blog di Carlo Cuppini

blog di Carlo Cuppini



mercoledì 4 novembre 2009

31 - poi serra la bocca

Uscito dallo studio medico, scivolo sull’ultimo gradino perché stamattina ha piovuto ed è tutto impiastricciato di infide orme fangose, e in più l’entusiasmo per la vita e per la giornata in pieno svolgimento mi spinge ad un fatale andamento in levare. Quindi scivolo e scivolo male, e cado all’indietro, a batto la schiena contro lo spigolo di pietra del gradino. E’ così che muoio.
Poi sono uscito dal palazzo, ed era notte, ed era aperta campagna, ed era già dopo la fine dell’umanità.
Frugando nel cespuglio e tra le foglie in cerca della civetta sparita e dell’ultimo sapore inaccessibile, sono caduto nel pozzo. Sono caduto all’indietro e mi sono roto le ossa. Così sono rimasto riverso, laggiù, a guardare la bocca nera del pozzo, e la notte al di là di quella, di un nero più chiaro, perché fuori, la notte, è bagliore.
Ed ecco affacciarsi sul bordo del cratere intere schiere di nani da giardino: spregevoli, conformisti, colorati e lucidati in superficie, ma di perfido cemento omogeneo all’interno. I nani accorrono a frotte per godere della mia sciagura, della disfatta e della minuziosa frantumazione ossea che analizzano dall’alto con puntigliosa pedanteria. E’ molto evidente che traggono piacere dalla mia caduta; dietro le teste dei primi ne spuntano altre, di altri che si abbarbicano l’uno sull’altro pur di non perdersi lo spettacolo della bestia in trappola. Vorrei esporre davanti a loro il teorema di Pitagora, o il principio di Archimede, o altre cose del genere, ma ho le ossa rotte e non posso parlare. Inoltre, ed è la cosa peggiore, non ho alcun ricordo di tutte queste cose, a parte il nome, deve essere un effetto del precipitare.
Ridono, ghignano e sputano. Mi ricoprono letteralmente di sputi; sono centinaia a sputare, contemporaneamente, o dandosi il cambio, o a ritmo alternato. Sputi vigorosi, rumorosi, molesti. Sicuramente corrosivi e nocivi per la mia salute già molto precaria. Alcuni tirano sassi, pietruzze, massi, senza farmi alcun male. Per puro spregio. Vorrei ergermi di scatto e lanciargli addosso pietre acuminate, oggetti taglienti o molto pesanti, pezzi di roccia che produrrebbero una carneficina, farebbero di tutti i nani una orrenda poltiglia. Ma ho le ossa rotte, non posso muovere un dito. E resto disteso a guardare le teste che si assiepano sempre più fitte, l’apertura del pozzo sempre più stretta, il bagliore della notte sempre più lontano.
Ora il pozzo si chiude su di me come un morso.
Come quando il buio ti divora e poi serra la bocca, e ti manda giù.

Sapevo che i nani da giardino sono malvagi e scaltri. Ben diversi, in questo, dagli altri nani, i nani più informi e più oscuri, molto meno smaltati, che abitano i piani di sotto, e non si fanno vedere, e preparano la festa. Pensare che per ingraziarmeli, questi feroci, tempo fa ho militato nei ranghi del Fronte Popolare per la Liberazione dei Nani da Giardino, che ha sede in Svizzera. Questa è la gratitudine che ora sanno dare.
Ma ora, quando finisco questa tazza di tè, cioè quando scendo dall’autobus, ovvero appena smette di piovere e mi decido a partire, li chiamo a raccolta e li scricchiolo io per benino, come fossero dita, e voglio vedere se resta qualcosa del loro spocchioso sorriso, dei loro vermigli cappelli, degli smaltini applicati.

