Pasqua di guerra, di genocidio, di invasione, di armi che rispondono alle armi, di pezzi di terra contesi come se la terra potesse essere di qualcuno o di qualcun altro, di umani rapiti come se fossero cose, di umani scambiati come se fossero figurine. Pasqua di un'umanità sull'orlo del baratro, di potenti che ci pingono avanti perché a fermarsi avrebbero paura di apparire deboli. Difficile dire "buona", come se niente fosse. Allora dico "buona" come se qualcosa fosse. Come se fosse impossibile ammazzare la gente, per qualsiasi motivo. Come se le guerre fossero state bandite, non solo nei trattati e nelle intenzioni. Come se l'articolo 11 della nostra Costituzione contasse qualcosa. Come se le città e le case non potessero mai essere distrutte, né le scuole, né gli ospedali. Come se nessuno credesse alle linee immaginarie che separano i popoli, le famiglie, i colleghi, gli amici, rendendoli nemici. Come se non esistessero industrie belliche e lobby guerrafondaie che sostengono i candidati, in USA e altrove. Come se la religione fosse una faccenda personale e di comunità, e mai di Stato. Come se fossero state per sempre superate quelle odiose ingiustizie, invisibili a chi non le patisce, che trasferiscono la dignità e la ricchezza di alcune persone nelle tasche di altre, o di interi popoli, e che stanno sempre alla base della violenza delle armi. Perché non c'è pace senza giustizia...
blog di Carlo Cuppini
domenica 31 marzo 2024
venerdì 15 marzo 2024
"L'estate breve" di Enrico Macioci (Terrarossa Edizioni)
È impossibile non soffermarsi subito sulla parola "talento", scomparsa dal titolo, ma non dal racconto. Soprattutto perché, scomparendo, la centralità e la complessità del tema sono divenute, forse, perfino più vistose.
Il talento è il tema portante della narrazione e dello scavo esistenziale (autobiografico?) di Macioci. Talento è un termine enorme, che appena pronunciato si apre come le lame di una forbice proiettandoci contemporaneamente in due dimensioni opposte, lontanissime nel tempo, nel contesto e nel senso.
Da un lato viene in mente l’accezione corrente, capitalistica e spettacolare, perfino squallida, quella che si ritrova nell’espressione “talent show” e che ha a che fare con la dimostrazione, l’esibizione o l’ostentazione di qualche capacità pratica, percepibile, che ci dovrebbe fare eccellere in qualcosa, distinguendoci da tutti gli altri. Questa idea di talento risponde alla domanda: “cosa sai fare meglio di tutti”?
Dall’altra parte, da molto lontano, risuona il senso inattuale del termine, quello neotestamentario, che scaturisce dalla parabola dei talenti. E qui siamo agli antipodi della società dello spettacolo dove la vita è gara di apparenza e di sopravvivenza. La parabola evangelica non chiede cosa sai fare, ma chiede cosa hai dentro di te, e quindi cosa puoi fare; non chiede di fare o di essere più degli altri, ma di essere se stessi, e di esercitare se stessi nel mondo senza risparmio, senza tenersi gelosamente, cautamente, egoisticamente per sé. Non chiede di esibirsi, per ricevere, ma di raccogliersi, per dare. Questo almeno è ciò che quella vecchia parabola suggerisce alle mie orecchie agnostiche.
Il libro di Enrico Macioci si muove tra questi due poli. O forse è l’adolescenza stessa a farlo. Il dodicenne al centro delle vicende (la stessa persona che, divenuta adulta, le narra anni dopo) si dibatte in un campo di forze delimitato dal mistero del sacro invisibile e dall’enigma della vita concreta. In questo campo – sovrapposto idealmente al campo di calcio – cerca se stesso; e assurge improvvisamente alla consapevolezza della vita, che la vita è, sperimentando per la prima volta il limite; e la scoperta del limite arriva quando si trova di fronte all’idea della morte; e questa lo raggiunge insieme alla sconfitta.
