blog di Carlo Cuppini

blog di Carlo Cuppini



mercoledì 15 settembre 2010

Il SI della Turchia

Circa un mese fa, appena arrivati nella moderna e liberale Gaziantep (dopo una disavventura in area curda con dei loschi tipacci, forse al soldo del governo, che ci shanno "gentilmente" dissuaso dal ficcare il naso nelle faccende curde) ci siamo imbattuti in un comizio del presidente Erdogan: parlava a favore del SI nel referendum costituzinale promosso dal suo partito.
Il referendum si è svolto domenica scorsa, e ha registrato una netta vittoria del SI. Questo dovrebbe portare a un ridimensionamento del potere dei militari e della magistratura, ed evitare gli abusi a cui il paese è abituato da una cinquantina d'anni. Oltre ad avvicinare ulteriormente la Turchia all'Europa, come hanno subito specificato il Premier e il Presidente turchi. Ho chiesto a un amico turco (che ha chiesto di restare anonimo) cosa pensasse di questo risultato. Il suo pensiero apre a riflessioni interessanti.

"Well, Carlo, if a person believes in democracy, he principally should respect the results of any referendum, because it is direct representation of public will.
Our new constitution brings a more civilian state system and more social liberties. The key question is: “Can the democracy and free elections be a tool to eliminate the democracy itself?” It happened several times in other countries, such as Germany, in the past. But the world has changed a lot since those days. So, only time will show the answer to this question in Turkey...
Semitic religions (islam, jewish and christianity) have a very social character. Their rituals (fasting, praying, visiting temples) are usually practiced as a group of people unlike eastern religions such as buddhism and konfucianism, which are very individual. When religion practices are for the society, not for individuals, life might become difficult for the individuals, who do not practice religion. For example, a person not visiting church on Sunday morning in a very religious christian society... Secular Turks are worrying about this.
But I want to be optimistic and positive about things. I want to believe that Turkish nation is mature enough to live with more civilian government and liberties. We will see together what the new constitution will bring to our lives and what it will take away."

martedì 14 settembre 2010

Un arcobaleno, un amico

Ieri in macchina, tornando da Viareggio. Interrompendo di prepotenza cupe, infestanti considerazioni, uno spettacolo sconcertante ci si è rivelato a mezzo cielo. Lasciandoci zitti, abbagliati, per un bel po'.
Oggi il mio amico mi ha dato una poesia. Mi è piaciuta. Eccola.




Tempo reale

Parevano di cartone
le montagne scappate via
dai colori di sempre.
Cartapesta?
Segni di catastrofe.
Si dipinge un arcobaleno
lontano dalla realtà.
Enorme insegna pubblicitaria.
Chi paga?
Chi riuscirà a ripetere questa
esperienza di morte?
E non morire.

f.m.

domenica 12 settembre 2010

Una domanda

Quattro anni fa Fidel Castro è sparito dalla scena cubana e internazionale. Aveva 80 anni ed era alla prese con una grave e lunga malattia. Il potere è passato al fratello Raul, che ha continuato ad amministrare la politica cubana senza particolari cambiamenti. Soltanto pochi mesi fa il Lider Maximo è tornato alla ribalta, palesandosi attraverso alcuni media cubani. Da quel momento ha rilasciato una sequela di dichiarazioni sconcertanti; per esempio, ha detto che negli anni successivi alla rivoluzione gli omosessuali sono stai perseguitati e hanno subito gravissime ingiustizie. Ha specificato che di queste ingiustizie il responsabile è lui stesso. Sono seguite altre analoghe uscite, spesso brevi, lapidarie, apparentemente incidentali. Pochi giorni fa, nel corso di un'intervista, tra una battuta e l'altra ha affermato che il modello socialista non è più adatto a Cuba. Non ci sono state spiegazioni.
Quando ho letto la notizia sul sito di un giornale, ho pensato inconsciamente a uno scherzo della redazione. Poi ho realizzato che non poteva essere così. Allora una domanda si è fatta avanti lentamente: che cosa è successo in questi quattro anni mentre Fidel Castro ha lottato contro la malattia? Che cosa può essere successo a un uomo per portare a un tale, inatteso, inspiegabile, eclatante cambiamento?
Non so che cosa sia successo. Ma mi viene voglia di immaginare quello che potrebbe essere successo. Il dolore, la malattia, un angelo, Dio, un incontro, una donna, un bambino, un prete, un ufo, un animale, un ricordo...?
Vicina o lontana dal vero che fosse, questa sarebbe una bella storia da raccontarsi.

mercoledì 4 agosto 2010

Canzoni per un fiore di Palestina

1. 
Verde

Questa donna buttata in terra
aggrappata al tronco di un ulivo secolare
questa donna che ha finito di piangere
perché ha finito le lacrime
potrebbe essere la madre di mia madre
che scongiura la sua infanzia rurale
i suoi fantasmi assiepati nel pagliaio
non tornate.