martedì 3 novembre 2009

30 - reale

Quindici mesi fa ero morto e pensavo: “Tutto è infinitamente distante. La realtà è impossibile. La vita è preclusa. Fine”.
Per rinascere ho fatto una lunga passeggiata solitaria: un milione di passi circa su un sentiero desolato e santo, popolato di silenzi, canti e visioni. Al ritorno ho pensato: “Non c’è distanza tanto grande che non si possa raggiungere a piedi. Anche la vita è laggiù da qualche parte, dove posso arrivare.”
Tre mesi fa sono partito per la Palestina: un viaggio da solo nei bassifondi del mondo, tra il dolore puro e una gioia spogliata di tutto. Avevo intenzione di attraversarla a piedi, in venti giorni, andare da Tel Aviv a Gerusalemme senza saltare un passo. Volevo conoscere quella terra palmo a palmo. Mi dicevo: “Non c’è distanza tanto piccola che non possa essere colmata se non a piedi”.
Così sono partito, ma dopo una giornata di cammino ho cominciato a muovermi in autobus: era troppo importante essere in tanti luoghi diversi e lontani, dove incontrare persone, ascoltare racconti, stringere mani e sguardi ed esistenze. Fare incontrare la mia fame con la sete di altri, la loro sete con la mia fame. E per questo non andavano bene la solitudine, e non andavano bene i piedi. Volevo un paesaggio senza tecnologie; e ho incontrato l’uomo senza tecnologie.
Al ritorno ho pensato: “Non c’è alcuna distanza al mondo. Una volta sconfitto il turismo, tutto è vicino e reale. Ripulire il destino da questa piaga che rende spettatori, ïn fuga per sempre, da sempre. Cancellare dalla mente la vacanza, il tempo libero, l’immaginazione. Fare delle proprie giornate qualcosa di inaudito e potente.”
Sono qui, nella vita. Sono dentro il mio volto. Allungo la mano e tocco il volto di chiunque, accarezzo le sue palpebre, mi batte dentro forte il suo cuore, cantiamo insieme a squarciagola nel deserto, nella giungla, in un taxi.
Sono una Tigre Tamil, una prostituta slava sui viali, un prete cacciato dalla sua parrocchia, un ragazzo nascosto sotto un camion per passare il confine, un profugo che non si fa esplodere, una vedova irakena, una giornalista uccisa in Cecenia, un barbone che ruba al mercato, un’anziana che muore mentre va alla deriva, e intanto parla da sola e prega, non per se stessa ma per chi rimane, e morendo, tra le rughe, sorride.

lunedì 2 novembre 2009

29 - quel tanto che

l’importante è avere scritto in eccesso
come Alda Merini
e non aver detto ancora abbastanza
rispetto a tutto
quel fuoco
che c’è

l’importante è avere scritto pochissimo
come Cristina Campo
e non avere taciuto abbastanza
rispetto a tutta
quella tigre di assenza
che c’è

l’importante è non aver scritto il giusto
non avere fatto per bene
il compitino di scuola
l’importante alla fine è essere stati
irriducibili
dissennati quel tanto che basta
per sfuggire alla classificazione
che i funzionari del cimitero
dei vivi
proveranno a farti
firmare

quella firma è la cosa che certo
non scriverai
mai

domenica 1 novembre 2009

28 - i morti

Tutti gli anni, senza eccezioni, da anni, quando arriva il primo di novembre mi viene in mente una storiella che mi ha racconto il mio amico Antonio. Si tratta di uno dei tanti apologhi memorabili che riguardano il suo nonno paterno, figura leggendaria per più di un motivo, a cominciare dal suo aspetto aspro e asciutto, in tutto e per tutto beckettiano.
Ecco che un tale, anni fa -ed era appunto il primo novembre- lo vide intento a lavorare. Gli domandò perché non facesse festa come tutti. Il nonno di Antonio rispose:
I LA FESTA LA FACC' D'MEN: PERCH'I MAI SANTI EN CE CREG, MO MA I MORTI SE.
Io faccio festa domani: perché ai santi non ci credo, ma ai morti si. Capito?