Il “grande Michele”, amico leggendario e calciatore prodigioso, quando compare (come dal nulla) mette un paletto nella considerazione illimitata che il giovane protagonista ha avuto di se stesso fino a quel momento. Prima non c’era morte, non c’era possibilità di sconfitta, non c’era neanche vita. C’era l’infanzia, che non necessariamente è felice, ma certamente è incantata ed eterna. E tutto ciò di cui dovesse essere manchevole può sempre apparire in sogno, come un risarcimento, come una promessa di qualcosa che c’è tutta la vita per ottenere – una vita ulteriore, più compiuta, e a sua volta infinita ed eterna, che a un certo punto dovrà per forza cominciare.
Nel confronto con il grande Michele l’idea di talento (che lo scrittore adulto forse proietta sul se ragazzino) muta radicalmente: smette di essere una certezza e diventa un dilemma, smette di essere una (auto)affermazione e diventa un'insistente domanda; non più premio ed elezione, ma condanna e capitolazione; non garanzia di eternità, ma certificazione di finitezza, a cui deve seguire la fine.
Il libro si legge d’un fiato. Breve e densissimo, è privo di una vera narrazione come comunemente intesa, ma è vertiginoso e avvincente nel susseguirsi di quadri che si accatastano nel magazzino del tempo breve di un’estate ideale, arsa, sudata, esistenziale. Un tempo assurdo, impossibile, pericoloso, slegato da ogni legge e da ogni logica: quello appunto, dell’adolescenza, della fame d’aria, degli andirivieni, del sacrificio finale del (dio) bambino. Da quel magazzino-crisalide non potrebbe che uscire un poeta. Un poeta destinato magari a vivere poche ore, come una farfalla; a sbriciolarsi alla luce del sole; a ricalcare la parabola esistenziale lasciata dai passi allucinati del vagabondo-veggente, Rimbaud.
Nella seconda parte del libro il narratore, in crisi coniugale e tormentato dalla sensazione di essere incastrato tra un mancato successo e un mancato fallimento, seguendo un’intuizione disperata, quasi di nascosto da se stesso, torna fisicamente nei luoghi dell’adolescenza. Lì le cose, gli odori, le immagini, le sensazioni e le emozioni escono dal ripostiglio della memoria e cominciano a vivere di vita propria; non più allucinazioni ma elementi naturali che strisciano tra i piedi dell’uomo, si arrampicano sulle sue caviglie, lo mordono, lo pressano, lo assediano. Fino a spremere da lui, in un distillato di commozione, riconoscimento e dolore, una consapevolezza nuova, scioccante: forse il talento è solo essere se stessi. Non nel senso del ragazzino che, abbandonando l’identità indistruttibile del bambino, “vuole" essere se stesso — vuole essere ciò che vuole essere, ciò che spera di poter diventare, ciò che si sente chiamato a rappresentare e a ottenere. Ma nel senso dell’adulto, che nella crisi e nel dolore può ancora abbandonarsi a una felicità languida ma estesa: quella dell’accettazione di ciò che non può non essere.
La straordinaria capacità di Macioci di impastare nella scrittura azione, ricordo, riflessione e illuminazioni, dimostra che la “miseria” fangosa, sanguinante, dell’esperienza fisica infantile sa perforare gli strati del tempo e continua a trafiggere la corazza dell’adulto, richiamandolo a verità e a realtà sepolte, ma ancora vive e vivide.
Questo suo "talento", mentre usciamo dal libro dopo averlo attraversato, evoca una domanda. I ragazzi di oggi, che in larga parte fanno esperienza di se e del mondo nel digitale e attraverso il digitale, come ripenseranno a se stessi tra vent’anni? Quali saranno i fili che potranno intrecciare al ragazzino o alla ragazzina che sono stati? Verso quali luoghi e in quali peregrinazioni li condurranno i disperati e incomprensibili richiami che forse un giorno sentiranno? Dove potranno trovare abissi e risposte?
martedì 12 marzo 2024
Piccolo Nicolas. Cosa aspettiamo per essere felici?
Capita di vedere un sabato pomeriggio, nell’umile cinema parrocchiale del Galluzzo (che è rimasto l’unica sala in tutta la Firenze che si sviluppa a sud dell’Arno), un meraviglioso e inaspettato film francese di animazione: Le avventure del piccolo Nicolas, di Amandine Fredon e Benjamin Massoubre, appena uscito in Italia.
sabato 21 ottobre 2023
Discorso immaginario del Primo Ministro Israeliano
Invece no...
