo sono circa 100.000.000.
Ogni 60 abitanti del pianeta, c'è una mina che l'aspetta.
Sento alla radio che, durante un controllo igienico, sono state sequestrate 10.000.000 di uova in una azienda dolciaria veronese. Pare che su queste scorrazzassero in grande abbondanza topi e scarafaggi.
Mi raggiunge la notizia che 1.000.000.000 di uomini e donne dispongono di una ricchezza pari a quella posseduta dalle 20 persone più ricche del globo.
Il numero degli irakeni morti a causa della nostra guerra è controverso: 100.000 è la cifra fornita dai principali media, che si rifanno ai dati elaborati da Iraq Body Count, organismo internazionale che conteggia tutti i morti documentati nei giornali e nei rapporti. Ma l'Iraq Body Count conta solo quelli documentati. Secondo altre fonti, infatti, come l'autorevole rivista medica inglese "The Lancet", che ha condotto un'indagine statistica sull'attività degli obitori negli ultimi dieci anni in Irak, risulta che solo nei primi tre anni della guerra (2003-2006), i morti sono stati 1.000.000 in più di quelli che ci sarebbero stati, statisticamente, senza la guerra.
Cento milioni, dieci milioni, un miliardo, venti, un milione.
Né i numeri, né la loro comprensione, ci redimono.
Se così fosse, l'umanità sarebbe già redenta da un pezzo.
Ogni 60 abitanti del pianeta, c'è una mina che l'aspetta.
Sento alla radio che, durante un controllo igienico, sono state sequestrate 10.000.000 di uova in una azienda dolciaria veronese. Pare che su queste scorrazzassero in grande abbondanza topi e scarafaggi.
Quante uova vengono impiegate al giorno in Italia? Quante galline sono messe a regime per produrle? Dove e come vivono queste galline?
Mi raggiunge la notizia che 1.000.000.000 di uomini e donne dispongono di una ricchezza pari a quella posseduta dalle 20 persone più ricche del globo.
Il numero degli irakeni morti a causa della nostra guerra è controverso: 100.000 è la cifra fornita dai principali media, che si rifanno ai dati elaborati da Iraq Body Count, organismo internazionale che conteggia tutti i morti documentati nei giornali e nei rapporti. Ma l'Iraq Body Count conta solo quelli documentati. Secondo altre fonti, infatti, come l'autorevole rivista medica inglese "The Lancet", che ha condotto un'indagine statistica sull'attività degli obitori negli ultimi dieci anni in Irak, risulta che solo nei primi tre anni della guerra (2003-2006), i morti sono stati 1.000.000 in più di quelli che ci sarebbero stati, statisticamente, senza la guerra.
Cento milioni, dieci milioni, un miliardo, venti, un milione.
Né i numeri, né la loro comprensione, ci redimono.
Se così fosse, l'umanità sarebbe già redenta da un pezzo.
mercoledì 15 settembre 2010
Il SI della Turchia
Circa un mese fa, appena arrivati nella moderna e liberale Gaziantep (dopo una disavventura in area curda con dei loschi tipacci, forse al soldo del governo, che ci shanno "gentilmente" dissuaso dal ficcare il naso nelle faccende curde) ci siamo imbattuti in un comizio del presidente Erdogan: parlava a favore del SI nel referendum costituzinale promosso dal suo partito.
Il referendum si è svolto domenica scorsa, e ha registrato una netta vittoria del SI. Questo dovrebbe portare a un ridimensionamento del potere dei militari e della magistratura, ed evitare gli abusi a cui il paese è abituato da una cinquantina d'anni. Oltre ad avvicinare ulteriormente la Turchia all'Europa, come hanno subito specificato il Premier e il Presidente turchi. Ho chiesto a un amico turco (che ha chiesto di restare anonimo) cosa pensasse di questo risultato. Il suo pensiero apre a riflessioni interessanti.
"Well, Carlo, if a person believes in democracy, he principally should respect the results of any referendum, because it is direct representation of public will.
Our new constitution brings a more civilian state system and more social liberties. The key question is: “Can the democracy and free elections be a tool to eliminate the democracy itself?” It happened several times in other countries, such as Germany, in the past. But the world has changed a lot since those days. So, only time will show the answer to this question in Turkey...
Semitic religions (islam, jewish and christianity) have a very social character. Their rituals (fasting, praying, visiting temples) are usually practiced as a group of people unlike eastern religions such as buddhism and konfucianism, which are very individual. When religion practices are for the society, not for individuals, life might become difficult for the individuals, who do not practice religion. For example, a person not visiting church on Sunday morning in a very religious christian society... Secular Turks are worrying about this.
