blog di Carlo Cuppini

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giovedì 25 aprile 2013

NTP - 25 aprile

i concerti del merlo fino a sera
l'orchidea che continua a fiorire
altro non ho da opporre
oggi
alla deportazione

NTP - che dentro

che dentro ho la sponda del mare
quasi sempre lo ignoro
dove è mantenuta la promessa
e non ricordo la parola
questo luogo mi salva
dalla selva e me stesso
nel risciacquo scompare
il dissenso

NTP - pellegrinaggio in San Miniato

oltre la nicchia dorata
muro di luce riflessa e figure sacre
intuisci un grembo più grande
custodia dell'ombra
conca d'aria il respiro
del mondo
immenso mosaico riposa
nel silenzio dei riflettori
dove ciò che deve nascere
è nato

NTP - proposito

trasforma la mente
da abitazione a cammino
rinuncia al mobilio alla porta
a favore dei sassi
il piede scalzo
il panorama

NTP - oblio

obliterato dal tempo
come un biglietto del treno
tutto dimentico
e tutto il resto sento

NTP - interiore

l'onda si infrange sulla fiamma
in questo bagnasciuga interiore
le acque di sotto le acque di sopra
scintille da tutte le opposizioni
nasce il fiore

Nuovo taccuino politico - Dichiarazione

(dopo il disastro odierno
sarà una forma nuova
incedere semplice e spirituale
non una fuga dalla storia
ma schiudere il palmo della mano vuota
di fronte a quella che impugna la pistola)

martedì 5 marzo 2013

IDENTICO

Seduto sul water, il mento appoggiato alle mani e i gomiti appoggiati alle ginocchia, molto preso dalla produzione di un oggetto solido di forma irregolare ma fondamentalmente riconducibile all’idea del cilindro, accade che involontariamente il suo sguardo molla la presa sul reale e i suoi occhi cominciano a divergere lentamente, col risultato che lo sguardo di ciascuno dei due globi tenderebbe a incontrare quello dell’altro alla fine di due rette parallele che si trovano alla distanza di circa sette centimetri l’una dall’altra, se solo ciò fosse possibile al di fuori della geometria pura. Ed è in quel momento che si accorge, per la prima volta compiutamente, all’età di trentotto anni, avendo alle spalle un matrimonio un divorzio e un altro matrimonio per un totale di tre figli maschi, con annesse tre amanti e una serie di esperienze personali e professionali che non è il caso di enumerare in questa sede, ed è dunque in questo momento che lui si accorge di avere due corpi. Pressoché identici e quasi perfettamente sovrapposti, ma con un evidentissimo scarto di pochi millimetri, bastevole però a smascherare per sempre la favola dall’uno. Per lo meno, sono due i corpi che i suoi occhi vedono, in questo momento di incantamento dello sguardo e di estasi per la transizione fecale, nel frattempo felicemente avvenuta: quattro ginocchia nude, ossute e scarsamente ricoperte di pelo, associate in una coppia di identiche ginocchia sinistre e una coppia di identiche ginocchia destre. Quasi identiche, salvo che per quel minimo scarto. Lo stesso vale per le mani, per i piedi, e perfino – ora che fa risalire lo sguardo, sempre divaricato all’infinito, lungo le cosce – per il pene: due peni uguali e sovrapposti l’uno sull’altro, ma non tanto da coincidere e formare un unicum. Due peni, perbacco! E quattro mani! Intuisce che questa scoperta avrà grandi ripercussioni sulla sua vita, pur non intravedendo al momento alcuna possibilità di sfruttarla a fini pratici; perché è evidente che si tratta di una verità legata esclusivamente al punto di vista. Anzi, per la precisione, ai suoi due punti di vista. Ma, bando ai sofismi, che cosa è il reale, se non il proprio punto di vista? E se i punti di vista sono due? Se il punto di vista unitario, scioccamente e infantilmente tridimensionale, fosse un inganno? Continuando a stazionare sulla tazza del water, prende a svolgere degli esperimenti: chiude un occhio e poi l’altro, sempre guardando le proprie ginocchia e le proprie mani. L’occhio sinistro vede il corpo uno; il destro percepisce il corpo due, che sta un po’ più in là, e, a ben guardare, prende anche la luce in modo un po’ diverso, risulta ombreggiato più ampiamente. Ed ecco che è già crollata l’utopia della coincidenza, dell’essere se stesso, di ogni proposito di intima coerenza. Ecco la prova provata che i corpi sono due, e ben distinti, e indipendenti! L’ombra non mente! Alla luce di questa scoperta, inaspettatamente una rabbia feroce, selvaggia e brutale, lo afferra a partire dalla gola, per scendere verso le viscere ed espandersi indefinitamente nelle membra. Qualcosa dentro di lui rigetta violentemente, fisicamente, questa presa di coscienza: perché in fondo lui vuole essere uno, vuole essere se stesso a tutti i costi, è sempre stato pronto a tutto pur di potersi considerare tutto d’un pezzo. E anche adesso si sente pronto a tutto per di tornare ad esserlo, o forse a diventarlo per la prima volta in assoluto. Sì, questo momentaneo sconvolgimento si trasformerà in una grande opportunità: sarà il primo uomo a poter essere definito davvero tutto d’un pezzo, potrà vantarsene pubblicamente portando a tutti le prove. Diventerà uno, un corpo solo. Afferra le forbici dalla mensola sotto il lavabo, chiude fermamente l’occhio sinistro e senza esitazione ficca la punta metallica nel corpo due, in mezzo al suo costato, trapassandogli il cuore. Istantanea una nuova consapevolezza si fa strada in lui, espandendosi come una macchia di sangue su un pavimento di piastrelle: un corpo non esiste da solo; non lo si può ammettere pacificamente, ma siamo fatti per essere malamente sdoppiati, due in uno, uno sopra l’altro, quasi uguali, quasi coincidenti, con una piccola discrepanza su cui è meglio sorvolare. Non si può esistere senza quello scarto, ed è proprio in quell’interstizio invisibile tra il corpo uno e il corpo due che due lacrime sgorgate in quell’istante dai suoi due occhi si vanno a unire, formando un minuscolo rivolo che scivola e sparisce giù nella frattura di una fragilità mai ricomposta, mentre il corpo uno e il corpo due muoiono insieme e finalmente sono uno. Anche la lama delle forbici è doppia, pensa prima del buio.

