blog di Carlo Cuppini

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martedì 27 novembre 2012

Ninnananna inondazione

Un firmamento
sotto il tappeto
se lo scoperchi
trovi il tesoro
se ti ci vesti
non sei più lo stesso

Una cantina piena di parole
tese negli angoli come ragnatele
catene di nomi che non puoi pronunciare
tutti i soldati che non hanno sparato

Una catenella che metti al collo
per essere veloce più della luce
un orecchino che tieni nel palmo
per ammansire ogni bestia feroce

E poi una scala che sale al soffitto
continua e si inerpica nella galassia
il cuore torbido come un dispetto
si scioglie bianco come l'ovatta

Oggi al mercato vendono funghi
seggiole ombrelli e piante da giardino
andiamo in solaio a giocare agli umani
mentre giù arriva l'inondazione
andiamo in solaio a far foto al futuro
mentre giù cantano una canzone

Canzone nuova

Alla fermata del tempo
scesero tutti anche i pesci di fiume
per vegliare la stella morente
che dal letto si guardava scivolare

Alla luce dell'ultimo lampione
rimasto in piedi dopo la tempesta di sale
io sedevo sulla panchina di legno
e tu gridavi: Viva la Rivoluzione!

Alla luce di un buio millenario
tu nuotavi sotto l'ombra del mare
io pensavo alla prima persona
e c'era chi piangeva giù dai balconi

All'arrivo del tempo a venire
in mezzo ai colpi di una nuova pulsione
noi viaggiavamo forsennatamente
come due pezzi di cielo per strada

Gli uccelli posati sul filo della luce
guardano tutti lo stesso verso dell'andare
rubano la corrente alle telescriventi
caricano il becco per la battaglia solare

E poi cacano forte sugli automobilisti
cantando l'inno della vita che insiste
e bussa e spinge su tutte le membrane
scardina i denti delle maschere vuote

Le bestie accorsero tutte assieme al richiamo
le notte s'era appena rovesciata per la strada
noi giocavamo con le bilie nel piazzale
il vento si truccava gli occhi per farsi guardare

lunedì 19 novembre 2012

cicogne di gaza

che gatta ci cova
che gatta ci cogna
noi tutti cogniamo in incognita a cogne
e a gaza i missili centrano i bimbi
che c'entra?
un buon missile centra comunque
anche la cruna dell'ago
il becco della cicogna

venerdì 16 novembre 2012

contiamo

l'esplosivo dentro il taschino
non si contano i danni
la speranza della pace è fugace
l'intestino pieno di vetri
premi nobel riempiono l'aria
le frequenze sature
non parliamo
non contiamo
le ore

Diversamente alibi - piccolo reading per la Polizia di Stato





(Pensando a Genova01, ai lacrimogeni lanciati pochi giorni fa sui manifestanti dalle finestre del Ministero della Giustizia, ad Aldrovandi, Cucchi, Bianzino..., alla recente inchiesta per corruzione. E a Foucault, allo 'stato di polizia' che vige all'interno del corpo del nostro linguaggio comune)

domenica 28 ottobre 2012

bollettino #92: hanno (meno)

