blog di Carlo Cuppini

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lunedì 12 dicembre 2016

Ciao Cate (Lettera per Caterina Poggesi)

Ciao Cate,
Tu non ci sei più, la tua casa è vuota, ma io ti vorrei parlare.

L'immenso vuoto che hai lasciato, in me, come in tanti - centinaia di persone - è pieno di molte cose. Di sgomento, nostalgia, commozione. Di dolore e di ammirazione. Ma anche di gratitudine, bellezza, e gioia. Sembra strano... Di incredulità. Di senso di responsabilità, verso quello che ci hai lasciato, verso il modo in cui ci hai lasciati, verso la sfida che ci hai lanciato proprio mentre te ne andavi.

Hai fatto qualcosa di incredibile, Cate. Tremo a dirlo... ma ti è riuscito il tuo progetto più grande, più indecente, più audace. Il più scandaloso e il più umano.

Hai ancora una volta riunito una comunità - da quando ti conosco, dieci anni, non hai fatto altro che creare modi di esserci, insieme, sotto regole precise, che non appaiono tali, da te sottilmente orchestrate; hai sempre fatto questo: la regista di situazioni magiche, la "facilitatrice" di costruzioni collettive, l'animatrice di consapevolezze impossibili, di fervide relazioni creatrici. Lasciare semi nelle persone, discretamente, che modificassero il corso della giornata, il colore dell'esperienza, la direzione della vita.

In questi ultimi tuoi giorni - prima, durante la tua scomparsa - hai riunito un grande gruppo di persone che ti volevano bene, che si riconoscevano nelle tue tracce, nelle tue visioni. Una comunità coesa, tenuta insieme da invisibili ma potenti fili, che per quattro giorni o più si è spostata da una parte all'altra della città, per cercarti, pensarti, applaudirti, guardarti, sgomentarsi, ritrovarti, ringraziarti, salutarti, toccarti, piangerti, salutarti, trattenerti.

Per giorni e notti ci siamo spostati da Scandicci a Careggi, da Cango ancora a Careggi, alla Chiesa dei Cappuccini. Qualcuno, già prima, passando da casa tua, con te ancora presente, anche se incosciente; qualcuno accompagnandoti il giorno dopo fino a Livorno e a Castiglioncello, per gli ultimissimi atti. Una geografia di luoghi dell'anima a te cari.
In ognuno di questi luoghi cercavamo te, e trovavamo noi stessi, gli uni con gli altri.
E ogni volta ci ritrovavamo e ci riconoscevamo, ogni volta in modo più intenso e più dolente, ed eravamo grati di questo inatteso calore in mezzo a una distesa di gelo. E ci amavamo, amando questo rituale collettivo che ci era dato di vivere - atto comune di condivisione, compianto - sorretti dal pensiero di trovarsi ancora, più tardi, ancora tutti, per un'altra tappa di avvicinamento al distacco da te.

La grande festa di Fosca, selvaggia, energica, rumorosa, come l'avevi pensata. Musica, balli, travestimenti e grida, tutta la sera fino a notte. E chissà in quale baratro sprofondavi in quelle ore... o in quale corridoio di luce ascendevi.

La notizia della tua morte, il giorno dopo, a sera. Dunque era vero. Era possibile. Ed era accaduto. Ce l'avevano detto subito, una settimana prima, che era irreversibile, finale, questione di giorni o di ore. Ma chi ci poteva davvero credere? Un miracolo, si può sempre sperare. Lo stesso miracolo che ci tiene in vita ogni giorno, strutture così fragili come noi siamo, in mezzo al caos, al caso, agli incidenti della materia. Un miracolo deve succedere, soprattutto in questi frangenti. Il miracolo ti avrebbe ripresa per i capelli, ti avrebbe svegliata - pensavo senza dirmelo, senza farci troppo caso - come il principe azzurro la bella addormentata.

Il miracolo invece non era prolungare il calvario, concedendoti altre settimane.
Il miracolo è stato vederti nella bara, bellissima e intatta, la mattina dopo, domenica, piena di fascino silenzioso, assorta, con il sorriso che ti contraddistingueva, con i tuoi migliori vestiti di scena, viola, stivali pitonati, la spilla di Fosca sul petto. Bella, riposata, come prima della malattia. Come se questi sette anni fossero passati senza ombra del male. Unico segno del tuo stato, la posizione delle mani sovrapposte, troppo innaturale.

Poi il pomeriggio a Cango, in una bottega di falegnameria, per assistere alla tua ultima regia: una poesia intensa, dolente, che richiamava l'assenza, la distanza, parole di Elisa Biagini, attraverso le voci disincarnate di tre donne non vedenti.
Pubblico assorto e concentrato, appeso ai movimenti di quelle labbra, aggrappato all'apparire e sparire di quelle parole in mezzo alla polvere di segatura sospesa nell'aria. Seduti per terra, tutti accalcati.
Un lunghissimo applauso, che ti chiamava, ti richiamava tra noi, in mezzo al tuo lavoro, all'energia che hai evocato, una durata di mani che ti voleva trattenere. Che si illudeva di potere non finire mai.

Poi ancora a Careggi, alle Cappelle del Commiato, tra i tuoi parenti, tua madre, tuo padre, le tue sorelle, per vederti ancora un'ultima volta. E stringersi ancora l'uno all'altra, tutti quanti, idealmente, di nuovo lì.
Così serena e rilassata, sotto la zanzariera. Quasi l'imbarazzo di rubarti un momento di intimità estrema: il volto vero - ma di una verità spaventosa - ancora più che nel sonno, solo con se stesso, assorto, senza espressione o tensione, senza protezione.

Il giorno dopo, lunedì, il tuo funerale. La chiesa dei Cappuccini strapiena, la mattina, una mattina limpida e fredda, piena di sole, il vento spazzava via le foglie appena ingiallite dai rami, che l'autunno mite aveva finora risparmiato.
Tanta gente nel piazzale che non riusciva ad entrare. La bara sigillata.
Dov'eri? Già volatilizzata?
Noi c'eravamo, un corpo solo, fragile e potente nel lasciarsi andare, stentando a lasciarti andare.
I discorsi vibranti di un frate, che non ti aveva nemmeno conosciuta.