lunedì 11 febbraio 2013

poi fa (vecchia poesia rispolverata)

nell'uovo sodo c'è un occhio
il guscio è pezzi di navi sul litorale
nel fondo dell'occhio si vede l'atlantide
sprofondato sotto i fondali
l'alieno l'abbiamo agguantato
l'alieno è conficcato col suo meteorite
in fondo al laghetto di gardaland
l'alieno lo teniamo per le palle
lo mandiamo in tv al grande fratello
anche contro la sua volontà
lo mandiamo nell'isola che non c'è
poi fa

domenica 27 gennaio 2013

Lettera alla RAI sul Canone televisivo

Egregi Signori,

in relazione alla Lettera inviatami dalla Direzione Amministrativa Abbonamenti RAI che, al contempo, con graduale ed attenta escalation lessicale, suggerisce poi caldeggia infine intima il pagamento del Canone televisivo da parte del sottoscritto, vorrei fare chiarezza una volta per tutte sulla mia posizione; la quale, curiosamente, pur non essendo un caso particolarmente singolare o improbabile, sembra corrispondere all’unica opzione non prevista dalla pur dettagliata, scrupolosa, esaustiva, e in certi passaggi peritosa, Missiva.

Dichiaro dunque, nel pieno possesso delle mie facoltà – e conscio di rivolgermi a funzionari che non hanno esitato a impiegare nella stesura della Lettera in questione un tono velatamente insinuante e minatorio – dichiaro dunque, per quanto ciò possa suonare a certuni Signori umoristico o grottesco, o finanche immorale, di non possedere alcun “apparecchio atto o adattabile alla ricezione di programmi televisivi”.

Mi domando peraltro, per puro esercizio dell’ozio, come mai il sottoscritto sia stato incluso nella lista dei destinatari della suddetta Lettera, dato che nella stessa si legge che “la lettera […] viene inviata a tutti colori che, pur avendo la disponibilità di uno o più apparecchi televisivi, decoder digitali e/o altri apparecchi [...]”. Chissà quale increscioso equivoco, o caso di omonimia (non voglio nemmeno ventilare l’ipotesi della malafede) abbia spinto il solerte funzionario RAI del caso a ritenere, con integra e incrollabile convinzione, che quel "pur avendo" debba riguardare il sottoscritto; procedendo dunque, con lo zelo che fuga ogni dubbio, a inviare al sottoscritto la Lettera con il suo contenuto tanto stolidamente perentorio.

Mi domando, altresì (procurando una netta aggravante alla mia autoaccusa di vacua oziosità) come mai un ufficio della RAI si faccia carico di invitare (poi caldeggiare, poi intimare) un cittadino italiano a “regolarizzare definitivamente la Sua posizione” nei confronti del fisco; dato che, fino a prova contraria, il Canone televisivo è un’imposta dello Stato (come da Voi diligentemente ricordato, con generosa minuzia di estremi giuridici) legata al possesso di apparecchi televisivi, e non una forma di abbonamento ai programmi RAI o di qualsivoglia altra azienda pubblica o privata. Pertanto, come nel caso del Bollo automobilistico, sarebbe logico che l’Agenzia delle Entrate dello Stato, o le altre agenzie incaricate al controllo e alla riscossione, procedessero con l’invio di lettere di sollecito o di richiesta di chiarimenti – e non un Ente come la RAI.

Ma, a scanso di ulteriori equivoci e a prescindere dalla pertinenza e dalla autorevolezza della Lettera da voi inviata, tengo a precisare che i Signori della Amministrazione Finanziaria saranno ben accolti presso il mio domicilio, dove gli sarà di buon grado offerto un bicchiere d’acqua e gli sarà civilmente garantito l’utilizzo della toletta in caso di bisogno – naturalmente purché siano in grado di produrre un regolare mandato rilasciato dall’Autorità Giudiziaria.

Dichiaro altresì, a titolo puramente informativo e in modo del tutto accessorio, e dunque completamente inutile dal punto di vista strettamente burocratico-fiscale (tanto che vi invito fin d’ora a saltare queste righe che seguono, salvo che vogliate concedervi un minuto di astensione e distrazione dalla vostra rispettabile funzione) che con gioia corrisponderei allo Stato un’imposta, anche pari a 113.50 €, che mi garantisse il diritto di poter non essere raggiunto da trasmissioni televisive pubbliche o private, o fenomeni analoghi, in alcuna circostanza pubblica e privata, compresa la frequentazione di autobus di linea, stazioni ferroviarie, bar e ristoranti.

Ricambio con eguale sussiego i vostri “migliori saluti”.
Carlo Cuppini


giovedì 27 dicembre 2012

Quel giorno (canzone piccola)

Saremo stati proprio io e te
a portare via dal tempo le stagioni
mentre con il fiato
scioglievamo il ghiaccio e le ingiunzioni

Saremo certamente io e te
a esser stati cancellati dall'anagrafe
per avere messo in discussione
la speranza che il mondo sopravviverà

Anche così com'è soprappensiero
come sempre senza darsi pensiero

In pensiero
mai