– hanno finito il sentimento, finito le scorte, e le scorze, le sporte restano vuote, ne avanzano troppe, di plastica, tutte, non più utilizzate, vietate, s'ammuffano, dietro gli sportelli, del sentimento, desueto, scaduto, senza più scorte, di acque, di viveri – vivere, vivere! – vivere a fare, che? – le scorte, è scortese, restare a guardare, schiattare, uno che schiatta ad esempio – Felice Baum, rinsecchito, senza acqua, tutto scorza, scortato a morire – dal papa, dal preside, dal poliziotto, dal capo della, polìzia, da tutto il governo, dal capo, dei capi, da alcide, de gasperi, dal biasimo, collettivo, dal generale, dell’esercito, dai fazzoletti, soffiati, col riso, nuziale, soffiato, al cioccolato, bianco – scortato, scorato, scoraggiato, con scorze d'arancia avanzate, glassate, spedite in medio oriente, a coprire la fame, le fami, in africa nera, piena di sole, nera di sole, e leoni, di scorta, leoni per vivere e viveri, mangiati – ed era, lì lì, per vivere lì, ed era lì lì, per viveri, per i viveri, in mancanza di vivere – Felice Baum va spedito, al capestro, di buon passo, alla gogna, che gatta ci cova, le uova, ci cogna, cogniamo, noi tutti, in cognita, scorte di cognac, di viveri come, scorte o scorie, sporte piene di spore, ammassate, tra scorze d’arance, d'arancia, spremuta spruzzata, sui campi, sui tetti, sganciata da aeroplani, da guerra, su genti, su case, per sciogliere i brufoli, finalmente, con acidi citrici, aràncici, rancidi, acido sprèmulo, su gente innocente, innogente, fotogenica, gentica – gente all’erta, accorta, senza scorza – non come lui, che è scortato al capezzale, di lui stesso, medesimo, me, anche, con lui, di rimpetto – Felice Baum fa la scorta, di scorie, per fare il trapasso, più lieve, più in luce, con fosfori atomici, negli occhi più verdi, che brillano, brillano, al buio, più tossico – e anche, tossisco, per tisico fisico, un fisico, averlo, di scorta, ma non – c'è, non si muore – si va, e si torna, cadendo nel pozzo, dal quinto piano, per le scale, per le scorte, che avanzano, non bastano – nel vano dell'ascensore, riempito di scorte – e non è mai tornato, si torna, con occhiali scuri, o senza scorte, non è stato lui, ma tutti hanno pianto lo stesso, in assenza, con scorze di cuore, sporte vuote, e le scorie, e le scorte, tutte in dispensa, vuote, e il sentimento, senti senti, mento, mentono, meno –

sabato 27 ottobre 2012

bollettino #77: insolvente (infuso)

– insolvente, insolente – ma cosa vuoi solvere? – paga! – è tutto insoluto, insolubile – è la dura realtà – l'insalata insoluta, concreta, rocciosa, non removibile, non si piega, non si spezza, men che meno va giù – è la dura realtà – hai provato l'ammorbi? – prendi ammorbidente – bevi l'ammorbidente! – tutto il flacone, incluso l'infuso, forse ammorbante, un pochino, ti ammorberà, i denti, li scioglie, solùbila, corrode, lo smalto – curali!, previeni! – con denti, fricio – ma quale? – i denti, ci, ci dicono, quale, che identici, denti, frici, ci chiamano, invitano, da identici spalti, cariati, di mercati – super! – con trentatré tipi, diversi, di identici, denti, frici, o ammorbi, denti – sbiancante, purìficant, alito fresco, alito bòno, anticarie, anticalcare, antitàrta, whitening, bianco, più bianco, bianco naturale, bianco natale – trentatré tipi, gli anni di cristo, è natale – bianco super!, antisanguinamenti, antibatteric, antimaldidenti, antimalocchio, antisfiga, antimperialista, antifascista, antietà, antiruggine, anticancro, anticrisi, anticristo, antico, moderno, contemporaneo, brevettato, senza fluoro, con floruro semplice, floruro anteriore, consigliato, approvato, raccomandato, da identici esperti di denti, tutto mordenti mele, identiche, il male, comunque, di denti, verrà – è cosa certa — la dura realtà – fai gli sciacqui! – con l'ammorbidenti – il filo del discorso, interdentale, non tiene, si spezza, al contatto col molare, zigrinato, seghettato, intaccato – biorepair! – la salvezza, il trentatreesimo tipo, esso ci vuole – spalmalo, spargilo, spazzolìnalo – più in fretta che puoi – ma non riparare, previeni!, preventiva!, prevedi!, coi dentifrici – ma quali? – ma chiedi per tempo, i preventivi – è tutto in offerta, non gratis – c'è il trenta per cento in più, di prodotto, anche il trentuno, il trentadue, il trentatré, ma lo paghi al dottore – dica gli anni di cristo – tre per due! – perdio!  è tutto marcio, tutto da rifare, ci vuole la protesi, il floruro di sodio, ma costa, fai il preventivo, usa il preservativo – è una vera occasione, nel mese della prevenzione – ma non è gratis, lo paghi – anche il mal di denti, lo paghi – è la dura realtà – ci sto in mezzo, accanto, di lato, sottosopra! – è la dura realtà – da dove provieni, o previeni, e dove stiamo andando – saperlo – se bevi l'infuso –

bollettino #18: miriadi (giorno)

