blog di Carlo Cuppini

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lunedì 30 novembre 2009

57 - storie vere: "Misha De Fonseca"

L'anonimo commentatore della mia nota di ieri mi ha aperto gli occhi forzatamente sul grande inganno in cui sono caduto. E' vero, la storia che ho riportato della bambina adottata dai lupi è clamorosamente falsa, inventata di sana pianta dall'autrice, che è stata poi costretta a ritrattare tutto, in lacrime, dopo le verifiche svolte in seguito all'uscita del film. Non è mai vissuta nel bosco con i lupi. Non è ebrea. E non si chiama Misha De Fonseca.
Lì per lì, appena ho verificato tutto questo, mi sono arrabbiato con il commentatore anonimo: perché mi aveva rotto le uova nel paniere, e aveva fatto svanire una bella illusione, e soprattutto aveva vanificato una militanza del fiore.
Subito dopo però ho pensato che niente di tutto questo è vero. In fondo quella che ho raccontato ieri, per me resta la storia più bella sul nazismo, sulla guerra e sulla persecuzione degli ebrei. Come ho detto. Anche se non parla di niente di tutto ciò. Come ho detto. E anche se è una storia falsa.
Tutti i romanzi sono falsi. E una volta giocavano oziosamente e deliberatamente su questa ambiguità, come il Manzoni. Il fatto che l'autrice in questione spacci la sua storia per vera però è qualcosa di diverso dalla finzione del romanzo: è una menzogna.
Non so perché, ma in questa colossale mistificazione ci trovo qualcosa di affascinante -e lo dico a mio discapito, dato che sono stato io stesso uno dei buggerati. Eppure, nonostante l'orgoglio ferito, non posso non simpatizzare per una donna che è riuscita a far bere una storia del genere a mezo mondo, per anni, spudoratamente. Tanto spudoratamente da far leva sul nostro tabù fondamentale: il senso di colpa universale verso gli ebrei. Con la dose rincarata dalla presenza dell'infanzia. Non è stato Tarantino a infrangere il tabù degli ebrei durante il nazismo: è stata la falsa Misha De Fonseca, molto tempo prima, e clandestinamente, che se ne è fatta gioco prendendo tutti per il naso.
Nella menzogna così deliberata c'è un cortocircuito tra il piano attivo e militante della realtà e quello passivo e disinnescato dell'immaginazione. I situazionisti e Luther Blisset lo sapevano bene: mentire per mentire, per gettare il caos nelle abitudini cognitive, per destabilizzare tutto, per fare la rivoluzione.
Ma i situazionisti erano bravini e ordinati, tutto sommato. Perché erano marxisti, e condizionati dall'eterno, hegeliano, moralistico, dover essere, dover fare.
La falsa Misha De Fonsaca è stata destabilizzante come un Luther Blisset. Ma è stata più anarchica. Selvatica, indomita, egoista, irriducibile. Una piccola criminale. Ha fatto tutto questo solo per sé, con brama e indifferenza di animale.
Quindi penso che, forse, alla fine si dovrà scoprire che la sua confessione era falsa, e che lei ha stretto davvero un patto coi lupi, per poter diventare quello che è diventata e fare quello che ha fatto.

