blog di Carlo Cuppini

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giovedì 28 maggio 2020

FASE 2: 50 INCRINATURE DELLA NARRAZIONE DOMINANTE

Articolo pubblicato sul blog Gli Imperdonabili
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Dove imperversi una narrazione unica tesa a convalidare politiche governative devastanti, c’è bisogno prima di tutto di controstorie. L’attività che trova e diffonde queste "storie" si può chiamare controinformazione o, più semplicemente, e forse più appropriatamente, resistenza democratica. Il rischio è smarrirsi nei meandri del complottismo - certo, lo dico subito - che non è altro che l’altra faccia della narrazione unica, perfettamente speculare a essa, a essa funzionale in quanto utilizzabile per delegittimare ogni forma di dissenso, e appunto, ogni controstoria. Tanto più che, mancando in questa epoca strumenti qualificati di seria e sistematica critica al potere, il fai-da-te è l'unica strada. Chiarito subito questo punto, andiamo avanti con gli strumenti a disposizione, a partire dall'esercizio del pensiero critico e dell'intelligenza.
Prima di procedere con i 50 punti, voglio però attestare l’esistenza, o meglio, l’imposizione, di un "pensiero unico", o “narrazione dominante”, attraverso due citazioni importanti: perché oggi sappiamo bene tutti che c’è stata, e che c’è, una "narrazione dominante" (a parte gli ingenui e i malintenzionati), ma tra sei mesi o un anno potremmo essercene dimenticati: vuoi per non sentirci cretini, visti gli sviluppi che sta prendendo la vicenda covid - i quali, di per sé, contraddicono i pilastri della narrazione suddetta; vuoi per avere interiorizzato, alla lunga, l'evoluzione della propaganda in qualcosa di più sottile e impalpabile, ma di altrettanto efficace e perfino più pervasivo. Riporto dunque i pareri non di qualche professionista del sospetto e della critica al potere, ma di due giuristi e di un virologo ampiamente stimato e "al di sopra di ogni sospetto".


mercoledì 27 maggio 2020

FASE 1: STERMINIO DI MASSA E MUTAZIONE ANTROPOLOGICA

Articolo pubblicato su Gli imperdonabili
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Sono passati due mesi e mezzo dal mio primo post su questo blog sul tema Covid (9 marzo, l'alba del lockdown). Tutto quello che ho scritto a livello di propositi in quel testo resta per me valido. Solo che quell'impegno personale che invocavo ha nel frattempo preso il segno di un impegno antigovernativo: quello che è cambiato è il rapporto mio (in quanto cittadino convintamente democratico), con le autorità politiche, con quelle sanitarie legate al governo, e con i media. Il 9 marzo avevo fiducia in questi soggetti e invitavo a rispettare alla lettera quanto venisse detto loro (lo noti chi volesse imputarmi un'opposizione ideologica e pregiudiziale a questo governo; aggiungo che un governo 5S-Pd, realmente popolare, lo aspettavo da 7 anni). Mi ha sconvolto, ma non mi ha indignato o preoccupato politicamente, la chiusura del Paese. Di lì a poco questa fiducia si è dissolta, perché calpestata: precisamente nel momento in cui ho scoperto di essere un cittadino sospettato, sorvegliato, colpevole fino a prova contraria, messo in condizione di dover giustificare ogni gesto pubblico e privato, compiuto in luogo pubblico o privato, militarmente intimidito; nel momento in cui, soprattutto, ho scoperto che come 60 milioni di italiani ero limitato in ogni aspetto della quotidianità da un misto di divieti ambigui e raccomandazioni orali elevate al rango di norme scritte, nel quadro di un inedito sistema normativo-repressivo basato sul "si deve fare così perché si sa"; un quadro definito a colpi di hashtag, di video virali su whatsapp, di dirette facebook, di invettive di opinionisti e conduttori tv, di appelli alla caccia all'uomo come diversivo di stato fatti da uomini dello stato. Si è iniziata a sanzionare l’infrazione di divieti che il legislatore si era dimenticato di scrivere, o che al limite si potevano intravedere in documenti di natura modulistica (non certo legislativa) emessi dal dipartimento di polizia (l'autocertificazione, della cui esistenza e funzione non si trova traccia in alcun decreto). Mi hanno perso definitivamente quando è stato chiaro che l'indiscriminazione di questo regime repressivo basato su una ragnatela di non-norme diventava una atroce discriminazione per tutte le fasce deboli della società, a partire dall'infanzia, dimenticata, oppure ricordata solo per essere additata come colpevole e quindi esposta allo stigma sociale - in assenza di ogni evidenza scientifica, e del tutto ingiustamente e ingiustificatamente (a posteriori possiamo e dobbiamo dirlo, ora che le evidenze e gli studi scientifici ci sono, in abbondanza). Questo mi ha indignato e indotto alla diffidenza e, di lì a poco, al dissenso. 



domenica 19 aprile 2020

Passeggiata di rivolta morale e filosofica

Oggi sono uscito a fare una passeggiata di 2 chilometri. Era vietato. Questo è il testo che ho letto in diretta Fb – per metterci la faccia, perché era un gesto dimostrativo – mentre camminato, per chi volesse rileggerlo.

[Edit: Il tribunale di Reggio Emilia, con sentenza pubblicata l'11 marzo 2021, ha dichiarato illegittimo e totalmente privo di effetto quel dpcm, e quindi nulle le relative sanzioni, in merito al divieto di uscire di casa e circolare, come garantito dalla Costituzione.]