27 - una sigaretta

Seduto a fumare in salotto, dopocena, le gambe accavallate, i pantaloni della tuta di un grigio liso e slentato, non posso evitarmi questa vista: il tessuto logoro degli abiti da casa è tutto imbrattato: macchie umide di liquami freschi, di colore trasparente, grigio, giallino, verdino, con punte di marrone e arancione. Fino al grigio scuro tendente al nero: tutti gli organi interni hanno smollato, si sono sfondati nello stesso istante, senza dolore né avvertimenti: hanno buttato fuori i loro contenuti segreti, riversandoli abbondantemente di sotto, sul cavallo basso dei pantaloni: anche i muscoli e la pelle del ventre devono avere ceduto: altrimenti non si spiegherebbe tale evidente e imbarazzante fuoriuscita. Se poi alzo appena la testa e lo sguardo, davanti a me, sulla poltrona c'è un uomo con un grosso cappello nero calato pesantemente sugli occhi: la tesa del cappello getta un'ombra su tutto il resto del viso: come se l'Angelo volesse nascondermi la sua identità: come se le ali imponenti schiacciate tra la sua schiena e la spalliera, non fossero sufficienti a smascherarlo.
Mi guarda di sottecchi, dissimulando qualunque genere di interesse. Fuma una sigaretta, soffia forte, ma con noncuranza, il fumo lontano dal viso. Oziosamente, direi. Quasi un pretesto per occhieggiare dalla mia parte. Mi basta un'occhiata veloce al pacchetto sul tavolo per capire che si è preso la penultima sigaretta del mio pacchetto: l'ultima sta ancora lì, mezza fuori, a denunciare con la sua solitudine l'indebita sottrazione. Comunque, di certo, stasera non avrò il coraggio di fumare quell'ultima sigaretta. Né, credo, lo farà lui. Quando spengo la mia, se n'è già andato. Ed io sto bene, pronto ad alzarmi, andare.
Non capisco cosa accada stasera:

venerdì 30 ottobre 2009

26 - Come grattarsi una spalla mentre scrivo una relazione per il ministero


Vorrei svegliarmi la mattina e sentire l’aria, sentire i respiri miei e degli altri umani, degli altri animali, delle creature; sentire il cosmo che gira, sentire del tutto intuitivamente le parti viventi di un mondo vivente, inafferrabile, non condificabile, ma percepibile, palpitante, partecipabile, miracoloso, piovoso, soleggiato, pervasivo. Vorrei sentire con levità e serietà che lo spirito c’è, eccome se c'è, e che magari, a seconda dei momenti, e dell’umore, e della lucidità, potrei chiamare dio, nuvole, bellezza, gioia, disperazione, utopia, tristezza, prurito, realtà, respiro, amore, noi, morte, nascita, niente, creazione, fuoco, spirito santo, santità, venuta dell’angelo.

Mi piacerebbe che questo fosse un movimento spontaneo del mio essere, un attitudine fisiologica, leggiadra e disinteressata, a cui non dover porre troppa attenzione, quasi un sovrappensiero, come fare pipì prima di uscire, come uno sbadiglio, uno stiracchiamento seduto sul bordo del letto, un battito delle palpebre guardando il mio amore, un grugnito al risveglio. Come grattarsi una spalla mentre scrivo una relazione per il ministero. Come un fatto incredibile e inaudito che piomba in me con la naturalità della nascita di un cucciolo di gatto in giardino. Un fatto che quasi non chiede parole per essere spiegato, comunicato, accettato; ma che forse chiede poche, segrete, parole per diventare un fatto del tutto umano, del tutto reale, del tutto vicino, familiare, desertico e quotidiano.
Vorrei svegliarmi con una totale libertà di quei vuoti del corpo e della mente che si aprono allo stupore e al sacro, grazie a quei piccoli blackout. Come quando stacchi da ciò che stai facendo per andare a fare la cacca, e allora, grazie a quell’interruzione della logica in corso, ti balena l’idea più geniale e inattesa, e piena di grazia, della giornata.
Invece c'è la Chiesa, che ha rubato dio.

Hanno cacciato don Santoro da Firenze.
Dalla Comunità di Base delle Piagge, dove da anni aveva trasformato l'incubo della peggiore periferia fiorentina in un piccolo regno di umana utopia, di umano rispetto, di scambio, conoscenza, solidarietà. L'hanno cacciato perché ha disobbedito: ha celebrato in nome di dio un matrimonio tra due credenti che vlevano essere benedetti. Un matrimonio che però non andava celebrato. Il Vescovo si è incazzato, e l'ha cacciato. Il Vescovo è nuovo a Firenze. Alle Piagge non c'è neanche mai stato. Il Vescovo è ricco, mangia bene, veste bene, si fa la barba. Il Vescovo crocifigge Cristo, e milioni di cristi, ogni giorno, a ogni suo passo su questa terra, con ogni suo respiro e a ogni sua parola, a ogni sua decisione.
La Chiesa Cattolica è un crimine contro l'umanità, come sempre, da sempre.