Dopo, tutti a mangiare ai Briganti, cos'altro ti saresti aspettata? Gli spaghettini aglio e pomodoro, un brindisi con un bicchiere di vino, ancora lacrime, ricordi, qualche risata.
"La Cate ha detto se si va tutti a mangiare."
Come dopo un incontro o uno spettacolo al Frau.

E noi tutti che adesso non sappiamo che fare. Come continuare.
Esattamente come in "Tangeri", quel tuo piccolo capolavoro, tre minuti di pura immersione in un sogno, e poi doversi all'improvviso svegliare, e andare.

Ecco. Hai sempre voluto mischiare l'arte e la vita, la vita e l'arte, attraverso un preciso progetto esistenziale. L'arte vissuta come vita. La vita vissuta come arte. Lo stesso sogno, lo stesso desiderio a sostenere entrambe. La tensione che, come nelle ore delle rivoluzioni, trasforma per un breve momento gli individui in esseri solidali, mille braccia e un solo cuore che batte, una sola intelligenza trasversale. Qualcosa che somiglia all'alchimia, e all'amore.

Ecco. Adesso sei andata ben oltre.
L'arte e la vita. La morte. Il tuo progetto più ardito.
Fa male pensarlo, sembra una retorica romantica e macabra. E so che se tu avessi potuto scegliere tra questo grande spettacolo o altre ore di vita, avresti scelto la vita.
Ma è andata così. Ed è stato perfetto così.
Niente di improvvisato. Preciso anche l'intermezzo comico del prete che prende il microfono, in mezzo al funerale, per chiedere di spostare le macchine che bloccano il passaggio "del tram".

Dobbiamo esserti molto grati per questa precisione. Per quanto di potente e grandioso – e fragile ma perdurante, anche se difficile da conservare – ci hai lasciato.

Che non è solo dolore, nostalgia, rimpianto, ricordi. È un compito, un progetto, una direzione, una responsabilità, uno stare, una promessa, un impegno, una sfida, un legame, un mistero, un'incognita, un'energia che non possiamo trascurare.

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Oppure ci sei. Forse mi sbaglio, e ci sei.
Sei lì, dietro il pesante tendone delle cose, della materia.
Come un fondale di teatro, scuro e polveroso, ma che qualcosa lascia trasparire.
La scena non finisce lì, dietro quello c'è un mondo, ogni teatrante lo sa. E forse quella è la parte migliore.
Ma vorrei sapere, adesso, come si può credere a qualcosa? A una religione, intendo, a un racconto del dopo, a una fisica delle cose?
Non si può credere a niente, se non per fede.
Meno che meno che tutto finisca in ciò che si misura e si vede.
Bisognerebbe credere a tutto, per umiltà minima, senza credere a niente, per intelligenza estrema.
Tutto può succedere, tutto può essere vero, perfino più vero del vero.
Psicomagia, avresti detto tu?
La psiche non ci crede, che si muore. Perché quello che crede lo crede davvero. E se credesse che tutto finisce nel nulla, non reggerebbe un istante, collasserebbe. La psiche la sa lunga, ma non ce la racconta tutta. Io mi fido della psiche. E il fatto che la psiche sussista, indica che noi non siamo condannati al non senso. Questo, più o meno, lo diceva Jung.
(E tu mi hai fatto arrivare più vicino al mio Jung, dopo molte mie letture, presentandomi il signore 'junghiano' che sarebbe stato il mio analista...)

Forse sei lì, dietro questa membrana, così onnipresente ed evidente che non la vediamo, come i pesci non vedono l'acqua, gli uccelli non vedono l'aria.
Forse da oltre la soglia ci guardi, ci rivolgi dei segni, avvicini le mani.
Forse, attraverso questa membrana, potremmo avvicinare le nostre mani, recitare degli alfabeti, fare delle danze rituali.
Forse una notte verrai nel sogno, se la membrana si potrà allentare quel tanto. (Chissà quanti, oltre a me, lo stanno pensando, sperando...)

O forse ci sei, dietro la membrana, ma sei girata dall'altra parte, rivolta ai tuoi campi, al tuo mare...
Allora ti potremmo intravedere, soltanto sentire, intuire il profilo, la sagoma in controluce.
E forse sarebbe più giusto così, senza starti a tirare da questa parte – ormai te ne sei andata.
Ma anche così, magari ogni tanto ti potresti girare...

La vita uguale all'arte, l'arte uguale alla vita. La morte uguale ad entrambe.
Che sfida spericolata... Che scandalo, che provocazione. Che idea esagerata che ci hai lasciato.

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Allora, Cate, cos'è che vive? Cos'è, di te, che potremo far continuare?
E non parlarmi di ricordi, della memoria. Niente mi sembra più triste e funerario della memoria, in questo momento, anche se riconosco il suo valore. Ma adesso mi fa solo arrabbiare.
Non trovo risposta, non c'è teorema. Forse non serve domandare...
Ma bisogna andare.

E le foto che ti scattavi durante le fasi peggiori delle terapie? Non si può non parlarne. Ancora un progetto, seriale, un dispositivo per documentare ogni ventiquattro ore la trasformazione del corpo, in soggettiva, il volto che perde i connotati, la bellezza sostituita dalla mostruosità. Tutto fissato, da te stessa. Con ironia, narcisismo o maniacalità? Senso dell'arte, senza altro.
E questo pensiero inquietante, questa domanda che non riesco a fare... Qualcuno avrà avuto il coraggio di fotografarti, distesa nella bara? Di certo, non ho dubbi, lo avresti voluto. Lo avresti fatto tu stessa se avessi potuto. Conclusione di un progetto concettuale che avevi avviato, che forse preludeva a questo finale.

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Chissà se hai mai pensato che la fine sarebbe stata un tale spettacolo, così partecipato, così vitale, una tale emozione che serpeggiava e ci traversava?
Chissà se, da morta, qualcosa ti è arrivato?
Ma ti rendi conto di quale intensità hai consegnato nelle nostre mani, mentre ti salutavamo?


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Ora, che fare di queste parole? A chi le posso affidare?
Sperare che, solo perché le ho scritte, ti arrivino là, oltre la membrana?
Portarle a Castiglioncello, da dove guardi il mare?

Oppure darle a tutti gli altri, a quelli in cui c'è una parte di Cate.