***
Mi chiamo Carlo Cuppini, ho 40 anni, ho due figli e un lavoro, vivo a Firenze, dove in questo momento mi trovo.
Sono uscito di casa, per la sola ragione che intendo affermare la mia libertà personale, l’inviolabile libertà personale sancita dalla Costituzione. “Inviolabile”. Articolo 13.
C’è chi per giustificare questo stato di cose, in particolare la reclusione domiciliare forzata, fa riferimento all’articolo 16.
Leggiamo l’articolo 16: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.”
È evidente – e lo hanno chiarito diversi giuristi, caso mai fosse stato necessario farlo – che con “libertà di circolazione in qualsiasi parte del territorio nazionale” si intende lo spostamento in lungo e in largo per tutta la nazione, da Firenze a Roma, da Milano a Palermo, forse anche solo da Firenze a Prato: ma non si intende certamente uscire di casa, passeggiare per il quartiere, spostarsi nella propria città, nella geografia limitata e ripetitiva della propria quotidianità. Questi atti attengono alla libertà personale, e non a quella di circolazione nel territorio nazionale.
Leggiamo allora l'articolo 13: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria”.
Quale autorità giudiziaria ha disposto una limitazione alla libertà personale dei cittadini di uscire di casa, in questa circostanza, a 78 giorni dalla dichiarazione dello stato di emergenza in Italia?
Sono uscito di casa per rigettare l’idea di uno Stato intrusivo, colpevolizzatore, paternalistico, pronto ad attuare una repressione collettiva preventiva; uno Stato che sostiene l’equazione, giuridicamente e moralmente abominevole, “uscire di casa = violare il divieto di assembramento”. Assegnando implicitamente al cittadino il profilo di una intrinseca irresponsabilità e di una sicura colpevolezza, anche in assenza di prove, di fatti, di intenzioni. Ma qui siamo ben oltre il processo alle intenzioni.
Qui siamo al tema del peccato originale.
Sono uscito di casa per affermare a piena voce che il confinamento domestico è una forma di detenzione domiciliare inflitta a 60 milioni di cittadini come punizione collettiva preventiva, per la certezza che chiunque, se lasciato libero, in balia della sua inviolabile libertà, avrebbe violato una norma che si può violare solo uscendo di casa. Come moltissime altre norme del resto.
Detenzione per prevenire un’infrazione che si suppone potrebbe essere compiuta: come in Minority Report di Philip Dick.
Sono uscito di casa per affermare il diritto di essere considerato dallo Stato e dalle istituzioni un cittadino responsabile, innocente e degno di piena fiducia, fino a prova contraria. Esco di casa e come vedete non violo il “divieto di assembramento” che è stato posto con i recenti decreti.
Con la proprietà del mio corpo, con la responsabilità del mio gesto, sto spezzando la scellerata equazione governativa che sospetta preventivamente di ogni cittadino, e lo priva della sua libertà inviolabile, suprema, agitando la bandiera della salute pubblica.
Sono uscito di casa perché la catastrofe sanitaria, ospedaliera, economica e sociale italiana non è stata causata da una maggioranza di cittadini che in quanto irresponsabili non meritano la democrazia e i diritti elementari; ma dall’inadeguatezza del sistema sanitario, dal ritardo nella risposta del governo, da errori tragici e gravissimi, degni di inchieste penali, compiuti a livello di gestione sanitaria e politica.
Ma non voglio affatto parlare di politica, perché la mia passeggiata non è una manifestazione politica. E non è una forma di disobbedienza civile, dal momento che non sto infrangendo alcuna norma: sto ascoltando la mia coscienza e mi sto esponendo con la mia faccia per difendere la legalità e la dignità. Lo faccio per me, per tutti i miei concittadini, e per i miei e nostri figli. Che forse un giorno vorranno sapere che posizione hanno assunto i loro genitori in questa pagina della storia italiana.
La mia passeggiata è una rivolta morale e filosofica.
Per questo ho deciso di accompagnare all’atto materiale e corporeo di uscire di casa e di passeggiare liberamente dove mi pare, nella mia città, la lettura di un testo di uno dei più grandi filosofi italiani, Giorgio Agamben, pubblicato il 13 aprile scorso e che potete ritrovare in rete. ll titolo è: “Una domanda”.
Libertà. Legalità. Responsabilità. Dignità. Costituzione. Resistenza.

