blog di Carlo Cuppini

blog di Carlo Cuppini



venerdì 30 ottobre 2009

26 - Come grattarsi una spalla mentre scrivo una relazione per il ministero


Vorrei svegliarmi la mattina e sentire l’aria, sentire i respiri miei e degli altri umani, degli altri animali, delle creature; sentire il cosmo che gira, sentire del tutto intuitivamente le parti viventi di un mondo vivente, inafferrabile, non condificabile, ma percepibile, palpitante, partecipabile, miracoloso, piovoso, soleggiato, pervasivo. Vorrei sentire con levità e serietà che lo spirito c’è, eccome se c'è, e che magari, a seconda dei momenti, e dell’umore, e della lucidità, potrei chiamare dio, nuvole, bellezza, gioia, disperazione, utopia, tristezza, prurito, realtà, respiro, amore, noi, morte, nascita, niente, creazione, fuoco, spirito santo, santità, venuta dell’angelo.

Mi piacerebbe che questo fosse un movimento spontaneo del mio essere, un attitudine fisiologica, leggiadra e disinteressata, a cui non dover porre troppa attenzione, quasi un sovrappensiero, come fare pipì prima di uscire, come uno sbadiglio, uno stiracchiamento seduto sul bordo del letto, un battito delle palpebre guardando il mio amore, un grugnito al risveglio. Come grattarsi una spalla mentre scrivo una relazione per il ministero. Come un fatto incredibile e inaudito che piomba in me con la naturalità della nascita di un cucciolo di gatto in giardino. Un fatto che quasi non chiede parole per essere spiegato, comunicato, accettato; ma che forse chiede poche, segrete, parole per diventare un fatto del tutto umano, del tutto reale, del tutto vicino, familiare, desertico e quotidiano.
Vorrei svegliarmi con una totale libertà di quei vuoti del corpo e della mente che si aprono allo stupore e al sacro, grazie a quei piccoli blackout. Come quando stacchi da ciò che stai facendo per andare a fare la cacca, e allora, grazie a quell’interruzione della logica in corso, ti balena l’idea più geniale e inattesa, e piena di grazia, della giornata.
Invece c'è la Chiesa, che ha rubato dio.

Hanno cacciato don Santoro da Firenze.
Dalla Comunità di Base delle Piagge, dove da anni aveva trasformato l'incubo della peggiore periferia fiorentina in un piccolo regno di umana utopia, di umano rispetto, di scambio, conoscenza, solidarietà. L'hanno cacciato perché ha disobbedito: ha celebrato in nome di dio un matrimonio tra due credenti che vlevano essere benedetti. Un matrimonio che però non andava celebrato. Il Vescovo si è incazzato, e l'ha cacciato. Il Vescovo è nuovo a Firenze. Alle Piagge non c'è neanche mai stato. Il Vescovo è ricco, mangia bene, veste bene, si fa la barba. Il Vescovo crocifigge Cristo, e milioni di cristi, ogni giorno, a ogni suo passo su questa terra, con ogni suo respiro e a ogni sua parola, a ogni sua decisione.
La Chiesa Cattolica è un crimine contro l'umanità, come sempre, da sempre.

Voglio dedicare un pensiero a don Santoro. Anzi un'immagine: una foto in bianco e nero di Mario Giacomelli che ritrae tanti giovani preti che ballano come dervisci, che ridono, scherzano, giocano, si guardano, si sfiorano.
E poi voglio dedicargli il pensiero del sorriso dei preti che fino a mille anni fa si sposavano come tutti gli altri umani, prima che la Chiesa calasse su di loro uno dei tanti editti che veicolano morte e dolore.
E poi voglio dedicargli la visione che ho avuto qualche giorno fa a Bologna: di una giovane suora, bellissima luminosa e sensuale, quasi abbracciata a un altra ragazza come lei, in giubbotto di pelle e stivali: si guardavano con i volti a un palmo di distanza, le bocche distese in due larghi sorrisi, quasi a sfiorarsi, lo sguardo illuminato e, avrei potuto giurarlo, innamorato.
E poi voglio dedicargli l'immagine di me, che mentre scrivo una pallosa relazione per il ministero e mi gratto una spalla, mi rendo conto che quello è dio che viene a me si soppiatto, da ribelle, per distrarmi, trovando il modo di arrivare a me senza che io debba pagare la tassa ai banditi che l'hanno sequestrato.

