blog di Carlo Cuppini

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giovedì 17 ottobre 2024

"Xenia contro il tempo" di Lilith Moscon

Ho letto Xenia contro il tempo, il nuovo libro di Lilith Moscon uscito per Emons, illustrato da Francesco Chiacchio. E così, seguendo le orme della giovane protagonista, che insegue la sua gatta fuggiasca, mi sono trovato a fare una misteriosa, o per meglio dire misterica, passeggiata per Firenze.
Luoghi arcinoti come Piazza della Signoria e piazza Santissima Annunziata e vicoli e angoli segreti, dove ancora giocano i bambini e si vedono girare personaggi stravaganti di quartiere, si trasformano e fanno apparire in filigrana altri luoghi mitici o magici in virtù dei messaggi sottili che hanno da riferire a Xenia, riguardo alla sua ricerca. 
Le torri parlano, le pietre promettono, gli scarabei indicano, i serpenti si mordono la coda, i simboli si animano e si manifestano. Il passato diventa presente, i sepolcri forse si aprono, perché i morti forse sono anche loro vivi. Di certo c’è vita, e appetito, e festa, e rimescolio, e creature, all’interno del perimetro del Cimitero degli Inglesi, dove Xenia e l’amico Leone approdano dopo avere seguito le strane e scombinate indicazioni delle inattese guide che hanno incontrato.

In questo libro trovo unite la narrazione filosofeggiante che ha caratterizzato la trilogia su intriganti personaggi del passato (pubblicata da Telos) e, nei flashback, il piacere della memoria intima che vuole conquistare la carta e si espande su essa come acqua versata; un piacere che Lilith ci ha regalato massimamente con il suo Bestiario uscito per Topipittori (finalista al Premio Campiello Junior).

Una cosa che ammiro nella scrittura di Lilith, che mi affascina tanto più perché è lontana dal mio modo di scrivere, è il senso poetico e filosofico che - leggiadramente - intride la scrittura stessa, gonfia le parole e le frasi, portandola quasi a giustificarsi da sola, e rendendo così quasi irrilevante la coerenza o la completezza della narrazione che si cercherebbero in altri libri. Qui ci sono dei salti nella trama, che non sono salti nel vuoto, perché li si compie galleggiando sugli interrogativi che si dilatano sotto i nostri piedi, scivolando sulle metafore che ci trasportano altrove. 

Queste caratteristiche mi portano ad accostare questo piccolo e prezioso libro a quelli di un’altra autrice, Emanuela Nava, che, con la sua scrittura ci ha portato dentro tante avventure poetiche, intellettuali, filosofiche e talvolta, anche qui, misteriche (cito solo un titolo dalla sua vasta bibliografia: Io e Mercurio.)

Un'ultima nota: in alcuni punti del libro si trovano dei codici QR che permettono agilmente di ascoltare interessanti e gustose estensioni del libro, per conoscere meglio dal punto di vista storico e artistico i luoghi tratteggiati nel racconto.

Buona lettura e buoni misteri a chi lo vorrà leggere. Preparatevi ad andare contro il tempo...
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venerdì 6 settembre 2024

"Il figlio peggiore", di Peter D’Angelo e Fabio Valle

Come in un thriller convenzionale, arrivati al termine di Il figlio peggiore – il romanzo di Peter D’Angelo e Fabio Valle uscito per Fandango Libri – tutte le domande che la storia ha aperto trovano una risposta. In questo caso, però, sono le stesse risposte a far nascere un ulteriore e più grave interrogativo: dove finisce l’opera di fantasia e dove comincia la ricostruzione storica?

Entrambi gli autori sono giornalisti d’inchiesta. Di Valle, per mia ignoranza, non so dire niente di più. Di D’Angelo, avendo seguito il suo lavoro su "Il Fatto quotidiano” negli ultimi anni, posso dire che è un giornalista rigoroso, coraggioso e interessato alle verità, specie quelle non palesi. Questi dovrebbero essere attributi base del giornalista, requisiti minimi, per così dire, e pertanto non andrebbero neanche citati. Ma non è così in un Paese - l’Italia - che ristagna in una zona grigia della classifica sulla libertà di stampa, non solo a causa delle tendenze illiberali dei governi di destra e delle costanti intimidazioni malavitose, ma anche per via dell’autocensura che i giornalisti s’impongono per non scontentare il padrone, o per non mettersi contro il sentire comune (il quale, a sua volta, si determina compatto e intollerante quando c’è sostanziale unanimità sui media). Lavorando su temi sanitari negli anni della pandemia, Peter D’Angelo ha svolto un lavoro egregio, tenendosi alla larga tanto dalla retorica e dai tabù dell’area filogovernativa, quanto dalle parole d’ordine e dalla controretorica degli antigovernativi. In altre parole, ha fatto seriamente il lavoro di giornalista, non dimenticando che questo costituisce il quarto potere della democrazia.


Il figlio peggiore racconta le indagini del giornalista romano Carlo, personaggio di fantasia, sulla diffusione delle droghe in Italia. L’esito dell’inchiesta si può rivelare qui senza paura di rovinare la lettura, perché non è su questo che è costruita la tensione narrativa. Anzi, la risposta è scritta già nell’epigrafe: attraverso l’operazione Blue Moon, all’inizio degli anni Settanta, lo Stato Italiano ha avviato e gestito, inizialmente in modo pressoché monopolistico, la diffusione della morfina e dell’eroina nel territorio, immettendone quantità imponenti a prezzi stracciati, allo scopo di contaminare e portare all’autodistruzione le diverse anime della contestazione.


Dicendo “lo Stato Italiano”, secondo la ricostruzione fornita da questo romanzo che sappiamo essere basato sulla lettura di carte processuali, va inteso lo Stato nella sua forma più ufficiale – con riunioni svoltesi nelle sedi ministeriali, e non in oscuri scantinati, con il coinvolgimento di parlamentari, segretari di partito, generali, membri dell’intelligence USA, servizi segreti, manovalanza neofascista, caporedattori di testate nazionali – e non una serie di mele marce, i cosiddetti “pezzi dello Stato”, o i cosiddetti “servizi deviati”, parole magiche con cui solitamente si libera da ogni responsabilità lo Stato nel suo insieme, e ogni sua singola istituzione.

La trama del libro sarebbe coinvolgente anche se si trattasse solo di un romanzo di fantasia; ci si affezionerebbe ugualmente ai personaggi – si compatirebbe, in particolare, la parabola tragica del protagonista. Ma la portata cruciale delle verità storiche che vengono toccate spinge in secondo piano le riflessioni che si potrebbero fare sul piano puramente narrativo dell’opera.


In questo senso, la lettura lascia dietro di sé un’altra domanda, forse ancora più scomoda della precedente: i due autori ci stanno forse parlando anche di qualcos’altro? Ci sono argomenti che afferiscono alla storia italiana più recente che non possono essere trattati, se non parlando d’altro? Brecht, parlando di Galileo, ha parlato di molte altre cose, comprese quelle per lui più pressanti e attuali. E lo stesso vale per altre sue opere, e per opere di molti altri autori, che hanno avuto a che fare con regimi dittatoriali, o totalitari, o repressivi, o intolleranti, o illiberali.

Di certo ad alcuni lettori il libro ricorderà altri episodi che, analogamente all’operazione Blue Moon, hanno avuto il compito, o comunque l’effetto, di imprimere un netto cambio di direzione nella storia nazionale e non solo.


A me viene in mente il G8 di Genova del 2001, con l’oscuro ruolo dello Stato che solo in parte è stato acclarato dalle inchieste giudiziarie che hanno portato alla decapitazione dei vertici della polizia. Quell’inaudita, prolungata e pianificata carneficina – che i più sul momento, e per anni, hanno in qualche modo giustificato dando credito alla versione ufficiale dei manifestanti violenti – con il suo significato di tortura collettiva ha traumatizzato un’intera generazione e segnato l’inizio della fine dell’esperienza del Social Forum Mondiale, il più radicale, solido e creativo movimento di contestazione che avesse preso piede dalla fine degli anni Settanta. Come è possibile, viene da chiedersi, che tutti i governi che si sono succeduti dopo quell’evento esiziale – tutti, di qualsiasi colore – hanno ritenuto opportuno e appropriato promuovere l’allora Capo della Polizia Gianni De Gennaro, fino a farne il presidente di Finmeccanica / Leonardo?