lunedì 9 marzo 2020

EMERGENZA CORONAVIRUS, METTIAMOCI IN GIOCO

Emergenza coronavirus, mettiamoci in gioco

1) Socialità, cultura, istruzione, salute, sono i beni più preziosi che abbiamo, accanto all’affetto della famiglia. Questo è tanto più vero per i bambini, il cui primo rapporto con lo Stato è rappresentato dalla scuola. Adesso che tutto questo ci viene negato, per il bene di tutti, dando l’impressione che lo Stato e la società siano azzerati in molti loro aspetti fondamentali, dobbiamo imparare a FARCENE CARICO DA NOI: individualmente, in famiglia, in forme di micro-comunità fisiche (nel rispetto di quanto prescritto dalle autorità, quantità di persone, luoghi, distanze, contatti ecc) e di comunità virtuali, visto che la tecnologia ci offre questa possibilità. Questa è la mia esortazione, la mia speranza e la sfida che lancio prima di tutto a me stesso: METTIAMOCI IN GIOCO, rendiamoci responsabili della crescita e del benessere nostro e dei nostri bambini, e del Paese. Non possiamo avere alibi. Non possiamo pensare di essere in vacanza. E non possiamo neanche barricarci in casa con l'idea che gli altri esseri umani siano un potenziale pericolo per noi. Non condivido gli appelli a chiudersi in casa, punto e basta, aspettando che si torni alla normalità. Il problema è più complesso, la sfida è più alta. Il problema psicologico sarà enorme per milioni di persone, di tutte le età. Il problema economico avrà dimensioni catastrofiche, causerà disperazione reale e sconquasso sociale, probabilmente per anni. Allora dico: stiamo molto tempo in casa, ma non ci barrichiamo in casa; usciamo, anche, con tutte le dovute precauzioni, rispettando alla lettera e con scrupolo le regole relative al nostro territorio. Ascoltiamo un'unica voce, quella delle istituzioni e delle autorità: gli unici soggetti a poter stabilire qual è il crinale su cui dobbiamo camminare, tra rischio sanitario e rischio psico-socio-economico. Leggiamo di più. Scriviamo di più. Scriviamo poesie. Teniamo un diario. Leggiamoci cose belle uno con l’altra: uno davanti all'altra, a un metro di distanza, al telefono, con le videochiamate. Scriviamoci email, cartoline, lettere. Usciamo di casa (rispettando alla lettera le prescrizioni, lo ripeto), prendiamo un caffè al bar, compriamo il giornale, andiamo in libreria e prendiamo molti libri belli e istruttivi da leggere insieme ai bambini, qualche dvd, per dargli una continuità di stimoli culturali. Non c'è solo Amazon. Non diamogliela vinta a questi colossi, per paura di uscire. C'è ancora una realtà viva, vivace, fragile, che deve vivere, là fuori. E non è l'inferno. Se lo diventerà, ce lo diranno. Insegniamo ai nostri bambini che l’apprendimento non è solo a scuola, ma continua tutti i giorni, in casa, ovunque, divertendosi, come quando avevano due anni e non c’era alcuna differenza tra gioco e apprendimento. Lo stesso può essere per noi adulti, insieme a loro: usiamo il tempo che abbiamo a disposizione per ricreare un rapporto tra imparare e divertirsi. Guardiamo film e documentari. Disegniamo. Facciamo sport, da soli e in gruppo (all'aperto e sempre rispettando le prescrizioni). Lanciamo a noi stessi sfide intelligenti. Telefoniamoci di più. Impariamo a usare meglio tablet, computer e social, sfruttando le loro immense potenzialità. Rinsaldiamo i legami affettivi e sociali, per come è possibile farlo in questo momento, cioè in parte in modi nuovi: ma non lasciamo che si diradino e si impoveriscano. Diamoci una disciplina. Prendiamo impegni con noi stessi. Ritroviamo la confidenza con il silenzio, l’attesa, il non avere niente da fare. Bandiamo la pigrizia e scateniamo la fantasia. Ora non esistono più automatismi né consuetudini. È un’occasione straordinaria per riscoprire e reinventare ciò che ci è essenziale. Come un artista davanti a un foglio bianco. Come in una ideale società anarchica, ora sta solo ed esclusivamente a noi. Rileggiamo i classici dell’anarchia, se vogliamo trovare spunti teorici. Nella necessaria privazione di molte libertà e di molti diritti, dobbiamo riflettere sul senso della libertà, e possiamo perfino trovare delle più profonde libertà, in carico a noi, che non ci può togliere nessuna emergenza nazionale o mondiale.
2) Questo è il momento dello sbigottimento, della paura e per molti della sofferenza. E' così. Non ignoriamo questi sentimenti - sarebbe da irresponsabili. Ma non lasciamo che siano quelli prevalenti. A essi possiamo affiancare qualcosa di più grande e potente. A partire dal TIMORE: mettiamo contro la paura per lo più irrazionale di una catastrofe il giusto timore per le possibili conseguenze delle nostre azioni, che ci spinge non alla fuga e all’isolamento, ma all'agire responsabile. Anche questa è una grande opportunità. Il virus è solo un caso transitorio e vistoso. Ma con le nostre azioni decretiamo quotidianamente, sempre, il destino delle persone e quello del pianeta. Possiamo fare del male senza accorgercene. Fast food = deforestazione dell’Amazzonia, solo per fare un esempio tra i più banali e noti - ma anche ignorati. Ambiente, consumo critico, disuguaglianze socio-economiche a livello mondiale, quindi immigrazione, produzione di carne. Questi sono i temi su ci esprimiamo, volenti o nolenti, cento volte al giorno tutti i giorni. Lo scioglimento dei ghiacciai - in corso da anni per via dei nostri stili di vita e delle politiche globali, che in larga parte avvaloriamo attivamente - potrebbe liberare in un futuro prossimo decine di virus antichissimi ben più devastanti e letali di questo coronavirus. Cosa faremo allora? Ci pentiremo di non avere fatto la rivoluzione ecologica quando eravamo in tempo? Dobbiamo diventare una volta per tutte coscienti che la globalizzazione ci conferisce un potere immenso, individualmente, ma il nostro sguardo si ferma sempre prima della fine della catena delle conseguenze delle semplici azioni. Impariamo ad avere un razionale timore di questo potere che è nelle nostre mani, come quando guidiamo una macchina. Fare un acquisto, usare un social o un sito, senza porsi domande su chi stiamo avvantaggiando, arricchendo, potenziando con questo nostro "voto", è come guidare una macchina senza patente. Impariamo la lezione: dobbiamo vivere sobriamente e responsabilmente, facendoci domande e informandoci. Sempre. Non solo finché dura questa specifica emergenza. L'irresponsabilità e il menefreghismo possono uccidere (persone reali, non in astratto) e possono trasformare il futuro nostro e dei nostri figli in un incubo.
3) Da persona non credente ma sensibile ai simboli antropologici, mi lascio impressionare da questa sovrapposizione casuale tra la quarantena di massa e la Quaresima. IL TEMPO DELLA SOTTRAZIONE. E penso all'ammirazione che ho provato in Turchia, in Palestina, quando, parlando con ragazzi sia religiosi sia atei che osservavano il Ramadan, ho visto nei loro occhi una gioia straordinaria, quella di riscoprire collettivamente l’osso che sta al fondo dell’essere umano, scavando sotto l'abitudine ai comfort, all’edonismo, al consumismo, grazie all’auto privazione e all’auto disciplina. Guardiamoci dentro. Esploriamo il significato della sobrietà. Guardiamo gli orizzonti che si aprono dentro di noi. Anche in questo senso questa emergenza ci offre un'occasione straordinaria.
4) Quando l’emergenza sanitaria sarà passata, ci sarà da RICOSTRUIRE UNA NAZIONE economicamente devastata, che sarà in buona parte da ripensare nelle sue strutture economiche e sociali. Molti squali cercheranno di prendere le redini della ricostruzione e di compierla in modo opportunistico, e anche criminale, pro bono eorum, come sempre accade dopo le catastrofi economiche. Ma noi tutti abbiamo l’opportunità di presentarci a questo appuntamento, individualmente e collettivamente, cambiati. Migliori. Dipende da come stiamo vivendo e da come vivremo questi giorni eccezionali. Possiamo fare in modo che da oggi, guardando oltre la logica dell’emergenza, niente sia più come prima. Che tutto sia migliore, intriso della nostra partecipazione, della nostra energia e dei nostri contributi.