E poi voglio dedicargli il pensiero apocalittico ed esilarante del mio amico Ivan, persona blasfema come poche perché come poche ama la vita, che il giorno di Natale celebrerà la Messa davanti ai pazzi e agli infermieri dell'ospedale psichiatrico sperduto nella giungla, in India, dove si è andato a cacciare: questo gli ha chiesto il direttore, perché Ivan è italiano e lì non c'è un prete; e questo sono sicuro che Ivan farà: celebrerà la Messa di Natale e io, caro don Alessandro, io vorrei invitarti, da uomo a uomo, a venire con me a partecipare a questa balorda messa indiana. Se solo potessimo teletrasportarci, vorrei regalarti questo viaggio, andata e ritorno in giornata, per esprimerti la mia stima, il mio sostegno, e per avere occasione di fare due chiacciere con te. Sono sicuro che tu accetteresti l'invito. E saremmo, anche lì, con dio.

mercoledì 28 ottobre 2009

24 - parole di amico

Avevo chiesto al mio amico Majd se volesse scrivere qualcosa, qualunque cosa, per la militanza del fiore. Majd è un profugo palestinese, ha 23 anni, sta nel campo profughi di Al Ain. E' un ragazzo sensibile e intelligente, è arrabbiato per ciò che ha visto accadere intorno a lui, per tutti i suoi 23 anni di vita passati sotto occupazione militare. Studia e vuole fare teatro. Ha voglia di comunicare, conoscere, di uscire dalla gabbia dove è nato. Non è facile. Non ha potuto lasciare la Palestina per andare all'estero a studiare teatro. Come il suo amico Salah, che ora fa l'Accademia di Teatro a Damasco. A Majd, decine di amici e parenti gli sono stati portati via dai soldati israeliani, uccisi nei continui raid che vengono compiuti di notte nel campo, almeno tre volte a settimana. Chi viene ucciso per motivi legati all'occpazione militare, i Palestinesi lo chiamano martire, e appendono le sue foto sui muri fitti e pendenti del campo. I muri di Al Ain ne sono tappezzati. Questa estate ho passato con lui -con i suoi amici, con la sua famiglia, e con altri viaggiatori come me- delle belle giornate, sorseggiando caffè, thé, limonata e birra; guardando le luci di Nablus la sera, dai tetti delle palazzine del campo; ascoltando struggente musica egiziana, raccontandoci incubi e sogni sulle panchine del parco cittadino.
In risposta al mio invito, alle 5.50 di questa mattina Majd ha mandato il messaggio che segue, che ho cercato di tradurre fedelmente.


Amici,
che cosa posso dire!!?
oggi, intorno alle 4 di mattina, le forze di occupazione israeliane hanno invaso il campo profughi di Al Ain, per profughi palestinesi e hanno arrestato un ragazzo, Sameh Amin Rammaha. E’ molto naturale, per niente sorprendente, che le forze di occupazione facciano un lavoro del genere, ma ciò che vorrei far notare è che le forze di occupazione hanno voluto umiliare l’Autorità Nazionale Palestinese, dato che da più di un anno esiste un accordo che vieta agli Israeliani gli assalti alle città palestinesi. Ma questo sottolinea una volta di più l’incapacità dell’ANP di proteggere la sua gente; e allo stesso tempo ribadisce il disprezzo per le forze di occupazione e la loro mancanza di rispetto per qualunque cosa, e per tutti quelli che sono stati oltraggiati, per l’umanità dei bambini e degli adolescenti.
Infine voglio dichiarare quanto segue:
Sameh Amin Rammaha, 17 anni, è il fratello di due martiri uccisi nella seconda intifada, e ha un fratello di 12 anni in stato di detenzione amministrativa.
Grazie mondo


E questo è ciò che compariva nel profilo facebook di Majd stamattina:

Good morning world, I woke up at 4 am, voice bombing, screams of soldiers, and they arrest my cousin teenager 17 years.