Queste parole già scritte stanotte verranno cambiate: non ci sarà l’invasione. Adesso, davanti al mio popolo, davanti ai nostri aggressori, davanti al mondo intero, io ordino di bloccare ogni operazione. La sola operazione che avverrà, questa notte, sarà la demolizione di un muro: quello che abbiamo eretto tra noi e i nostri nemici, tra un popolo e un popolo, entrambi appartenenti al genere umano. Domani mattina chi oltrepasserà quel confine non troverà la morte: troverà un tavolo in mezzo al deserto, e noi seduti da un lato ad aspettare, disarmati, la fronte distesa, le mani vuote. E altrettante sedie dall’altro lato. E cibo. E doni.
Ci hanno chiesto di scendere a un piano dove non c’è traccia dell’umano. E noi siamo scesi. Ci hanno chiamati a essere non uomini ma demoni, rispondendo all’uccisione con l’uccisione, all’odio con l’odio, all’inferno con l’inferno. E noi, per due settimane, lo siamo diventati. Ci siamo lasciati condurre in un luogo dove, guardandoci allo specchio, non vediamo più i nostri volti, ma teschi dalle orbite vuote.
No. Noi non uccideremo più un bambino, un uomo, una donna. Non ci saranno più "danni collaterali". Non uccideremo nemmeno un terrorista, un miliziano, un soldato. Noi non uccideremo.
Ci hanno chiesto di insegnare ai figli la furia che risponde all’orrore. Noi insegneremo ai figli un’altra cosa. Davanti agli occhi spalancati dei figli, noi risponderemo alla violenza con più democrazia. Risponderemo alla ferocia con più giustizia. Risponderemo al crimine con più legalità. Risponderemo all'oltraggio con più dignità. Risponderemo all’odio con il perdono.
Non un perdono che offriamo, ma un perdono che chiediamo.
Lo chiediamo a milioni di bambini che abbiamo costretto a una vita indegna di essere vissuta; a milioni di donne e uomini a cui abbiamo sottratto tutto, infliggendo sofferenze ingiuste, se mai potessero esistere sofferenze giustificate; a un popolo che abbiamo vessato, segregato, depredato, sfruttando la nostra posizione di maggior potere.
Noi chiediamo perdono ai nostri cuori, per averli pietrificati.
Noi rispondiamo alla guerra con la pace, e dismettiamo la guerra dai nostri cuori. Domani, provate a cercare la guerra nei nostri cuori, provate a suscitarne gli istinti con ogni mezzo a disposizione, pungolandoci, provocandoci, attaccandoci ancora. In noi, non ne troverete i sentimenti, il desiderio, le azioni, le munizioni. Non ne troverete le parole. A chi dice che il nostro Dio vuole la guerra, a chi si appella al Dio degli Eserciti e delle Nazioni, noi diremo che quel Dio ha fatto il suo tempo. La sabbia ha ricoperto il suo corpo ingombrante, lo ha seppellito, già facciamo fatica anche a ricordare i suoi nomi.
E se quel Dio defunto manderà Angeli in tuta mimetica e mitra a sconvolgere i nostri sogni, per continuare e vivere nel nostre azioni mostruose, noi grideremo forte per svegliarci.
E, al risveglio, frastornati andremo nel deserto, nella terra di nessuno, e aspetteremo lì, senza cibo e senza acqua, finché Dio non rinascerà con un altro volto e non ci rivolgerà una parola nuova."
sabato 30 settembre 2023
"Poco mossi gli altri mari" di Alessandro Della Santunione, Marcos y Marcos
Nel corso del 2023 la casa editrice Marcos y Marcos ha dato casa (e carta), tra le altre cose, a due case molto strane, accogliendo nella serie principale il romanzo "Poco mossi gli altri mari” di Alessandro Della Santunione e nella collana Gli Scarabocchi (quattordicesima uscita) il racconto per ragazzi “Le mucche di Chernobyl” di Fulvio Ervas.