sabato 21 aprile 2018

"Il mondo senza gli atomi" e la questione del linguaggio

La questione ancora una volta è il linguaggio: contro di lui la rivolta, con lui la sfida, attraverso di lui il tentativo.
Riusciamo a pensare soltanto a quello che può essere detto attraverso il linguaggio, e quindi fissato, grazie alle sue strutture, in concetti. Di più: crediamo a tutto ciò che diciamo: se può essere detto – in un certo senso, in una certa misura – deve essere vero. Per quanto assurdo possa essere o sembrare.
"Cosa sarà di me dopo la mia morte?", "Io sono una persona", "Domani vado al mare" "Bisogna respingere i clandestini": frasi che, a ben guardare, non vogliono dire niente; composizioni di singoli elementi linguistici che, anche presi uno per uno, sono folli schematizzazioni linguistiche di esperienze complesse, inafferrabili e inenarrabili.
"Io sono un io?" Bisognerebbe partire da questa domanda, ogni volta che si comincia una frase con la parola "io". E qui non sto tirando in ballo la filosofia, ma la letteratura, e in particolare la narrativa e la poesia: cioè quelle arti che usano come materiale specifico di costruzione il linguaggio verbale. 
"Il blu è rosso", "Ieri andrò a cercare il mio doppio", "Giovanni viveva a Lucca e Piero a Lugano, ma entrambi erano la stessa persona." Queste frasi hanno meno significato delle precedenti?
"Il mondo senza gli atomi era un magma compatto...", "Il figlio del mondo era un piccolo mondo...", "Inutile respirare, se poi prelevano dall’aria i nostri stati di grazia...", "Eravamo saliti senza biglietto sull’autobus per il quinto pianeta...", "Avevamo installato missili in mezzo alla piazza per respingerli...": i primi cinque racconti del mio libro cominciano così.
La forza di una frase che si mantenga sul crinale tra senso e non-senso invoca con urgenza uno sviluppo narrativo che sfidi la logica comune, il modo di abitare il mondo - sentendoci "padroni in casa nostra" - attraverso catene collaudate di pensieri.
E mi rendo conto che la necessità è ancora quella, la stessa che mettevo in opera a quattordici anni con le prime prove di scrittura: spaccare il conformismo più sottile e insidioso, sfondare la rete dei concetti prefabbricati (istruiti da millenni di continuità simbolica del potere), strappare un anelito di vita, di grazia e di rivolta, dall'oltre di questa recinzione che riteniamo essere la casa comune.

Leggendo "Il mondo senza gli atomi" troverete...

Leggendo “Il mondo senza gli atomi” troverete: il mondo senza gli atomi, il figlio del mondo, i migranti interstellari e chi da terra li sta ad osservare, molti ribelli sparsi su vari pianeti di diversi sistemi solari, i nuovi venuti, le ombre e il merlo che se le è mangiate, i bocciati e perciò deportati, chi ha deciso che quattro dita sono bastanti e chi quattro dita se le fa bastare, grossi uccelli pelosi e i loro testicoli ciondoloni, gli aspiratori, Claudia e Roberto, i governanti, le autorità, i tutori dell'ordine, gli esaminatori, i contrabbandieri di paraspigoli, orde di camerieri ex rivoluzionari, i figli viziati dei camerieri ex rivoluzionari, i nullatenenti acculturati e i loro figli ignoranti e violenti, tre ragazzi illegali e chi vuole farli sparire, gli struzzi, gli elefanti, altri migranti, l'uomo che coltiva bonsai, l'uomo che scappa dai vortici e la sua famiglia, il papa nello spazio, gli abitanti dei pianeti remoti, varie fini del mondo, gli uni e gli altri, il domatore di ragni e i suoi ragni, i licantropi di Urbino e un celebre dipinto di Piero della Francesca, una pantera alle porte di Roma, i cosacchi, un ragazzo rapito e il suo nugolo di moscerini, una serie di strane apparizioni sotto mura medievali, il Mal Vivente, l'uomo vitruviano, le farfalle ai tempi della crisi, un angelo e il suo cazzo rilevatore, uno psicanalista in partenza per la Luna, Mandelstam il poeta, violenti nani da giardino, Pinocchio e Carlo Marx, i delfini mutanti, un'algida dea con l'accetta, migliaia di cani morti e un bambino su un'oca, il prosciutto di cuore e i suoi assaggiatori, nonché il macellaio, i cocchieri di Gaza, il giaguaro e il coccodrillo, leoni che sembrano gattini, orde di prozie e cugini, il sangue, energumeni in camicia bianca, varie schiere di malintenzionati, un carrista di Carnevale cieco, una vittima, il traffico veicolare a Firenze, un padre, una dozzina di cani biondi, una madre. Nient'altro mi pare (anche se forse qualcosa ho scordato).

Il mondo senza gli atomi - piccola riflessione autocritica

“Il mondo senza gli atomi” nasce dopo anni di lavoro sulla poesia, intesa come radicale corpo a corpo con il linguaggio, bestia solo in apparenza addomesticata che in realtà non vuol essere parlata ma pretende di parlarci, farci dire – e diventare – ciò che vuole. “Militanza del fiore”, sette anni fa, ha presentato l'esito di questo scontro, con testi poetici a brandelli, sanguinanti, spezzati. Per questo, forse, “difficili”, a detta di alcuni “d'avanguardia”, o “illeggibili”. Anche se per me i testi poetici di “Militanza del fiore” sono leggibilissimi come lo è un incontro di box o di lotta: leggibili nel dimenarsi del gesto, nella sua eventuale efficacia, non nella coerenza o sensatezza degli enunciati.
“Il mondo senza gli atomi”, oggi, raccoglie 41 storie “facili”, molto “leggibili”: fiabe, sogni, leggende, viaggi, escursioni oniriche, metamorfosi, storie di animali, rivolte, fantascienze, stermini. Storie brevi e brevissime, da leggere prima di dormire, oppure seduti sul gabinetto.
Eppure mi pare che l'humus da cui è germinata la scrittura oggi sia lo stesso delle poesie di ieri: è la vita che risponde, attraverso la sfida del linguaggio, alla provocazione del linguaggio, ai suoi continui attentati contro la realtà, alla sua sfrenata volontà di deportare tutti quanti nel regno dell'insensato e negarci l'accesso alla felicità.