martedì 27 ottobre 2009

23 - il re è morto

Il re è morto e il suo popolo resta attonito intorno al suo corpo. Il corpo è ancora caldo, sembra fumare nella radura umida, nel cuore della foresta. Si solleva un leggero vapore dalla sua pelle nuda. Forse è l'anima che svapora, un po' alla volta. Il corpo del re è disteso, enorme, gli occhi chiusi, il torace sollevato è imponente. E' stato un grande re, amato dal popolo; un individuo grandissimo, a partire dalla statura. Un re spodestato, alla fine, quando, dopo 15 anni di regno, il suo stesso figlio usurpò il trono. E allora il veccho re fu costreto a farsi indietro, non senza avare sostenuto una selvaggia lotta per il potere. E alla fine della battaglia, il popolo giurò obbedienza al nuovo giovane sovrano, ma continuò ad amare e a rispettare il vecchio re, che non fu neanche costretto all'esilio. Continuò a vivere con il suo popolo, tra la sua gente, con la sua famiglia ancora per molti anni. Fino a pochi giorni fa, quando la malattia l'ha ucciso. E ora giace sulla nuda terra.
Per forza la gente lo amava: il re aveva salvato il suo popolo dall'annientamento. Durante la guerra civile che devastò la regione in cui vivevano, causando centinaia di migliaia di morti, il re portò il suo popolo lontano, oltre i confini del paese, strisciando acquattati nella foresta, nascosti tra gli alberi, con intelligenza e coraggio.
Il re fu seguito per tutta la sua vita da una donna europea. La donna aveva un debole per il sovrano, voleva sapere tutto di lui, lo seguiva ovunque e dedicò tutta la vita a lui. Fu uccisa per lui, da gente malvagia. Perché era amica del re e del suo popolo, mentre questa gente malvagia era nemica del re e del suo popolo.
Ora che il re è morto, è calato n silenzio spettrale e impressionante nella foresta. Anche suo figlio, il nuovo sovrano, si avvicina con rispetto e, sembrerebbe, con dispiacere, al corpo del padre. A volte qualcuno dei presenti si avvicina fin quasi a sfiorarlo, con la mano tesa, tremante, per assaggiare il mistero della morte e sentire per un ultima volta la vibrazione dell'anima del re, la potenza del suo carisma, la sua statura morale.
Stanno tutti in silenzio, sgomenti, ma senza lacrime: concentrati e assorti davanti al mistero della morte che è ancora più grande e importante della tragedia di un popolo che resta orfano.
Il popolo del re morto è molto attento, si stringe intorno al cadavere e mentre vengono svolti i rituali funebri, la pulizia, la lavanda, alcuni montano la guardia tutto il tempo, dandosi il cambio, e non allentano mai l'attenzione. Sono circospetti, quasi elettrizzati e pronti a scattare: perché sentono la presenza di creature tutto intorno, invisibili, nascosti tra le fronde. Sanno che queste creature potrebbero avvicinarsi e profanare il corpo del re, prima che venga consegnato degnamente all'eternità. Temono che queste creature potrebbero addirittura trafugare il suo corpo e utilizzarlo per i loro scopi empi e malvagi. Per questo montano la guardia, armati, pronti a difendere il corpo del re, pronti a difendere se stessi, la propria identità, il proprio destino.
Perché conoscono bene queste creature che stanno acquattate e li osservano da lontano: sono gli umani.
E il re è Titus, sovrano dell'ultima popolazione di gorilla. La donna europea era Dian Fossey, onore alla sua memoria. Gli uomini che l'hanno uccisa sono dei cacciatori di frondo, della stessa specie di quelli che hanno portato i gorilla all'estinzione. La regione da cui Titus ha portato via il suo popolo è il Ruwanda dei tempi del genocidio, 1994.
Il re è morto. Viva il re.