Dopo il funerale, ai Briganti, salutando, ho chiamato la Cristina – credo la persona a te più vicina – con il nome sbagliato. Lei mi ha sorriso, ha detto che ero la quinta persona che quella mattina la chiamava Cate.
Forse ognuno di noi, d'ora in poi, sarà per gli altri un po' Cate.

Noi continueremo a cercarti e a cercarci tra le cose visibili, i ricordi, i discorsi, le foto, e tra quelle invisibili. Noi ti porteremo dentro, ti porteremo avanti, non ti lasceremo cadere.
Tu, se puoi, fatti viva, ogni tanto, almeno con qualcuno di noi. Faremo passaparola, non preoccuparti. Fai sentire l'eco della tua bella risata.

Ciao Cate

PS
Prima di trascrivere questa lettera dal quaderno, ero in giardino a fumare. Orione si staglia per intero oltre i rami spogli del ciliegio, nel cielo limpido, nero. Una notte freddissima, il fumo si confonde al vapore. Da quelle parti è passata una stella cadente. Simona Nordera, il giorno del tuo funerale, ha scritto su fb: "Ho visto una luminosissima stella cadente. So chi me l'ha mandata." Chissà se eri tu anche questa volta...

PPS
A proposito di stelle... avevo scritto anche una poesia, prima di questa lettera. Eccola.



Alzo gli occhi, perché è lì che ti posso cercare
La notte limpida e fredda, le stelle, il fumo che sale...
Altre lacrime, tenui...
E penso a tua madre...

Un sole, sei stata, che irradia.
Ora cenere muta, che contempla il mare.

Non ti vedo. Non ancora. Nel buio.
Nello spazio siderale punteggiato.
Nel tempo senza orario, senza calendario.
Forse non sei ancora arrivata...

Ma so. Che ci sei. Che sei lì.
Nuova costellazione senza nome,
Linee mai viste tra le stelle di sempre.
Un volto nella mappa dello smarrimento.

Come una dea ragazza gettata nel cielo,
La sua immagine riprodotta sui vasi,
Il segreto dell'essere comune e speciale.
E niente e nessuno che la può trattenere.

Le fotografie... le risate... il colpo di teatro del tuo commiato.
Le pagine delle tue agende, fitte di frecce ordinate,
Tracce di una concreta utopia da modellare,
Cosmogonie di comunità, reali perché inventate.

Adesso,
Senza contare le sillabe
– come le stelle, le lacrime –
continuare a parlare

Di te, Cate.

venerdì 4 settembre 2015

Davanti alla morte degli altri (parafrasando Susan Sontag)


Considerazioni intorno alla foto del piccolo Aylan Kurdi, bimbo siriano in fuga con la famiglia, trovato morto e fotografato su una spiaggia di Bodrum, Turchia.

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Se affidiamo a una fotografia (una fotografia che non ci racconta nulla che non sapessimo già) il potere di smuovere le nostre coscienze, come hanno fatto gran parte delle testate italiane ed europee, significa che il pensiero non conta più niente: è diventato un ornamento, un riempitivo di spazi lasciati eccezionalmente vuoti (dove non fosse arrivata la saturazione dell’info-entertainment); significa che l’essere umano occidentale non è più quell’animale contraddistinto dalla capacità di discernimento basata sul raziocinio e sull’elaborazione delle informazioni di cui dispone. Significa, insomma, che noi non riusciamo più a comprendere il significato dei nostri pensieri.

A che serve parlare, scrivere, pensare? A che servono millenni di cultura scritta e parlata? Tanto vale tacere, guardare le figure, ascoltare gli stati giornalieri della pancia, reagire a seconda di questi.
Tanto vale fare come gli Idioti di Lars von Trier. Oppure essere per un giorno “Charlie”, e il giorno dopo chi lo sa.

Da anni conosciamo bene tutti i dettagli della storia che ci racconta la foto del piccolo Aylan morto su una spiaggia: il fenomeno dell’immigrazione (prima e dopo la devastazione da parte nostra del Medio Oriente), le tragedie personali e collettive dei suoi protagonisti, le sue molteplici dinamiche, le conseguenze sull’Europa, le sue cause immediate e remote.

Noi sappiamo, sapevamo, questi pensieri popolano da molto tempo la nostra mente, il nostro immaginario, le nostre giornate.
Ma non li capiamo, questi pensieri; non lasciamo che abbiano conseguenze sulle nostre opinioni, né tanto meno sulle nostre scelte, e soprattutto non sul nostro stile di vita, cioè sul sistema socio-economico che lo sostiene, lo consente, lo sponsorizza (perché questo è ciò che conta, il resto sono chiacchiere). Il quale “stile di vita–specchio del sistema” è in definitiva la causa ultima di questa catena di orrori:
l’FMI che trasforma da decenni la povertà in miseria in ogni angolo del mondo;
i traffici d’armi con cui si arricchiscono le banche in cui depositiamo i nostri risparmi;
il sostegno dei nostri governi a regimi che consentono lo sfruttamento delle “loro” popolazioni da parte delle “nostre” multinazionali;
la delocalizzazione in luoghi dove morire di lavoro a 12 anni non è un problema;
la deforestazione in Amazzonia per permetterci di mangiare gli hamburger a 2 euro;
la deforestazione in Indonesia per permetterci di mangiare le merendine a 1 euro;
la distruzione di nazioni a noi vicine per accaparrarsi il petrolio a condizioni più vantaggiose;
il sostegno incondizionato ai crimini di Israele, che continuano ad approfondire il vulnus innaturale tra “mondo cristiano” e “mondo islamico”;
la co-creazione dell’ISIS (in funzione anti-Iran e anti-Russia, o per consentire il restiling delle frontiere in Medio Oriente, o chissà perché);

Se prima vivevamo al di sopra delle nostre possibilità, oggi viviamo al di sopra delle possibilità di altri – quegli stessi altri che vengono a bussare alla nostra porta.

Quanti di quelli che si sono sconvolti davanti alla foto del piccolo Aylan sono disposti a modificare uno di questi aspetti (e di molti altri, e delle loro implicazioni sulla vita di tutti i giorni) pur di non vedere di nuovo in prima pagina una foto del genere?
Quanti, tra i commossi e gli scandalizzati, sono disposti a mettere in discussione il modello di sviluppo globale che implica il mantenimento di gran parte della popolazione mondiale in condizioni di miseria, sfruttamento, guerra, malattia, catastrofi?