Il mondo senza gli atomi - ringraziamenti estesi

A pochi giorni dall'uscita del libro, vorrei fare pubblicamente alcuni ringraziamenti (in forma più estesa rispetto a quelli che compaiono in fondo al libro). Prima di tutto a chi ha letto la bozza e mi ha dato preziosi suggerimenti per le ultime correzioni e le ultimissime limature: Ramona Caia, naturalmente, poi Giorgio Fratini, anche autore dell'illustrazione in copertina, Ivan Orsomeonelse Lorenzetti, Debora Pradarelli, Gianfranco Marcucci, Marco Ferrante, Ettore Pietrabissa, Adriano Sofri; e le mie sorelle, i miei genitori, mia zia Carla. Inoltre, ringrazio tutti gli amici di “Cultura Commestibile” (che ha ospitato in anteprima alcuni di questi racconti sulle sue pagine digitali, accompagnati dalle opere grafiche di Aldo Frangioni) che in vario modo mi hanno dato riscontri: in particolare Simone Siliani, Aldo Frangioni, Emiliano Bacci, Gianni Biagi, Michele Morrocchi. Poi voglio ringraziare Cristina Abati, Giovanni Agnoloni e Sandra Salvato, che con generosità hanno accettato di animare la prima presentazione del libro a Firenze; e Stefania Costa, che ha voluto accoglierla al caffè letterario Le Murate. E infine grazie a tutti coloro che mi hanno incoraggiato e spronato, o che hanno accolto la notizia dell'uscita con curiosità e apprezzamento: tra i tanti, Antonio Bigini, Marta Menichetti, Deborah Russotto, Matteo Faglia, Edoardo Olmi, Simone Giacinti, Laura Antonini, Alberta Zancudi e Maria Gabriella Ranno delle edizioni Palabanda, i nuovi colleghi di Marsilio Editori e di Palazzo Strozzi, i tanti amici fiorentini, romani e ladispolani (comprese le parti acquisite delle mia grande famiglia), insieme ai vecchi amici bolognesi e urbinati che non posso nominare uno a uno, anche se mi piacerebbe. E qualcuno di importante l'ho sicuramente dimenticato, magari perché troppo scontato: vi chiedo scusa in anticipo, e vedrò di farmi perdonare...

giovedì 5 aprile 2018

Il mondo senza gli atomi - il libro

Dieci anni di visioni e libere scritture, su questo blog, su riviste, in fogli sparsi...
Cinque anni di lavoro intorno a un'idea di libro...
Una bambina e un bambino nati nel frattempo...
Da Berlusconi a Salvini e Di Maio, avendo perso per strada anche gli ultimi pezzi di un possibile socialismo...
Il pianeta che continua a roteare mentre la Nasa bombarda il lato oscuro della Luna piovono stazioni spaziali cinesi ...
Enormi uccelli ricoperti di pennacce nere volteggiano oscurando il cielo....

... E alla fine Il mondo senza gli atomi sta per venire alla luce.

40 racconti + 1, storie brevissime e brevi, escursioni nell'onirico, in un corpo a corpo con il surreale, saltando dall'utopia del cosmo ai labirinti del sottosuolo, lambendo la logica del sogno, fiabe e deliri più veri del vero, dove si commettono crimini insensati e si perpetrano stermini di massa.
Eppure in fondo ai binari della deportazione rinasce la speranza della grazia, fiori del deserto che compaiono ogni mattina, al primo diradarsi delle tenebre, presto bruciati dall'arsura.

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Carlo Cuppini, Il mondo senza gli atomi
Ensemble Edizioni, 152 pagine, 12 €
ISBN  978-88-6881-236-2 

Copertina di Giorgio Fratini

Da fine aprile in libreria e negli store on-line

Presentazione:
24 aprile, ore 18.30 - Caffè letterario Le Murate Firenze
Con Cristina Abati, Giovanni Agnoloni, Matteo Faglia, Sandra Salvato



lunedì 12 dicembre 2016

Ciao Cate (Lettera per Caterina Poggesi)

Ciao Cate,
Tu non ci sei più, la tua casa è vuota, ma io ti vorrei parlare.

L'immenso vuoto che hai lasciato, in me, come in tanti - centinaia di persone - è pieno di molte cose. Di sgomento, nostalgia, commozione. Di dolore e di ammirazione. Ma anche di gratitudine, bellezza, e gioia. Sembra strano... Di incredulità. Di senso di responsabilità, verso quello che ci hai lasciato, verso il modo in cui ci hai lasciati, verso la sfida che ci hai lanciato proprio mentre te ne andavi.

Hai fatto qualcosa di incredibile, Cate. Tremo a dirlo... ma ti è riuscito il tuo progetto più grande, più indecente, più audace. Il più scandaloso e il più umano.

Hai ancora una volta riunito una comunità - da quando ti conosco, dieci anni, non hai fatto altro che creare modi di esserci, insieme, sotto regole precise, che non appaiono tali, da te sottilmente orchestrate; hai sempre fatto questo: la regista di situazioni magiche, la "facilitatrice" di costruzioni collettive, l'animatrice di consapevolezze impossibili, di fervide relazioni creatrici. Lasciare semi nelle persone, discretamente, che modificassero il corso della giornata, il colore dell'esperienza, la direzione della vita.

In questi ultimi tuoi giorni - prima, durante la tua scomparsa - hai riunito un grande gruppo di persone che ti volevano bene, che si riconoscevano nelle tue tracce, nelle tue visioni. Una comunità coesa, tenuta insieme da invisibili ma potenti fili, che per quattro giorni o più si è spostata da una parte all'altra della città, per cercarti, pensarti, applaudirti, guardarti, sgomentarsi, ritrovarti, ringraziarti, salutarti, toccarti, piangerti, salutarti, trattenerti.

Per giorni e notti ci siamo spostati da Scandicci a Careggi, da Cango ancora a Careggi, alla Chiesa dei Cappuccini. Qualcuno, già prima, passando da casa tua, con te ancora presente, anche se incosciente; qualcuno accompagnandoti il giorno dopo fino a Livorno e a Castiglioncello, per gli ultimissimi atti. Una geografia di luoghi dell'anima a te cari.
In ognuno di questi luoghi cercavamo te, e trovavamo noi stessi, gli uni con gli altri.
E ogni volta ci ritrovavamo e ci riconoscevamo, ogni volta in modo più intenso e più dolente, ed eravamo grati di questo inatteso calore in mezzo a una distesa di gelo. E ci amavamo, amando questo rituale collettivo che ci era dato di vivere - atto comune di condivisione, compianto - sorretti dal pensiero di trovarsi ancora, più tardi, ancora tutti, per un'altra tappa di avvicinamento al distacco da te.