Voglio dedicare un pensiero a don Santoro. Anzi un'immagine: una foto in bianco e nero di Mario Giacomelli che ritrae tanti giovani preti che ballano come dervisci, che ridono, scherzano, giocano, si guardano, si sfiorano.
E poi voglio dedicargli il pensiero del sorriso dei preti che fino a mille anni fa si sposavano come tutti gli altri umani, prima che la Chiesa calasse su di loro uno dei tanti editti che veicolano morte e dolore.
E poi voglio dedicargli la visione che ho avuto qualche giorno fa a Bologna: di una giovane suora, bellissima luminosa e sensuale, quasi abbracciata a un altra ragazza come lei, in giubbotto di pelle e stivali: si guardavano con i volti a un palmo di distanza, le bocche distese in due larghi sorrisi, quasi a sfiorarsi, lo sguardo illuminato e, avrei potuto giurarlo, innamorato.
E poi voglio dedicargli l'immagine di me, che mentre scrivo una pallosa relazione per il ministero e mi gratto una spalla, mi rendo conto che quello è dio che viene a me si soppiatto, da ribelle, per distrarmi, trovando il modo di arrivare a me senza che io debba pagare la tassa ai banditi che l'hanno sequestrato.

E poi voglio dedicargli il pensiero apocalittico ed esilarante del mio amico Ivan, persona blasfema come poche perché come poche ama la vita, che il giorno di Natale celebrerà la Messa davanti ai pazzi e agli infermieri dell'ospedale psichiatrico sperduto nella giungla, in India, dove si è andato a cacciare: questo gli ha chiesto il direttore, perché Ivan è italiano e lì non c'è un prete; e questo sono sicuro che Ivan farà: celebrerà la Messa di Natale e io, caro don Alessandro, io vorrei invitarti, da uomo a uomo, a venire con me a partecipare a questa balorda messa indiana. Se solo potessimo teletrasportarci, vorrei regalarti questo viaggio, andata e ritorno in giornata, per esprimerti la mia stima, il mio sostegno, e per avere occasione di fare due chiacciere con te. Sono sicuro che tu accetteresti l'invito. E saremmo, anche lì, con dio.

mercoledì 28 ottobre 2009

24 - parole di amico

Avevo chiesto al mio amico Majd se volesse scrivere qualcosa, qualunque cosa, per la militanza del fiore. Majd è un profugo palestinese, ha 23 anni, sta nel campo profughi di Al Ain. E' un ragazzo sensibile e intelligente, è arrabbiato per ciò che ha visto accadere intorno a lui, per tutti i suoi 23 anni di vita passati sotto occupazione militare. Studia e vuole fare teatro. Ha voglia di comunicare, conoscere, di uscire dalla gabbia dove è nato. Non è facile. Non ha potuto lasciare la Palestina per andare all'estero a studiare teatro. Come il suo amico Salah, che ora fa l'Accademia di Teatro a Damasco. A Majd, decine di amici e parenti gli sono stati portati via dai soldati israeliani, uccisi nei continui raid che vengono compiuti di notte nel campo, almeno tre volte a settimana. Chi viene ucciso per motivi legati all'occpazione militare, i Palestinesi lo chiamano martire, e appendono le sue foto sui muri fitti e pendenti del campo. I muri di Al Ain ne sono tappezzati. Questa estate ho passato con lui -con i suoi amici, con la sua famiglia, e con altri viaggiatori come me- delle belle giornate, sorseggiando caffè, thé, limonata e birra; guardando le luci di Nablus la sera, dai tetti delle palazzine del campo; ascoltando struggente musica egiziana, raccontandoci incubi e sogni sulle panchine del parco cittadino.
In risposta al mio invito, alle 5.50 di questa mattina Majd ha mandato il messaggio che segue, che ho cercato di tradurre fedelmente.