lunedì 26 ottobre 2009

22 - Gesù va in vacanza in Palestina

Gesù va in vacanza in Palestina.
E' pieno di bei posti da visitare, e poi tutto gli ricorda la sua infanzia, la sua vita da uomo, le sue pazzie giovanili. Quanti ricordi, quanta dolcezza, che malinconia struggente...
Eccolo a Betlemme, e non c'è da stupirsi che voglia cominciare proprio da qui. Gli hanno detto che c'è una bella chiesetta ortodossa, piena di luci, costruita proprio sopra la sua grotta. E bella lo è per davvero. Ma scusa, cosa sono quei brutti buchi sulla parete esterna della basilica?. Un uomo dalla pelle scura e segnata da molte rughe fuma appoggiato a un angolo della piazza. E' lui che gli risponde. "Quei buchi è quando l'esercito israeliano ha preso a cannonate la chiesa. Ci si erano rifugiati dentro una cinquantina di palestinesi ricercati".
Caspita, pensa Gesù con un brivido, neanche durante le crociate era mai stato violato questo posto.
Vabbe', andiamo avanti, si dice Gesù, qua tutto sommato c'è un bel clima, un'atmosfera accogliente... tutti questi arabi calorosi, per lo più cristiani, mi sento bene, mi sento da dio.
Ecco che lo invitano in una casa a prendere il caffè, a gesti perché Gesù non capisce l'arabo. Però si intendono bene. Alla fine spunta fuori un ragazzetto che parla inglese e Gesù può togliersi qualche curiosità:
"Cos'è questo paese? Siamo sempre a Betlemme? C'è un'aria diversa..."
"No questo è il campo profughi Aida, appena fuori Betlemme"
"Ah. E cos'è questo coso enorme a un metro dalle case?"
"E' il muro che i soldati hanno costruito quattro anni fa. Di là c'era il nostro campo di ulivi dove i bambini giocavano."
"Cosa vuol dire Aida?"
"E' il nome di una donna che abitava qui quando sono arrivati i profughi, nel '48. Lei era una giovane donna cristiana, i profughi erano migliaia, e lei diede da bere e da mangiare a tutti, i primi giorni. Per gratitudine gli abitanti hanno chiamato il campo con il suo nome".
Va bene, Gesù ne ha abbastanza di Betlemme e va sul Giordano, nel luogo dove Giovannino battezzava la gente, e dove battezzò anche lui. Che nostalgia, quei tempi...
Bum. Gli esplode qualcosa sotto i piedi. E per fortuna che è Gesù, sennò ci sarebbe rimasto secco. Il corvo sulla cima dell'albero inforca gli occhiali e sfoglia una guida turistica: "Il luogo del Battesimo di Cristo si trova oggi in un campo minato. Le mine furono messe dai giordani quando Israele occupò tutta la Palestina nel '67, per evitare che fosse invasa anche la Giordania.Al contrario di molti altri siti, gli Isrealiani non hanno sminato questa area, indirizzando la funzione delle mine contro gli stessi Giordani che le hanno poste".
Seccato Gesù si scrolla la polvere dai calzoni e se na va anche da qui.
Via, a vedere il panorama dal Monte degli Ulivi! Li si si sta bene di sicuro!
Ah, che aria buona da lassù, e che vista splendida di Gerusalemme! Gesù si gira a guardare la vallata anche dall'altra parte. Ma cos'è quell'obbrobio? Un muro alto otto metri che separa casa da casa, scuola da ospedale, orto da giardino, famiglia da famiglia. Incontra un prete che chiacchiera con un imam, e deve avere un'aria parecchio spaesata perché quelli gli dicono in coro: "Guardi quell'affare? E' il muro di separazione. Tirato su proprio in mezzo alla parte araba di Gerusalemme"
Gesù si ricorda di Betlemme. In effeti è lo stesso muro, avrebbe dovuto riconoscerlo.
"Ma questa zona non è dentro lo stato palestinese?"
"Sì. E allora? Gli israeliani stanno inglobando tutto, con la scusa della sicurezza", rispondono i due con identica aria rassegnata.
"Be'.. date a Cesare quel che è di Cesare". E' un po' confuso Gesù, non gli esce niente di meglio che questa. Non sa neanche lui a cosa si riferisca. Ma bisogna capirlo: gli si stanno prospettando delle vacanze di merda.
Il prete e l'imam non gli danno neanche retta e se ne vanno a braccetto, un po' mesti, un po' infervorati da discorsi sopra i massimi sistemi.
Basta. Gesù decide di affidarsi a un'agenzia. Non vuole cazzi, basta col turismo fai da te!
Allora lo mandano a fare un tour del fantastico, nuovissimo, parco archeologico ebraico proprio sotto le mura della città santa. Perbacco, le tombe dei patriarchi... questo sì è emozionante!
Ma... cos'è quella catapecchia a tre piani in mezzo al parco?
Risponde la guida, tossicchiando: "Purtroppo le autorità non sono ancora riuscite a cacciare quella famiglia di arabi, e quindi non hanno potuto ancora demolire la casa..."
"Ma di chi è quella casa?"
"Be'... è loro. Ma è nella nostra terra"
"Ma questa non è Palestina?"
"No. E' la nostra terra. La terra di Israele. Ce l'ha data YHWH.
YHWH gli stava sulle palle anche 2000 anni fa, a Gesù. Anche se cercava di non dirlo troppo ad alta voce, che gli avevano detto è pericoloso. Che tanto poi l'hanno ammazzato lo stesso, tanto valeva dicesse tutto quello che pensava, pane al pane vino al vino.Un dio che dice: "esiste un solo dio, che poi sarei io, e non è un dio per tutti gli uomini: io sono il dio di un club privato, il club dei quattro gatti, nello specifico di 14 milioni di persone. Gli altri 7 miliardi, cazzi loro. Io sono il solo Dio, e non sono per loro. Puppa!"
Un Dio così, a Gesù, gli faceva girare le palle. E ora gli girano ancora di più, dopo avere sentito questa guida, e questa storia delle centinaia di case demolite per fare il fantastico parco archeologico israeliano, i terra palestinese. Lui che ha dato tutto per l'universalismo. Tutti gli uomini sono uguali, e Dio è il padre di tutti... Un corno, risponderebbe la suddetta guida ebrea.
"Vado a trovare Abramo, so dov'è la sua tomba, ho guardato su internet!", questo è ciò che scrive Gesù sul diario di bordo.
E quindi prende un autobus e va a Hebron. Eccolo, nel cuore della Palestina, e anche qui è tutto un offrire caffè, tè, pasticcini. E non c'è un cane che parli inglese, qua. Ma Gesù è un tipo espansivo, si fa capire a gesti. E anche questi famosi palestinesi sono così, proprio come si dice.
Hebron è proprio bella, ha fatto bene a venire qua, si sta rilassando davvero, adesso, Gesù.
Si ferma davanti a una statua e legge nella guida per capire di chi si tratti: pare sia Baruch Goldstein, un tale colono ebreo ultraortodosso che una ventina di anni fa ha fatto irruzione nella moschea della città e ha preso a mitragliate i ragazzi che stavano inginochciati a pregare. Ne ha ammazzati 30, prima di essere ammazzato a sua volta dalla security. Per questo gli hanno fatto una statua.
Gesù ha la nausea, non ne può più.
"Domani riparto e vado a Sharm El-Shiek, giuro su Dio. E intanto, oggi pomeriggio vado a sbracarmi sul Mar Morto, già che è a due passi da qui!"
Eccolo sbracato, in bermuda, con i piedi a mollo nelle acque salatissime e salutari, tra vecchi miliardari russi e ucraini circondati da puttane e travestiti. Se la spassa, finalmente riesce a non pensare a niente. C'è anche qualche pellegrino cristiano che non lo riconosce e lui decide di restare in incognita. Questi lo travolgono di racconti entusiastici: "...E poi abbiamo fatto la via crucis con una croce di legno vero sulle spalle, cantando e pregando... è stato incredibile! Ora siamo qui a rilassarci un po' prima di ripartire. Israele è un posto fantastico, molto spirituale". Gesù ha un brivido, incassa la testa tra le spalle e si rimette gli occhiali da sole.
Arriva il proprietario dello stabilimento, con aria americanissima e una gran bandiera israeliana stampata sulla maglietta...
"Cristosanto! Ma qui siamo in Palestina!"
"Palestina??? Questo è Israele, è tutto Israele! Questa è la mia piccola colonia, vedi, c'è l'esercito che mi difende, ci sono le bandiere bianco-azzurre per ricordare a quei cani qui fuori che tutto questo è nostro, e noi, conquisteremo tutta la terra che ci ha dato YH..."
Gesù si è già alzato e gli ha mollato un pugno nel grugno. Non lo vuole neanche sentire nominare quel nome. E ha deciso: altroché Sharm El-Sheik: andrà in vacanza a Cuba, a fumare un sigaro con Fidel prima che muoia, con una keffya sulla testa a proteggerlo dal sole e dalle mosche.