domenica 29 novembre 2009

56 - ringhiando a pochi centimetri dal suo naso

C'è la storia di una bambina che scappa perché è ebrea, e i nazisti vogliono eliminarla, come hanno fatto con il resto della sua famiglia. Allora lei, che ha appena 7 anni, riesce a mettersi in salvo dopo una fuga precipitosa dalla cantina dove sta segregata. E va nel bosco. E il bosco è fitto, buio e freddo. Perché siamo nel Belgio occupato del '43; ed è autunno.
Nel bosco, la bambina incontra i lupi. E visto che i cattivi, in quegli anni come in questi, erano esseri umani, i lupi allora dovevano essere buoni. E non la sbranarono. Anzi, la adottarono.
La bambina era coraggiosa: si unì al branco, diede dei nomi ai lupi, per mesi condivise in tutto e per tutto la loro vita, a quattro zampe. All'inizio stando in fondo alla rigida gerarchia del branco. Poi un giorno venne promossa, e le furono affidati i cuccioli mentre tutti gli altri adulti andavano a caccia. Era una dichiarazione di fiducia incondizionata da parte di tutto il branco.
Non so perché, ma la cosa che più mi ha toccato del racconto è un episodio legato al cibo. La bambina, erano i primi tempi della sua adozione, osservava i cuccioli chiedere cibo alla lupa che era stata a caccia: strofinavano il muso su quello della lupa, mugolando. La lupa allora vomitò un bel mucchio di carne masticata che i lupetti divorarono. Quando il pasto fu terminato, la bambina si avvicinò ai resti perché stava morendo di fame. Ma la lupa adulta le saltò addosso immobilizzandola. La tenne schiacciata a terra a lungo, ringhiando a pochi centimetri dal suo naso. Poi la lasciò libera e si allontanò un po'. Allora la bambina ebbe l'intuizione fondamentale: si avvicinò cauta alla lupa, a quattro zampe, mugolando e piangendo, e strofinò la sua faccia sul muso e sulla bocca dell'animale. Moriva di fame, il suo mugolio era un'implorazione.
Allora la lupa vomitò per lei tanto cibo quanto quello che aveva dato ai figli. E lei mangiò, come un lupo. L'incontro è fatto di attenzione e rispetto, e tutto è cultura: anche il chiedere, il supplicare, il chiedere aiuto, il mangiare. Tra tutti i viventi. C'è qualcosa che può farci davvero condividere e incontrare e comunicare: tra umani e umani, tra umani e animali. Tra tutti i viventi. E, forse, non solo. C'è qualcosa, che deve avere a che fare con una forma di rispetto e di attenzione, che ci permette di essere tutti sullo stesso piano, uguali, fratelli. Quei lupi erano pronti a dimenticare ogni differenza tra la propria specie e quella della bambina. E non c'era pelliccia, forma, colore, che tenesse. Attraverso i secoli, viene in mente Francesco. Un altro bambino in fuga delle guerre degli umani.
Tempo dopo ci fu un conflitto tra il capobranco e un lupo più giovane. Il giovane si trovò messo in minoranza e dovette scegliere di abbandonare il branco. La bambina era legata a lui, e con dolore scelse a sua volta di lasciare il branco, per restare unita a lui. Si consumarono i rituali dell'addio. Senza rancori. Ma tra il lupo giovane e la bambina in capo a poco tempo si incrinò qualcosa. Entrambi avevano perso il loro contesto familiare, erano irrequieti. Il lupo voleva stare solo.
La bambina fu di nuovo sola, nel bosco. E quando il sentiero la condusse a uscire dalla selva, la guerra era finita, i nazisti non c'erano più, e alcuni umani erano pronti ad accoglierla, nella sua selvatichezza, per reintrodurla alla comunità degli umani.
La bambina si chiamava Misha Defonseca. Ora è una donna anziana. Dopo molti anni dalla sua vita nei boschi, decise di scrivere la sua storia. Mi sono imbattuto nel suo libro per caso, due anni prima che ne fosse tratto un film. Non ho visto il film: mi basta il ricordo di questa storia vera, raccontata malamente, ma vera. E' come se me l'avesse raccontata mia nonna, e non c'è bisogno di metterci sopra delle immagini.
Non so perché, ma per me questa resta la più bella storia sul nazismo, sulla guerra e sulla persecuzione degli ebrei. Anche se non si parla affatto di nazismo, di guerra e di ebrei.

sabato 28 novembre 2009

55 - "ti racconto io una storia questa volta"