Il messaggio di questa foto per me sta tutta in queste domande. Che rimandano non tanto a una tragedia degli ultimi della terra, ma a una tragedia tutta nostra: non siamo più capaci di credere ai nostri pensieri, di assegnargli un peso e un significato.
Solo l’occhio e la pancia oggi possono qualcosa (almeno fintanto che lo sguardo resta fisso sull’immagine, o che il maldipancia perdura).
Ed è una tragedia che, essendo tutta nostra, è di tutto il mondo: dal momento che noi tutti ratifichiamo quotidianamente, con piccoli gesti, grandi opinioni e X sulla scheda elettorale, i destini segnati di ogni angolo del mondo.

Un’ultima considerazione, di natura semiotica.
A questa immagine che ci mostra un piccolo soldato Ryan/Aylan che purtroppo non si è potuto salvare, se ne potrebbe associare un’altra, un’immagine cancellata: il naufragio di 8-900 persone (centinaia di Aylan grandi e piccoli, uomini e donne, un numero superiore a metà delle vittime del Titanic), tutti inghiottiti dal mare a poche miglia dalle nostre coste, meno di cinque mesi fa. Qui nessuna foto, nessun volto, nessun nome. Nessun tentativo di recuperare i corpi, il relitto. Oggi, già più nessuna memoria del fatto. Nero. Una non-foto che non ha “sconvolto il mondo intero”.
La differenza di reazione di fronte a queste due diverse “foto” è ciò che sconvolge davvero; e rende vano ogni “ora basta”; e cancella l’ultima speranza.

giovedì 23 ottobre 2014

parola di dio


per mia nonna, Giulia

vi consegno la fine del mondo
perché possiate farne romanzi
poesie tradizionali o d'avanguardia
teorie lungometraggi e profezie

vi impongo come ordine del giorno
l'origine del tempo e della vita umana
che potrete tranquillamente dare indietro
entro la dodicesima settimana

vi affido il traffico il guard-rail la corsia tripla
il tunnel con in fondo la promessa di schianto
perché nessuno deve restare indietro
nel rebus democratico delle lamiere

vi dedico i tempi moderni con tutti gli accessori del caso
perché possiate sentirvi sottilmente a disagio
pur essendovi del tutto acclimatati
nelle pieghe dell'agio

vi rendo ogni mattina l'anima
lo sguardo il respiro il battito 
perché qualcuno possa ancora tentare
il salto oltre il confine dell'umano

venerdì 10 ottobre 2014

Sul Medio Oriente


Gli efferati crimini dell'IS e la sua violentissima avanzata non ci impediscano di condurre un'analisi lucida della situazione, anzi ci diano occasione per una riflessione più ampia: ciò che sta accadendo in Medio Oriente, per opera non di un gruppetto di terroristi ma di un esercito composto da 30.000 uomini (a quanto si può leggere), è fondamentalmente l'unificazione dei territori abitati dagli arabi sunniti (non solo, ma soprattutto) sotto il vessillo di un unico stato. Peccato che sia un (aspirante, sedicente) stato contrassegnato da un'ideologia e una prassi aberrante, che nasce con le premesse e le prospettive peggiori possibili e che si consolida attraverso una violenza non dirò inaudita ma di certo agghiacciante e che scuote le coscienze: cosa di cui, peraltro, non ci si può stupire, se si abbia la pur vaga nozione della devastazione umana, sociale e morale che è stata recentemente perpetrata in quei territori, in larga parte grazie alle iniziative 'occidentali'. Come non rilevare, mentre mettiamo mano a un'altra guerra, che il progetto dell'IS ci indica paradossalmente l'unico concetto geopolitico di buon senso per il governo del Medio Oriente? Un unico stato arabo sunnita che prenda territori da molti degli stati attualmente esistenti, accanto a uno o più stati arabi sciiti, un unico stato kurdo, e - devo aggiungere - un unico stato bi-nazionale esteso su tutta la Palestina storica. Disfare quindi i confini creati ad arte un secolo fa per soddisfare gli interessi coloniali di Inghilterra e Francia in vista della fine dell'Impero Ottomano, con tutte le evoluzioni post-coloniali conseguenti. Solo mettendo in agenda questo progetto, o almeno esprimendo umilmente e ufficialmente questa riflessione (che è anche un'ammissione di colpa storica) un nostro intervento militare nella regione potrebbe non essere guardato con sospetto e dissenso. Solo in questo modo si potrebbe credere che l'obiettivo non sia fare, ancora, i nostri interessi economici alle spese di quella terra, ma di fermare i massacri e gli abusi, dell'IS e non solo, in Siria, in Iraq, in Palestina, in Israele, in Libano, in Turchia, in vista di un ripensamento generale - non certo semplice e non a tavolino, ma necessario! - della mappa delle identità nazionali e degli stati, delle quali identità questi ultimi dovrebbero essere espressione. La colpa storica che l'Occidente, nel disseppellire di nuovo l'ascia di guerra, dovrebbe emendare o ameno ammettere, è in realtà doppia: infatti la spartizione del Medio Oriente fatta con gli accordi segreti Sykes-Picot (1915-16, all'inizio della Grande Guerra) non è stata solo la negazione delle identità e della dignità dei popoli mediorientali – premessa di moltissime delle tragedie, non solo locali, a venire – ma è stata anche il tradimento della promessa politica (di buon senso, e che fa tornare all'inizio di questa riflessione) fatta dalla Gran Bretagna attraverso Sir Henry McMahon (Alto commissario britannico in Egitto) agli arabi: di poter formare uno stato arabo unico su tutti i territori interamente arabi del Medio Oriente, se si fossero schierati con gli Alleati, contro la testa dell'Impero Ottomano (la Turchia), nella Prima guerra mondiale, come avvenne.