domenica 25 ottobre 2009

21 - promemoria medioriente

supermercato-
comprare le palpebre
le ciglia
gli occhiali
per intravedere un po' meno
in parte oscurare
e nel tempo del battito
potere del tutto
dimenticare
questa distesa di sangue
e tutto il resto
del male

venerdì 23 ottobre 2009

19 - bombe sull'Italia

Gli USA e i loro alleati della NATO sono soliti bombardare i paesi dove si annidano gruppi criminali pericolosi per la collettività mondiale e per le democrazie. Anche se questi gruppi sono minoritari e in opposozione ai governi di tali paesi. Come nel caso del Pakistan e dell'Afghanistan oggi, dopo la fine del regime dei Taliban. Ad esempio.
Dopo la faccenda delle navi nucleari nel Mediterraneo, mi aspetto che qualcuno bombardi l'Italia, e non solo il Sud, cercando di radere al suolo con raid aerei i covi dei leader mafiosi, i loro quartieri generali, soprassedendo su eventuali stragi di civili e altri incidenti collaterali, sparando a vista a tutti gli individui sospetti di militare nelle file di orrganizzazioni mafiose. In genere basta essere vestiti in un certo modo per risultare sparabili. Questo è ciò che avviene in tutto il Medioriente, per lo meno. In genere, in queste cose, i militari non vanno tanto per il sottile.
La mafia non è terrorismo internazionale? Be', i suoi effetti, finora, sono sicuramente più devastanti. Per noi, e per tutti. E per tutto. Non si capisce perché il governo italiano mandi le truppe a scovare terroristi in Medioriente e altrove, e non risolva questa piaga. E' un po' come se Karzai mandasse soldati Afghani a dare la caccia ai mafiosi o a proteggere i napoletani dalla guerra dei clan. Ma in fondo questo è comprensibile: ci pace il surrealismo politico e giornalistico.
Quello che non capisco veramente è perché si sia creata una coalizione mondiale che attacchi l'Italia, con bombe e carrarmati, per fare ciò che i nostri governanti non sono stati capaci di fare finora: sgominare militarmente questi criminali.
Forse succederà. Quando i popoli del Mediterraneo cominceranno a pescare pesce fosforescente.

giovedì 22 ottobre 2009

18 - pensiero vertiginoso

Dopo le dichiarazioni dei finiani sull'opportunità di introdurre l'ora di Islam a scuola, oggi mi sveglio con un pensiero politico che finalmente mi spiazza. Eccolo:quando Fini e D'Alema creaeranno insieme un partito, lasciando a bocca aperta post comunisti e post fascisti, un partito che pensi a un'Italia laica, europea e mediterranea, multietnica, progressista e riformista, antiberlusconiana, con un forte stato sociale, basata sulla legge e sul diritto, attenta ai ceti più disagiati, basata sull'individuo e non sulla famiglia, un partito capace di gesti impopolari e di linguaggio politico... Quando questo accadrà potrei forse tornare a interessarmi alla politica italiana.
Pensiero balordo...
Pensiero vertiginoso...
Pensiero stupendo...