I soldati erano dieci
hanno dato al suo uomo la scure
hanno detto: l’ulivo va tagliato
potrebbe servire al terrorista
per nascondere l’arsenale
per lanciare granate granaglie o grandi frittate
oggetti comunque pericolosi
per quelli che noi difendiamo.

Hanno detto: abbattilo vecchio
tu che sei vecchio e rugoso
come l’ulivo
e poi è il tuo giardino.

E l’uomo tirava accettate
su ogni istante del proprio passato
su ogni parte del proprio legame
con gli umani e con Dio.
Dio soltanto poteva
guardargli
nel catrame del cuore.

La donna ora dice: non morire
albero vecchio mio amato marito
sui tuoi rami dormono i morti
tra le radici aspettano i vivi
se crolli tu chi curerà il mio domani?
e noi -sradicati- dove andremo a morire?

I soldati ringraziarono
ripresero la scure e
buttate le cicche nel giardino
continuarono il giro.


2. 
Nero

Se esplode la finestra
esce la luce
come il sangue dal naso
in terza media
e l’ombra del sole piomba addosso
se l’elicottero che a mezzo cielo
si è frapposto
comincia a sparare.

La violenza sbiancata
che rimbalza sui muri alle dodici e ventitre
-così riporta il telegiornale-
e poi ti raggiunge e ti ustiona
la faccia le cosce il torace
ti fa l’ombra per terra
disegna lei stessa il confine
che non può violare.

E nell’ombra sta acquattato
come un puma in attesa di slancio
il tuo destino di vetro
insieme alla compagine dei morti
che adesso – infranti -
non hanno altro luogo all’infuori
dell’orma scura ai tuoi piedi
dove piangere i vivi.


3. 
Rosso

Tira la tenda
non vogliamo lo strepito
che la luce sia soffusa
pulviscolo isterico non deve entrare.

Tra il tuo corpo di lama
odoroso di temporale e pane
ed il mio che proteso su te
ha imparato la fame e adagiato
su te ha trovato
la pace nello spazio mancante
tra le nostre membrane
ustionate non si sente lo schianto
edificio che cade.

Tra te e me in questo nostro
stringerci del colore
del mattone bruciato
nella stanza accerchiata in quest’ora
d’assedio
c’è nostro figlio
che vuole sbocciare.


4. 
Bianco

Riposami gli occhi
canta una canzone
non saremo più soli
forse domani
forse già ora
andrà in pezzi la storia
lasciandoci incolumi
nella bolla del respiro
protetti dentro il cuore del boato
potremo così non sentire
le avulse profezie della strada
staremo qui fermi saremo
quasi umani figure
fatte uguali e non
sentiremo alcun
dolore


5. 
Niente

Crollata la spalla
la luce in controluce
il lago nottetempo straboccato
la gente evacuata dal sole
terremoto bombardato dai droni.

Non è la primavera che sale.
Questo inverno di furore ci riguarda
dalla pagina finale del bestiario.

Per l’igiene del tempo a venire
la lista dei morti alla mano
tacciamo.


Poesie pubblicate su www.absolutepoetry.org

domenica 1 agosto 2010

Viaggio in Anatolia

Da Istanbul alla Cappadocia, fino alle terre dei Kurdi, nell'estremo sud-est. Questo il vero obiettivo: scoprire cosa c'è, cosa accade, tra l'Eufrate e il Tigri, scendendo lungo l'ampia vallata della Mesopotamia, verso il confine con Siria, Iraq, Iran. Dove da 80 anni vive il più grande popolo che i soliti intrighi colonialisti di inizio '900 hanno lasciato senza una nazione (con il beneplacito del nazionalismo turco che si è potuto accaparrare l'alta mesopotamia).
Molti buoni amici incontrati, molte esperienze e informazioni da elaborare. Chiacchierate filosofiche e teologiche all'ombra delle rovine viventi della storia più antica dell'umanità.
Incrociando i segni concreti delle nostre radici - la giudaica, la greca, la cristiana - con la nostra eterna ombra, il nostro fatale "altro da sé": l'islam, fratello che rinneghiamo, di cui fingiamo di non comprendere più il linguaggio.
Prossimamente, qualche parola di più.