E, ancora, mi vengono in mente gli anni della pandemia, dove ancora tutto è oscuro e molto è tabù. Ma quello che è incontrovertibile è che il rapporto tra le istituzioni dello Stato e i cittadini - in Italia e non solo – è stato irreversibilmente modificato: nel senso di una consegna di diritti e libertà fondamentali nelle disponibilità politiche del governo. Il cui volto e la cui retorica - indipendentemente dai colori politici della compagine del momento – hanno preso a ricordare quelli paternalistici e autoritari dello “Stato etico”.

lunedì 15 luglio 2024

Superlunaria, rivista immaginaria


Per quanto sia del tutto immaginaria, Superlunaria è una rivista cartacea. E per di più è un’opera magnifica, e monumentale.
E’ immaginaria perché tutto, di essa e in essa, è immaginato. Anche la realtà, laddove le parole la intersecano (e accade spesso, o forse sempre, anche se in modo camuffato). Tutto qui è letterario, è alta e rara letteratura. Pertanto, tutto è finto. Tuttavia niente è falso (almeno secondo le valutazioni del sottoscritto). Tutto è paradosso, rovesciamento, provocazione, specchio nello specchio. Superlunaria è un gioco iperletterario, coltissimo, erudito, eremitico ed ermetico. Totalmente autoreferenziale: i redattori – ammesso che non siano essi stessi soltanto immaginari - hanno fatto tutto, anche le lettere alla redazione, le critiche, gli insulti, i rimandi da un pezzo a un altro. Ma - magia dello specchio nello specchio! - questa autoriale e divertita autoreferenzialità diventa lucida e chirurgica analisi del mondo esterno - quello reale, brutale, che neanche è degno di essere immaginato. Quello che ci schiaccia sempre sotto il tacco dello stivale - il Presente, la Storia. Superlunaria è dadaismo (perché se ciò che ha un senso produce ciò che produce, allora che nulla abbia un senso!), è situazionismo (perché dal non senso nasca un nuovo, instabile senso), è surrealismo (perché ciò che sgorga dalla fonte dell’irreale non smetterà mai di sopravanzare il reale), è tranello col cuore in mano, è inganno rivelatore, è disfatta edificante, è travestimento denudante, è una rosa è una rosa è una rosa è uno schiaffo, è un colpo di tosse è il seme che va di traverso è la luna.
Gli autori di Superlunaria sono in realtà persone in carne e ossa, e sono portatrici di acute, caustiche, metamorfiche e meravigliose intelligenze. Intelligenze che hanno attraversato la vasta terra della critica pandemica uscendone rinvigorite.
Fabrizio Masucci, in primis, lunatico direttore-demiurgo nonché editore, spettro che si aggira con partenopea e sbeffeggiante eleganza tra i caratteri mobili che hanno impresso le pagine. E caro amico. E poi, in ordine alfabetico, Gabriele Busti, Tommaso Moscardini, Francesco Scardone, Alex Tattoli, Vanni Trentalance. Questi nomi diranno qualcosa ad alcuni di voi. Non si possono non citare inoltre il sopraffino lavoro grafico di Giovanna Grausco e le preziose illustrazioni di Mariagrazia Catenacci.
Ogni pagina è una sorpresa e un bosco di riferimenti che ogni bibliofilo godrà a scovare, mentre il suo cervello macina a duecento all’ora le fulminanti provocazioni camuffate da oziose, talora barocche discettazioni. E io non posso chiudere questa recensione senza rivelare qual è la pagina che più mi ha divertito, e, per genialità, costretto a levarmi il cappello. La pagina con l’accidentale interpolazione (con tanto di adesivo con cui la redazione si scusa per l’increscioso inconveniente) di un foglio di un’altra rivista, il Licantropo. Il Licantropo è il rozzo, irresistibile e irrinunciabile alter ego della raffinatissima Lunaria, un vero Mister Hyde che rivela in forma schietta, brutale (con tanto di refusi in vista e grafica underground) pensieri che, nel resto della rivista, si librano tra le alte sfere travestiti da armoniosi corpi celesti. Ed è lì, dove si inciampa nel piede del Licantropo, che una risata da osteria compie la messa a terra liberatoria. E, girando pagina, torniamo a librarci nell’etere leggeri e sorridenti come un astronauta. Incazzato, per il tutto che ci hanno levato.
Superlunaria esce a cadenza bimestrale. Si può acquistare. Ci si può anche abbonare. Io non avrei esitazioni. Tutto sul sito https://superlunaria.it.

giovedì 11 luglio 2024

"Hotel Madridda" di Grazia Verasani

"Hotel Madridda" (Marsilio Editori) è un racconto lungo di Grazia Verasani, rarefatto nell’ambientazione e nella trama, quanto denso nelle emozioni che smuove e nelle riflessioni che suscita. Le coordinate sono vaghe: c’è stata una guerra, qualcuno ha preso il potere, gli avversari sono stati sbaragliati, il dissenso è stato cancellato e i suoi tentativi di rinascere vengono eliminati sul nascere. Il totalitarismo che impera naturalmente è per il bene dei cittadini, per la loro sicurezza: come sempre il totalitarismo è stato giustificato - e recepito dagli interessati - nel corso della Storia.

A fare le spese di questo assetto politico e sociale evidentemente è la libertà di opinione e di parola - e la comunità che ruota intorno alla protagonista del libro riunisce proprio anziani intellettuali e artisti che hanno avuto qualche alzata di testa, anche modesta magari, e quindi sono stati segregati in un luogo dove non possono nuocere. Ma la vera vittima è la voglia di vivere. Se, in assenza di qualunque speranza, i vecchi stanno attaccati alla vita e ai propri ricordi a oltranza, induriti e incattiviti, rivivendo continuamente una versione egoista e inacidita delle ideologie e dei valori che hanno animato le loro battaglie, i giovani si gettano nel vuoto per schiantarsi al suolo. Ultima e unica forma di libertà? Puro nichilismo, e quindi vittoria del sistema? Libertà o annullamento che sia, si tratta di una conquistata clandestina, e difficile: anche uccidersi è vietato, e il luogo prescelto dagli aspiranti suicidi è presidiato militarmente. Tuttavia ogni tanto qualche ragazzo o ragazza riesce a salire in cima all’Hotel Madridda - il cui incombente profilo Selma vede dalla sua finestra - e a lanciarsi di sotto.

La trama è minima, ma non è esile; accadono poche cose, e tuttavia il libro chiede di essere letto tutto d’un fiato. Vogliamo sapere urgentemente come va a finire quel nocciolo narrativo che è stato messo in moto. O come non va a finire. Vogliamo sapere se e in che modo il cupo espressionismo apocalittico che si dipana paragrafo dopo paragrafo ha a che fare con la nostra vita, con il nostro tempo, con il nostro futuro. Vogliamo capire se si tratta di una visione esistenzialista, o metafisica (kafkiana o buzzatiana o beckettiana, con un po’ del Pasolini di Teorema…), o se quel pungolo che sentiamo accanto al cuore è incuneato anche nella Storia, nella nostra storia recente, perfino.

Probabilmente ogni lettore troverà le sue risposte, e alcune domande resteranno aperte, con il loro carico di inquietudini. Ma qualche indizio ce lo dà l’autrice, fuori dal romanzo, nelle interviste. Quando dice, per esempio che: “L’idea di raccontare le derive psicologiche dovute a una repressione e a un sistema manicheo dove non ci sono più sfumature, fa parte della mia visione del mondo. Ma questo libro è nato di getto, in pochi mesi, anche se l’avevo covato e immaginato soprattutto nell’ultimo periodo della pandemia, quando eravamo in clausura. Forse si sente questa asfissia, questa libertà che manca, il respiro corto. E poi mi aveva molto colpito leggere dell’aumento dei suicidi tra gli adolescenti.”

