Il Cimitero degli Inglesi è una minuscola collinetta circondata dai viali. Poggiolo di assopita serenità fuoriporta, un tempo, isola spartitraffico piena di croci celtiche inclinate e statue di angeli incrostati di muschio, oggi. Piccola parte di mondo più insensato che sinistro, malgrado tutto. Tanto insensato che il più delle volte ci si passa accanto, ci si avviticchiola intorno per cambiare direzione, la si costeggia sterzando e suonando e imprecando, specie nell'ora di punta, senza neanche vederla per ciò che è veramente. Si pensa magari a una rotonda sporgente, rialzata, sbalzata fuori dal livello del suolo, per qualche motivo, ci sarà un motivo; non si pensa mai a un terrapieno pullulante di antichi cadaveri, antichi scheletri, o forse neanche tanto antichi chissà, le cui restanti ossa vibrano a ogni passaggio di autobus, tintinnano l'una contro l'altra ogni volta che un automobile stringe troppo la curva mettendo tra sé e quei resti una distanza di pochi metri. Godimento puro per i pentiti della retta via, tentazione irresistibile per i fanatici dell'inversione di marcia, il Cimitero degli Inglesi è accessibile grazie a un'esile striscia pedonale che parte dal nulla, il cui inizio nel nulla, che si trova in mezzo all'asfalto, è raggiungibile a sua volta grazie a un'altra striscia pedonale, quella che attraversa i viali e collega le due sponde. Il verde dei pedoni dura poco, troppo poco perché l'attraversatore possa permettersi il lusso di voltarsi e soppesare la possibilità di ritardare di qualche minuto i suoi programmi giornalieri, imboccare la seconda striscia pedonale, quella che dalla principale si diparte quasi perpendicolare, e affacciarsi per qualche minuto in quello spazio recintato e tagliato fuori dalla vita della città, da essa assediato.
blog di Carlo Cuppini
blog di Carlo Cuppini
mercoledì 6 ottobre 2010
martedì 5 ottobre 2010
Premesse, un anno dopo
A volte è bene dimenticarsi delle premesse, per potere andare più lontano, o dove non si sospettava. Poi, in certi momenti, è necessario tornare a riconsiderare le premesse esattamente per quello che erano, per fare il punto dell'andamento, dei cambiamenti di rotta, dei tradimenti.
La militanza del fiore è iniziata esattamente un anno fa. Oggi voglio tornare per un attimo alle premesse. Ecco cosa diceva il primo post, il 5 ottobre 2009.
Scendere
Possiamo scendere un po’. La realtà è lì. Anche se ridotta a un cumulo di macerie. E’ lì appena fuori di noi. Appena dentro di noi. La membrana è sottile. Un solo gradino più in basso, rispetto alle impalcature che sorreggono le nostre tecnologie del pensiero. Un disarmo nucleare cerebrale. Bisogna fare accuratamente il massimo sforzo per ottenere il minimo risultato, quando si scende. Ma che gioia scongelarsi le membra. C’è una realtà che non corrisponde alle mappe dei nostri navigatori satellitari. Le mappe sono tutte sbagliate. Quella realtà che quando si vive c’è da piangere di gioia, e quando si muore si muore e non è un videogioco. La guerra è immateriale e totale. Siamo sottoposti ad attacchi sproporzionati. La psiche è sotto assedio. I nervi sotto assedio. La mente sotto assedio. Il cuore sotto assedio. Hanno anche tolto il coprifuoco: tanto l’attacco è in ogni luogo. E’ la terza guerra mondiale. Il fronte è ormai quasi del tutto interno. E non c’è verso di sradicarsi il germe della mistificazione, dell’ignoranza piena di immagini e informazioni che ci rende patetici e irreali. E inconsapevolmente criminali. Il danno più incalcolabile è già stato fatto: i destini sono preconfezionati, la potenza umana di ognuno disinnescata. Mi aggiro su una distesa di macerie. Questo deserto sono io. Ma tra i detriti c’è roba che pulsa, che pensa, c’è ancora tanto da salvare. Ed è un continuo entrare e uscire. La membrana è sempre più sottile. Fino a incontrare qualcuno. Finalmente. E l’incontro è irreversibile. Quegli occhi... Fino a sentire il calore dei morti. Anche questo è irreversibile. I morti tuoi, che parlano nella tua testa. E altri morti, che parlano attraverso il vento, o i libri. Come Simone Weil. Dostoevski. Francesco. Che sono discesi fino in fondo, fino al punto più alto. Fino al limite della specie. Dove l’esperienza si fa irreversibile. E per questo militante e sovversiva, di una sovversione spontanea. Di una militanza umana totale. Il potere odia e teme ogni cosa irreversibile. Perché l’irreversibilità ci fa diventare reali. E seri. E infinitamente forti e propensi ad agire. Il potere oggi sponsorizza stupidità e ironia, che rappresentano sommamente l’illusione della reversibilità. Le immagini della stupidità ci colonizzano, ci depotenziano, disinnescano. Ma accanto a un morto niente è reversibile, nessun è stupido. Lo stesso vale quando guardi il mondo dal basso. Potenti tanto da potere di nuovo dispiegare le membra: intelligenza, sensibilità, emozione, azione, chiaroveggenza. Allora il destino diventa incalcolabile, la potenza di ognuno inaudita. Non c’è più nulla che sia prescritto. Si può cominciare. E, da ora, siamo per sempre stati.