giovedì 29 luglio 2010

Achab

Cento giorni dall'incidente che ha causato la "marea nera" nell'Oceano Atlantico; e i giornali oggi riportano  che la macchia sarebbe sparita dalla superficie dell'acqua; qualcuno sostiene che il peggio è passato; la BP inizia nuove trivellazioni nel Mediterraneo.
La poesia di oggi è l'immagine del capitano di una delle navi incaricate di rimediare alla perdita di greggio, che qualche tempo settimana fa si è tolto la vita. Non sono circolate molte notizie al riguardo; pare che si sia ucciso per la frustrazione e la disperazione davanti all'inarginabilità del disastro. Lo vedo in mezzo a una liquida distesa senza fine di nera, oleosa, luccicante morte biologica. Quest'uomo non aveva ovviamente alcuna responsabilità per ciò che è accaduto. Era lì al contrario per cercare di contenere la catastrofe. A quanto è dato sapere, invece, nessuno dei responsabili del disastro si è suicidato; probabilmente nessuno di loro verrà incriminato, condannato, punito; d'altra parte, ferma restando l'opposizione alla pena capitale, non esisterebbe una pena commisurata all'enormità della colpa, alle sue conseguenze planetarie secolari. La morte di quest'uomo incolpevole sta lì a dichiararlo.
Dalle mie parti, intanto, continuiamo a fare la raccolta differenziata come se avesse senso. E' giusto così: restare umani, almeno per noi stessi. Il giorno prima della bomba atomica, piantare un albero, ha detto qualcuno.
Mi voglio soffermare per un lungo istante sull'immagine di quel capitano, sprofondato in mezzo a quell'infinito, incommensurabile male.

mercoledì 28 luglio 2010

Anche se

per a. s. 
in cambio di un paio di scarpe

Ognuno è affezionato alla sua cella
per questo si sta dove si sta
anche quando non va
quando il caldo consuma le sinapsi
e l'umido ingrossa gli interstizi
le piante grasse implodono
e le termiti divorano il letto.

Ognuno resta dove sta
in questo lungo vuoto di storia
anche se l'angelo sta accucciato sul tetto
enorme e scuro in attesa
animale notturno di buio
lo sguardo fisso sulla montagna
dà le spalle alla nostra città.

lunedì 5 luglio 2010

Poesia e resistenza




Tempi brutti per la poesia

Bertolt Brecht

Non potrei desiderare di essere nata in un’epoca
migliore di questa, in cui tutto è perduto
Simone Weil

I prigionieri, al contrario, pensano servendosi
di un vocabolario tutto loro
John Berger


1. Non sono questi tempi adatti alla serenità. La disperazione è reale e totale. Come d'altra parte la gioia. Che può essere perfino sfrenata, quando si congiunge clandestinamente al senso della bellezza.

2. Fronteggiamo una nuova soluzione finale, illimitata: ciò che sta avvenendo è la pulizia etnica del genere umano. Non è una novità: stiamo attraversando i momenti decisivi di un processo di cui altri, prima di noi, hanno testimoniato l'inizio e descritto le dinamiche.

3. Ciò che ci sta accadendo è la deportazione forzata di noi dal territorio della realtà.

4. Il nostro status è quello di profughi: evacuati dalla nostra patria – la realtà -, nell'immaginazione. L'immaginazione è il regno dove non accadono le cose. Nel mondo ricco, l'immaginazione viene chiama "creatività". La creatività migliora il rendimento aziendale, è utile per primeggiare nei concorsi, dà struttura, percorribilità e attrazione al regno dell'idiozia. La creatività è disconnessa dal senso della storia, Sostituisce la capacità di azione, è potenza disinnescata. E non cambierà il mondo.

5. Essere poeti senza essere creativi: creare nell'esilio, cercando la via d'uscita dal regno dell'immaginazione forzata. "L'immaginazione è l'inferno", ha scritto Simone Weil. Oggi più che mai si può comprendere in pieno il senso di questa affermazione.


lunedì 28 giugno 2010

Freedom Flottilla

Israele/Palestina: qualche riflessione basilare per tornare a capirci qualcosa

Quando si parla delle vicende dolorose che intercorrono tra Israeliani e Palestinesi, si rischia sempre di parlare d'altro. Tra i commentatori nostrani questa tendenza non è infrequente. A proposito dell'aggressione alla nave Mavi Marmara, in particolare, si è potuto leggere e sentire di tutto. Moltissime voci si sono levate, come se questo fatto, grave, fosse più grave o più significativo dell'ecatombe perpetrata un anno e mezzo fa a Gaza. Sull'attacco alla nave turca si è potuto leggere perfino, dalle colonne del "Foglio", che gli Ayatollah iraniani avrebbero festeggiato l'autogol israeliano brindando con lo "champagne". L'immagine di un leader musulmano che beve champagne può apparire soltanto in una vignetta satirica o in un esempio di giornalismo ottusamente colonialista e antropologicamente qualunquista, come non di rado dimostra di essere il giornalismo italiano.