Amici,
che cosa posso dire!!?
oggi, intorno alle 4 di mattina, le forze di occupazione israeliane hanno invaso il campo profughi di Al Ain, per profughi palestinesi e hanno arrestato un ragazzo, Sameh Amin Rammaha. E’ molto naturale, per niente sorprendente, che le forze di occupazione facciano un lavoro del genere, ma ciò che vorrei far notare è che le forze di occupazione hanno voluto umiliare l’Autorità Nazionale Palestinese, dato che da più di un anno esiste un accordo che vieta agli Israeliani gli assalti alle città palestinesi. Ma questo sottolinea una volta di più l’incapacità dell’ANP di proteggere la sua gente; e allo stesso tempo ribadisce il disprezzo per le forze di occupazione e la loro mancanza di rispetto per qualunque cosa, e per tutti quelli che sono stati oltraggiati, per l’umanità dei bambini e degli adolescenti.
Infine voglio dichiarare quanto segue:
Sameh Amin Rammaha, 17 anni, è il fratello di due martiri uccisi nella seconda intifada, e ha un fratello di 12 anni in stato di detenzione amministrativa.
Grazie mondo


E questo è ciò che compariva nel profilo facebook di Majd stamattina:

Good morning world, I woke up at 4 am, voice bombing, screams of soldiers, and they arrest my cousin teenager 17 years.

martedì 27 ottobre 2009

23 - il re è morto

Il re è morto e il suo popolo resta attonito intorno al suo corpo. Il corpo è ancora caldo, sembra fumare nella radura umida, nel cuore della foresta. Si solleva un leggero vapore dalla sua pelle nuda. Forse è l'anima che svapora, un po' alla volta. Il corpo del re è disteso, enorme, gli occhi chiusi, il torace sollevato è imponente. E' stato un grande re, amato dal popolo; un individuo grandissimo, a partire dalla statura. Un re spodestato, alla fine, quando, dopo 15 anni di regno, il suo stesso figlio usurpò il trono. E allora il veccho re fu costreto a farsi indietro, non senza avare sostenuto una selvaggia lotta per il potere. E alla fine della battaglia, il popolo giurò obbedienza al nuovo giovane sovrano, ma continuò ad amare e a rispettare il vecchio re, che non fu neanche costretto all'esilio. Continuò a vivere con il suo popolo, tra la sua gente, con la sua famiglia ancora per molti anni. Fino a pochi giorni fa, quando la malattia l'ha ucciso. E ora giace sulla nuda terra.
Per forza la gente lo amava: il re aveva salvato il suo popolo dall'annientamento. Durante la guerra civile che devastò la regione in cui vivevano, causando centinaia di migliaia di morti, il re portò il suo popolo lontano, oltre i confini del paese, strisciando acquattati nella foresta, nascosti tra gli alberi, con intelligenza e coraggio.
Il re fu seguito per tutta la sua vita da una donna europea. La donna aveva un debole per il sovrano, voleva sapere tutto di lui, lo seguiva ovunque e dedicò tutta la vita a lui. Fu uccisa per lui, da gente malvagia. Perché era amica del re e del suo popolo, mentre questa gente malvagia era nemica del re e del suo popolo.
Ora che il re è morto, è calato n silenzio spettrale e impressionante nella foresta. Anche suo figlio, il nuovo sovrano, si avvicina con rispetto e, sembrerebbe, con dispiacere, al corpo del padre. A volte qualcuno dei presenti si avvicina fin quasi a sfiorarlo, con la mano tesa, tremante, per assaggiare il mistero della morte e sentire per un ultima volta la vibrazione dell'anima del re, la potenza del suo carisma, la sua statura morale.
Stanno tutti in silenzio, sgomenti, ma senza lacrime: concentrati e assorti davanti al mistero della morte che è ancora più grande e importante della tragedia di un popolo che resta orfano.
Il popolo del re morto è molto attento, si stringe intorno al cadavere e mentre vengono svolti i rituali funebri, la pulizia, la lavanda, alcuni montano la guardia tutto il tempo, dandosi il cambio, e non allentano mai l'attenzione. Sono circospetti, quasi elettrizzati e pronti a scattare: perché sentono la presenza di creature tutto intorno, invisibili, nascosti tra le fronde. Sanno che queste creature potrebbero avvicinarsi e profanare il corpo del re, prima che venga consegnato degnamente all'eternità. Temono che queste creature potrebbero addirittura trafugare il suo corpo e utilizzarlo per i loro scopi empi e malvagi. Per questo montano la guardia, armati, pronti a difendere il corpo del re, pronti a difendere se stessi, la propria identità, il proprio destino.
Perché conoscono bene queste creature che stanno acquattate e li osservano da lontano: sono gli umani.
E il re è Titus, sovrano dell'ultima popolazione di gorilla. La donna europea era Dian Fossey, onore alla sua memoria. Gli uomini che l'hanno uccisa sono dei cacciatori di frondo, della stessa specie di quelli che hanno portato i gorilla all'estinzione. La regione da cui Titus ha portato via il suo popolo è il Ruwanda dei tempi del genocidio, 1994.
Il re è morto. Viva il re.