But I want to be optimistic and positive about things. I want to believe that Turkish nation is mature enough to live with more civilian government and liberties. We will see together what the new constitution will bring to our lives and what it will take away."
Our new constitution brings a more civilian state system and more social liberties. The key question is: “Can the democracy and free elections be a tool to eliminate the democracy itself?” It happened several times in other countries, such as Germany, in the past. But the world has changed a lot since those days. So, only time will show the answer to this question in Turkey...
Semitic religions (islam, jewish and christianity) have a very social character. Their rituals (fasting, praying, visiting temples) are usually practiced as a group of people unlike eastern religions such as buddhism and konfucianism, which are very individual. When religion practices are for the society, not for individuals, life might become difficult for the individuals, who do not practice religion. For example, a person not visiting church on Sunday morning in a very religious christian society... Secular Turks are worrying about this.
But I want to be optimistic and positive about things. I want to believe that Turkish nation is mature enough to live with more civilian government and liberties. We will see together what the new constitution will bring to our lives and what it will take away."
martedì 14 settembre 2010
Un arcobaleno, un amico
Ieri in macchina, tornando da Viareggio. Interrompendo di prepotenza cupe, infestanti considerazioni, uno spettacolo sconcertante ci si è rivelato a mezzo cielo. Lasciandoci zitti, abbagliati, per un bel po'.
Oggi il mio amico mi ha dato una poesia. Mi è piaciuta. Eccola.
Oggi il mio amico mi ha dato una poesia. Mi è piaciuta. Eccola.
Tempo reale
Parevano di cartone
le montagne scappate via
dai colori di sempre.
Cartapesta?
Segni di catastrofe.
Si dipinge un arcobaleno
lontano dalla realtà.
Enorme insegna pubblicitaria.
Chi paga?
Chi riuscirà a ripetere questa
esperienza di morte?
E non morire.
f.m.
domenica 12 settembre 2010
Una domanda
Quattro anni fa Fidel Castro è sparito dalla scena cubana e internazionale. Aveva 80 anni ed era alla prese con una grave e lunga malattia. Il potere è passato al fratello Raul, che ha continuato ad amministrare la politica cubana senza particolari cambiamenti. Soltanto pochi mesi fa il Lider Maximo è tornato alla ribalta, palesandosi attraverso alcuni media cubani. Da quel momento ha rilasciato una sequela di dichiarazioni sconcertanti; per esempio, ha detto che negli anni successivi alla rivoluzione gli omosessuali sono stai perseguitati e hanno subito gravissime ingiustizie. Ha specificato che di queste ingiustizie il responsabile è lui stesso. Sono seguite altre analoghe uscite, spesso brevi, lapidarie, apparentemente incidentali. Pochi giorni fa, nel corso di un'intervista, tra una battuta e l'altra ha affermato che il modello socialista non è più adatto a Cuba. Non ci sono state spiegazioni.
Quando ho letto la notizia sul sito di un giornale, ho pensato inconsciamente a uno scherzo della redazione. Poi ho realizzato che non poteva essere così. Allora una domanda si è fatta avanti lentamente: che cosa è successo in questi quattro anni mentre Fidel Castro ha lottato contro la malattia? Che cosa può essere successo a un uomo per portare a un tale, inatteso, inspiegabile, eclatante cambiamento?
Non so che cosa sia successo. Ma mi viene voglia di immaginare quello che potrebbe essere successo. Il dolore, la malattia, un angelo, Dio, un incontro, una donna, un bambino, un prete, un ufo, un animale, un ricordo...?
Vicina o lontana dal vero che fosse, questa sarebbe una bella storia da raccontarsi.
Quando ho letto la notizia sul sito di un giornale, ho pensato inconsciamente a uno scherzo della redazione. Poi ho realizzato che non poteva essere così. Allora una domanda si è fatta avanti lentamente: che cosa è successo in questi quattro anni mentre Fidel Castro ha lottato contro la malattia? Che cosa può essere successo a un uomo per portare a un tale, inatteso, inspiegabile, eclatante cambiamento?
Non so che cosa sia successo. Ma mi viene voglia di immaginare quello che potrebbe essere successo. Il dolore, la malattia, un angelo, Dio, un incontro, una donna, un bambino, un prete, un ufo, un animale, un ricordo...?
Vicina o lontana dal vero che fosse, questa sarebbe una bella storia da raccontarsi.
mercoledì 4 agosto 2010
Canzoni per un fiore di Palestina
1.