– miriadi di farfalle minuscole, bianche, hanno preso d'assalto la casa, mosche bianche, di notte, al cambio dell'ora solare, ma il sole non c'entra, a quell'ora non c'era, era buio, pesto, pestato, accecato, e l'ora è cambiata, scattata, scoccata, le bianche farfalle discese, dal nero, profondo, del cosmo, dietro il sole, con zampe minute hanno preso la casa, agganciato tegole, grondaie, davanzali, con minimo sforzo, ognuna un solo battito d'ali, l'edificio staccato dal suolo, strappato alle cantine, rimaste buchi scoperchiati, a riempirsi di pioggia, battente, incolore, la casa divelta senza traumi, strappata alla fondamenta, rimaste infondate, staccata dal rasoterra, dalla crosta, terrestre, mosche cattive, incolori, mosche di morte, bianche di cecità, di notte –                   la casa sospesa a mezz'aria, a dieci metri da terra, oscilla con grazia, lieve mal di mare, generale, dai balconi si vede il paesaggio, oscillare, le mosche battono le ali, con gentilezza, lenti battiti, sono grandi come un frammento, di unghia, tagliata, caduta per terra, rimasta sul pavimento, scampata per puro caso allo sciacquone, appena un millimetro –            se tre o quattro mosche, bianche, distratte, mollano il tetto, si cade, di nuovo nell'ora legale, sulle cantine, si schiaccia il fondamento, del quadrante, l'orologio, le cifre tatuate sul polso, sul polsino, dove si scrive, di tutto, anche "l'amore", anche "legale", e "solare" –              e dicono che si può scrivere, "amore", e "legale" e "solare", lo si può scrivere, e dire, raccontare, a questo serve la parola, che la lingua non è un muscolo, è un utensile, dicono il mestolo, il colabrodo, per dire "ti amo", o "contare"–                 la lingua è una bestia gigante, interrata, sottratta alla vista, morta e sepolta, enorme, vivente, un corpo ancestrale, senza occhi, dietro il sole, tutta pelle, e bocche, arti, e organi oscuri, metamorfici, animale, leviatano, che si scuote nella mente, si agita in fondo alla notte, si divincola alla luce del giorno, che non puoi vedere, a causa dell'ora legale –                Felice Baum suona alla porta, di prima mattina, nel giorno di pioggia, fradicio sullo zerbino, allunga la mano, porge qualcosa, l'ora perduta, l'orologio, smarrito, tempo fa, chissà dove, l'ha trovato – se non sai più leggerlo, affari tuoi – lo rigiri, lo indossi, lo slacci, è tempo di fare la muta, tornare dal pozzo, luminoso, lui gira i tacchi, senza una parola, se ne torna, nel tempo, è una giornata di pioggia, finissima e luminosa –                 oltre la cerchia delle farfalle, oltre l'oceano di pioggia, gli uccelli strillando, il giorno –

giovedì 25 ottobre 2012

bollettino #5: omìni (passare)