Ti racconto io una storia questa volta.
Conosco una persona dal 1986 o forse 1987, quando seppe di essere sieropositivo. La conobbi mentre era in una comunità terapeutica con altre tre ragazze. Loro sono tutte morte nel frattempo. Aveva quella che nel gergo si chiama doppia diagnosi, tossicodipendenza e disturbo di personalità. Non stava bene in comunità e allora, pur avendo ottenuto l'affidamento, preferì rifiutare la pena alternativa e tornare in carcere. Negli anni ha vissuto in comunità, in case famiglia, in carcere; è stato ricoverato più volte in ospedali, in reparti di psichiatria, di malattie infettive e chissà in quanti altri. Negli ultimi anni il suo problema maggiore era l'alcolismo, si innamorava e l'immancabile delusione lo riportava a bere. L'ho rivisto da poco, dopo una permanenza in una comunità fuori Toscana. Mi ha raccontato che si era recentemente ricoverato per un intervento chirurgico e che era stata un'esperienza dolorosissima. Lui, che era vissuto mesi in ospedali e strutture più o meno sanitarie, non era mai stato trattato così male, con timore, paura, non aveva mai sentito lo "stigma" della sieropositività come in questa occasione. La mia prima reazione è stata quella di rabbia nei confronti del personale medico e infermieristico che lo aveva seguito in quest'ultimo ricovero. Poi ho riflettuto che probabilmente nelle occasioni precedenti era così di fuori da non percepirlo lo stigma e che ora, con gli occhi riaperti da una sensibilità normale, si è reso conto di quello che prima comunque accadeva intorno a lui e che non riusciva a leggere.
Ecco cosa intendo quando penso al tuo blog e alla possibilità che aiuti a svicolare dal pensiero dominante, ad aprire gli occhi.
Continuare, lo capisco, è difficile, deve esserci una fine, una data limite, o più verosimilmente prevedere una crescita, e me lo accenni.
Auguri
Massimo

venerdì 27 novembre 2009

54 - anche se fa male

Usciti dal cinema dopo la visione di Lebanon, il vincitore del Leone d'Oro, non si potrà che convenire con il poeta, che "la guerra è bella anche se fa male". Mi sono trovato ad ammirare l'esattezza estetica della regia, la lucidità delle immagini accuratamente e perfettaemnte sporcate di espressionismo. Poi, solo più tardi, ho cominciato a interrogarmi sul senso dell'operazione, al di là dell'impalcatura visiva impeccabile. E ho cominciato a ridimensionare il mio entusiasmo, non trovando altri messaggi se non quello che ho riassunto citando De Gregori.
Ma è stato un altro fatto a farmi cambiare prospettiva sul film, e in generale mi ha dato da riflettere sulla nuova ondata di cinema israeliano che riflette criticamente sulla guerra.
Tramite tam tam mi è arrivata la lettera con cui il regista israeliano Eyal Sivan ritira un suo film da un festival francese. Ne riporto alcune righe.