Qui si potrebbe aprire una discussione su come e su quanto i bambini e gli adolescenti siano stati abbandonati durante la pandemia (e anche biasimati, colpevolizzati e perseguitati, quando sospettati di non recepire con sufficienti sollecitudine ed entusiasmo le raccomandazioni, dall’isolamento, alla mascherina alla vaccinazione); discussione che potrebbe continuare con una valutazione di quanto sia stato tolto loro in quella circostanza prolungata, e di come successivamente sia stato omesso qualsiasi ragionamento su possibili compensazioni, risarcimenti, riparazioni.

Invece è meglio lasciare che questa storia così potente si agiti e colpisca e risuoni dove le pare, dove incontri il giusto rapporto tra il duro e il morbido nell’animo di ogni lettore e lettrice. Anche perché, appunto, molti di noi hanno avuto la sensazione di essere stati toccati e scottati da quel “sistema manicheo dove non ci sono più sfumature”, in cui non si può più parlare. E poi, indulgere su queste specifiche vicende significherebbe rimpicciolire la portata dell’opera, che è ampia e lambisce lati oscuri dell’essere umano che sono capaci di manifestarsi nell’interazione con le più diverse sollecitazioni storiche, con le più svariate giustificazioni razionali.

Penso che le storie come questa – i sogni, gli incubi, le visioni scatenate con onestà e con altrettanta onestà consegnate alla loro libertà nel mondo, senza costringerle verso una o un’altra direzione - abbiano oggi il potere di portarci oltre la detonazione che indubbiamente c’è stata, e dalla quale forse non ci siamo ancora ripresi.

giovedì 20 giugno 2024

L'Anima forse, di Carla Cuppini

Sono felice che Carla Cuppini, sorella di mio padre, abbia concluso un lungo percorso personale dentro la poesia con un lavoro di grande sintesi che ha infine assunto la forma di una piccola, curata pubblicazione con Ladolfi Editore. E sono felice che abbia chiesto a me, in virtù degli intensi scambi che abbiamo avuto in questi anni, di scrivere un contributo che aggiunga qualche impressione esterna ma sintonica.
Riporto di seguito una parte della mia postfazione, e auguro al poemetto "L’Anima forse” di essere aperto e chiuso da tante mani, in modo che battendo le pagine possa fare il suo volo.




Il disegno in copertina è un ritratto dell'autrice a trent'anni realizzato dal padre Renato Cuppini, medico e artista.

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Ciò che mi unisce all’autrice di questo poemetto non è soltanto l’omonimia, che lega entrambi a Carlo Cuppini pittore – fratello del padre per lei, fratello del nonno paterno per me – scomparso nel 1939. A unirci soprattutto è un comune sentire rivolto alle cose immateriali, nella misura in cui si dà la possibilità di costeggiare i lidi che le custodiscono attraverso la pratica della parola. Discorsi sulla poesia, sulla filosofia, sulla religione, sull’etica, sulle visioni interiori, sul sentimento e sulla scrittura: di queste cose si è riempito negli anni lo spazio della nostra relazione, pure fatta di rare occasioni d’incontro, a causa delle distanze fisiche.
Parola poetica: parola cioè che non si limita a replicare e a veicolare significati da persona a persona e da generazione a generazione; ma che li crea, dando origine a connessioni inaudite tra le cose. In questo senso non sarebbe errato dire che ogni parola, anche involontariamente, è poetica; il discrimine sta nell’intenzione e nella consapevolezza – e nondimeno nel rischio – di spingersi oltre la vasta e soddisfacente gamma delle associazioni preconfigurate, forzando la mente e lo spirito a operare affatto diversamente da una tastiera predittiva; e questo per richiamo insopprimibile verso una soddisfazione più piena, della cui possibilità – evidentemente e pur senza averne alcuna prova – non si dubita.
Una poesia non è, in primis, un discorso – neanche un discorso poetico: è una creazione fatta con le parole, come potrebbe essere fatta con l’argilla, o con i pigmenti, o con forme solide distribuite nello spazio, o con una sequenza di movimenti del corpo, o con immagini e suoni distribuiti nel tempo.
La parola capace di creare – e salvare – gli elementi e i frammenti che compongono il mondo immateriale che ci appartiene, a cui apparteniamo, è un mistero non minore di quello costituito dal neurone che cablandosi con cellule sue consimili provoca le attività mentali e le funzioni cognitive della persona.
Carla Cuppini è poetessa (la sua raccolta Per frammenti usciva esattamente trent’anni fa, nel 1994), è donna di studio e di scienza (è stata ricercatrice presso l'Istituto di Fisiologia generale dell’Università di Urbino e insegnante del corso di Neurobiologia), è persona di fede. Tre ambiti che per Carla sono accomunati dal senso del ricercare. Apertura, esplorazione e trasformazione, quindi. Interlocuzione, speranza e attesa. Scommessa, anelito e invocazione. E soltanto dopo, in subordine e con valore temporaneo, affermazione, definizione e catalogazione. In questo senso è un viatico leggiadro e insieme impegnativo – capace di scuotere perché apre – il “forse” messo nel titolo accanto ad “Anima”, quasi sostituisse un verbo impronunciabile, o un aggettivo segreto.
In questo poemetto la Scienza avvicina l’immateriale (l’Anima) per tentare di spiegarlo; ma al contempo l’immateriale (la Poesia) si accosta alla Scienza per cercare di spiegarla, fisicamente: perché non resti ripiegata su se stessa e venga illuminata in ogni sua parte da una luce che restituisce soggettività e vita ai suoi oggetti, e ai suoi artefici. S’intravede in filigrana un lascito lucreziano, nell’uso delle metafore che vengono in soccorso quando il ragionamento non può procedere, o dove s’intuisce la necessità d’un cambio repentino di piano.
Quale conoscenza in fondo non ha natura metaforica?
Si può forse dire che quella scientifica faccia eccezione?
La sua capacità di ricadere nella tecnica, fondandone i principi e assicurandone il funzionamento, rende forse le sue parole identiche alle cose, o aderenti a esse?

[...]

venerdì 15 marzo 2024

"L'estate breve" di Enrico Macioci (Terrarossa Edizioni)

L’estate breve
è una breve storia del talento. Questo infatti è il titolo di un preesistente libro di Enrico (Mondadori, 2015) che attraverso un’insolita operazione di autoriscrittura sta all’origine di questo nuovo romanzo, pubblicato da Terrarossa Edizioni.
È impossibile non soffermarsi subito sulla parola "talento", scomparsa dal titolo, ma non dal racconto. Soprattutto perché, scomparendo, la centralità e la complessità del tema sono divenute, forse, perfino più vistose.
Il talento è il tema portante della narrazione e dello scavo esistenziale (autobiografico?) di Macioci. Talento è un termine enorme, che appena pronunciato si apre come le lame di una forbice proiettandoci contemporaneamente in due dimensioni opposte, lontanissime nel tempo, nel contesto e nel senso.
Da un lato viene in mente l’accezione corrente, capitalistica e spettacolare, perfino squallida, quella che si ritrova nell’espressione “talent show” e che ha a che fare con la dimostrazione, l’esibizione o l’ostentazione di qualche capacità pratica, percepibile, che ci dovrebbe fare eccellere in qualcosa, distinguendoci da tutti gli altri. Questa idea di talento risponde alla domanda: “cosa sai fare meglio di tutti”?
Dall’altra parte, da molto lontano, risuona il senso inattuale del termine, quello neotestamentario, che scaturisce dalla parabola dei talenti. E qui siamo agli antipodi della società dello spettacolo dove la vita è gara di apparenza e di sopravvivenza. La parabola evangelica non chiede cosa sai fare, ma chiede cosa hai dentro di te, e quindi cosa puoi fare; non chiede di fare o di essere più degli altri, ma di essere se stessi, e di esercitare se stessi nel mondo senza risparmio, senza tenersi gelosamente, cautamente, egoisticamente per sé. Non chiede di esibirsi, per ricevere, ma di raccogliersi, per dare. Questo almeno è ciò che quella vecchia parabola suggerisce alle mie orecchie agnostiche.