Verde
Questa donna buttata in terra
aggrappata al tronco di un ulivo secolare
questa donna che ha finito di piangere
perché ha finito le lacrime
potrebbe essere la madre di mia madre
che scongiura la sua infanzia rurale
i suoi fantasmi assiepati nel pagliaio
non tornate.
I soldati erano dieci
hanno dato al suo uomo la scure
hanno detto: l’ulivo va tagliato
potrebbe servire al terrorista
per nascondere l’arsenale
per lanciare granate granaglie o grandi frittate
oggetti comunque pericolosi
per quelli che noi difendiamo.
Hanno detto: abbattilo vecchio
tu che sei vecchio e rugoso
come l’ulivo
e poi è il tuo giardino.
E l’uomo tirava accettate
su ogni istante del proprio passato
su ogni parte del proprio legame
con gli umani e con Dio.
Dio soltanto poteva
guardargli
nel catrame del cuore.
La donna ora dice: non morire
albero vecchio mio amato marito
sui tuoi rami dormono i morti
tra le radici aspettano i vivi
se crolli tu chi curerà il mio domani?
e noi -sradicati- dove andremo a morire?
I soldati ringraziarono
ripresero la scure e
buttate le cicche nel giardino
continuarono il giro.
2.
Nero
Se esplode la finestra
esce la luce
come il sangue dal naso
in terza media
e l’ombra del sole piomba addosso
se l’elicottero che a mezzo cielo
si è frapposto
comincia a sparare.
La violenza sbiancata
che rimbalza sui muri alle dodici e ventitre
-così riporta il telegiornale-
e poi ti raggiunge e ti ustiona
la faccia le cosce il torace
ti fa l’ombra per terra
disegna lei stessa il confine
che non può violare.
E nell’ombra sta acquattato
come un puma in attesa di slancio
il tuo destino di vetro
insieme alla compagine dei morti
che adesso – infranti -
non hanno altro luogo all’infuori
dell’orma scura ai tuoi piedi
dove piangere i vivi.
3.
Rosso
Tira la tenda
non vogliamo lo strepito
che la luce sia soffusa
pulviscolo isterico non deve entrare.
Tra il tuo corpo di lama
odoroso di temporale e pane
ed il mio che proteso su te
ha imparato la fame e adagiato
su te ha trovato
la pace nello spazio mancante
tra le nostre membrane
ustionate non si sente lo schianto
edificio che cade.
Tra te e me in questo nostro
stringerci del colore
del mattone bruciato
nella stanza accerchiata in quest’ora
d’assedio
c’è nostro figlio
che vuole sbocciare.
4.
Bianco
Riposami gli occhi
canta una canzone
non saremo più soli
forse domani
forse già ora
andrà in pezzi la storia
lasciandoci incolumi
nella bolla del respiro
protetti dentro il cuore del boato
potremo così non sentire
le avulse profezie della strada
staremo qui fermi saremo
quasi umani figure
fatte uguali e non
sentiremo alcun
dolore
5.
Niente
Crollata la spalla
la luce in controluce
il lago nottetempo straboccato
la gente evacuata dal sole
terremoto bombardato dai droni.
Non è la primavera che sale.
Questo inverno di furore ci riguarda
dalla pagina finale del bestiario.
Per l’igiene del tempo a venire
la lista dei morti alla mano
tacciamo.
Poesie pubblicate su www.absolutepoetry.org
domenica 1 agosto 2010
Viaggio in Anatolia
Da Istanbul alla Cappadocia, fino alle terre dei Kurdi, nell'estremo sud-est. Questo il vero obiettivo: scoprire cosa c'è, cosa accade, tra l'Eufrate e il Tigri, scendendo lungo l'ampia vallata della Mesopotamia, verso il confine con Siria, Iraq, Iran. Dove da 80 anni vive il più grande popolo che i soliti intrighi colonialisti di inizio '900 hanno lasciato senza una nazione (con il beneplacito del nazionalismo turco che si è potuto accaparrare l'alta mesopotamia).
Molti buoni amici incontrati, molte esperienze e informazioni da elaborare. Chiacchierate filosofiche e teologiche all'ombra delle rovine viventi della storia più antica dell'umanità.
Incrociando i segni concreti delle nostre radici - la giudaica, la greca, la cristiana - con la nostra eterna ombra, il nostro fatale "altro da sé": l'islam, fratello che rinneghiamo, di cui fingiamo di non comprendere più il linguaggio.