– omìni, òmini, omìnidi – òmo zigoto, con zigomi e gote, ad esempio, gli zigomi uguali, agli zigomi, zigoti, con peli di pelvici, sulle gote, òmini lupus, quindi, con gote eguali all'uguale, di gote, ad esempio, sinonimo di uguale, uguagliato, ungulato per lupus, l'eguale, il comune, il massimo comune, possibile, bene comune, multiplo dell'uguale, comùn denomìna, comunàl, comunardo, comminato, minato – ugualmente ineguale, nel comune del minimo comùn, nominato, ineguale, inguinale, equanime – è qua, già, là e qua – squacchero, nominato indicato, massimo, indicizzato – innominato nominabile, inomìnide, a eguali disòmini, imparentato, di specie uòmica, eguali in ispecie – all'indice!, nel fattispecie – e tu: fattispecie, aggrègati, sgrègati, gregoriànati, d'incanto, d'un canto, di gregorio – di samsa, di specie, d'oliva, di olivo, di òmo, di olio, di sansa, di samsa – tu, gregor: disgórgati, desegrègati, tra lepidotteri di specie diverse, eguali, ineguali, nella fattispecie – lepidotteri, lepidottóri, laureati, ad honorem, ad harem, alberghi ad ore – e quindi tu: suòmati, disuòmati, sgrègati, sfattuòmati – nella fattispecie, tu: sfattispecie, lepidòtterati, e pigrècati, pigramente, pigolando aritmetica, e poi diàmetrati, e dilàpidati, circonferendo la cerchia, circonferente la virgola, tre periodico, per, gli eguali, della specie, uòmica, inuòmata – tu disuòmati, ancora, nel periodico, tre, in fattispecie, despèciati
                                 – Felice Baum esce di casa, al confine con la specie, esce in ciabatte, in vestaglia, in tenuta da letto, dalla soglia, vede duecento cavalli, passare, marroni, tutti marroni, dirigersi ognuno verso la piccola porta, aperta nella  muraglia, di pietre, la attraversano piano, lentamente, con ordine, uno alla volta, tutti marroni, lucenti, nella luce dell'alba, dell'alba di sera, nella fattispecie, a metà pomeriggio, prima di rientrare in casa, ognuno col suo cavaliere, un uomo una donna, ragazzi, per lo più giovanotti, bambini e bambine, si girano tutti, non tutti insieme, pochi per volta, prima che arrivi il turno, che si avvicina il momento, di passare, nella fattispecie, la porta, il passaggio, si voltano tutti, salutano alzando una mano, poi passano, nella fattispecie, li guarda passare –

mercoledì 24 ottobre 2012

bollettino # 107: cantico (più)

– cantico quantico, delle comete, nel canto, cantiamo di meno, contenti un po’ meno, di tanto scotenno, scotento, scontento – cotanto d’inverno, del nostro un po’ meno, scotenno, crostato il costato, di tutto il papà – vero? – petalo, petalo – di primovero, primavero, papavero primo, vero, scottanto, quandunque – di tanto fattaccio, cottanto di sanguo, cotto, cotanto, sanguaccio, scottato nel conto, cantiamo quantunque – noi, sì noi, no no, noi, sì, uno – quantupedi noi, tutti dunque?, di quanto?, qual quorum, qui? – il quorum del canto, del cigno, del cagno, cagnóne – bau, di democràzia, bau – le equinoziali, le quattro, stagioni, stragioni, co’ funghi, scapozza le pizze, scapozza-scotenna, le teste, tese, le facce, le cappie, del capo – il capo ficcato nel fuoco, sul fico, con stecchi, col sangue d’equino, che cola, su guance, su guancio – io sguancio, spessissimo – noi anche, in cotanti contesti – peraltri costanti, con testi, costèrnati, piuttosto, costèrna il costato, costernàti tutti, i quanti, i quali, per via del conteggio, i riconteggi, rifatta la conta, del giogo, il gioghino, già perso, no àbbimo vinto – si canta sul conto, di quanta, in quattini, la cena, di pizza, del nascondì, tutta sul gozzo, rimane il contino, il conticino, di scontrino – fisca, le cose, fìscale tutte – tu, col cappio sul cappio, il cappiuccio sul capo, che pende, penzòla, sul corpo, sul canto di cigno – si schiatta di cigni, nel canto, nel quattro cantone – gran canto! – giocando a canóne, a pagà, a montone, con testa di Jago – lo yogurt del male – già andato, a male, malissimo, male, malóne, malore, col verme, batterio, bacilli, proletari, tutto finito, lo jago di jagurt, estinto, nel frigo, non tiene più il freddo, malaccio anche il fritto, cammina nel tempio, maluccio, un po’ peggio – contenti, quel po’ che non canta, di più, che altro – d’altroché – che, per di più, perdi, più, più d'altro, che altro, di più, più, in più, un po’ più – più – più – più – più –

lunedì 22 ottobre 2012

bollettino #79: guarda (va)