La casa al centro del romanzo “Poco mossi” è un grande appartamento nei pressi di Campogalliano, Modena, dove un’intera famiglia, con tutte le sua estensioni e propaggini, si è riunita per volontà di uno dei membri, il padre del protagonista, in una riproposizione della famiglia allargata tipica delle case di campagna di un paio di epoche fa. La conseguenza di questa scelta di vita in comune – tutti assiepati a costo di ricavare nicchie e giacigli negli anfratti più improbabili – è che nessuno più smette di vivere. Non è chiaro, per la verità, se ci sia un nesso causale tra i due fatti. Il risultato comunque è che nessuno muore più, e pertanto si accumulano parenti, generazioni, e anche idiomi, immaginari, mondi simbolici, rispecchiamenti. In questa proliferazione senza fine il tempo risulta gravemente manomesso rispetto alla credenza che lo vede procedere in modo lineare, irreversibile e uguale per tutti: rivelando strani andirivieni e inattese sacche di decompressione, accessibili a qualcuno e non ad altri, e viceversa. Accade anche che qualcuno invece muoia: non qualcuno della famiglia, in effetti, ma Dio. Succede così, da un giorno all’altro. In qualche modo tutti ne ne hanno cognizione, come di un dato di fatto.
Il romanzo, vincitore del premio Berto, ha una grazia sopraffina, e tiene insieme l’umorismo stralunato tipico di certa narrativa emiliana e la durezza della scrittura che decide di prendere di petto le questioni cruciali e crudeli dell’esistenza: il tempo, la verità, il dolore, la morte, l’oblio, l’amore, i fallimenti, Dio.
A volte – spesso – nella stessa frase si passa più volte da un registro all’altro, e le giravolte del narratore tra il ruolo del filosofo e quello dell’“idiota” (dostoevskiano) sono irresistibili:
“In questo meccanismo perfetto e necessario un Dio uomo è la vera bestemmia: una scheggia impazzita. Salta tutto, perché l’uomo diventa un enorme volano che accresce la misura del dolore di Dio, la sua violenza, creando inutili sofferenze: come i cani randagi, le villette a schiera, gli allevamenti intensivi, i centri commerciali, Hiroshima, il neoliberismo o le pantere nei circhi.”
In fondo Poco mossi gli altri mari è un romanzo sulla fine dell’innocenza, una riflessione sul “prima" che a un certo punto scompare, un tentativo di rimettere insieme le tracce che l’origine di tutto e di ciascuno deve pur lasciare da qualche parte. (Forse tutta la letteratura moderna, in fondo, non è altro che questo. Non lo so.)
Ma la morte di Dio – “un tipo strano” – è in realtà una sparizione, perché non è possibile rintracciare la salma, una morte decretata per prassi burocratica, quindi, e forse indica più che altro una sua diluizione in tutte le cose. E analogamente l’innocenza non è finita, e non è soltanto oggetto di nostalgia e di memoria: a ben guardare l’innocenza è esplosa, e come una radiazione ha modificato alcuni particolari: quelli di una scrittura che conserva a livello stilistico, sillabico, di tono della voce rappresentato, il rumore di fondo del primo incanto. Dove alle griglie interpretative non è ancora concesso il potere di escludere dall’esistenza e perfino dalla percezione tutto ciò che è destinato a restare senza nome e senza spiegazione.
A proposito di esplosioni e di radiazioni. La seconda casa, quella in cui è ambientato il racconto di Ervas, si trova all’interno della zona contaminata di Chernobyl ed è popolata da un’accolita di animali sopravvissuti al disastro, ma usciti da esso un po’ mutati.