Il libro di Enrico Macioci si muove tra questi due poli. O forse è l’adolescenza stessa a farlo. Il dodicenne al centro delle vicende (la stessa persona che, divenuta adulta, le narra anni dopo) si dibatte in un campo di forze delimitato dal mistero del sacro invisibile e dall’enigma della vita concreta. In questo campo – sovrapposto idealmente al campo di calcio – cerca se stesso; e assurge improvvisamente alla consapevolezza della vita, che la vita è, sperimentando per la prima volta il limite; e la scoperta del limite arriva quando si trova di fronte all’idea della morte; e questa lo raggiunge insieme alla sconfitta.
Il “grande Michele”, amico leggendario e calciatore prodigioso, quando compare (come dal nulla) mette un paletto nella considerazione illimitata che il giovane protagonista ha avuto di se stesso fino a quel momento. Prima non c’era morte, non c’era possibilità di sconfitta, non c’era neanche vita. C’era l’infanzia, che non necessariamente è felice, ma certamente è incantata ed eterna. E tutto ciò di cui dovesse essere manchevole può sempre apparire in sogno, come un risarcimento, come una promessa di qualcosa che c’è tutta la vita per ottenere – una vita ulteriore, più compiuta, e a sua volta infinita ed eterna, che a un certo punto dovrà per forza cominciare.
Nel confronto con il grande Michele l’idea di talento (che lo scrittore adulto forse proietta sul se ragazzino) muta radicalmente: smette di essere una certezza e diventa un dilemma, smette di essere una (auto)affermazione e diventa un'insistente domanda; non più premio ed elezione, ma condanna e capitolazione; non garanzia di eternità, ma certificazione di finitezza, a cui deve seguire la fine.

Il libro si legge d’un fiato. Breve e densissimo, è privo di una vera narrazione come comunemente intesa, ma è vertiginoso e avvincente nel susseguirsi di quadri che si accatastano nel magazzino del tempo breve di un’estate ideale, arsa, sudata, esistenziale. Un tempo assurdo, impossibile, pericoloso, slegato da ogni legge e da ogni logica: quello appunto, dell’adolescenza, della fame d’aria, degli andirivieni, del sacrificio finale del (dio) bambino. Da quel magazzino-crisalide non potrebbe che uscire un poeta. Un poeta destinato magari a vivere poche ore, come una farfalla; a sbriciolarsi alla luce del sole; a ricalcare la parabola esistenziale lasciata dai passi allucinati del vagabondo-veggente, Rimbaud.

Nella seconda parte del libro il narratore, in crisi coniugale e tormentato dalla sensazione di essere incastrato tra un mancato successo e un mancato fallimento, seguendo un’intuizione disperata, quasi di nascosto da se stesso, torna fisicamente nei luoghi dell’adolescenza. Lì le cose, gli odori, le immagini, le sensazioni e le emozioni escono dal ripostiglio della memoria e cominciano a vivere di vita propria; non più allucinazioni ma elementi naturali che strisciano tra i piedi dell’uomo, si arrampicano sulle sue caviglie, lo mordono, lo pressano, lo assediano. Fino a spremere da lui, in un distillato di commozione, riconoscimento e dolore, una consapevolezza nuova, scioccante: forse il talento è solo essere se stessi. Non nel senso del ragazzino che, abbandonando l’identità indistruttibile del bambino, “vuole" essere se stesso — vuole essere ciò che vuole essere, ciò che spera di poter diventare, ciò che si sente chiamato a rappresentare e a ottenere. Ma nel senso dell’adulto, che nella crisi e nel dolore può ancora abbandonarsi a una felicità languida ma estesa: quella dell’accettazione di ciò che non può non essere.

La straordinaria capacità di Macioci di impastare nella scrittura azione, ricordo, riflessione e illuminazioni, dimostra che la “miseria” fangosa, sanguinante, dell’esperienza fisica infantile sa perforare gli strati del tempo e continua a trafiggere la corazza dell’adulto, richiamandolo a verità e a realtà sepolte, ma ancora vive e vivide.
Questo suo "talento", mentre usciamo dal libro dopo averlo attraversato, evoca una domanda. I ragazzi di oggi, che in larga parte fanno esperienza di se e del mondo nel digitale e attraverso il digitale, come ripenseranno a se stessi tra vent’anni? Quali saranno i fili che potranno intrecciare al ragazzino o alla ragazzina che sono stati? Verso quali luoghi e in quali peregrinazioni li condurranno i disperati e incomprensibili richiami che forse un giorno sentiranno? Dove potranno trovare abissi e risposte?

martedì 12 marzo 2024

Piccolo Nicolas. Cosa aspettiamo per essere felici?

Capita di vedere un sabato pomeriggio, nell’umile cinema parrocchiale del Galluzzo (che è rimasto l’unica sala in tutta la Firenze che si sviluppa a sud dell’Arno), un meraviglioso e inaspettato film francese di animazione: Le avventure del piccolo Nicolas, di Amandine Fredon e Benjamin Massoubre, appena uscito in Italia.

Il film racconta le avventure di Nicolas, monello dolce e irriverente, protagonista di una serie di fumetti celeberrimi in Francia, meno in Italia, creati all'inizio degli anni Sessanta dalla penna di René Goscinny (l’autore di Asterix e Obelix e di Lucky Luke) e dalla matita di Jean-Jaques Sempé. Più che rappresentare sullo schermo le avventure dell’irresistibile bambino (come è stato fatto in passato), il film racconta il carattere dei suoi creatori, l’amicizia tra loro, e soprattutto il rapporto sentimentale di entrambi con i loro personaggi e con la loro opera comune.
È incantevole assistere al piccolo Nicolas che esce dalla macchina da scrivere di Goscinny, parla con lui, lo interroga, lo provoca; e poi, rivestito delle idee dello scrittore, si trasferisce nelle tavole a cui Sempé sta lavorando; e poi accompagna l’artista in malinconiche passeggiate per Parigi per ascoltare i suoi ricordi d’infanzia, che in qualche modo diventeranno un po' anche suoi.
È un film quieto, gentile, riflessivo, esplosivo solo per l’esuberanza di Nicolas e dei suoi amici (e delle sue amiche, formidabili!), senza colpi di scena, senza adrenalina, senza inseguimenti incalzanti, libero dagli schemi narratologici, ritmici e visuali che prevalgono nel cinema contemporaneo (per bambini e non).
È un film che non intrattiene, ma fa di più e di meglio: offre allo spettatore la magia di un incessante travaso tra la realtà biografica degli autori e quella fantastica di Nicolas; travaso reso naturale dal gioco del disegno che si anima all’interno dell’animazione (nel senso di film), con l’inevitabile fusione dei due piani.
Le felici intuizioni grafiche sono puro piacere: come la creazione e la modificazione dei personaggi e degli scenari, a colpi di matita, via via che i due compagni ne discutono; o il modo in cui i personaggi si scolorano ogni volta che si avvicinano ai bordi dell’inquadratura/illustrazione. Sono tutte soluzioni tecniche che, grazie alla finezza del racconto diventano metafore di tante cose.
È più vera la vita dei due uomini in carne e ossa o quella del bambino fatto di pochi tratti di matita, umorismo e grazia irriverente? Sono Goscinny e Sempé a far vivere Nicolas, o è piuttosto vero il contrario? L’immaginazione si nutre della vita, o è la vita a essere fatta di nient'altro che di immaginazione? E soprattutto: “cosa aspettiamo per essere felici?” (questo è il sottotitolo dell’edizione originale, ed è un peccato che si sia persa nell'edizione italiana). Sono domande che sembra porsi anche Sempé, nel film, quando riceve la terribile notizia della morte dell’amico scrittore.
Questo film che parla con tanto garbo di atto creativo, di libertà, di gentilezza e amicizia, mi ha fatto pensare a due cari amici illustratori, Simone Frasca e Francesco Chiacchio. Due artisti molto diversi tra loro, accomunati però dalla capacità di dare vita a un personaggio, a un pensiero profondo, a una battuta pungente, a un ricordo, a un rimedio per l’anima, al seme di un intero mondo, con due o tre tratti di matita. E dal fatto di essere gentili.