Scendere
Possiamo scendere un po’. La realtà è lì. Anche se ridotta a un cumulo di macerie. E’ lì appena fuori di noi. Appena dentro di noi. La membrana è sottile. Un solo gradino più in basso, rispetto alle impalcature che sorreggono le nostre tecnologie del pensiero. Un disarmo nucleare cerebrale. Bisogna fare accuratamente il massimo sforzo per ottenere il minimo risultato, quando si scende. Ma che gioia scongelarsi le membra. C’è una realtà che non corrisponde alle mappe dei nostri navigatori satellitari. Le mappe sono tutte sbagliate. Quella realtà che quando si vive c’è da piangere di gioia, e quando si muore si muore e non è un videogioco. La guerra è immateriale e totale. Siamo sottoposti ad attacchi sproporzionati. La psiche è sotto assedio. I nervi sotto assedio. La mente sotto assedio. Il cuore sotto assedio. Hanno anche tolto il coprifuoco: tanto l’attacco è in ogni luogo. E’ la terza guerra mondiale. Il fronte è ormai quasi del tutto interno. E non c’è verso di sradicarsi il germe della mistificazione, dell’ignoranza piena di immagini e informazioni che ci rende patetici e irreali. E inconsapevolmente criminali. Il danno più incalcolabile è già stato fatto: i destini sono preconfezionati, la potenza umana di ognuno disinnescata. Mi aggiro su una distesa di macerie. Questo deserto sono io. Ma tra i detriti c’è roba che pulsa, che pensa, c’è ancora tanto da salvare. Ed è un continuo entrare e uscire. La membrana è sempre più sottile. Fino a incontrare qualcuno. Finalmente. E l’incontro è irreversibile. Quegli occhi... Fino a sentire il calore dei morti. Anche questo è irreversibile. I morti tuoi, che parlano nella tua testa. E altri morti, che parlano attraverso il vento, o i libri. Come Simone Weil. Dostoevski. Francesco. Che sono discesi fino in fondo, fino al punto più alto. Fino al limite della specie. Dove l’esperienza si fa irreversibile. E per questo militante e sovversiva, di una sovversione spontanea. Di una militanza umana totale. Il potere odia e teme ogni cosa irreversibile. Perché l’irreversibilità ci fa diventare reali. E seri. E infinitamente forti e propensi ad agire. Il potere oggi sponsorizza stupidità e ironia, che rappresentano sommamente l’illusione della reversibilità. Le immagini della stupidità ci colonizzano, ci depotenziano, disinnescano. Ma accanto a un morto niente è reversibile, nessun è stupido. Lo stesso vale quando guardi il mondo dal basso. Potenti tanto da potere di nuovo dispiegare le membra: intelligenza, sensibilità, emozione, azione, chiaroveggenza. Allora il destino diventa incalcolabile, la potenza di ognuno inaudita. Non c’è più nulla che sia prescritto. Si può cominciare. E, da ora, siamo per sempre stati.
domenica 3 ottobre 2010
(Un vecchio) canto delle galassie
Ho ritrovato una vecchia poesia, scritta, accantonato, ripresa, riscritta, dimenticata.
Anni luce
Canto delle Galassie
1.