La grande festa di Fosca, selvaggia, energica, rumorosa, come l'avevi pensata. Musica, balli, travestimenti e grida, tutta la sera fino a notte. E chissà in quale baratro sprofondavi in quelle ore... o in quale corridoio di luce ascendevi.

La notizia della tua morte, il giorno dopo, a sera. Dunque era vero. Era possibile. Ed era accaduto. Ce l'avevano detto subito, una settimana prima, che era irreversibile, finale, questione di giorni o di ore. Ma chi ci poteva davvero credere? Un miracolo, si può sempre sperare. Lo stesso miracolo che ci tiene in vita ogni giorno, strutture così fragili come noi siamo, in mezzo al caos, al caso, agli incidenti della materia. Un miracolo deve succedere, soprattutto in questi frangenti. Il miracolo ti avrebbe ripresa per i capelli, ti avrebbe svegliata - pensavo senza dirmelo, senza farci troppo caso - come il principe azzurro la bella addormentata.

Il miracolo invece non era prolungare il calvario, concedendoti altre settimane.
Il miracolo è stato vederti nella bara, bellissima e intatta, la mattina dopo, domenica, piena di fascino silenzioso, assorta, con il sorriso che ti contraddistingueva, con i tuoi migliori vestiti di scena, viola, stivali pitonati, la spilla di Fosca sul petto. Bella, riposata, come prima della malattia. Come se questi sette anni fossero passati senza ombra del male. Unico segno del tuo stato, la posizione delle mani sovrapposte, troppo innaturale.

Poi il pomeriggio a Cango, in una bottega di falegnameria, per assistere alla tua ultima regia: una poesia intensa, dolente, che richiamava l'assenza, la distanza, parole di Elisa Biagini, attraverso le voci disincarnate di tre donne non vedenti.
Pubblico assorto e concentrato, appeso ai movimenti di quelle labbra, aggrappato all'apparire e sparire di quelle parole in mezzo alla polvere di segatura sospesa nell'aria. Seduti per terra, tutti accalcati.
Un lunghissimo applauso, che ti chiamava, ti richiamava tra noi, in mezzo al tuo lavoro, all'energia che hai evocato, una durata di mani che ti voleva trattenere. Che si illudeva di potere non finire mai.

Poi ancora a Careggi, alle Cappelle del Commiato, tra i tuoi parenti, tua madre, tuo padre, le tue sorelle, per vederti ancora un'ultima volta. E stringersi ancora l'uno all'altra, tutti quanti, idealmente, di nuovo lì.
Così serena e rilassata, sotto la zanzariera. Quasi l'imbarazzo di rubarti un momento di intimità estrema: il volto vero - ma di una verità spaventosa - ancora più che nel sonno, solo con se stesso, assorto, senza espressione o tensione, senza protezione.

Il giorno dopo, lunedì, il tuo funerale. La chiesa dei Cappuccini strapiena, la mattina, una mattina limpida e fredda, piena di sole, il vento spazzava via le foglie appena ingiallite dai rami, che l'autunno mite aveva finora risparmiato.
Tanta gente nel piazzale che non riusciva ad entrare. La bara sigillata.
Dov'eri? Già volatilizzata?
Noi c'eravamo, un corpo solo, fragile e potente nel lasciarsi andare, stentando a lasciarti andare.
I discorsi vibranti di un frate, che non ti aveva nemmeno conosciuta.

Dopo, tutti a mangiare ai Briganti, cos'altro ti saresti aspettata? Gli spaghettini aglio e pomodoro, un brindisi con un bicchiere di vino, ancora lacrime, ricordi, qualche risata.
"La Cate ha detto se si va tutti a mangiare."
Come dopo un incontro o uno spettacolo al Frau.

E noi tutti che adesso non sappiamo che fare. Come continuare.
Esattamente come in "Tangeri", quel tuo piccolo capolavoro, tre minuti di pura immersione in un sogno, e poi doversi all'improvviso svegliare, e andare.

Ecco. Hai sempre voluto mischiare l'arte e la vita, la vita e l'arte, attraverso un preciso progetto esistenziale. L'arte vissuta come vita. La vita vissuta come arte. Lo stesso sogno, lo stesso desiderio a sostenere entrambe. La tensione che, come nelle ore delle rivoluzioni, trasforma per un breve momento gli individui in esseri solidali, mille braccia e un solo cuore che batte, una sola intelligenza trasversale. Qualcosa che somiglia all'alchimia, e all'amore.

Ecco. Adesso sei andata ben oltre.
L'arte e la vita. La morte. Il tuo progetto più ardito.
Fa male pensarlo, sembra una retorica romantica e macabra. E so che se tu avessi potuto scegliere tra questo grande spettacolo o altre ore di vita, avresti scelto la vita.
Ma è andata così. Ed è stato perfetto così.
Niente di improvvisato. Preciso anche l'intermezzo comico del prete che prende il microfono, in mezzo al funerale, per chiedere di spostare le macchine che bloccano il passaggio "del tram".

Dobbiamo esserti molto grati per questa precisione. Per quanto di potente e grandioso – e fragile ma perdurante, anche se difficile da conservare – ci hai lasciato.

Che non è solo dolore, nostalgia, rimpianto, ricordi. È un compito, un progetto, una direzione, una responsabilità, uno stare, una promessa, un impegno, una sfida, un legame, un mistero, un'incognita, un'energia che non possiamo trascurare.