martedì 20 ottobre 2009

16 - il mio amico Ivan

Il mio amico Ivan è partito, ha viaggiato, è arrivato in India. Lì si è fermato.
Il mio amico Ivan lavorava coi matti, da qualche parte sull'Appennino. E si è licenziato, ed è partito.
Adesso Ivan sta in mezzo alla foresta pluviale, senza cellulare, senza vicinanza con niente intorno a sé. Le uniche cose che ha vicine stanno in verticale, sopra la sua calotta cranica, sulla sua testa rasata, sulle sue sopracciglia folte, sulla sue spalle larghe, sopra la sua piccola statura. Quello che può essere così vicino da avere un contatto con lui, adesso, non è qualcosa di materiale come lo potremmo intendere noi da qui: è un piatto di robaccia da mangiare, è le grida e le braccia di altri pazzi, cacciati nel buio di una foresta indiana, è il sole che penetra le fronde che immagino altissime e impervie e inospitali e disumane. Ed è la notte, ed è un nugolo di divinità che ti fanno impazzire quando si mettono a gridare tutte insieme, come imamgino facciano di frequente. Più o meno come i matti del manicomio dove Ivan adesso si trova, abita, forse lavora come faceva sull'Appennino. O forse, semplicemente, come è usanza degli umani quando si riuniscono nello spirito della semplicità, in questo ospedale psichiatrico nella foresta non fa altro che sperimentare il senso dell'ospitalità, coi matti, i dottori, gli animali della foresta, le piante, i malumori, le risate, l'asprezza, i demoni, gli dei.
Ivan ha scritto dei romanzi, e uno ne ha pubblicato. E' accaduto prima che mollasse tutto per lavorare coi matti, da qualche parte sull'Appennino. E questo romanzo ha vinto due primati: è il più bel romanzo scritto in Italia negli ultimi anni; ed è il romanzo con la più brutta copertina pubblicato in Italia da sempre. La copertina l'ha scelta l'editore. Anche il titolo l'ha deciso l'editore: o meglio, è stato il frutto di un compromesso. Il romanzo di Ivan si chiamava "Cristo ha un fratello incazzato". Alla fine l'editore è riuscito a strappare un accordo su "L'ultimo romanzo di Dio".
Al liceo, più di dieci anni fa, avevo scritto un racconto su una festa di ubriachi. Compariva anche Ivan, ed era una specie di goffo satiro danzante, nato per caso o per sbaglio sull'Appennino. Poi, dopo la maturità, siamo andati insieme ad altri amici in un'isola sperduta del Messico, e lì abbiamo dimenticato la mitologia, ascoltando Vasco per un mese, con un walkman scassato come si usava a quei tempi.
Ivan ha lasciato i matti dell'Appennino ed è partito. Si fa sentire poco. Non ha il cellulare con sé. Manda un'email ogni tanto, ma breve, perché la connessione non dura. Immagino che debba fare molta strada per uscire dalla foresta e trovare una postazione internet. Forse Ivan adesso vive vicino al santuario dei leoni della foresta di Gir, dove vive l'ultima popolazione di leoni asiatici salvata da un principe innamorato, e sente l'energia degli animali.
Ivan ha mollato ed è partito, perché cercava. Io credo che cercasse il motivo per cui certa gente, a un certo punto, è costretta a mollare e a cercare.
Ivan sta tra le liane, tra gli alberi secolari, gli insetti giganti, e vedo la sua faccia piena di terra, dipinta dalla natura, un volto selvaggio, sul filo tagliente della pazzia, che poi è la normalità degli umani quando non si travestono da cittadini, animali addomesticati.
Ivan aveva aperto un blog prima di partire per tenere informati noi che siamo restati, o che siamo tornati. Si chiamava "Da piccolo farai il pirata": ma l'ha chiuso. E ha fatto sapere che non riporterà foto.
Il mio amico Ivan mi manca, le serate rare al Caffè del Sole, da qualche parte sull'Appennino, le poche parole lanciate attraverso gli anni, la traiettoria degli sguardi sempre più selvaggia e più adulta e vicina.
Aspetto che torni. Anche se una parte di me spera che non ritorni mai, e che mi mandi un'ultima email per dirmi che ha trovato la strada per raggiungere il senso di tutto il cercare, e che prenderà quella strada, e che quella strada lo porterà lontano da noi, infinitamente lontano da noi, definitivamente lontano da noi. Invece so che il mio amico Ivan tornerà, e questo mi conforta e mi autorizza a fantasticare su di lui.
Il mio amico Ivan, adesso, il pensiero di lui, per me, questa luce scura, è come una risata buona, davanti a un bicchiere di vino. Magari d'inverno. Tutti stetti e infreddoliti. A tenere lontani gli spifferi dalle articolazioni. A fare il vapore per strada. Da qualche parte sull'Appennino.