venerdì 29 agosto 2014

Contraddizione

La mia mente è convintamente atea e razionalista; il mio cuore, o spirito, è profondamente rivolto al sacro e all'invisibile. Non credo che l'una abbia più ragione dell'altro, o viceversa, nel bilancio finale del senso dell'esistenza. Non aspiro alla sintesi, alla coerenza, all'integrità, non ho una visione olistica di me stesso, non posso raccontarmi in quattro parole. Mi va bene camminare sul valico di questa e di molte altre contraddizioni, coltivarle e agitarle. E che l'attrito tra ciò che è difforme faccia scintille.

venerdì 27 giugno 2014

Ritorno alla narrativa

La prolungata assenza dal blog (proprio quando avevo annunciato un'assiduità quasi quotidiana) è in parte dovuto a un non previsto ritorno alla letteratura. Covato e cercato per anni, ma non previsto in questo momento. Invece, approfittando di una decina di giorni di solitudine, con Ramona e Maia in trasferta a Venezia per lavoro, ho scritto un racconto di circa 20 pagine, intitolato provvisoriamente Il carico. Avevo un incipit forte e un nucleo di intuizioni, altrettanto forti ma vaghe e sfuggenti, che potevano condurre il racconto a destinazione. Ma non è stato facile. Il lavoro, durato cinque sere consecutive, mi ha indotto la ripresa di alcune riflessioni sul mio rapporto con la narrativa.
Il luogo interiore dell'ispirazione e della creazione è molto prossimo alla dimora dei fantasmi e dei demoni. Per poter scrivere è necessario chiudersi a chiave, soli, dentro quella stanza. E lì è molto facile essere attaccati dai demoni. La parte oscura vuole dire la sua, cercherà di prendere in mano la direzione del lavoro, spingerlo verso un vicolo cieco, distruggerlo, e possibilmente distruggere, almeno un po', almeno temporaneamente e virtualmente, anche l'autore. Devo calarmi in quelle zone per poter scrivere, non c'è alternativa. L'attività poetica è aprire le porte dell'inconscio, e da quelle porte può uscire di tutto. In più il corpo della scrittura, morbido e modellabile, come quello del sogno, si presta a essere infestato dall'oscurità. La scrittura che mi si confà non prevede la creazione di una struttura prima che esista lo svolgimento concreto della scrittura: questo offre gioco facile ai demoni che vogliono tirare giù tutto, nei bassifondi dove possono fare ciò che vogliono. La creazione della struttura metterebbe al riparo da questi attacchi, ma renderebbe il corpo della scrittura morto, chiudendo il rubinetto alla linfa che deve circolare. Così si deve scrivere, si deve guidare il flusso (di cui si è autori e responsabili solo al 50%) e allo stesso tempo si deve lottare con i demoni, per salvare il progetto, e se stessi. Dopo la seconda sera stavo per gettare la spugna: mi sembrava di essere totalmente in balia dei demoni, avevo paura di uscire da quella 'stanza' e andare a letto, come se i demoni potessero venire fuori con me, e infestare realmente la casa. La terza sera è stata cruciale: aperto e disarmato, perché il flusso circolasse, e allo steso tempo armato per dirigere il racconto fuori dalla palude del solipsismo, dove i demoni lo attiravano per terrorizzarmi e dissuadermi. Non so come, l'ho spuntata. Ho fatto fluire le parole, alimentandole con le intuizioni dei giorni prima, che riuscivo ad attualizzare, rendendole più forti dell'azione dei demoni. Sono riuscito a mantenere questo equilibrio fino alla fine, quando più quando meno. Quando ho sentito che riuscivo a mantenere il controllo del timone, ho cercato di scrivere il più in fretta possibile, per mandare la barchetta il più avanti possibile finché le condizioni erano favorevoli. Ma a un certo punto la stanchezza imponeva di staccare, forzare sarebbe stato peggio. Procedendo a tappe forzate sono arrivato in fondo alla stesura, con soddisfazione, stupore, e soprattutto sollievo. Avevo salvato quasi tutto quello che mi era volato nei luoghi dell'ispirazione a livello di intuizioni, visioni e sensazioni, quasi tutto, a parte forse nell'ultimissima parte, dove la volontà di concludere senza essere tradito proprio all'ultimo tuffo mi ha reso precipitoso. Ora il discorso della creazione è chiuso. Quello che c'è c'è. Adesso c'è da fare un lungo lavorio di revisione, processo artigianale, di sensibilità e intelligenza, dove i demoni non hanno alcun potere di interferenza.
Un'altra riflessione è la seguente: da giovanissimi (prima di un figlio) non si può che fare poesia, intesa come dispositivo verbale-gestuale per compiere dei raid nella realtà in presa diretta, degli assalti per manomettere i binari e fare andare in direzioni inattese i treni del senso, producendo una serie di appunti di una guerriglia politica. Dopo, non può che esserci la narrativa, meditazione profonda sulla vita la morte la memoria la tenuta e il tempo.

venerdì 23 maggio 2014

Segreto

Nel tempo della nona sigaretta, guardando le lucciole che sfrecciano da una parte all'altra del giardino, sotto un cielo di stelle tornato limpido, perfeziono un pensiero: in questa epoca l'atto rivoluzionario è non condividere, mantenere il segreto il più a lungo possibile dentro si sé, coltivando la vita interiore, la quale è la più grave minaccia per l'ordine costituito, e per questo è proibita (cfr. Il mondo nuovo di Aldous Huxley). Il ciliegio è insidiato da insetti e parassiti. Il corbezzolo sempreverde, dopo avere fruttificato, ha completamente rinnovato le sue foglie; l'acquazzone di oggi l'ha aiutato a liberarsi delle vecchie, deboli e ingiallite; ora tutto è fresco e giovane.

martedì 20 maggio 2014

Il nemico

Da ieri sul muro di pietra della casa oltre il confine del nostro giardino è tutto un brulicare di insetti, api o vespe, non so. Stanno a circa dieci metri di altezza, quindi tre o quattro metri sopra le nostre teste, dato che il giardino è rialzato, e non è facile capire di che animali si tratti. Sembrerebbero api però, dalla stazza, dalle dimensioni, dal corpo apparentemente scuro e peloso. Dal fatto che non sono minimamente interessate al cibo nostro. Ieri sono comparse e hanno iniziato a progettare un alveare in un buco tra le pietre. Stamattina avevano già fatto un bel lavoro.