Londra 6 Ottobre 2009
Care Laurence Briot e Chantal Gabriel,
Sono sinceramente onorato che abbiate pensato di programmare il mio film "Jaffa, La meccanica dell’arancia" per chiudere la vostra retrospettiva. Tuttavia, dopo matura riflessione, ho deciso di declinare il vostro invito. Le ragioni di questa decisione sono complesse e di natura politica, e per questo vorrei, se siete d’accordo, spiegarvele dettagliatamente.
 [...]
La politica razzista e fascista del governo israeliano e il silenzio complice della maggior parte dei suoi ambienti culturali durante la recente carneficina operata a Gaza come di fronte alla continua occupazione, alle violazioni dei diritti umani e alle molteplici discriminazioni nei confronti dei Palestinesi sotto occupazione o dei cittadini palestinesi dello Stato israeliano – tutte queste ragioni giustificano il mio mantenere le distanze rispetto ad ogni avvenimento che potrebbe essere interpretato come una celebrazione del successo culturale in Israele o una garanzia della normalità del modo di vivere israeliano. Poiché la vostra retrospettiva fa parte della campagna internazionale di celebrazione del centenario di Tel-Aviv e gode, a questo titolo, del sostegno del governo israeliano, non posso che declinare il vostro invito.
[...]
Non posso essere associato ad una retrospettiva che celebra artisti e cineasti che godono dì una posizione di privilegio assoluto e di una totale immunità, ma che hanno scelto di tacere quando crimini di guerra venivano commessi in Libano o a Gaza e che continuano ad evitare di esprimersi chiaramente sulla brutale repressione della popolazione palestinese, sul blocco di 3 anni e la chiusura di oltre un milione di persone nella Striscia di Gaza. Ci tengo a smarcarmi da quei miei colleghi che utilizzano in modo opportunista, perfino cinico, il conflitto e l'occupazione come sfondo dei loro lavori cinematografici e come rappresentazione neo-esotica del nostro paese – pratiche che possono spiegare il loro successo in Occidente e in particolare in Francia – ed io rifiuto di essere associato a loro nel contesto della vostra manifestazione.
[...]
Sia la mia storia e la mia tradizione ebraiche che le mie convinzioni e la mia etica personali mi obbligano, nelle circostanze politiche attuali – mentre le autorità delle democrazie occidentali e le loro intellighenzie hanno fatto la scelta di stare al fianco della politica criminale israeliana – a oppormi pubblicamente con questo atto fermo e non-violento all'attuale regime di apartheid che esiste oggi in Israele.
Termino riprendendo le parole del mio collega ed amico, il famoso regista palestinese Michel Khleifi, che non cessa di ricordarci che la sfida che dobbiamo affrontare, in quanto artisti e intellettuali, è quella di proseguire i nostri lavori non GRAZIE alla democrazia israeliana, ma MALGRADO essa.
Per questo, sempre in modo non-violento, continuerò a oppormi, e a incitare i miei colleghi a fare lo stesso, contro il regime israeliano di apartheid e contro il "trattamento speciale" riservato nelle democrazie occidentali alla cultura israeliana ufficiale di opposizione. Augurandomi che accettiate e comprendiate la mia posizione e sperando di avere l'opportunità di mostrare il mio lavoro in altre circonstanze, con sincera gratitudine e rispetto,
Eyal Sivan

giovedì 26 novembre 2009

53 - vittoria o morte

Da un po' di tempo si parla di Risorgimento, con o senza polemiche, in vista del centocinquantenario dell'unificazione dell'Italia che cade nel 2011. Si ascoltano più frequentemente le polemiche, per la verità, e gli appelli al revisionismo. Montalbàn, alla presentazione di un suo libro, si chiedeva perché noi italiani percepiamo i personaggi del Risorgimento come figure polverose e non come eroi rivoluzionari e attuali, tipo Zapata o Pancho Villa in Sud America. Non so.
Darò il mio contributo alla riflessione sul Risorgimento. Questo documento me lo ha mostrato mio nonno qualche anno fa. E' un po' ingiallito perché ha centotrentanni. In calce compare la data di stampa: cento anni e ventuno giorni dopo io sono nato. Di questo documento esistono due copie: una ce l'ha ancora mio nonno, l'altra l'ha affidata a me. Il testo è stato scritto da un mio antenato bolognese. Lo stile è fluviale e sgangherato: non era un intellettuale né un soldato, ma un piccolo commerciante che si è battuto per le strade della sua città, per liberarla dalle forze di occupazione.
Invito chi non avesse voglia di leggere tutto il testo a dare un'occhiata alle ultime righe. A partire da: "Dunque, fratelli..."