lunedì 19 ottobre 2009

15 - due leoni

Vorrei avere in camera due enormi leoni di pietra. Di quelli che a volte stanno all'entrata di palazzi o di chiese: imponenti, monumentali, fieri. Che sembra si guardino con complicità fraterna, ma, se cambi appena punto di vista, ti accorgi che ti tengono d'occhio, pronti a piombare su di te. Certo, queste statue occuperebbero buona parte dello spazio, ma in compenso mi ricorderebbero ogni mattina che noi un tempo eravamo leoni. Prima che l'evoluzione, per così dire, ci portasse fino a qui. Ma siamo stati leoni, ragazzi, ricordate? Leali, gialli, forti e selvaggi. Equilibrati. Consapevoli di noi stessi.
E poi, le due statue accanto al letto mi ricorderebbero la storia della civiltà dei leoni, magnifica e struggente. La storia di tutti i leoni, e di un unico rappresentante di un'altra specie, quella umana.
Dice che in tempi preistorici, i leoni abitessero ovunque in Europa, Africa, Medioriente, Asia e Nord America. E che fossero parecchio più grandi di quelli odierni. Poi, con i cambiamenti climatici si ritrassero dal Nord e sparirono dal continente americano. Nel periodo d'oro dei Greci, si trovavano dal Portogallo all'India, e in tutta l'Africa. Poi i Romani ci diedero giù con le armi, e riuscirono a farli quasi sparire dall'Europa. Nel secondo secolo il filosofo greco Dione ne attestava l'estinzione; e in effetti, di leoni europei, restava solo una piccola popolazione nel Caucaso. Più le civiltà umane fiorivano, più i leoni si riducevano. Mai l'incompatibilità tra due specie di mammiferi fu più lampante. Presto sparirono da tutto il Nord Africa; nel decimo secolo furono sterminati gli ultimi leoni del Caucaso; nel tredicesimo i Crociati uccisero l'ultimo leone di Palestina. Con l'arrivo delle armi da fuoco la sottospecie asiatica fu decimata in poco tempo. Tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo fu assestato il colpo di grazia: nel 1907 venne ucciso l'ultimo leone della Mesopotamia; in Iraq gli ultimi due esemplari furono catturati per il diletto del governatore turco di Mosul, e non si riprodussero; in Arabia e in Turchia i leoni sparirono con la prima guerra mondiale; l'ultimo leone di Persia-Iran fu ucciso nel 1942.
Ora i leoni stanno soltanto nell'Africa subsahariana. E anche lì, l'avvento del colonialismo ha avuto le stesse conseguenze per i leoni che per gli umani: distruzione, morte, sterminio. Prima per paura e difesa, poi per sport. In tutto ne restano circa ventimila, di leoni, in rapida diminuzione.
Ma la Storia non è lineare, Hegel e Marx avevano torto marcio. contro ogni logica e aspettativa, c'è ancora una piccola popolazione di leoni asiatici che vive in India. Sono duecentocinquanta, e sono gli ultimi.
E' qui che entra in scena l'essere umano; è qui che nella Storia, come a volte accade, fa irruzione il Miracoloso.
E' l'inizio del Novecento. Il giovane principe indiano musulmano Muhammad Mahabat Khanji III, governatore della regione di Junagadh, sa che i leoni stanno letteralmente scomparendo sotto i colpi della ferocia e della stupidità umane. Muhammad allora, in tutta semplicità, regala un terzo del suo regno ai leoni. Nessun umano ci può entrare, a parte lui stesso. Questo è il regno degli ultimi leoni. Lasciateli in pace. Oggi, in quella grande porzione di terra che con l'indipendenza indiana è diventata un parco protetto, vivono in pace gli ultimi 250 leoni asiatici.
Questa storia mi piace, mi commuove, mi dà forza. Mi dà il senso della salvezza e dell'eccezionale. La forza e l'intuizione geniale di un uomo possono fermare il corso di una follia generale. O almeno evitare che questa giunga -portando noi e tutto quanto con sé- alla sua naturale destinazione finale: la catastrofe.
Purtroppo domattina questa storia non la ricorderò più. Penserò a un miliardo di cose; poi sarò travolto da informazioni, immagini, notizie, pensieri, spazzatura, commenti, cicalecci, mosconi, berlusconi, urgenze, emergenze, navi tossiche in mare, inezie. Di certo non penserò ai leoni.
Per questo adesso vorrei avere due statue di leoni in fondo al letto. Così anche domattina ricorderei. E, pensando a quei gialli cugini, sorriderei.

domenica 18 ottobre 2009

14- Obama e la Luna

Se le coincidenze hanno un senso, questa merita di essere presa in esame.

Il primo fatto è che il 9 ottobre Obama è stato insignito del premio Nobel per la pace. Personalmente, la cosa mi ha reso euforico: non so se Obama meriti, o meriterà mai, questo riconoscimento; ma so che milioni di persone in tutto il mondo, che si sono sempre credute in conflitto l'una con l'altra, ora sono accomunate dalla speranza che le parole di Obama diventino realtà. Io credo che il premio sia stato assegnato a tutti questi africani, mediorientali, arabi, asiatici, iraniani, europei, americani. Un giorno forse si scoprirà che sarebbe stato meglio dare a Obama il Nobel per la letteratura. Ma intanto la sua presidenza ha già cambiato il mondo, perché le parole cambiano il mondo. E la poesia è potente. Perfino più della politica e dell'economia. Una promessa può non essere mantenuta; ma una parola lanciata non può essere svuotata del suo significato, della sua potenza, delle conseguenze che genera.