lunedì 26 ottobre 2009

22 - Gesù va in vacanza in Palestina

Gesù va in vacanza in Palestina.
E' pieno di bei posti da visitare, e poi tutto gli ricorda la sua infanzia, la sua vita da uomo, le sue pazzie giovanili. Quanti ricordi, quanta dolcezza, che malinconia struggente...
Eccolo a Betlemme, e non c'è da stupirsi che voglia cominciare proprio da qui. Gli hanno detto che c'è una bella chiesetta ortodossa, piena di luci, costruita proprio sopra la sua grotta. E bella lo è per davvero. Ma scusa, cosa sono quei brutti buchi sulla parete esterna della basilica?. Un uomo dalla pelle scura e segnata da molte rughe fuma appoggiato a un angolo della piazza. E' lui che gli risponde. "Quei buchi è quando l'esercito israeliano ha preso a cannonate la chiesa. Ci si erano rifugiati dentro una cinquantina di palestinesi ricercati".
Caspita, pensa Gesù con un brivido, neanche durante le crociate era mai stato violato questo posto.
Vabbe', andiamo avanti, si dice Gesù, qua tutto sommato c'è un bel clima, un'atmosfera accogliente... tutti questi arabi calorosi, per lo più cristiani, mi sento bene, mi sento da dio.
Ecco che lo invitano in una casa a prendere il caffè, a gesti perché Gesù non capisce l'arabo. Però si intendono bene. Alla fine spunta fuori un ragazzetto che parla inglese e Gesù può togliersi qualche curiosità:
"Cos'è questo paese? Siamo sempre a Betlemme? C'è un'aria diversa..."
"No questo è il campo profughi Aida, appena fuori Betlemme"
"Ah. E cos'è questo coso enorme a un metro dalle case?"
"E' il muro che i soldati hanno costruito quattro anni fa. Di là c'era il nostro campo di ulivi dove i bambini giocavano."
"Cosa vuol dire Aida?"
"E' il nome di una donna che abitava qui quando sono arrivati i profughi, nel '48. Lei era una giovane donna cristiana, i profughi erano migliaia, e lei diede da bere e da mangiare a tutti, i primi giorni. Per gratitudine gli abitanti hanno chiamato il campo con il suo nome".
Va bene, Gesù ne ha abbastanza di Betlemme e va sul Giordano, nel luogo dove Giovannino battezzava la gente, e dove battezzò anche lui. Che nostalgia, quei tempi...
Bum. Gli esplode qualcosa sotto i piedi. E per fortuna che è Gesù, sennò ci sarebbe rimasto secco. Il corvo sulla cima dell'albero inforca gli occhiali e sfoglia una guida turistica: "Il luogo del Battesimo di Cristo si trova oggi in un campo minato. Le mine furono messe dai giordani quando Israele occupò tutta la Palestina nel '67, per evitare che fosse invasa anche la Giordania.Al contrario di molti altri siti, gli Isrealiani non hanno sminato questa area, indirizzando la funzione delle mine contro gli stessi Giordani che le hanno poste".
Seccato Gesù si scrolla la polvere dai calzoni e se na va anche da qui.
Via, a vedere il panorama dal Monte degli Ulivi! Li si si sta bene di sicuro!
Ah, che aria buona da lassù, e che vista splendida di Gerusalemme! Gesù si gira a guardare la vallata anche dall'altra parte. Ma cos'è quell'obbrobio? Un muro alto otto metri che separa casa da casa, scuola da ospedale, orto da giardino, famiglia da famiglia. Incontra un prete che chiacchiera con un imam, e deve avere un'aria parecchio spaesata perché quelli gli dicono in coro: "Guardi quell'affare? E' il muro di separazione. Tirato su proprio in mezzo alla parte araba di Gerusalemme"
Gesù si ricorda di Betlemme. In effeti è lo stesso muro, avrebbe dovuto riconoscerlo.
"Ma questa zona non è dentro lo stato palestinese?"
"Sì. E allora? Gli israeliani stanno inglobando tutto, con la scusa della sicurezza", rispondono i due con identica aria rassegnata.
"Be'.. date a Cesare quel che è di Cesare". E' un po' confuso Gesù, non gli esce niente di meglio che questa. Non sa neanche lui a cosa si riferisca. Ma bisogna capirlo: gli si stanno prospettando delle vacanze di merda.
Il prete e l'imam non gli danno neanche retta e se ne vanno a braccetto, un po' mesti, un po' infervorati da discorsi sopra i massimi sistemi.
Basta. Gesù decide di affidarsi a un'agenzia. Non vuole cazzi, basta col turismo fai da te!