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Oppure ci sei. Forse mi sbaglio, e ci sei.
Sei lì, dietro il pesante tendone delle cose, della materia.
Come un fondale di teatro, scuro e polveroso, ma che qualcosa lascia trasparire.
La scena non finisce lì, dietro quello c'è un mondo, ogni teatrante lo sa. E forse quella è la parte migliore.
Ma vorrei sapere, adesso, come si può credere a qualcosa? A una religione, intendo, a un racconto del dopo, a una fisica delle cose?
Non si può credere a niente, se non per fede.
Meno che meno che tutto finisca in ciò che si misura e si vede.
Bisognerebbe credere a tutto, per umiltà minima, senza credere a niente, per intelligenza estrema.
Tutto può succedere, tutto può essere vero, perfino più vero del vero.
Psicomagia, avresti detto tu?
La psiche non ci crede, che si muore. Perché quello che crede lo crede davvero. E se credesse che tutto finisce nel nulla, non reggerebbe un istante, collasserebbe. La psiche la sa lunga, ma non ce la racconta tutta. Io mi fido della psiche. E il fatto che la psiche sussista, indica che noi non siamo condannati al non senso. Questo, più o meno, lo diceva Jung.
(E tu mi hai fatto arrivare più vicino al mio Jung, dopo molte mie letture, presentandomi il signore 'junghiano' che sarebbe stato il mio analista...)

Forse sei lì, dietro questa membrana, così onnipresente ed evidente che non la vediamo, come i pesci non vedono l'acqua, gli uccelli non vedono l'aria.
Forse da oltre la soglia ci guardi, ci rivolgi dei segni, avvicini le mani.
Forse, attraverso questa membrana, potremmo avvicinare le nostre mani, recitare degli alfabeti, fare delle danze rituali.
Forse una notte verrai nel sogno, se la membrana si potrà allentare quel tanto. (Chissà quanti, oltre a me, lo stanno pensando, sperando...)

O forse ci sei, dietro la membrana, ma sei girata dall'altra parte, rivolta ai tuoi campi, al tuo mare...
Allora ti potremmo intravedere, soltanto sentire, intuire il profilo, la sagoma in controluce.
E forse sarebbe più giusto così, senza starti a tirare da questa parte – ormai te ne sei andata.
Ma anche così, magari ogni tanto ti potresti girare...

La vita uguale all'arte, l'arte uguale alla vita. La morte uguale ad entrambe.
Che sfida spericolata... Che scandalo, che provocazione. Che idea esagerata che ci hai lasciato.

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Allora, Cate, cos'è che vive? Cos'è, di te, che potremo far continuare?
E non parlarmi di ricordi, della memoria. Niente mi sembra più triste e funerario della memoria, in questo momento, anche se riconosco il suo valore. Ma adesso mi fa solo arrabbiare.
Non trovo risposta, non c'è teorema. Forse non serve domandare...
Ma bisogna andare.

E le foto che ti scattavi durante le fasi peggiori delle terapie? Non si può non parlarne. Ancora un progetto, seriale, un dispositivo per documentare ogni ventiquattro ore la trasformazione del corpo, in soggettiva, il volto che perde i connotati, la bellezza sostituita dalla mostruosità. Tutto fissato, da te stessa. Con ironia, narcisismo o maniacalità? Senso dell'arte, senza altro.
E questo pensiero inquietante, questa domanda che non riesco a fare... Qualcuno avrà avuto il coraggio di fotografarti, distesa nella bara? Di certo, non ho dubbi, lo avresti voluto. Lo avresti fatto tu stessa se avessi potuto. Conclusione di un progetto concettuale che avevi avviato, che forse preludeva a questo finale.

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Chissà se hai mai pensato che la fine sarebbe stata un tale spettacolo, così partecipato, così vitale, una tale emozione che serpeggiava e ci traversava?
Chissà se, da morta, qualcosa ti è arrivato?
Ma ti rendi conto di quale intensità hai consegnato nelle nostre mani, mentre ti salutavamo?


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Ora, che fare di queste parole? A chi le posso affidare?
Sperare che, solo perché le ho scritte, ti arrivino là, oltre la membrana?
Portarle a Castiglioncello, da dove guardi il mare?

Oppure darle a tutti gli altri, a quelli in cui c'è una parte di Cate.

Dopo il funerale, ai Briganti, salutando, ho chiamato la Cristina – credo la persona a te più vicina – con il nome sbagliato. Lei mi ha sorriso, ha detto che ero la quinta persona che quella mattina la chiamava Cate.
Forse ognuno di noi, d'ora in poi, sarà per gli altri un po' Cate.

Noi continueremo a cercarti e a cercarci tra le cose visibili, i ricordi, i discorsi, le foto, e tra quelle invisibili. Noi ti porteremo dentro, ti porteremo avanti, non ti lasceremo cadere.
Tu, se puoi, fatti viva, ogni tanto, almeno con qualcuno di noi. Faremo passaparola, non preoccuparti. Fai sentire l'eco della tua bella risata.

Ciao Cate

PS
Prima di trascrivere questa lettera dal quaderno, ero in giardino a fumare. Orione si staglia per intero oltre i rami spogli del ciliegio, nel cielo limpido, nero. Una notte freddissima, il fumo si confonde al vapore. Da quelle parti è passata una stella cadente. Simona Nordera, il giorno del tuo funerale, ha scritto su fb: "Ho visto una luminosissima stella cadente. So chi me l'ha mandata." Chissà se eri tu anche questa volta...

PPS
A proposito di stelle... avevo scritto anche una poesia, prima di questa lettera. Eccola.



Alzo gli occhi, perché è lì che ti posso cercare
La notte limpida e fredda, le stelle, il fumo che sale...
Altre lacrime, tenui...
E penso a tua madre...

Un sole, sei stata, che irradia.
Ora cenere muta, che contempla il mare.

Non ti vedo. Non ancora. Nel buio.
Nello spazio siderale punteggiato.
Nel tempo senza orario, senza calendario.
Forse non sei ancora arrivata...

Ma so. Che ci sei. Che sei lì.
Nuova costellazione senza nome,
Linee mai viste tra le stelle di sempre.
Un volto nella mappa dello smarrimento.

Come una dea ragazza gettata nel cielo,
La sua immagine riprodotta sui vasi,
Il segreto dell'essere comune e speciale.
E niente e nessuno che la può trattenere.

Le fotografie... le risate... il colpo di teatro del tuo commiato.
Le pagine delle tue agende, fitte di frecce ordinate,
Tracce di una concreta utopia da modellare,
Cosmogonie di comunità, reali perché inventate.

Adesso,
Senza contare le sillabe
– come le stelle, le lacrime –
continuare a parlare

Di te, Cate.

venerdì 4 settembre 2015

Davanti alla morte degli altri (parafrasando Susan Sontag)


Considerazioni intorno alla foto del piccolo Aylan Kurdi, bimbo siriano in fuga con la famiglia, trovato morto e fotografato su una spiaggia di Bodrum, Turchia.