In tarda mattinata è arrivato un messaggio della babysitter, che terrorizzata si era barricata in casa: "non si può stare in giardino, bisogna fare qualcosa".

Ci siamo documentati, io e Ramona, per capire il da farsi. Né a me né a lei piace l'idea di chiamare i pompieri per bruciare il favo - se si tratta veramente di api. Con tutto quello che si legge sulla prossima, probabile estinzione delle api. Con tutto il bene che ci fanno. Stasera avevano quasi finito il lavoro, per quel che possiamo capire osservandole a distanza. Prima del tramonto si sono chetate, il ronzio si è placato e poi interrotto, la nuvola di insetti volanti intorno al buco è sparita. Tutte a dormire dentro l'alveare, suppongo.

Le vespe sono fastidiose, velenose, pericolose; sono attratte dal cibo. Ma le api? Se ne stanno per conto loro, hanno i loro giri, impollinano i fiori, non credo che vengano a dare fastidio a noi umani. Sono un pericolo per Maia? Non ne sono sicuro. Non credo. Non crediamo.

Abbiamo letto, tra i vari consigli sul web, che la cosa migliore è lasciare l'alveare dove si trova, salvo verificare che le api non risultino troppo invadenti. Penso che faremo così.

Chi ha il privilegio di potere esercitare una violenza indiscriminata dovrebbe chiedersi chi è il nemico da distruggere, cos'è, in che senso lo è; se, in che modo e perché fare uso della forza distruttrice. E se non ce ne fosse bisogno, al di là degli isterici allarmismi?  In questa casa si mangia sempre un sacco di miele.

La sigaretta di questa sera mi ha permesso di notare che le lucciole hanno una luce più intensa, oggi, e sono più spregiudicate, volano anche a molti metri daterà, fino all'altezza del tetto della casa davanti. Forse è per via della temperatura che si sta alzando.

Oggi la notizia della condanna a quattro mesi di carcere per il ragazzo che ha detto "pecorella" a un carabiniere in tenuta antisommossa durante una manifestazione no-tav mi ha scosso, mi ha indotto a scrivere il post qui sotto.

Pecorella

Questo è un Paese dove la parola "pecorella" – detta a un carabiniere nel contesto di una manifestazione su un tema controverso, caratterizzata da un aspro scontro ideologico, politico e fisico – può essere considerata un insulto punibile con una condanna a 4 mesi di carcere.

Questo è un Paese dove persone incolpevoli e inermi possono morire in stato di arresto – per strada o in questura o in ospedale o in cella – e i cui cadaveri vengono trovati con il sedere spaccato, i testicoli schiacciati, il torace sfondato, ferite e lividi ovunque.


Questo è un Paese dove il capo della polizia al tempo del G8 di Genova, Gianni De Gennaro, si è salvato per un soffio, e con molte ambiguità, dalle condanne che hanno decimato i vertici della polizia, e poi è stato promosso da tutti i successivi governi, diventando capo del Dipartimento per le informazioni sulla sicurezza con Berlusconi, poi Commissario speciale per l'emergenza rifiuti in Campania con Prodi, poi Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Monti, per finire alla presidenza del più importante gruppo industriale di Stato, Finmeccanica, con Letta.

Questo è un Paese dove i poliziotti che hanno ammazzato un ragazzo, Federico Aldrovandi - condannati in via definitiva a 3 anni e 6 mesi di carcere - portano ancora la divisa e fanno ancora lo stesso mestiere.

Questo è un Paese dove decine o centinaia di poliziotti dedicano una lunga standing ovation ai poliziotti-assassini di cui sopra.

Questo è un Paese dove un sindacato di poliziotti organizza una manifestazione sotto le finestre dell'ufficio dove lavora la madre del ragazzo assassinato di cui sopra, per esprimere solidarietà ai poliziotti-assassini di cui sopra.

Questo è un Paese dove il capo di un sindacato di poliziotti afferma che se in Italia venisse introdotto il reato di tortura - come richiesto dall'Onu e dall'Unione Europea per allinearsi agli altri Paesi civili - i poliziotti italiani incrocerebbero le braccia e smetterebbero di lavorare per protesta.

Questo è un Paese dove il migliore tra i recenti capi della polizia, l'unico che ha avuto il coraggio di chiedere scusa per i crimini commessi dai poliziotti e cercare una pacificazione con il popolo italiano, aveva il nome più grottesco per il ruolo che ricopriva: Manganelli. E il fatto che prima di morire abbia scritto un romanzo - bello o brutto che sia - rivela che anche un capo della polizia può avere una vita interiore, e quindi una morale, per fortuna.

Questo è un Paese dove il gesto simbolico di una ragazza che stampa un bacio sulla visiera del casco di un poliziotto durante una turbolenta manifestazione può essere oggetto di denuncia per "violenza sessuale" da parte del segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Franco Maccari.

***

In questo Paese io so da che parte stare. Lo so bene dal 2001 - anche se là fisicamente non c'ero - e nei 13 anni che sono seguiti non c'è stata alcuna circostanza che mi inducesse a cambiare parte o idea.

In questo Paese è necessario stare da una parte, perché due parti ci sono, anche se così non dovrebbe essere: a creare la frattura eversiva sono state e sono le forze dell'ordine ("alcuni membri delle forze dell'ordine", bisognerebbe dire, certo, ma in assenza di una chiara, netta e definitiva presa di posizione da parte dei vertici della polizia, non possiamo che dire: "le forze dell'ordine") che hanno dichiarato guerra alla gente, alla 'loro' gente, agli italiani, e continuano a portare avanti con metodo questa guerra, mese dopo mese, anno dopo anno, abuso dopo abuso, violenza dopo violenza, omicidio dopo omicidio. Due all'anno, di media, i morti ammazzati, se non sbaglio. L'ho già scritto.

In questo Paese io esprimo solidarietà a Marco Bruno, condannato a 4 mesi di carcere, non per avere tirato sassi, petardi, bombe, non per avere divelto un reticolato, sfondato vetrine, fatto minacce, bloccato il traffico, dato schiaffi: per avere detto "pecorella" a un carabiniere.

In questo Paese io mi unisco al gesto di Marco Bruno e dico – anzi, ancora peggio: scrivo – "pecorella" all'indirizzo di Stefano Fadda, il carabiniere insultato che non ha voluto/saputo/potuto evitare questo processo a danni del buon senso collettivo prima ancora che di Marco Bruno.