Il secondo fatto è che lo stesso giorno gli USA hanno bombardato la Luna. Ecco, ci mancavano le bombe sulla Luna. Si  tratta di una missione scientifica della NASA, ovviamente. Ma il fatto non cambia. E i fatti non possono per nessina ragione essere privati della loro potenza simbolica. Hanno tirato bombe sulla Luna, questo è il fatto. Forse è stato un modo scoppiettante di festeggiare i 40 anni dal primo contatto fisico tra un essere umano e il nostro satellite. Anche l'anti-poesia ha la sua potenza. E chissà se la Luna ha gradito questa festa a sorpresa, che le ha causato un nuovo cratere di 7 km di diametro.

Non so quale relazione ci sia tra questi due fatti, a parte la data.
Da parte mia vorrei solo dare un suggerimento a chi ha voluto questa stravagante missione spaziale: la prossima volta che vi viene voglia di scorrazzare intorno alla Luna, lasciate perdere i missili, rileggete l'ORlando Furioso e provate a seguire le orme di Astolfo: come il cavaliere riuscì a recuperare quello di Orlando, a voi potrebbe capitare di ritrovare il vostro...

...perché da noi modo tu apprenda,
come ad Orlando il suo senno si renda.

Gli è ver che ti bisogna altro viaggio
far meco, e tutta abbandonar la terra.
Nel cerchio de la luna a menar t'aggio,
che dei pianeti a noi più prossima erra,
perché la medicina che può saggio
rendere Orlando, là dentro si serra.
Come la luna questa notte sia
sopra noi giunta, ci porremo in via.

sabato 17 ottobre 2009

13- non è successo niente

Il mio progetto è fallito. La bomba non è scoppiata. Ero certo che dopo l'annotazione n° 12 di ieri si sarebbe scatenato il finimondo; pensavo che se anche una sola persona avesse letto quella notizia, la cosa avrebbe fatto il giro del globo in un paio d'ore; immaginavo che la gente prima l'avrebbe verificata, poi si sarebbe strappata i capelli e sarebbe scesa in strada urlando, che tutti contemporaneamente ci saremmo recati nei palazzi del potere con bastoni e coltelli e avremmo linciato i responsabili di queste azioni, che avremmo scorticato i giornalisti che ci hanno raccontato che i morti in Iraq erano qualche decina di migliaia, che avremmo inchiodato alle loro responsabiltà i tutori di questo criminale ordine mondiale, di cui siamo complici, utenti e beneficiari.
Niente di tutto ciò è accaduto.
Allora mi chiedo quand'è che noi esseri umani abbiamo smesso di essere intelligenti.
Quand'è che abbiamo perso il contatto con la realtà.
Mi chiedo come nasce la nostra strana morale, e a cosa serve.
Mi chiedo se qualcuno ricorda i motivi per cui è stato invaso l'Iraq. E quelli che hanno portato Hussein all'impiccagione.
Comunque non importa: abbiamo smesso da tempo di essere una specie animale intelligente, le cose procedono senza alcuna ragione, giustificazione, misura, pertinenza. Niente importa, niente che non sia utile ad abbrutirci ulteriormente nella nostra personale tana. Abbiamo smesso di essere un'eccellente specie animale tra le altre, per diventare "bestie", per usare una geniale categoria inventata da noi stessi.
Io voglio la felicità. La mia felicità. La cosa più tragica è che, sono sicuro, insieme al senso della realtà e della responsabilità abbiamo perso ogni possibilità di essere felici. Collettivamente. Ci accaniamo a cercare una realizzazione personale che gira a vuoto, nel vuoto di questo delirio dove è tutto finto e tutto è possibile, senza limite all'orrore, dove le parole e i significati cadono nel vuoto, dove il valore della vita umana cade nel vuoto, se i giornalisti decidono che non fa notizia, dove lo spazio della nostra possibile felicità è un vuoto che può essere soltanto riempito sempre più artatamente di immagini, ambizioni adrenaliniche e idiozia.
I miei amici di Marte mi hanno invitato a trasferirmi da loro. Capiscono la mia situazione, sono comprensivi e generosi. Umani. Ma io devo restare qua.
Questo è il mio mondo. Questa è la mia specie. I nostri crimini sono i miei crimini. La nostra infelicità è la mia infelicità. Le crepe del sistema sono il punto dove si può sviluppare il mio ritorno alla realtà. La mia possibilità di felicità.
Scriverò lettere ai miei amici su Marte.
Ma voglio restare. E parlare.

venerdì 16 ottobre 2009

12 - BUM:

La guerra e l'occupazione in Iraq hanno causato UN MILIONE DI MORTI tra gli Iraqueni. Il 70% dei quali per opera dei soldati USA e degli eserciti alleati.
(fonti: ORB, The Lancet)