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Se affidiamo a una fotografia (una fotografia che non ci racconta nulla che non sapessimo già) il potere di smuovere le nostre coscienze, come hanno fatto gran parte delle testate italiane ed europee, significa che il pensiero non conta più niente: è diventato un ornamento, un riempitivo di spazi lasciati eccezionalmente vuoti (dove non fosse arrivata la saturazione dell’info-entertainment); significa che l’essere umano occidentale non è più quell’animale contraddistinto dalla capacità di discernimento basata sul raziocinio e sull’elaborazione delle informazioni di cui dispone. Significa, insomma, che noi non riusciamo più a comprendere il significato dei nostri pensieri.

A che serve parlare, scrivere, pensare? A che servono millenni di cultura scritta e parlata? Tanto vale tacere, guardare le figure, ascoltare gli stati giornalieri della pancia, reagire a seconda di questi.
Tanto vale fare come gli Idioti di Lars von Trier. Oppure essere per un giorno “Charlie”, e il giorno dopo chi lo sa.

Da anni conosciamo bene tutti i dettagli della storia che ci racconta la foto del piccolo Aylan morto su una spiaggia: il fenomeno dell’immigrazione (prima e dopo la devastazione da parte nostra del Medio Oriente), le tragedie personali e collettive dei suoi protagonisti, le sue molteplici dinamiche, le conseguenze sull’Europa, le sue cause immediate e remote.

Noi sappiamo, sapevamo, questi pensieri popolano da molto tempo la nostra mente, il nostro immaginario, le nostre giornate.
Ma non li capiamo, questi pensieri; non lasciamo che abbiano conseguenze sulle nostre opinioni, né tanto meno sulle nostre scelte, e soprattutto non sul nostro stile di vita, cioè sul sistema socio-economico che lo sostiene, lo consente, lo sponsorizza (perché questo è ciò che conta, il resto sono chiacchiere). Il quale “stile di vita–specchio del sistema” è in definitiva la causa ultima di questa catena di orrori:
l’FMI che trasforma da decenni la povertà in miseria in ogni angolo del mondo;
i traffici d’armi con cui si arricchiscono le banche in cui depositiamo i nostri risparmi;
il sostegno dei nostri governi a regimi che consentono lo sfruttamento delle “loro” popolazioni da parte delle “nostre” multinazionali;
la delocalizzazione in luoghi dove morire di lavoro a 12 anni non è un problema;
la deforestazione in Amazzonia per permetterci di mangiare gli hamburger a 2 euro;
la deforestazione in Indonesia per permetterci di mangiare le merendine a 1 euro;
la distruzione di nazioni a noi vicine per accaparrarsi il petrolio a condizioni più vantaggiose;
il sostegno incondizionato ai crimini di Israele, che continuano ad approfondire il vulnus innaturale tra “mondo cristiano” e “mondo islamico”;
la co-creazione dell’ISIS (in funzione anti-Iran e anti-Russia, o per consentire il restiling delle frontiere in Medio Oriente, o chissà perché);

Se prima vivevamo al di sopra delle nostre possibilità, oggi viviamo al di sopra delle possibilità di altri – quegli stessi altri che vengono a bussare alla nostra porta.

Quanti di quelli che si sono sconvolti davanti alla foto del piccolo Aylan sono disposti a modificare uno di questi aspetti (e di molti altri, e delle loro implicazioni sulla vita di tutti i giorni) pur di non vedere di nuovo in prima pagina una foto del genere?
Quanti, tra i commossi e gli scandalizzati, sono disposti a mettere in discussione il modello di sviluppo globale che implica il mantenimento di gran parte della popolazione mondiale in condizioni di miseria, sfruttamento, guerra, malattia, catastrofi?

Il messaggio di questa foto per me sta tutta in queste domande. Che rimandano non tanto a una tragedia degli ultimi della terra, ma a una tragedia tutta nostra: non siamo più capaci di credere ai nostri pensieri, di assegnargli un peso e un significato.
Solo l’occhio e la pancia oggi possono qualcosa (almeno fintanto che lo sguardo resta fisso sull’immagine, o che il maldipancia perdura).
Ed è una tragedia che, essendo tutta nostra, è di tutto il mondo: dal momento che noi tutti ratifichiamo quotidianamente, con piccoli gesti, grandi opinioni e X sulla scheda elettorale, i destini segnati di ogni angolo del mondo.

Un’ultima considerazione, di natura semiotica.
A questa immagine che ci mostra un piccolo soldato Ryan/Aylan che purtroppo non si è potuto salvare, se ne potrebbe associare un’altra, un’immagine cancellata: il naufragio di 8-900 persone (centinaia di Aylan grandi e piccoli, uomini e donne, un numero superiore a metà delle vittime del Titanic), tutti inghiottiti dal mare a poche miglia dalle nostre coste, meno di cinque mesi fa. Qui nessuna foto, nessun volto, nessun nome. Nessun tentativo di recuperare i corpi, il relitto. Oggi, già più nessuna memoria del fatto. Nero. Una non-foto che non ha “sconvolto il mondo intero”.
La differenza di reazione di fronte a queste due diverse “foto” è ciò che sconvolge davvero; e rende vano ogni “ora basta”; e cancella l’ultima speranza.

giovedì 23 ottobre 2014

parola di dio


per mia nonna, Giulia

vi consegno la fine del mondo
perché possiate farne romanzi
poesie tradizionali o d'avanguardia
teorie lungometraggi e profezie

vi impongo come ordine del giorno
l'origine del tempo e della vita umana
che potrete tranquillamente dare indietro
entro la dodicesima settimana

vi affido il traffico il guard-rail la corsia tripla
il tunnel con in fondo la promessa di schianto
perché nessuno deve restare indietro
nel rebus democratico delle lamiere

vi dedico i tempi moderni con tutti gli accessori del caso
perché possiate sentirvi sottilmente a disagio
pur essendovi del tutto acclimatati
nelle pieghe dell'agio

vi rendo ogni mattina l'anima
lo sguardo il respiro il battito 
perché qualcuno possa ancora tentare
il salto oltre il confine dell'umano