Ma di questo libro parlerò in un altro post…
domenica 10 settembre 2023
"L'irrilevanza del vero" di Pieralberto Valli (Stampa Alternativa)
Ricorderete le immagini dei bunker di Mariupol mostrate a Porta a Porta, Piazza Pulita e Controcorrente, che in realtà erano quelle di un gioco da tavolo. Questo clamoroso falso non dimostrava che l’invasione russa fosse un’invenzione, ma rivelava una cosa forse ancora più rilevante riguardo ai destini dell’umanità: che il vero è diventato del tutto irrilevante rispetto al verosimile, quando è coerente con il discorso che deve essere fatto.
domenica 6 agosto 2023
6 agosto 2021, il giorno in cui l'Italia perse la ragione
Il 6 agosto, due anni fa, iniziava l'epoca del greenpass.
domenica 30 luglio 2023
20 libri che ho letto nella prima metà del 2023
giovedì 18 maggio 2023
La propria storia
Stamattina le bambine e i bambini della 5 C della scuola Anna Frank di Calenzano – accompagnati nei territori della conoscenza dalla brava, appassionata e attenta maestra Paola – non hanno soltanto risposto alla mia domanda, ma con molta serietà e spontaneità hanno iniziato a “scrivere” a voce gli inizi di tanti racconti. Come dei veri scrittori. Hanno fatto tutto loro.
“Tutte le mattina quando esco di casa per andare a scuola vedo sul pianerottolo il gatto dei miei vicini, e lui vede me. Ci guardiamo. Lui c’è, io ci sono: vuol dire che va tutto bene. Ieri mattina mi sono svegliata e il gatto non c’era.”
“Da piccola, quando tornavo da scuola facevo il gioco dei tombini. Dovevo saltare da un tombino a un altro. Il gioco l’avevo inventato io, e mi ero inventata anche le regole. C’era un’unica regola, veramente: che potevo fare al massimo due passi per raggiungere il tombino successivo. A volte potevo fare anche più di due passi, veramente. Dipendeva più che altro dalla distanza del tombino. Avevo fatto delle regole un po’ elastiche. Mi ero inventata anche un’amica con cui giocare. Un’avversaria, più che altro. Ci sfidavamo tutti i giorni, e io vincevo sempre, e lei si infuriava. È una che non accetta di perdere. Forse la conoscete: si chiama Elsa, è la regina di Arendel. Sta nel cartone di Frozen, ma anche in parecchie magliette, e in altre cose. Ha molti poteri magici, ma contro il mio talento nel saltare sui tombini non poteva fare niente. Da piccola facevo sempre questo gioco. Per la verità lo faccio anche adesso. Insomma, l’altro giorno mi incammino verso casa e arrivata al solito punto i tombini non c’erano. Non c’erano neanche i buchi che i tombini coprono. Era tutto asfalto. Ovvio che era stata Elsa, per vendicarsi delle sconfitte! Mi è salito il sangue alla testa e con i pugni chiusi mi sono messa a correre verso Arendel. O almeno mi sono diretta nella direzione dove penso si trovi. Sono abbastanza certa di portarci arrivare. Camminavo a testa bassa e pensavo: Rivoglio i miei tombini! Ridatemi i miei tombini!”
In questa trascrizione ci ho messo un po’ del mio, si capisce… Ma del resto funziona così. Uno inizia a raccontare, condivide la sua immaginazione, qualcuno ci aggiunge qualcosa… La storia diventa di tutti. Tant’è che la Elsa-ladra-di-tombini poi è ricomparsa in un altro racconto, quello del bambino trasformato in rana da un nano che voleva rubare il sassolino che aveva piantato…
È stato incantevole e illuminante comprendere, insieme a questi giovani studenti, quanto sia importante riuscire a raccontare la propria storia, la propria fragile architettura, i fantasmi e le creature invisibili che la popolano, fosse anche attraverso un racconto fantastico e strampalato (citofonare a Kurt Vonnegut, “Mattatoio n. 5”…).
Il punto è che chi non sa raccontare la propria storia non ha gambe su cui camminare, non ha mani per afferrare le cose; è destinato a inseguire le ombre, lasciando impronte che subito spariscono al sole.
Per poter raccontare la tue storia devi accettare il fatto che non sei tu a inventarla, ma ti trovi dentro a una storia già iniziata. Dove tu non sei quello che vorresti essere, e anche questo lo devi accettare. Però, accettandolo, puoi imparare a voler essere ciò che sei. Volendo al contempo che gli altri siano quello che sono, con tutte le loro magnifiche differenze e sfaccettature - e incrinature che a volte tagliano, anche, ma il male passa in un attimo, abbiamo potenti lenitivi: le carezze, i sorrisi, le parole gentili.