Allora lo mandano a fare un tour del fantastico, nuovissimo, parco archeologico ebraico proprio sotto le mura della città santa. Perbacco, le tombe dei patriarchi... questo sì è emozionante!
Ma... cos'è quella catapecchia a tre piani in mezzo al parco?
Risponde la guida, tossicchiando: "Purtroppo le autorità non sono ancora riuscite a cacciare quella famiglia di arabi, e quindi non hanno potuto ancora demolire la casa..."
"Ma di chi è quella casa?"
"Be'... è loro. Ma è nella nostra terra"
"Ma questa non è Palestina?"
"No. E' la nostra terra. La terra di Israele. Ce l'ha data YHWH.
YHWH gli stava sulle palle anche 2000 anni fa, a Gesù. Anche se cercava di non dirlo troppo ad alta voce, che gli avevano detto è pericoloso. Che tanto poi l'hanno ammazzato lo stesso, tanto valeva dicesse tutto quello che pensava, pane al pane vino al vino.Un dio che dice: "esiste un solo dio, che poi sarei io, e non è un dio per tutti gli uomini: io sono il dio di un club privato, il club dei quattro gatti, nello specifico di 14 milioni di persone. Gli altri 7 miliardi, cazzi loro. Io sono il solo Dio, e non sono per loro. Puppa!"
Un Dio così, a Gesù, gli faceva girare le palle. E ora gli girano ancora di più, dopo avere sentito questa guida, e questa storia delle centinaia di case demolite per fare il fantastico parco archeologico israeliano, i terra palestinese. Lui che ha dato tutto per l'universalismo. Tutti gli uomini sono uguali, e Dio è il padre di tutti... Un corno, risponderebbe la suddetta guida ebrea.
"Vado a trovare Abramo, so dov'è la sua tomba, ho guardato su internet!", questo è ciò che scrive Gesù sul diario di bordo.
E quindi prende un autobus e va a Hebron. Eccolo, nel cuore della Palestina, e anche qui è tutto un offrire caffè, tè, pasticcini. E non c'è un cane che parli inglese, qua. Ma Gesù è un tipo espansivo, si fa capire a gesti. E anche questi famosi palestinesi sono così, proprio come si dice.
Hebron è proprio bella, ha fatto bene a venire qua, si sta rilassando davvero, adesso, Gesù.
Si ferma davanti a una statua e legge nella guida per capire di chi si tratti: pare sia Baruch Goldstein, un tale colono ebreo ultraortodosso che una ventina di anni fa ha fatto irruzione nella moschea della città e ha preso a mitragliate i ragazzi che stavano inginochciati a pregare. Ne ha ammazzati 30, prima di essere ammazzato a sua volta dalla security. Per questo gli hanno fatto una statua.
Gesù ha la nausea, non ne può più.
"Domani riparto e vado a Sharm El-Shiek, giuro su Dio. E intanto, oggi pomeriggio vado a sbracarmi sul Mar Morto, già che è a due passi da qui!"
Eccolo sbracato, in bermuda, con i piedi a mollo nelle acque salatissime e salutari, tra vecchi miliardari russi e ucraini circondati da puttane e travestiti. Se la spassa, finalmente riesce a non pensare a niente. C'è anche qualche pellegrino cristiano che non lo riconosce e lui decide di restare in incognita. Questi lo travolgono di racconti entusiastici: "...E poi abbiamo fatto la via crucis con una croce di legno vero sulle spalle, cantando e pregando... è stato incredibile! Ora siamo qui a rilassarci un po' prima di ripartire. Israele è un posto fantastico, molto spirituale". Gesù ha un brivido, incassa la testa tra le spalle e si rimette gli occhiali da sole.
Arriva il proprietario dello stabilimento, con aria americanissima e una gran bandiera israeliana stampata sulla maglietta...
"Cristosanto! Ma qui siamo in Palestina!"
"Palestina??? Questo è Israele, è tutto Israele! Questa è la mia piccola colonia, vedi, c'è l'esercito che mi difende, ci sono le bandiere bianco-azzurre per ricordare a quei cani qui fuori che tutto questo è nostro, e noi, conquisteremo tutta la terra che ci ha dato YH..."
Gesù si è già alzato e gli ha mollato un pugno nel grugno. Non lo vuole neanche sentire nominare quel nome. E ha deciso: altroché Sharm El-Sheik: andrà in vacanza a Cuba, a fumare un sigaro con Fidel prima che muoia, con una keffya sulla testa a proteggerlo dal sole e dalle mosche.