– guarda le colonne di fumo, leggero, come si alzano all'orizzonte, verdi, violette, gialline, in fondo alla piana deserta, sullo sfondo della foschia, lunghe matasse annodate, srotolate in verticale, lentamente, densamente, dove si schiantano i moscerini, precipitano i tordi, impazziti, bruciano migliaia di formiche, sotto un cielo grigioazzurro, sempre più scuro, quasi una lastra di piombo, che pesa, inclina l'angolo sopra la testa – e dimènticati di cenare, dimènticati di ricordare, che ora, che ora è, dimènticati di dimenticare, e fai la cena, dimenati, ascoltando il sopraggiungere dei boati, molte ore dopo, per via della velocità del suono, della lentezza del suono, della distanza lineare, della circolarità del globo – che dietro l'angolo, oltre la linea dell'orizzonte, appena oltre il punto dove finisce lo sguardo, ci sono belve assetate, instabili, irrequiete, che non si vedono, dilacerate ciascuna dai denti di un'altra, ma tutto è come sott'acqua, e si intravede appena la sagoma, sfocata, di quel che succede                          – Felice Baum sta seduto, al centro esatto della stanza, sopra un tappeto quadrato, un po' liso, raddrizza la schiena, snoda attentamente la colonna, vertebra dopo vertebra, facendo esplodere bolle d'aria dentro le articolazioni, con scricchiolii abituali, abbassa le palpebre, in un istante lunghissimo, oscura la vista, respira, inspira, con minimo sforzo fuoriesce dal corpo, sgusciando, con fare pneumatico, con un sospiro, il corpo lo lascia seduto, in mezzo alla stanza, il resto si invola, si dirige, verso il luogo del potere, il centro del luogo del potere, la stanza che è al centro del luogo, del potere – si abbassa, tocca terra, non visto, raggiunge la scrivania, afferra lo stiletto, lo infila nel torace del capo, del capo dei comandi, del proprietario delle cose, dei fatti, lievemente, tra due costole, fino al cuore, si accascia senza un sussulto, né un gemito – Felice Baum si alza, il resto di Felice Baum, senza il corpo, di nuovo, dalla finestra, verso la casa della madre, entra dalla finestra, che dorme, anche se il vetro è chiuso, passa e prova un leggero, dolore, attraversando la lastra, dura e trasparente, fa una carezza alla madre, che dorme, ritorna indietro, rientra, nel corpo, nella stanza, va a cena – l'indomani, obbedendo a un comando, centinaia di migliaia di persone, milioni, sbucando da ogni dove, di prima mattina, vestiti di nero, di grigio, intabarrati per bene, vanno alla ricerca, di lui, gli danno la caccia, Felice Baum sta nel mezzo, della stanza, apre gli occhi e li chiude, con calma, poi fa colazione, legge il giornale – perché così fa la gente, non si dà, pensiero, e va –

domenica 21 ottobre 2012

Nota su Felice Baum e i bollettini come oggetto di scrittura

Questa scrittura in progress, che non è un romanzo, non è una raccolta di poesie, non è un poema in prosa, che si produce da se stessa, avanzando di volta in volta il fronte metamorfico di un'identità non precostituita, determinata anche da un principio di osmosi con il mondo, che non va a capo secondo un metro ma di certo fa un uso inconsulto e musicale dei segni di interpunzione, e che fondamentalmente ambisce a restare inetichettata, potrebbe intitolarsi Rapporto sulla morte felice di Felice Baum, oppure Indagini sulla morte felice e annunciata di Felice Baum, oppure Bollettini atmosferici intorno alla morte presunta di Felice Baum. L'ordine dei singoli nuclei di scrittura (bollettini) al momento è casuale e perfettamente intercambiabile.