Dico e scrivo "pecorella" a quei poliziotti che hanno ammazzato e sono rimasti al loro posto.
Dico e scrivo "pecorella" ai loro superiori che non li hanno sbattuti fuori dall'Arma.
Dico e scrivo "pecorella" ai moltissimi chi li hanno applauditi.
Dico e scrivo "pecorella" a tutti i poliziotti e i carabinieri che non prendono apertamente posizione contro la degenerazione fascista, violenta, autoritaria, antidemocratica e criminale che riguarda alcuni settori delle forze dell'ordine.
Dico e scrivo "pecorella" a chi è rimasto impunito solo perché non sono stati fatti i nomi e perché ci si rifiuta di mettere la targhetta identificativa sulla divisa.
Dico e scrivo "pecorella" a chi, pur sapendoli bene, non ha voluto fare i nomi e ha fermando il corso della giustizia.
Dico e scrivo "pecorella" a chi non vuole che sia inserito il reato di tortura nel codice penale italiano.
Dico e scrivo "pecorella" a chi nel 2001 a Genova ha creato prove false per criminalizzare chi in realtà era la vittima.
Dico e scrivo "pecorella" a chi ha depistato le indagini per salvare se stesso e i propri colleghi o superiori o sottoposti.
Dico e scrivo "pecorella" a chi si rifiuta di rispondere alle domande dei cittadini allibiti e spaventati.
Dico e scrivo "pecorella" al giudice Gian Luca Robaldo, che ha firmato una sentenza esemplare, finalizzata a intimidire il dissenso anche nelle sue espressioni più innocue e pacifiche.

***

A non tutti i poliziotti e i carabinieri voglio dire e scrivere "pecorella".
Non a chi fa onestamente, coraggiosamente, a volte eroicamente, il proprio lavoro.
Non a chi si è confrontato con le critiche, aprendosi al dialogo, dando risposte.
Non a chi ha partecipato alle proiezioni del film Non lavate questo sangue, per esempio, per discutere, da poliziotti-cittadini, con altri cittadini, di quello che era successo a Genova, di come era potuto accadere.

Non voglio dire "pecorella" a chi pecorella non è, e fa il poliziotto o il carabiniere senza andare dietro al gregge, ragionando con la sua testa, valutando cosa è bene e cosa è male, sapendo che gli ordini – soprattutto se riguardano l'uso legale della violenza – devono essere valutati con il metro del proprio giudizio morale e che al limite possono anche essere messi in discussione.

A tutti gli altri dico "pecorella". Ma dovrei dire "pecorella con le fauci di lupo" (e chissà se anche "lupo", detto a un carabiniere, sarebbe giudicato un insulto punibile con 4 mesi di carcere dal giudice Robaldo... così, sommati, diventerebbero 8). Perché queste persone sono pecore nel rispettare gli ordini dei superiori, nell'andare dietro a ciò che fanno i colleghi - tra i quali si possono facilmente nascondere , nel non assumere le responsabilità del proprio agire, e sono lupi con i più deboli, con chi non è dotato di una divisa e di una pistola d'ordinanza, con chi è un povero disgraziato e presumibilmente non potrà pagarsi un buon avvocato, con chi è colpevole esclusivamente di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Lupi mannari, per l'esattezza, perché i lupi non sbranano i propri simili.

A queste "pecorelle-lupo mannaro" avrei voglia di dire ben altro, per la verità; ma, visto il precedente di Marco Bruno, un "vigliacco" potrebbe costarmi 4 o 5 anni di carcere e un "infame bastardo" forse l'ergastolo. E con una vita da vivere, una compagna e una figlia da accudire e da amare, un lavoro da svolgere, molti progetti da portare avanti, un orto da curare, è meglio essere prudenti. Meglio fare come Marco Bruno, quindi, e limitarsi a un "pecorella" - "pecorella-lupo mannaro", tutt'al più - rischiando al massimo qualche mese di carcere.

domenica 18 maggio 2014

Satellite

Una notte quasi limpida, molte stelle nel cielo, un'ampia porzione di cielo, da est a ovest, una lucciola pulsa nel prato, accanto alla mucca di gomma di Maia, stamattina i boccioli della rosa erano tutti chiusi, stasera uno si è aperto, si vede il giallo gonfio dei petali, domattina sarà spalancata. Un pianeta rosso, molto luminoso, sopra la testa, probabilmente Giove, o Marte, non sono sicuro, un pezzo del grande carro proprio allo zenit, e un'altra costellazione, familiare, che un tempo avrei saputo riconoscere, ma oggi non più. Un aereo da ovest a est, subito dopo un satellite artificiale da est a ovest. Molti anni fa, quando ho scoperto che si potevano distinguere a occhio nudo i satelliti artificiali, e ho imparato a riconoscerli, mi emozionavo a seguire la loro traiettoria luminosa nel nero, finché all'improvviso non sparivano, entrando nella grande invisibile ombra gettata dalla terra nel cosmo. Questo satellite invece sparisce dietro i tetti senza essere scomparso, proprio perché va a ovest verso il sole tramontato da poco. Forse un satellite spia, o più probabilmente di qualche di qualche telefonia, il che è lo stesso. Ma non importa. Forse, una volta scomparso alla mia vista, dietro l'orizzonte, si schianterà con un altro satellite, di un'altra nazione, e i rottami cadranno nell'oceano atlantico o tra le dune di un deserto senza nome. Questo è ciò che accade durante il tempo della quarta sigaretta, da quando, quattro giorni fa, ho ricominciato a fumare.