giovedì 24 giugno 2010

"Frecce verso l'altro" - Dalla prefazione di Fabio Zinelli

Carlo Cuppini si muove all’interno di un terreno consolidato in cui è soggetto non solo chi scrive, ma il foglio stesso su cui si scrive (“Arrivato alla fine del braccio / va’ a capo”). Siamo di fronte insomma a un percorso articolato nel mimetismo delle scritture del corpo, compiuto con buon dominio degli spazi stretti. C’è poi un interessantissimo esercizio, Canzoni per un fiore di Palestina, in cui lo spazio chiuso, proprio dal suo interno, attira e include i personaggi di una storia importante da raccontare.

Fabio Zinelli
dalla prefazione a Frecce verso l’altro, Marcos y Marcos, 2010







martedì 22 giugno 2010

Notte

sbattendo le palpebre urliamo – impalpabile al dunque
che per piangere sta per pregare – che siamo pezzi di cane
sta a lui lei cadere – come ali di uccello feroce
con precisi confini recisi – non andiamo a ballare stanotte
c'è pezzi di topi sul bagnasciuga – le sirene spiegate all'aria aperta
non è l'ambulanza che uccide – foresta di neon fossili
che noi siamo già un dopo – stanotte cronaca del genocidio mondiale
in differita un miliardo di anni dopo – con crateri di faccia
correndo sul dorso del lupo – la coda del cane per terra
tutti aggrappati allo specchio – scivoliamo tra sciami
io te rattrappiti di unghie – palpebre in grinze di uccelli
non siamo che pezzi di cane – urliamo foresta di neon
fuoco fossile acceso– l'ambulanza incagliata nel mare
non sotto il tetto - amore domani hai le ciglia scomposte
su marte – cantiamo canzonette scordate
tre lune verdi oltre i vetri – non lenzuola sul letto
c'è il gatto crepato – di notte saltano le tubature
vicino al bordo del mare – tentiamo l'impossibile ancora
il cielo di un verde smagliante – di notte i tuoi occhi
beviamoci su – cani fetidi d'uomini abbaio
avere le branchie tutt'ora tesoro – chiamati a ringhiare
a tentoni sul rosso mattone – nel buio tra cosce di rane e asciugamani
scendendo nel frigo chiamavi – desisti
le rose fiorite sui crepacci – del volto che il viso è scaduto
nei vetri del giorno - gerani che a lunga conservazione speriamo


Poesia ripresa e rivisitata dal poemetto Nero privato (in "Alphaville" n.1 2007), letta in occasione della serata conclusiva del festival fiorentino di poesia Voci lontane, voci sorelle, sul tema "La notte", il 2 giugno 2010. 
Come richiesto, al mio testo ne ho messo in dialogo un altro. Ho scelto una parte di Il colle delle felci (Fern Hill) di Dylan Thomas:


Ora quand'ero giovane e semplice sotto i rami del melo
nella casa sonora e felice essendo l'erba verde,
la notte radiosa di stelle sulla vallata,
il tempo mi lasciava urlare a festa
e arrampicarmi dorato nella gioia dei suoi occhi,
e onorato fra i carri ero il principe delle città di mele
e tanto tempo fa una volta signorilmente gli alberi e le foglie
feci discendere con margherite e orzo
giù per i fiumi della luce abbattuta dal vento


lunedì 21 giugno 2010

col balzo

lui vede nell'ombra se stesso
si stacca dal suolo con balzo
non decolla nel Tennessee – ritorna in collina
il suo cane deportato sulla luna
collauda l'abbaio stritolando marziani – è un cane
dodecafonico sia chiaro
lui possiede un pesce rosso che abita
il casco di vetro dell'ultimo
cosmonauta sovietico disperso
completamente ubriaco oltre la duna
di sabbia rossa dietro casa – lo cercano ancora
fioccano i missili – di nuovo natale
lui prova ad aprire l'ombrello
ma l'ombra si macchia si bagna lo stesso
si sbianca bandiera di niente e
mollando la presa lui cerca
sganciato davvero dal suolo lui prova
di nuovo col balzo