sabato 30 settembre 2023

"Poco mossi gli altri mari" di Alessandro Della Santunione, Marcos y Marcos

 

Nel corso del 2023 la casa editrice Marcos y Marcos ha dato casa (e carta), tra le altre cose, a due case molto strane, accogliendo nella serie principale il romanzo "Poco mossi gli altri mari” di Alessandro Della Santunione e nella collana Gli Scarabocchi (quattordicesima uscita) il racconto per ragazzi “Le mucche di Chernobyl” di Fulvio Ervas.


La casa al centro del romanzo “Poco mossi” è un grande appartamento nei pressi di Campogalliano, Modena, dove un’intera famiglia, con tutte le sua estensioni e propaggini, si è riunita per volontà di uno dei membri, il padre del protagonista, in una riproposizione della famiglia allargata tipica delle case di campagna di un paio di epoche fa. La conseguenza di questa scelta di vita in comune – tutti assiepati a costo di ricavare nicchie e giacigli negli anfratti più improbabili – è che nessuno più smette di vivere. Non è chiaro, per la verità, se ci sia un nesso causale tra i due fatti. Il risultato comunque è che nessuno muore più, e pertanto si accumulano parenti, generazioni, e anche idiomi, immaginari, mondi simbolici, rispecchiamenti. In questa proliferazione senza fine il tempo risulta gravemente manomesso rispetto alla credenza che lo vede procedere in modo lineare, irreversibile e uguale per tutti: rivelando strani andirivieni e inattese sacche di decompressione, accessibili a qualcuno e non ad altri, e viceversa. Accade anche che qualcuno invece muoia: non qualcuno della famiglia, in effetti, ma Dio. Succede così, da un giorno all’altro. In qualche modo tutti ne ne hanno cognizione, come di un dato di fatto.

Il romanzo, vincitore del premio Berto, ha una grazia sopraffina, e tiene insieme l’umorismo stralunato tipico di certa narrativa emiliana e la durezza della scrittura che decide di prendere di petto le questioni cruciali e crudeli dell’esistenza: il tempo, la verità, il dolore, la morte, l’oblio, l’amore, i fallimenti, Dio.

A volte – spesso – nella stessa frase si passa più volte da un registro all’altro, e le giravolte del narratore tra il ruolo del filosofo e quello dell’“idiota” (dostoevskiano) sono irresistibili:

“In questo meccanismo perfetto e necessario un Dio uomo è la vera bestemmia: una scheggia impazzita. Salta tutto, perché l’uomo diventa un enorme volano che accresce la misura del dolore di Dio, la sua violenza, creando inutili sofferenze: come i cani randagi, le villette a schiera, gli allevamenti intensivi, i centri commerciali, Hiroshima, il neoliberismo o le pantere nei circhi.”

In fondo Poco mossi gli altri mari è un romanzo sulla fine dell’innocenza, una riflessione sul “prima" che a un certo punto scompare, un tentativo di rimettere insieme le tracce che l’origine di tutto e di ciascuno deve pur lasciare da qualche parte. (Forse tutta la letteratura moderna, in fondo, non è altro che questo. Non lo so.) 

Ma la morte di Dio – “un tipo strano” – è in realtà una sparizione, perché non è possibile rintracciare la salma, una morte decretata per prassi burocratica, quindi, e forse indica più che altro una sua diluizione in tutte le cose. E analogamente l’innocenza non è finita, e non è soltanto oggetto di nostalgia e di memoria: a ben guardare l’innocenza è esplosa, e come una radiazione ha modificato alcuni particolari: quelli di una scrittura che conserva a livello stilistico, sillabico, di tono della voce rappresentato, il rumore di fondo del primo incanto. Dove alle griglie interpretative non è ancora concesso il potere di escludere dall’esistenza e perfino dalla percezione tutto ciò che è destinato a restare senza nome e senza spiegazione.


A proposito di esplosioni e di radiazioni. La seconda casa, quella in cui è ambientato il racconto di Ervas, si trova all’interno della zona contaminata di Chernobyl ed è popolata da un’accolita di animali sopravvissuti al disastro, ma usciti da esso un po’ mutati.

Ma di questo libro parlerò in un altro post…

domenica 10 settembre 2023

"L'irrilevanza del vero" di Pieralberto Valli (Stampa Alternativa)

Ricorderete le immagini dei bunker di Mariupol mostrate a Porta a Porta, Piazza Pulita e Controcorrente, che in realtà erano quelle di un gioco da tavolo. Questo clamoroso falso non dimostrava che l’invasione russa fosse un’invenzione, ma rivelava una cosa forse ancora più rilevante riguardo ai destini dell’umanità: che il vero è diventato del tutto irrilevante rispetto al verosimile, quando è coerente con il discorso che deve essere fatto.

Agamben lo ha detto in modo mirabile all’inizio del 2020, riferendosi al contesto delle discussioni sulla pandemia: “L’umanità sta entrando in una fase della sua storia in cui la verità viene ridotta a un momento nel movimento del falso. Vero è quel discorso falso che deve essere tenuto per vero anche quando la sua non verità viene dimostrata. Ma in questo modo è il linguaggio stesso come luogo della manifestazione della verità che viene confiscato agli esseri umani. Essi possono ora soltanto osservare muti il movimento – vero perché reale – della menzogna.”
Questo tipo di riflessioni innerva il nuovo libro di Pieralberto Valli “L’irrilevanza del vero”: un racconto che sviluppa ulteriormente la ricerca avviata con “Trilogia della distanza” e proseguita con “Il nodo”. Tutte opere intensamente poetiche, piene di affondi esistenziali, insistentemente dubbiose e interrogative, cioè filosofiche. La grazia specifica della scrittura di Pieralberto (rintracciabile anche nella sua musica) comporta – per i suoi personaggi e per il lettore – una continua apertura disarmata davanti all’incanto prezioso delle cose minime, come anche davanti al presagio apocalittico e all’orrore. La critica sociale che si legge tra le righe non si gonfia in verve polemica, essendo soverchiata dalla portata esistenziale delle tematiche: l’interrogazione del dolore, la coscienza della morte, la percezione del mistero, i confini della coscienza, ciò che si riceve, che si trasmette, che rimane.
In questa nuova creazione lo svolgimento lineare delle precedenti opere lascia il posto a una struttura intrecciata, con due piani che si alternano mettendo in discussione la solidità delle gerarchie percettive, estetiche e cognitive.
"L'irrilevanza del vero", come gli altri di Pieralberto, è un libro attualissimo che parla di e a ognuno di noi, e ci aiuta a comprendere il nostro tempo, e a prepararci ai tempi a venire.
Edizioni Le Strade Bianche di Stampa Alternativa.
Illustrazioni di Claudio Scaia.
Sulla quarta di copertina si legge: "almeno 7 euro - no Amazon - no copyright".
PS: So che Pieralberto sta preparando il tour di una performance con letture, musiche e coreografie nate da questo libro. Non vedo l'ora di assistere.