martedì 29 aprile 2014

Polizia

E all'improvviso foglie gialle e rosse, che si staccano e cadono sul prato; foglie della siepe, piantata da poco, del corbezzolo che sta lì, tutto storto come in un dipinto giapponese, da molti anni, con i suoi fruttini tondi e spinosi che stanno già prendendo il colorito rosso, dell'oleandro. Anche il ciliegio mi sembra che abbia le foglie un po' grinzose. Forse hanno avuto poca acqua? O troppa? No, sicuramente poca, perché è stato caldo nei giorni scorsi. O forse è un loro ciclo che si svolge anche se nell'immaginario di noi urbani in primavera c'è solo il verde? Nel dubbio, irroro tutto il giardino con abbondante acqua. Ramona mi dice che fai, guarda che non ê necessaria, le piante soffrono anche con troppa acqua. Mi fermo assillato dal dubbio. Ho i rimorso. Per di più, dopo poco si mette a piovere. Piovere sul bagnato. E le foglie rosse si staccano. Non è facile prendersi cura delle cose vive. Non facile neanche prendersi cura delle cose morte, come il pavimento, l'intonaco delle pareti, un muretto, la strada, una città. Figuriamoci le vive. Ho attaccato al legno del pergolato delle rondini di legno colorato che la zia e la nonna hanno regalato a Maia. Ci stanno bene. Intanto qui sono arrivate le rondini vere. E oggi, mentre ero in ufficio, ho notato che anche in città ci sono le rondini, non i rondoni, quelle con la pancia bianca che tutti dicono ormai non ci sono più nelle città. Ma forse non le avrei mai notate in città se prima non le avessi notate nel giardino.
Oggi facevo redazione di un testo sulle vicende del PD, con prefazione del governatore della Toscana Enrico Rossi. Rossi parla di Furore di Steinbeck, di come sia stato censurato dal fascismo nella versione italiana, in particolare nel monologo di Tom Joad alla madre ripreso nella canzone di Bruce Springsteen. Tom dice dovunque ci sarà un ragazzo picchiato dalla polizia... Dovunque.... Dovunque... Tu mi troverai lì. Il primo dovunque è dedicato alla polizia. Rossi dice che il discorso di Tom potrebbe essere il manifesto della nuova sinistra. Ma qui ci sono ragazzi e uomini che continuano a morire in stato di arresto, o in carcere, nelle mani, sotto le mani, della polizia. L'ho già scritto nel post del 25 aprile. Ma lo devo riscrivere, perché è di oggi la notizia che al congresso del SAP, secondo sindacato di polizia italiana per importanza, i poliziotti che hanno ammazzato di botte Aldrovandi, e che sono stati condannati in via definitiva per questo omicidio, sono stati accolti con una standing ovation di 5 minuti. Ora, c'è qualcosa che non quadra: non siamo negli annou di piombo, non ci sono ideologie sovversive diffuse tra la gente... Come mai la polizia continua ad ammazzare la gente? Vorrei dire a qualcuno, al capo della polizia, che non è rassicurante sapere che la polizia di stato è in guerra - una i guerra unilaterale - contro il popolo. Tempo fa avrei voluto scrivere a Manganelli, allora capo della polizia dopo De Gennaro, perché aveva cercato di far riconquistare alla polizia la fiducia della gente e perché aveva un cognome da fumetto di Walt Disney - per essere il capo della polizia. Ma poi è morto. De Gennaro invece è vivo, fino a poco tempo fa era a capo di Finmeccanica, ce lo aveva messo Prodi o chi per lui. Insomma, era stato promosso, dopo le vicende del G8, in cui lui era in qualche modo il regista e il responsabile. E a lui non mi viene voglia di scrivere, perché mi fa paura. Una paura cane. Mi immagino che se gli scrivessi una lettera gentile, con molte domande non retoriche, potrei trovarmelo alla porta una sera, con un bel bavero tirato su, e mi ammazzerebbe di botte. Ci vorrebbe poco, con uno come me, non avrebbe gran che da divertirsi. Questa è la sensazione che mi incute. Insomma, è molto seccante pensare che, se le cose non cambiano, tra qualche anno dovrò insegnare a mia figlia, a tutti i bambini, che quando passa una volante, o si incrocia un poliziotto la sera, in una zona un po' appartata, bisogna passare alla larga, tirare dritto, nascondere la testa guardando in basso e dirsi speriamo che non sia il mio turno.

sabato 26 aprile 2014

Liberazione

Continuiamo a trovare ogni mattina lunghi getti del kiwi spezzati per terra, le foglie mosce e quasi già senza vita. Fortunatamente la crescita della pianta è più rapida di questa metodica opera di distruzione, e il pergolato si sta coprendo di verde. All'inizio ho incolpato i gatti della vicina (avevo letto che il kiwi ha un odore irresistibile per i gatti, che distruggono ogni pianta non ancora abbastanza robusta), ma sembra che mi sbagliassi; quindi ho puntato il dito contro i merli; ma il ritrovamento di questa mattina sembra contraddire anche questa ipotesi: un getto trovato per terra, piuttosto robusto, appariva chiaramente, meticolosamente 'segato'. Comincio a sospettare delle lumache... Di notte si manifestano a decine, lunghe fino a 15 centimetri, con o senza casa; di giorno non si sa dove stiano; se la notte una lumaca sta su una foglia del kiwi, la mattina la foglia sarà bella e spolpata, e piena di filamenti luccicanti. È stata una buona idea tagliare l'erba il giorno della Liberazione.


Una mattina non mi sono svegliato
E non ho lasciato le orme sul prato.

Una mattina non mi sono svegliato
E per il 25 aprile il presidente
Onorava i due soldati italiani
che hanno ucciso i pescatori indiani.

Una mattina non mi sono svegliato
E il vecchio miliardario
Condannato a sette anni, poi altri quattro, e altri tre
Era ancora un politico influente e rispettato

Una mattina non mi sono svegliato
E avevo ottanta euro in più in busta paga
Mentre il paese deragliava
E l'asilo costava cinquecento euro al mese

Una mattina non mi sono svegliato
E gli sbirri condannati per avere
Ammazzato di botte un ragazzo
Erano ancora in servizio e arrestavano

Una mattina non mi sono svegliato
E anche un ex calciatore era morto
Misteriosamente in stato di arresto
Mentre era nelle mani dello stato

Una mattina non mi sono svegliato
E il senato non era più composto da eletti
E dopo poco anche la camera
Tanto la democrazia non funzionava uguale

Una mattina non mi sono svegliato
E l'Italia era il paese della mala legale
E chi lavorava era un fesso
Ma chi perdeva il lavoro si ammazzava

Una mattina c'era un sole splendente
E sarebbe stato bellissimo uscire
Correre liberi e gridare forte
Ma io non mi sono svegliato.