 

mercoledì 25 novembre 2009

52 - operazioni di disinnesco

si sente dire alla radio:
la strada statale tal dei tali
resterà chiusa oggi
per consentire le operazioni
di disinnesco
di un ordigno bellico

allora-
guardando le foglie grandi
gialle per terra nel parco
che coprono ghiande e vermi
e impronte di cani e di umani-
mi chiedo:
quante strade dovrebbero
restare chiuse oggi
per consentire le operazioni
necessarie al disinnesco
di quel grande ordigno bellico
che è la guerra?

martedì 24 novembre 2009

51 - quando eravamo gli irakeni

Quando noi eravamo gli irakeni, gli americani e gli inglesi ci tiravano le bombe. E ci andavano pesante. Come non hanno battuto ciglio a distruggere il Museo Archeologico di Baghdad, il più importante per i reperti delle civiltà mesopotamiche, così non si facevano scrupolo a tirar bombe sui musei italiani, sulle chiese, sui monasteri, sulle case, sui castelli; sulle piccole pievi di campagna. E se americani e inglesi fossero rimasti qualche mese in più dopo la vittoria, e se tale Togliatti non avesse deciso che non valeva la pena fare davvero la rivoluzione, noi non avremmo smesso di essere irakeni nell'immediato dopo guerra: al contrario, saremmo diventati ribelli, terroristi, e avremmo preso legnate ancora più sonore, dagli americani e dagli inglesi (sempre quelli).
Se racconto queste ovvietà, è soltanto per prendere tempo prima di raccontare qualcosa di veramente divertente che non mi vorrei bruciare subito: ma ecco, il momento è venuto.
Di recente è circolata la voce -ne hanno dato notizia i giornali nazionali- che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l'Inghilterra stesse valutando la possibilità di cedere le Marche alla Polonia; per lavarsi la coscienza dal fatto di avere ceduto l'intera Polonia a Stalin, probabilmente.
In qualità di marchigiano (sebbene in esilio volontario altrove), la lettura di questa rivelazione mi ha commosso e divertito talmente che devo spendere un ringraziamento postumo per quel volpone di Churchill. Idee surreali come questa meritano di essere ricordate. Un po' come creare uno stato ebraico in mezzo al Medioriente, per dire.
Poi, in qualità di urbinate, ne avrei un'altra da tirare fuori, già che ci sono.
Pare che gli inglesi volessero radere al suolo il Palazzo Ducale di Urbino, perché avrebbero potuto nascondervisi nazisti. Allora come ora, non andavano tanto per il sottile, in queste cose. Dunque bombardarono. E rasero al suolo.
Per fortuna gli anglo-americani, oltre a essere guerrafondai, a volte brillano della già citata vocazione al surreale, che in questo caso evoca il tragico, anzi lo devia: infatti i piloti, consultando le carte, confusero Urbino con Urbania, a circa 20 km, e qui sganciarono le loro bombe, cancellando metà della meravigliosa cittadina rinascimentale. Che però non era il Palazzo Ducale di Urbino.
Comunque, ripensandoci, devono essere tutte leggende. No, certe cose non possono capitare davvero. Anche soltanto a scriverle suonano così ridicole...