domenica 30 luglio 2023

20 libri che ho letto nella prima metà del 2023

Nota: dove sta scritto “per ragazzi” significa che nelle librerie si trova in quel reparto; per me, non starei a fare differenze.
Neil Gaiman, Coraline (per ragazzi)
Gaiman è un mostro sacro della letteratura fantastica e Coraline è forse la sua fiaba più iconica e, oserei dire, riuscita. Non si può non averla letta, o almeno non avere visto il film, perbacco! La storia è bellissima, ha una forza onirica e quasi archetipica, senza rinunciare a una certa qual leggerezza dark simile a quella di Tim Burton. Il fatto che sia raccontata in volata (è un racconto, piuttosto asciutto in effetti, e il film è molto più ampio e dettagliato del libro) non la penalizza, anzi ne aumenta il fascino e il mistero. Molto è affidato all’immaginazione; ma l’immaginazione è sapientemente guidata.
Davide Morosinotto, Il rinomato catalogo Walker&Down (per ragazzi)
C’è molto mestiere, molta abilità affabulatoria. C'è anche molta "maniera", per così dire. Non è per forza un male, ma per tutta la prima parte mi sono chiesto perché mai leggere un libro alla Tom Sayer se si può leggere Tom Sawyer. Poi comunque mi sono goduto la lettura, l’avventura, l'accuratezza del linguaggio, il carattere del personaggio femminile, soprattutto.
Sally Nicholls, Il grande caos dei telefoni (per ragazzi)
Delizioso. Una fiaba moderna ispirata a un fatto realmente accaduto che con grazia e levità tocca i nervi tesi del nostro tempo balordo. Illustrazioni splendidamente “inattuali” di Naida Mazzenga. (Ho la presunzione di pensare che abbia qualche grado di parentela con il mio “Il mistero delle meraviglie scomparse”; o almeno che, se si conoscessero, avrebbero delle cose da dirsi e si starebbero simpatici.)
Marianna Balducci, L’ammiraglio si è preso il cielo (per ragazzi)
Capolavoro in versi, illustrazioni e “pezzi di cielo” della strabiliante Marianna Balducci. Dovrebbe essercene una copia in ogni casa, in ogni classe, in ogni biblioteca, in ogni ospedale, in ogni sala d’aspetto. E anche a Palazzo Chigi e al Quirinale, dieci copie.
Fabrizio Silei e Ariela Rizzi, Hikikomori (per ragazzi)
Fabrizio Silei è ineguagliabile, che scriva per bambini, per ragazzi, per adulti, o che disegni, o che inventi e costruisca. La sua voce è una colonna robusta. La voce di Ariela Rizzi è nuova, fresca, coraggiosa e penetrante. Non so dove inizi una e dove finisca l’altra, per la verità. Forse non c’è propriamente un confine. La storia è potente, dolente, terribile ma anche normale, come è normale la terribilità. Ci si casca dentro. Si interrompe a fatica la lettura, la sera. Parla di quello che indica il titolo. E anche del suo contrario.
Veronica Tomassini, L’inganno
Difficile da leggere (per me), difficile parlarne. La storia si sviluppa, o meglio si avviluppa, tornando sempre su se stessa, sprofondando nelle spire della psiche, con sofferenza, maniacalità, ineluttabilità. La storia rimbalza tra gli estremi dell’estasi e della dannazione, del solipsismo e del (mancante) amore. L’io si appiccica dappertutto, alla parole, ai ricordi, ai luoghi. L’anti-io, che siano gli altri o che sia Dio, sfugge da tutte la parti, lasciando sprofondi e vuoti che risucchiano. Tutto buio, tutta luce. Non è la storia che si avviluppa in realtà (quella è quasi inesistente): ma il sentire, che si strappa a se stesso per farsi pensiero ricorsivo; e il pensiero, che si salva dalla propria disperata ricorsività facendosi stile.
Michael McDowell, Blackwater I e II
Già prima di aprire il primo libro ero un fan sfegatato della saga. Andavo in giro con le pins attaccate alla camicia e avevo appeso il poster in camera. Ne parlavo. Prodigi di un marketing perfetto (a partire dall’indicazione dell’autore di smembrare in sei volumetti da 10 € un unico romanzone che potrebbe costare 28 €). Mi sono fermato al secondo libro. Sicuramente gli altri quattro saranno straordinari. Mi fido. Hi messo le pins in un cassetto.
Astrid Lindgren, Ronja. La figlia del brigante (per ragazzi)
Una fiaba potente, in certe parti strampalata, della mamma di Pippi Calzelunghe. Una bellissima celebrazione della natura, della libertà, dell’indipendenza, dell’amore come forza selvatica e salvifica, dell’avventatezza necessaria a liberarsi dalle catene materiali e immateriali. Mi ha fatto versare qualche lacrima. Oppure era la pioggia, che in molte pagine scroscia sul vivido bosco dei briganti.
J.K. Rowling, Il maialino di Natale (per ragazzi)
Quanto alla Rowling, su Harry Potter io e Maia ci troviamo abbastanza d’accordo; su questo libro ci siamo divisi: a lei è piaciuto moltissimo, a me per niente, o quasi. Non è detto, comunque, che il suo parere di decenne non valga molto più del mio.
C.S. Lewis, Il leone, la strega, l’armadio - Libro secondo delle Cronache di Narnia (per ragazzi)
È un classico, ha la forza dei classici, i limiti preziosi e irrinunciabili di certi classici, quando gli autori non erano granché condizionati dalle ragioni del marketing: va letto. Possibilmente prima di vedere il film (o anche evitando proprio di vederlo).
Alice Keller, Fuori è quasi buio (per ragazzi, ma per modo di dire)
Che bello. Che brava, Alice. Così verosimile, così straniante, così toccante, questa storia… Si colloca con assoluta semplicità nel punto di incontro tra il fiabesco e il verosimile, con una perfetta coerenza tra lo stile e la storia. Due fratelli, in giro per il mondo da soli, il piccolo un po’ strano, parecchio strano. Il grande lo protegge, ma come può proteggere un ragazzino. Si trovano continuamente sul bordo del mondo, sul filo della fine del mondo, e nessuno se ne accorge, neanche loro. Perché tutto sta nell’andare avanti, ancora un giorno. Ogni giorno.
Marco Sensi, Per forza di cose
Ho benedetto l’editore Luigi Balsamini che me lo ha inviato, perché è un romanzo tanto semplice quanto prezioso: prezioso perché semplice. Quella semplicità è il coperchio di una scatola: lo sollevi e trovi il mondo prima del boom economico, quello dei nostri (almeno dei miei) nonni, le cui propaggini sono arrivate fino alla nostra (almeno la mia) infanzia; e che forse, in qualche sperduta campagna, non sono mai del tutto scomparse. Quei demoni, quelle credenze, quelle feste, quegli odori, quei rituali, quel genere di fatica, di bestemmie, di amori, di destini, di terrori… Non siamo niente senza conoscere le nostre radici; e queste radici - quelle che affondano nella storia piccola, terrosa, umidiccia, odorosa, che non è scritta nei libri - sono forse le più importanti. Ti fanno essere di più, e meglio, quello che sei.
Sara Marconi, Le tre case (per ragazzi)
È una bella storia, è una bella protagonista, ha una bella voce (narrante), ci sono delle belle pagine. Lascia delle belle e buone impressioni, frizzanti, con qualche venatura di malinconia. C’è l’intensità di vicende autobiografiche - verrebbe da pensare - trasfigurate. Però, se devo dirla tutta, ho avuto l’impressione che non tutto funzioni come dovrebbe.
Nadia Terranova, Nel cortile della fate (per ragazzi)
Un piccolo racconto che ridà vita a una piccola leggenda antica, sulle fate, le streghe, l’inquisizione. Il messaggio potrebbe essere letto come molto attuale. La scrittura sapiente vale il viaggio (a Palermo). E il libro, come oggetto materiale, con le belle illustrazioni di Simona Mulazzani, è una chicca da tenere esposto sullo scaffale, perché quel gatto nero ci guardi.
Pieralberto Valli, L’irrilevanza del vero
Un racconto poetico, filosofico e politico, che mentre ci culla con l’impressionismo musicale e la ricercatezza dello stile, ci tira anche una coltellata. Valli va sempre al cuore delle questioni (del nostro tempo) in modo molto netto: qui, la post-verità (esistenziale), la digitalizzazione (dell’anima), la deportazione universale (nel regno dell’insensato), lo smarrimento (finale), la scelta (ancora, e sempre, possibile).
Dino Buzzati, 60 racconti
Dovrei dire due parole su ciascuno di essi? Nell’impossibilità di farlo, dirò solo che avevo deciso di passare il resto dell’anno a rileggere tutto Buzzati, e nient’altro. Poi mi sono dato una calmata. “Sette piani” va letto per forza, nell’epoca postpandemica. L’avesse scritto oggi, quel racconto, lo avrebbero linciato che neanche Agamben.
Ada D’Adamo, Come d’aria
Ne ho già scritto. È un libro bellissimo e necessario, tenue, potente, ma soprattutto vero. Non perché racconti una storia vera – la tragica storia dell’autrice, deceduta -, ma perché, davanti a lettore, chiama in causa la verità: il coraggio di dirla a noi stessi, ai nostri cari, agli altri. Quella raccontata è la verità del dolore, ma anche dell’amore, della rabbia, della speranza, quella vera, che sta in fondo alla disperazione, e provoca lacrime, non sorrisi. Ma il richiamo vale per qualunque genere di verità che dia forma alla vita. Non c’è buono e cattivo, non c’è meglio o peggio: c’è la vita, fino all’ultimo, e oltre.
Non so se il testo, in sé, meritasse di vincere il Premio Strega, rispetto alle altre opere finaliste (che non ho ancora letto). Di sicuro merita di essere letto. Per me è stato una lezione.
Bernardo Zannoni, I nostri stupidi intenti (non per ragazzi)
Formidabile questa faina che racconta la sua formazione crudele. La prima parte forse è più convincente rispetto alla seconda; ma è un esordio eccezionale, meno male che il giovanissimo Zannoni lo ha scritto, ci ha fatto un gran regalo; e non c’è da fare tanto i criticoni. Il nonno di questo libro è il bellissimo e crudelissimo “Bambi. Una vita nel bosco” di Felix Salten (che a sua volta non era un libro per ragazzi); il suo zio è “Volpe 8” di George Saunders, fiaba folle e geniale, anch’essa pessimista e crudele.
Sally Rooney, Persone normali (audiolibro)
Un’altra bravissima scrittrice irlandese. (Ma che danno da mangiare ai bambini, a quelle latitudini)? Per la verità, all’inizio continuavo a chiedermi se fosse un bel romanzo di formazione, o un Harmony scritto bene, o una versione proletaria di “Cinquanta sfumature di grigio”, o un pronipote del giovane Holden. Poi (per fortuna invecchiando il mio senso critico non ha più la tenuta di una volta), mi sono semplicemente fatto portare e ho goduto di questo romanzo, di questo stile, di questa storia, di questi personaggi, dei loro dialoghi, delle loro turbe psichiche, delle loro scopate. Mi sono anche fatto qualche pianterello, non so perché. Al di là di tutto, il libro chiama in causa l’autenticità dei sentimenti. La necessità di tornare costantemente in contatto con quell’autenticità, e con la sua fonte. Che a ben guardare è una cosa niente affatto ovvia, anzi abbastanza sconvolgente e paurosa – quella fonte, solitamente oscura –, e portatrice di probabili sconvolgimenti psichici e materiali.
R.J. Palacio, Wonder (per ragazzi e non per ragazzi) (audiolibro)
L’autrice voleva fare un miracolo, e secondo me ci è riuscita: raccontare la vicenda di un bambino con una gravissima deformazione facciale che esce dall’abbraccio protettivo della famiglia per avventurarsi nel mondo, accettando di iniziare a frequentare la scuola media. Il miracolo è riuscire a raccontare questa storia piena di sofferenza, traumi, bullismo e frustrazione - ma anche incrollabile voglia di vivere e forza interiore - con gli occhi del protagonista (e delle persone che gli stanno attorno, che a turno prendono la parola) rivolgendosi a lettori (anche) bambini e ragazzini. Senza respingerli, senza traumatizzarli, e senza ingannarli con una retorica omissiva e zuccherosa. Il romanzo è a tratti scabroso, brutale, dice le cose come stanno, ma mai rischia di perdere il lettore, fosse anche un ragazzino o un bambino, o di “offenderlo”. Si può criticare tutto di questo libro, a partire dallo stile molto “americano” (del resto l’autrice è statunitense), da alcune formule da scuola di scrittura creativa, o dalla retorica che affiora nel finale (ma solo lì): ebbene, pur sempre di un miracolo si tratta. E non è che i miracoli si trovino al mercato. Anche qui mi sono fatto dei bei pianti (poiché ascoltavo l’audiolibro, i pianti me li sono fatti - a tradimento - proprio mentre pranzavo, e per poco non mi sono strozzato con l’insalata. Tanto per dire).
E voi? Che avete letto, di bello, di brutto, di così così?
PS. Non posso mostrarvi la copertina dell’Ammiraglio…, perché l’ho prestato, ed è un gran peccato. Né quella dell’Irrilevanza… perché l’ho letto in digitale; ma a breve sarà a casa mia anche in forma cartacea, comme il faut.
PPS. A voler fare bene dovrei indicare anche gli editori. Ma... se vi interessati, quelli cercateli voi.