Amore
o aritmetica, non ricordo
dov’era quell’inizio... inizio di cosa? io
non c’ero
Dov’ero quando tutto esplodeva e
non c’ero - argilla
forse era questo
il tutto buio degli occhi
che Chi plasmava a forma di animali
e radici e Chi le dava il senso di nasconderci
alla vista noi stessi
nascondendo l’orrore
l'errore
E poi
anche in seguito non si sono più visti
giovedì 30 settembre 2010
La regola (materiali #1)
con la coda del cane per terra
nello stipite tutti aggrappati allo specchio
scivoliamo tra i muri tra sciami
di gente abbrustolita io te rattrappiti
tra unghie di uccelli in mancanza
di noi dico palpebre cotiche
dire loro qualunque quantunque
che non siamo che pezzi di cane
urlando nella foresta di neon
fuoco tossico fossile acceso a cristalli
liquidi cristallizzati nel ginocchio dà l'artrosi
l'ambulanza è incagliata nel mare
omissione globale di soccorso
sotto il tetto ficchi il tacco nell'orecchio
e quell'altro non sente se su
marte cantiamo canzonette stonate
lune verdi oltre i vetri a dozzine
non lenzuola sul letto c'è il gatto
rasato crepato gasato passato
al tostapane che ha vinto l'enalotto
di notte non saltano le
tubature:
(dai materiali per la raccolta "La regola"... lavori in corso)
mercoledì 29 settembre 2010
Senza titolo
dormiveglia
cerco di pregare
ma la voce mi sprofonda
tra neuroni incollati
e ogni volta non riesco
a arrivare
alla forma di un'ala
a un alone di fede
cerco di pregare
ma la voce mi sprofonda
tra neuroni incollati
cinquanta volte
ricomincioe ogni volta non riesco
a arrivare
alla forma di un'ala
a un alone di fede
martedì 28 settembre 2010
Congedo dalla finestra selvaggia
gola capace ancora
di qualche sospiro
zone umide in mezzo all'arsura
desertificazione calore processi
di riscaldamento globale irreversibile
deforestazione dell'interno
reso muto e deforme
abbacinata mutazione degli organi
di qualche sospiro
zone umide in mezzo all'arsura
desertificazione calore processi
di riscaldamento globale irreversibile
deforestazione dell'interno
reso muto e deforme
abbacinata mutazione degli organi
lunedì 27 settembre 2010
Il sussidiario degli alieni
I sussidiari raccontano la storia in modo sommario e semplificato, si sa. Il racconto della storia risponde sempre a queste caratteristiche, e anche ad un'altra: è falsificato e parziale: perché la storia è violenza, e la violenza implica una colpa: e il vincitore, nel raccontare la storia (è sua prerogativa) cancella dal racconto la propria colpa. Facendo uno sforzo di lucidità, sembrerebbe che spesso le colpe (evidenti) del perdente, siano più o meno simili alle colpe (rimosse) del vincitore. Per esempio, gli eccidi che i nazisti compivano durante la loro ritirata dall'Italia, a guerra ormai persa - Marzabotto, Sant'Anna - sono universalmente deprecati; le due atomiche che gli USA hanno sganciato a guerra praticamente già vinta, sono sì considerate una catastrofe; ma una specie di catastrofe naturale, come un terremoto, uno tsunami; il nostro pensiero qui compie generalmente un'acrobazia di prim'ordine: arrivando a scindere completamente l'effetto dalla causa: le atomiche sono state una tragedia, è vero, ma nessuno ne ha colpa; nessuno si deve scusare per questo; nessuno deve essere perseguito e punito; e non c'è da tirare alcuna somma. E' accaduto, insomma, e basta; non ci pensiamo più.
Città
vedo un cieco che cammina spedito
tra la folla di città per strada
scansa vetri aguzzi di vetrine da guerra
va sui crinali dei neon
oltre il vuoto pneumatico di boati
di frastuoni stridori sgretolare di gole
vedo bene che il cieco
è il solo a vedere
la distesa sconosciuta che ci è casa
la notte desertica e alta e luminosa
dei pastori seminomadi che
sotto il cappotto siamo
vedo che adesso soltanto
nell'attimo breve
di uno sguardo di buio
io riesco a vedere
qualcosa
tra la folla di città per strada
scansa vetri aguzzi di vetrine da guerra
va sui crinali dei neon
oltre il vuoto pneumatico di boati
di frastuoni stridori sgretolare di gole
vedo bene che il cieco
è il solo a vedere
la distesa sconosciuta che ci è casa
la notte desertica e alta e luminosa
dei pastori seminomadi che
sotto il cappotto siamo
vedo che adesso soltanto
nell'attimo breve
di uno sguardo di buio
io riesco a vedere
qualcosa
domenica 26 settembre 2010
Cani, gatti, zingari (bambini, barboni, negri, curdi, palestinesi...)
In Francia hanno deciso per l'espulsione forzata di un certo numero di cani e di gatti fuori dai confini nazionali. Non tutti i cani e gatti, evidentemente, e non individui scelti a caso: il provvedimento riguarda quegli individui immigrati in Francia da altro paese, ancorché membro dell'Unione Europea, che non possono dimostrare di avere un reddito sufficiente a mantenere se stessi entro i limiti del decoro.
venerdì 24 settembre 2010
Storia di una donna
Storia di una donna che è stata uccisa legalmente dallo Stato, perché accusata di complicità con gli assassini del marito.