domenica 22 novembre 2009

49 - il sig. Pietra d'Oro e il caos

Per cercare di far luce sul grande guaio che è successo a Gaza poco meno di un anno fa, l'ONU decise di mandare una squadra capitanata da un super-inviato speciale: il sig. Pietra d'Oro. Lui e i suoi avrebbero dovuto capire che cosa fosse realmente successo, come fossero potuti morire 1400 civili palestinesi in 20 giorni di attacco, a fronte di 13 sodati israeliani, e se per caso, in tutto questo, qualcuno fosse colpevole di qualche crimine.
La decisione dell'ONU accese un barlume di speranza in chi da troppo tempo aspetta giustizia. Ma subito dopo si sparse una voce: che il sig. Pietra d'Oro non fosse poi così adatto a fare da osservatore neutrale. O meglio, non in questo specifico caso: dato che tra i diversi attributi che lo caratterizzano, molti dei quali encomiabili, c'è anche il fatto di essere ebreo.
Niente contro gli ebrei naturalmente. Ma qualcuno si chiese: possibile che, posto che al mondo ci sono 6 miliardi di persone e che di queste 14 milioni sono ebree, possibile che per valutare obiettivamente un conflitto tra israeliani e palestinesi non si potesse trovare una persona adatta al compito tra i non pochi non ebrei?
Ma chi, come me, si pose questa domanda, fu poco dopo costretto a riconoscere la propria malafede. Infatti il sig. Pietra d'Oro, che deve avere il cuore d'oro e non di pietra, tornò da Gaza con un rapporto dettagliato, in cui si accusava Israele di crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Nello stesso rapporto si accusava anche Hamas di crimini di guerra, ma in misura considerevolmente meno significativa.
La pubblicazione del rapporto riaccese ben più di un barlume di speranza, in chi aspettava giustizia da tempo.
Le regole del gioco, poste dall'ONU, erano che qualora il rapporto avesse indicato delle responsabilità criminali, le due parti avrebbero dovuto condurre indagini internamente per individuare e punire i colpevoli. Altrimenti se ne sarebbe fatto carico la comunità internazionale con gli organismi preposti.
Ciò che accadde fu che i leader di Hamas accettarono il rapporto, il governo israeliano no.
Al che la palla tornò all'ONU. E durante la votazione preliminare necessaria a ratificare collettivamente il rapporto, gli USA votarono contro. E tutto si bloccò.
Il motivo che addussero fu che il rapporto era giusto ma conteneva dei "vizi".
Allora il sig. Pietra d'Oro ripiombò in mezzo alla scena, e con tono realmente accorato supplicò il governo degli Stati Uniti di esporre le specifiche della sua critica, in modo che lui potesse capire di quali vizi si trattasse e quindi ribattere punto per punto.
Nessuna risposta.
Ecco la fine di questa storia: il leader di quelle persone che aspettavano giustizia, ma ormai non l'aspettavano più, chiamato Abu Mazen, perse ogni credibilità verso la propria gente, la quale si sentì presa per i fondelli una volta di più, una volta di troppo. Davanti a tale delusione, il suddetto leader decise di gettare la spugna e annunciò che non si sarebbe ricandidato alle elezioni di pochi mesi successive.
Ed ecco una mia previsione, che vorrei vedere smentita dalla storia: a fine gennaio ci saranno le elezioni in Palestina, e la Palestina, e con essa Israele, e con esso il Medioriente, piomberà nel caos. La gente, stremata da questo gioco cinico, e senza più un leader moderato credibile, si butterà nuovamente verso l'estremismo di Hamas, o verso altri nuovi che dobbiamo ancora conoscere.
Immagino il sig. Pietra d'Oro seduto alla sua scrivania, con il capo tra le mani, a pensare a questi scenari che non ha potuto scongiurare; che, anzi, cadendo lui stesso vittima della strana logica di questo cattivo gioco, lui stesso, con il suo sacrosanto lavoro, ha contribuito a concretizzare.

sabato 21 novembre 2009

48 - bisogna immaginarsi il cane

"Ti mando una cosa che mi è venuta in mente leggendo la tua militanza del fiore. Una piccola cosa, scritta da Scabia.
E’ un piccolo racconto di campagna estiva, fra Scabia e un cane lupo. Quest'ultimo abbaia, dietro il suo cancello, Scabia cerca di calmarlo. Prima parla, a bassa voce, poi fa finta di prendere qualcosa e lanciargliela, e il cane sta al gioco, anzi, prende il gioco in bocca: afferra un ramo e lo mostra allo spettatore camminante.
Passa un po' di tempo, così, in questo gioco di lanci giocosi e finti, nei salti che i cani fanno. Bisogna immaginarsi il cane, dietro il cancello, prima rabbioso per l'intrusione e poi forse felice, che salta in tondo in cerca del bastone (finto) che lo spettatore gli lancia. Sono sguardi e giochi, non cose.
Scabia allora scrive: "Ecco la forma primaria del gioco, della danza, del teatro e della poesia: un tornar su se stessi ballando e prendendo slanci per brevi voli avendo in bocca qualcosa che è un ramo significa qualcos'altro, in compagnia di qualcuno che prende parte al gioco".
Non so bene perché: ma la tua militanza del fiore mi ha ricordato questa lettura, e te la volevo mandare.
Buone care cose, e buoni giochi,
Matteo"