domenica 25 ottobre 2009

21 - promemoria medioriente

supermercato-
comprare le palpebre
le ciglia
gli occhiali
per intravedere un po' meno
in parte oscurare
e nel tempo del battito
potere del tutto
dimenticare
questa distesa di sangue
e tutto il resto
del male

venerdì 23 ottobre 2009

19 - bombe sull'Italia

Gli USA e i loro alleati della NATO sono soliti bombardare i paesi dove si annidano gruppi criminali pericolosi per la collettività mondiale e per le democrazie. Anche se questi gruppi sono minoritari e in opposozione ai governi di tali paesi. Come nel caso del Pakistan e dell'Afghanistan oggi, dopo la fine del regime dei Taliban. Ad esempio.
Dopo la faccenda delle navi nucleari nel Mediterraneo, mi aspetto che qualcuno bombardi l'Italia, e non solo il Sud, cercando di radere al suolo con raid aerei i covi dei leader mafiosi, i loro quartieri generali, soprassedendo su eventuali stragi di civili e altri incidenti collaterali, sparando a vista a tutti gli individui sospetti di militare nelle file di orrganizzazioni mafiose. In genere basta essere vestiti in un certo modo per risultare sparabili. Questo è ciò che avviene in tutto il Medioriente, per lo meno. In genere, in queste cose, i militari non vanno tanto per il sottile.
La mafia non è terrorismo internazionale? Be', i suoi effetti, finora, sono sicuramente più devastanti. Per noi, e per tutti. E per tutto. Non si capisce perché il governo italiano mandi le truppe a scovare terroristi in Medioriente e altrove, e non risolva questa piaga. E' un po' come se Karzai mandasse soldati Afghani a dare la caccia ai mafiosi o a proteggere i napoletani dalla guerra dei clan. Ma in fondo questo è comprensibile: ci pace il surrealismo politico e giornalistico.
Quello che non capisco veramente è perché si sia creata una coalizione mondiale che attacchi l'Italia, con bombe e carrarmati, per fare ciò che i nostri governanti non sono stati capaci di fare finora: sgominare militarmente questi criminali.
Forse succederà. Quando i popoli del Mediterraneo cominceranno a pescare pesce fosforescente.

giovedì 22 ottobre 2009

18 - pensiero vertiginoso

Dopo le dichiarazioni dei finiani sull'opportunità di introdurre l'ora di Islam a scuola, oggi mi sveglio con un pensiero politico che finalmente mi spiazza. Eccolo:quando Fini e D'Alema creaeranno insieme un partito, lasciando a bocca aperta post comunisti e post fascisti, un partito che pensi a un'Italia laica, europea e mediterranea, multietnica, progressista e riformista, antiberlusconiana, con un forte stato sociale, basata sulla legge e sul diritto, attenta ai ceti più disagiati, basata sull'individuo e non sulla famiglia, un partito capace di gesti impopolari e di linguaggio politico... Quando questo accadrà potrei forse tornare a interessarmi alla politica italiana.
Pensiero balordo...
Pensiero vertiginoso...
Pensiero stupendo...