Storia di una donna che è stata uccisa proprio questa notte, "senza complicazioni" come hanno dichiarato gli esecutori, non tramite lapidazione, né con l'impiccagione: ma con una sostanza che causa il blocco del diaframma e quindi il soffocamento e la morte.
Storia di una donna che non si chiamava Sakineh Mohammadi Ashtiani: ma Teresa Lewis; una donna che non era iraniana, ma americana.
Storia di una donna che è stata uccisa proprio questa notte, "senza complicazioni" come hanno dichiarato gli esecutori, non tramite lapidazione, né con l'impiccagione: ma con una sostanza che causa il blocco del diaframma e quindi il soffocamento e la morte.
Storia di una donna che non si chiamava Sakineh Mohammadi Ashtiani: ma Teresa Lewis; una donna che non era iraniana, ma americana.
domenica 19 settembre 2010
Bestie e fantascienza: "Benedetto XVI"
Frugando in una bancarella tra i vecchi "Urania" mi è capitato tra le mani un volume intitolato Il dilemma di Benedetto XVI. Mi ci è voluto qualche istante per realizzare che Benedetto XVI è il "nostro" papa, dato che il libro è del 1978.
L'ho comperato e ho subito letto il racconto che dà il titolo all'antologia. E' la vicenda di un papa, in un futuro prossimo rispetto al 1978, che ha delle visioni apocalittiche e convoca in gran segreto un famoso psichiatra per appurare il proprio stato di salute mentale. Una volta verificata la propria sanità, e imputando quindi le visioni direttamente a dio, il papa si sente finalmente autorizzato a intraprendere ciò che le visioni gli indicano: invadere militarmente un nuovo regime totalitario non meglio identificato in Europa. Le visioni del papa indicano infatti nel dittatore di questo regime una reincarnazione del male assoluto, coerentemente alle indicazioni dell'Apocalisse di Giovanni: la Bestia, il cui numero identificativo è 666. Benedetto XVI rivela allo psichiatra che la Bestia, l'Anticristo, per Giovanni altro non era che Nerone, dato che il corrispondente numerico del nome "Nero Caesar", secondo i criteri cabbalistici, è proprio 666. Quindi la Bestia non sarebbe un mostro metafisico, Satana, ma un politico, il Capo. Che la Storia, periodicamente, produce.
Il racconto appartiene al genere della fantascienza popolare ed è abbastanza insulso dal punto di vista letterario. Ma alcuni suoi aspetti sono notevoli: il racconto è stato scritto e pubblicato lo stesso anno in cui Wojtyla è stato eletto papa; il nome papale di "Benedetto" non è così frequente da renderne probabile una previsione: l'ultimo Benedetto era stato il papa della Prima guerra mondiale; per trovarne un altro paio bisogna risalire al 1700; e per i precedenti si risale a prima del 1400.
L'ho comperato e ho subito letto il racconto che dà il titolo all'antologia. E' la vicenda di un papa, in un futuro prossimo rispetto al 1978, che ha delle visioni apocalittiche e convoca in gran segreto un famoso psichiatra per appurare il proprio stato di salute mentale. Una volta verificata la propria sanità, e imputando quindi le visioni direttamente a dio, il papa si sente finalmente autorizzato a intraprendere ciò che le visioni gli indicano: invadere militarmente un nuovo regime totalitario non meglio identificato in Europa. Le visioni del papa indicano infatti nel dittatore di questo regime una reincarnazione del male assoluto, coerentemente alle indicazioni dell'Apocalisse di Giovanni: la Bestia, il cui numero identificativo è 666. Benedetto XVI rivela allo psichiatra che la Bestia, l'Anticristo, per Giovanni altro non era che Nerone, dato che il corrispondente numerico del nome "Nero Caesar", secondo i criteri cabbalistici, è proprio 666. Quindi la Bestia non sarebbe un mostro metafisico, Satana, ma un politico, il Capo. Che la Storia, periodicamente, produce.
Il racconto appartiene al genere della fantascienza popolare ed è abbastanza insulso dal punto di vista letterario. Ma alcuni suoi aspetti sono notevoli: il racconto è stato scritto e pubblicato lo stesso anno in cui Wojtyla è stato eletto papa; il nome papale di "Benedetto" non è così frequente da renderne probabile una previsione: l'ultimo Benedetto era stato il papa della Prima guerra mondiale; per trovarne un altro paio bisogna risalire al 1700; e per i precedenti si risale a prima del 1400.
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