venerdì 20 novembre 2009

47 - va' pensiero

Scrivere una nota polemica su un'iniziativa della Lega Nord può sembrare un esercizio ozioso, scontato e fin troppo banale. Ma quando entra in scena il surreale, vale sempre la pena dedicare attenzione alla cosa, anche se lo spunto viene da quella fonte. Il surreale insegna, e fa ridere.
Dice quindi che vogliono sostituire l'Inno d'Italia con il Va' pensiero di Verdi. Dice anche, contraddicendosi,  che il Va' pensiero è l'Inno della Padania separata dall'Italia. Dice che non c'è cittadino "padano" che non conosca le parole del suo inno. E dice che, per chi avesse bisogno di ripassarlo, tutti i giorni viene trasmesso su Radio Padania alle 10.30, e il fine settimana viene ripetuto ogni ora. Il sito di una sezione locale della Lega Nord dice tutto questo.
Ma anche altra gente, non "padana" e non leghista, è favorevole alla sostituzione dell'inno.
Certo la musica di Verdi è sublime.
Ma viene da chiedersi se qualcuno di questi signori abbia decodificato il significato delle parole, e il loro contesto. Non li si può biasimare comunque: la decodifica dei significati, per quanto sia un'operazione relativamente semplice per noi umani, sembra essere oggi uno sport poco in voga.
Ecco quindi qualche informazione.
All'interno della storia raccontata nel Nabucco, il Va' pensiero rappresenta un momento un cui gli schiavi ebrei scappano dall'Egitto e vagheggiano il ritorno alla loro patria. Si parla di una "Patria" di cui non si fa il nome, ed è identificata solo dal riferimento a tre luoghi caratteristici: il Giordano, Sionne, Solima. Il Giordano non ha bisogno di spiegazioni. Sionne è Sion, il monte sacro per gli ebrei, alle porte di Gerusalemme, il centro ideale della nazione. Solima è il nome greco e latino di Gerusalemme.
Dunque si vorrebbe che l'inno d'Italia fosse il canto di un gruppo di ebrei  che pensano ad Israele, piuttosto che una canzonaccia barricadera, artisticamente mediocre come è l'inno di Mameli, ma certo intrisa della passione clandestina e rivoluzionaria di chi la cantava a squarciagola nel 1948 esponendosi alla repressione (l'inno era vietato in quanto filo-repubblicano), e poi nel '60 dai garibaldini, e poi ancora nel '70, con la presa di Roma e il crollo dello Stato Pontificio.
Canteremo l'inno dell'Italia sionista... sarebbe un caso unico e stupefacente, non c'è che dire!
Comunque, per tornare al surrealismo, l'Italia è sempre stata qualcosa di straordinariamente surrealista in sé, senza neanche bisogno che i leghisti ci mettano del loro: quindi, per concludere, bisogna ricordare che, se l'inno di Mameli è l'Inno d'Italia de facto, l'Italia non ha ufficialmente alcun inno nazionale: né Mameli, nè Verdi, né niente. Credo sia un caso unico al mondo, o quasi. Infatti nel '48 i costituenti non si misero d'accordo, e la cosa rimase in sospeso. In seguito ci furono vari tentativi di disegni di leggi o modifiche costituzionali (fino all'anno scorso) per riconoscere ufficialmente l'inno e stabilire la versione corretta e le modalità di esecuzione. Ma la cosa non è mai andata in porto.
Quindi ognuno può cantare l'inno che gli pare.
O, anche, non cantarne nessuno.