mercoledì 17 maggio 2023

"Fuori è quasi buio" di Alice Keller (Risma ed)

Ho scelto questo libro non so perché. L’ho pescato da un tavolo della libreria La Casa Sull'Albero, ad Arezzo, dove era esposto tra tanti invitanti libri per ragazzi. Non sono stato attratto in modo particolare né dal titolo né dalla copertina, dico la verità. E in casa ho una montagna di libri non ancora letti che non chiede certo di essere accresciuta. Tuttavia, per qualche motivo, ho dovuto prendere questo libro. E adesso che l’ho finito mi dico che ho fatto bene: perché è un libro bellissimo.
Parlo di “Fuori è quasi buio” di Alice Keller, Risma Edizioni.
Risma pubblica libri per bambini e libri per ragazzi; questo, nei bookstore online, è proposto a partire dagli 11 anni. Ma “Fuori è quasi buio” secondo me non è un “libro per ragazzi”. È una storia raccontata da un ragazzino, sì, e nel suo sguardo, nella sua voce, si mescolano la sensibilità sua, di Simone, e quella dell’adulta che gli dà vita attraverso le parole, di Alice. Per questo direi che è un libro per ragazzini e per adulti. Sono pochi, e preziosi, i libri che parlano a età anagrafiche diverse, che si trovano separate da passaggi iniziatici: perché con la loro stessa esistenza fanno esistere un ideale spazio di incontro e di confronto. Un ragazzino, un adulto, un anziano, che ascoltano la stessa storia, e davanti alla storia sono tutti uguali, perché la storia ne ha per ciascuno di loro. Come quando il marketing non c’era…
Della trama dirò soltanto che la voce narrante appartiene a un ragazzino di circa tredici anni. Simone è scappato, insieme al fratellino Mattia che ha un grave handicap mentale non meglio precisato, e si nasconde. I due fratelli vivono come clandestini, perché sono rimasti orfani e Simone non vuole avere niente a che fare con ciò che il mondo offre loro, obbligandoli ad accettarlo.
In queste pagine, nel susseguirsi di brevi capitoli, c’è un realismo psicologico molto coinvolgente, che ci fa attraversare la vicenda interamente calati nei panni del giovane protagonista. E sopra questo fitto e lieve tessuto di pensieri, riflessioni, decisioni, pianificazioni, c’è la poesia: molta poesia, molte metafore, molto bianco intorno alle parole. Che poi forse questo è un fare più adulto; e pure qui la poesia sorge con naturalezza dalla rete dei pensieri di Simone, a volte in modo inaspettato. Tutto quel bianco sembra volersi mangiare le parole, le opprime, come il buio sembra volersi mangiare il destino dei due fratelli; ma le parole non collassano sotto quella pressione, perché hanno una loro forza interna, una densità capace di opporre resistenza, un moto espansivo sufficiente a contrastare l’azione del vuoto. Proprio come nella poesia.
C’è la crudezza, anche; perché questa è anche una storia di sofferenza; di sofferenze che si incontrano e si intrecciano. Ma Alice Keller non indugia nella crudezza, non se ne compiace, e non la manovra astutamente. Anche essa appare e scompare, con continuità, alternandosi e sovrapponendosi alla poesia. E c’è la filosofia: quella terra-cielo che appartiene ai bambini, agli adolescenti, e a chi sperimenta il dolore. Ma la narrazione non diventa mai pesante o cerebrale. E c’è l’impressionismo delle sensazioni, negli occhi e sulla pelle, ma senza concessioni al manierismo delle trovate spumeggiante e delle frasi a effetto. C’è soprattutto la grazia, che fonde tutte queste componenti nella voce semplice e pulita di un ragazzino che si è sganciato dal destino che solitamente attende i ragazzini; e va avanti nel buio perché è necessario, con la speranza di farcela, con la paura di non farcela, per sé e per il fratellino, dove il confine tra i due non è chiaro nemmeno a lui. Senza aspettative che vadano oltre l’azione che sta compiendo: un presente sprofondato e precario che richiede di muoversi con la massima cautela, senza il beneficio delle distrazioni.
Alice Keller è capace di sorprendere il lettore ogni poche righe; ma sorprende in modo tenue, senza che la sua scrittura diventi sensazionalistica o risulti virtuosistica. Con questo libro ci ha fatto un bel dono.