Prossimamente, qualche parola di più.
Molti buoni amici incontrati, molte esperienze e informazioni da elaborare. Chiacchierate filosofiche e teologiche all'ombra delle rovine viventi della storia più antica dell'umanità.
Incrociando i segni concreti delle nostre radici - la giudaica, la greca, la cristiana - con la nostra eterna ombra, il nostro fatale "altro da sé": l'islam, fratello che rinneghiamo, di cui fingiamo di non comprendere più il linguaggio.
Prossimamente, qualche parola di più.
giovedì 29 luglio 2010
Achab
Cento giorni dall'incidente che ha causato la "marea nera" nell'Oceano Atlantico; e i giornali oggi riportano che la macchia sarebbe sparita dalla superficie dell'acqua; qualcuno sostiene che il peggio è passato; la BP inizia nuove trivellazioni nel Mediterraneo.
La poesia di oggi è l'immagine del capitano di una delle navi incaricate di rimediare alla perdita di greggio, che qualche tempo settimana fa si è tolto la vita. Non sono circolate molte notizie al riguardo; pare che si sia ucciso per la frustrazione e la disperazione davanti all'inarginabilità del disastro. Lo vedo in mezzo a una liquida distesa senza fine di nera, oleosa, luccicante morte biologica. Quest'uomo non aveva ovviamente alcuna responsabilità per ciò che è accaduto. Era lì al contrario per cercare di contenere la catastrofe. A quanto è dato sapere, invece, nessuno dei responsabili del disastro si è suicidato; probabilmente nessuno di loro verrà incriminato, condannato, punito; d'altra parte, ferma restando l'opposizione alla pena capitale, non esisterebbe una pena commisurata all'enormità della colpa, alle sue conseguenze planetarie secolari. La morte di quest'uomo incolpevole sta lì a dichiararlo.
Dalle mie parti, intanto, continuiamo a fare la raccolta differenziata come se avesse senso. E' giusto così: restare umani, almeno per noi stessi. Il giorno prima della bomba atomica, piantare un albero, ha detto qualcuno.
Mi voglio soffermare per un lungo istante sull'immagine di quel capitano, sprofondato in mezzo a quell'infinito, incommensurabile male.
mercoledì 28 luglio 2010
Anche se
per a. s.
in cambio di un paio di scarpe
Ognuno è affezionato alla sua cella
per questo si sta dove si sta
anche quando non va
quando il caldo consuma le sinapsi
e l'umido ingrossa gli interstizi
le piante grasse implodono
e le termiti divorano il letto.
Ognuno resta dove sta
in questo lungo vuoto di storia
anche se l'angelo sta accucciato sul tetto
enorme e scuro in attesa
animale notturno di buio
lo sguardo fisso sulla montagna
dà le spalle alla nostra città.
lunedì 5 luglio 2010
Poesia e resistenza
Tempi brutti per la poesia
Bertolt Brecht
Non potrei desiderare di essere nata in un’epoca
migliore di questa, in cui tutto è perduto
Simone Weil
I prigionieri, al contrario, pensano servendosi
di un vocabolario tutto loro
John Berger
1. Non sono questi tempi adatti alla serenità. La disperazione è reale e totale. Come d'altra parte la gioia. Che può essere perfino sfrenata, quando si congiunge clandestinamente al senso della bellezza.
2. Fronteggiamo una nuova soluzione finale, illimitata: ciò che sta avvenendo è la pulizia etnica del genere umano. Non è una novità: stiamo attraversando i momenti decisivi di un processo di cui altri, prima di noi, hanno testimoniato l'inizio e descritto le dinamiche.
3. Ciò che ci sta accadendo è la deportazione forzata di noi dal territorio della realtà.
4. Il nostro status è quello di profughi: evacuati dalla nostra patria – la realtà -, nell'immaginazione. L'immaginazione è il regno dove non accadono le cose. Nel mondo ricco, l'immaginazione viene chiama "creatività". La creatività migliora il rendimento aziendale, è utile per primeggiare nei concorsi, dà struttura, percorribilità e attrazione al regno dell'idiozia. La creatività è disconnessa dal senso della storia, Sostituisce la capacità di azione, è potenza disinnescata. E non cambierà il mondo.
5. Essere poeti senza essere creativi: creare nell'esilio, cercando la via d'uscita dal regno dell'immaginazione forzata. "L'immaginazione è l'inferno", ha scritto Simone Weil. Oggi più che mai si può comprendere in pieno il senso di questa affermazione.
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