Va', pensiero, sull'ali dorate
va', ti posa sui clivi, sui colli,
ove olezzano, tepide e molli
l'aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
di Sionne le torri atterrate...
Oh, mia patria, sì bella e perduta!
Oh, Membranza sì cara e fatal!
Arpa d'or dei fatidici vati,
perchè muta del salice pendi?
Le memorie nel petto riaccendi,
ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima ai fati
traggi un suono di crudo lamento,
o t’ispiri il Signore un concento
che ne infonda al partire virtù!

giovedì 19 novembre 2009

46 - silenzio

Sì, sono la febbre alta e la connessa emicrania che mi invitano a cogliere l'occasione per lasciare finalmente un vuoto in questo fiume di parole. Invaso di visioni e riflessioni, sospinte queste da illuminanti letture, malesseri fisici, slanci mentali e febbrile desiderio di chiaroveggenza, lascio invece perdere tutto, rimandando le parole a domani. Metto a tecere i tarli e i barbagli. Chiudo gli occhi.
Questo quaderno non ha lo scopo dello sfogo personale; anche se mi aiuta a mettere a punto una sperimentazione su forme di espressione istantanea, di contenuti a volte improvvisi e a volte meditati. Anche per questo il progetto è destinato ad avere un preciso termine. La mappatura di possibili vie per svicolare dal diktat del pensiero unico presente, per avere scorci anche fugaci di paesaggi diversi, non può andare avanti all'infinito, pena la sua invalidazione. Troverà invece l'opportunità di un travaso energetico e di una trasformazione sostanziale.
Allora mi chiedo: in che senso, questa notte, voglio fare della mia personale necessità di quiete e silenzio la quaranteseiesima proposta della militanza del fiore?
Affido al sonno la risposta, che non verrà, se non in forma di carezza sugli occhi.

mercoledì 18 novembre 2009

45 - lettera

Mia zia ha preso un foglio e ci ha scritto sopra:

"Svegliati, mio intimo, svegliatevi, arpa e cetra
voglio accelerare l'aurora"

Poi ha piegato il foglio, lo ha messo in una busta e me lo ha spedito.
Aprire la busta e leggere questa formula magica mi ha portato un'invasione di gioia. E il fatto che una persona si sia presa la briga di scriverla su un foglio e, come si faceva una volta, comprasse un francolbollo e una busta e infilasse il tutto in una cassetta della posta, immaginando, io credo, il preciso momento in cui io lo avrei aperto e tenuto tra le mani e letto la sua grafia; tutto questo ha spinto la mia emozione della gioia ancora più in là, nel campo dell'impossibile e del miracoloso.

Queste parole non sono tratte dalle Illuminazioni di Rimbaud: si tratta di due versetti di un Salmo biblico. Tempo fa mia zia mi ha regalato un libretto con una nuova traduzione, letterale, dei Salmi e dei Cantici, organizzati secondo la liturgia delle ore cristiana: questo rituale quasi del tutto dimenticato, ma bellissimo e selvatico, come un abbaglio di sole tra il fieno seccato, nei campi dove si svolgeva la vita dura dei nostri nonni e della civiltà contadina, che pregavano con il corpo e la poesia.
Vorrei fare altrettanto: scrivere queste parole in un foglio, tante volte; infilare ogni foglio in una busta e indirizzarla a voi, alla piccola comunità, alla trentina di persone che ogni giorno legge questi appunti. Ma conosco solo pochi di voi, alcuni non so dove abitano; della maggior parte non conosco nè il nome nè il volto.
E poi oggi mi trovo a Bruxelles per lavoro; tira un vento gelido che sembra avvicinarsi il Natale; e sono molto di fretta e sconcentrato da pensieri. Allora affido il pensiero che mi è stato donato a questa trasfigurazione elettronica di dati; anche se manca la carne, e lo sguardo, e l'impronta, e il soffio. Ma confido enormemente nella realtà dell'energia del desiderio, che ci porta ben al di là di dove siamo: noi, le nostre azioni, le nostre intenzioni; e le parole che inventiamo, o che soltanto veicoliamo.