https://rismalibri.com/catalogo/catalogo/fuori-e-quasi-buio

lunedì 1 agosto 2022

Viaggio al termine dell'umanità (sul "Caravan" di Michele Medda)

Non dirò come ho ricevuto i due volumi di questa monumentale graphic novel, opera dell'autore Michele Medda con una serie di illustratori per la parte visuale: vi basti sapere che i due tomi sono finiti nelle mie mani grazie a una di quelle circostanze che possono accadere solo durante fatti straordinari ed epocali, come potrebbe essere una pandemia. Perché accadano certe cose però non basta nemmeno che ci sia in corso una pandemia: bisogna anche essere "dalla parte sbagliata" della Storia. Dove è facile passare dal piangere di rabbia alle lacrime di commozione. Dove tutto è così pressantemente umano che in certi momento non sai più dove andare, dove guardare, come fare.

Questo accade a Davide Donati, il giovane protagonista di questo romanzo grafico potente, conturbante e profetico (parola sciatta e inflazionata, eppure in questo caso appropriata).
L'idea di Caravan nasce nel 2006, poi la storia esce tra il 2009 e il 2010 per Bonelli Editore come serie a fumetti in 12 episodi. Nel 2016 viene riunita in due volumi di 600 pagine l'uno, ed è un bene: perché il disegno complessivo è più importante dell'unitarietà dei singoli episodi.
Diciamolo subito: nella gran parte di queste avvincenti 1200 pagine non succede niente.
Succede tutto all'inizio, quando la normalità di una cittadina degli Stati Uniti viene sconvolta da un evento misterioso e i militari assumono il controllo, obbligando la popolazione a evacuare. Inizia il viaggio di migliaia di persone con le loro autovetture, al seguito della colonna dei militari. Non si conosce la direzione, non si sa nulla della minaccia, non si sa se si tornerà nelle proprie case, e quando. Non si sa nulla. I militari non sono autorizzati a parlare. Il sindaco è stato destituito per ordini arrivati da Washington. I cittadini di professione medici vengono "arruolati", dotati di divisa, accolti nella compagine dei militari. Viaggiano con loro, più comodi. Prestano assistenza alla popolazione, sotto il controllo dei militari. La gente terrorizzata dalla minaccia misteriosa, smarrita, assoggettata all'autorità delle divise e dei mitra, obbedisce a ogni disposizione. Vengono concesse pause con cadenze incomprensibili, si riparte, si viaggia di giorno, si viaggia di notte, arbitrariamente e senza spiegazioni. I militari amministrano la giustizia come capita all'interno di questa comunità sconvolta, resa da un giorno all'altro nomade. I militari provvedono a fornire i beni di prima necessità, a riparare gli automezzi in panne. Il diritto è sostituto dall'umore di chi ha in mano una pistola: cinismo, durezza, solidarietà, tolleranza, possono essere dispensati con uguale probabilità, a seconda del soldato con cui ti toccherà avere a che fare durante un diverbio.
Sotto una pressione psichica mai provata, le donne e gli uomini si avvicinano al punto di rottura della fibra che li sostiene: danno il peggio, danno il meglio, emergono pulsioni sepolte, e non sono sempre delle belle sorprese. Escono fuori le storie mai raccontate. E il viaggio è un carosello di storie, di salti avanti e indietro nel tempo, alla ricerca di una ricucitura con la memoria, in mancanza di una possibile ricucitura con un presente irriconoscibile.

giovedì 16 giugno 2022

Un tè con la Maestra Alba





Negli incontri che ho avuto con i bambini intorno a "Il mistero delle meraviglie scomparse", a un certo punto mi sono sempre trovato a parlare di filosofia. All'immancabile domanda "Qual è il primo libro che hai scritto, e quando?" la mia risposta era: "A 17 anni ho pubblicato un racconto su Giordano Bruno, un grande filosofo. Sapete cos'è un filosofo?". "No". Quindi seguivano i miei improvvisati tentativi di spiegare ai bambini che cos'è quella disciplina, e perché - con la sua ostinazione a chiedere "perché?" - dovrebbe essergli così familiare. Una volta, per cavarmela, ho fatto l'esempio di Newton che scopre la forza di gravità quando gli casca una mela in testa; ma, nonostante il bernoccolo sulla testa, non scopre "perché" c'è una forza di gravità e non, per esempio, una forza di levità. Queste domande se le fa il filosofo, che potrebbe arrivare a chiedersi “Perché c’è qualcosa invece di niente?” Dopo questi aneddoti e ragionamenti una bambina ha concluso: quindi il filosofo è uno che rompe le scatole allo scienziato. Potrebbe essere anche questo un modo di vederla (e in effetti, negli ultimi tempi, qualche illustre filosofo è stato visto e trattato come un vero guastafeste… ma questa è un’altra storia.)

I miei tentativi di spiegare ai bambini cos'è la filosofia sarebbero stati meno goffi e improvvisati se avessi scoperto prima i libri della Maestra Alba. I quattro volumetti che al momento compongono la collana, diretta da Eliana Cocca ed edita da Sonda, prendono di petto nientemeno che Platone ("Quel testone di"), Cartesio ("Quel dormiglione di"), Kant ("Quel criticone di") e Leopardi ("Quel secchione di"). E spiegano alle bambine e ai bambini vite, opere e teorie di questi personaggi con la semplicità con cui si spiegherebbe come si salta la corda. In realtà questi libri non si limitano a spiegare, non sono dei manuali per baby-dummies, sono ben altro. Attraverso un approccio paideutico (anzi direi maieutico) alle bambine e ai bambini viene proposto di diventare loro stessi filosofi. "Piccolo filosofo" è il modo in cui la Maestra Alba si rivolge alla lettrice e al lettore, e non è un vezzo: come tali, come filosofi in erba, li tratta. La Maestra Alba, più che una maestra, in effetti è una socratessa: un'amica che porta per mano i lettori piccoli per condurli attraverso le meraviglie invisibili del pensiero, facendoli divertire. Anche Socrate si rivolgeva per lo più agli amici, e dimostrando a loro stessi le strabilianti capacità dei "loro" stessi pensieri (non dei suoi) li stupefaceva.