Siamo stati bene insieme. Non so se questo “bene” sia scritto in qualche programma del Ministero dell’Istruzione e del Merito (che a me fa pensare a tutte le volte che da bambino ho pensato mestamente “non me lo merito”…), con il suo buffo logo da cartone animato. Ma siamo stati bene, davvero. E i due grandi gelsi, carichi di more quasi mature, erano proprio adatti a incorniciare la foto allegra che ci siamo fatti tutti insieme.
mercoledì 17 maggio 2023
"Fuori è quasi buio" di Alice Keller (Risma ed)
Parlo di “Fuori è quasi buio” di Alice Keller, Risma Edizioni.
Risma pubblica libri per bambini e libri per ragazzi; questo, nei bookstore online, è proposto a partire dagli 11 anni. Ma “Fuori è quasi buio” secondo me non è un “libro per ragazzi”. È una storia raccontata da un ragazzino, sì, e nel suo sguardo, nella sua voce, si mescolano la sensibilità sua, di Simone, e quella dell’adulta che gli dà vita attraverso le parole, di Alice. Per questo direi che è un libro per ragazzini e per adulti. Sono pochi, e preziosi, i libri che parlano a età anagrafiche diverse, che si trovano separate da passaggi iniziatici: perché con la loro stessa esistenza fanno esistere un ideale spazio di incontro e di confronto. Un ragazzino, un adulto, un anziano, che ascoltano la stessa storia, e davanti alla storia sono tutti uguali, perché la storia ne ha per ciascuno di loro. Come quando il marketing non c’era…
Della trama dirò soltanto che la voce narrante appartiene a un ragazzino di circa tredici anni. Simone è scappato, insieme al fratellino Mattia che ha un grave handicap mentale non meglio precisato, e si nasconde. I due fratelli vivono come clandestini, perché sono rimasti orfani e Simone non vuole avere niente a che fare con ciò che il mondo offre loro, obbligandoli ad accettarlo.
In queste pagine, nel susseguirsi di brevi capitoli, c’è un realismo psicologico molto coinvolgente, che ci fa attraversare la vicenda interamente calati nei panni del giovane protagonista. E sopra questo fitto e lieve tessuto di pensieri, riflessioni, decisioni, pianificazioni, c’è la poesia: molta poesia, molte metafore, molto bianco intorno alle parole. Che poi forse questo è un fare più adulto; e pure qui la poesia sorge con naturalezza dalla rete dei pensieri di Simone, a volte in modo inaspettato. Tutto quel bianco sembra volersi mangiare le parole, le opprime, come il buio sembra volersi mangiare il destino dei due fratelli; ma le parole non collassano sotto quella pressione, perché hanno una loro forza interna, una densità capace di opporre resistenza, un moto espansivo sufficiente a contrastare l’azione del vuoto. Proprio come nella poesia.
C’è la crudezza, anche; perché questa è anche una storia di sofferenza; di sofferenze che si incontrano e si intrecciano. Ma Alice Keller non indugia nella crudezza, non se ne compiace, e non la manovra astutamente. Anche essa appare e scompare, con continuità, alternandosi e sovrapponendosi alla poesia. E c’è la filosofia: quella terra-cielo che appartiene ai bambini, agli adolescenti, e a chi sperimenta il dolore. Ma la narrazione non diventa mai pesante o cerebrale. E c’è l’impressionismo delle sensazioni, negli occhi e sulla pelle, ma senza concessioni al manierismo delle trovate spumeggiante e delle frasi a effetto. C’è soprattutto la grazia, che fonde tutte queste componenti nella voce semplice e pulita di un ragazzino che si è sganciato dal destino che solitamente attende i ragazzini; e va avanti nel buio perché è necessario, con la speranza di farcela, con la paura di non farcela, per sé e per il fratellino, dove il confine tra i due non è chiaro nemmeno a lui. Senza aspettative che vadano oltre l’azione che sta compiendo: un presente sprofondato e precario che richiede di muoversi con la massima cautela, senza il beneficio delle distrazioni.
Alice Keller è capace di sorprendere il lettore ogni poche righe; ma sorprende in modo tenue, senza che la sua scrittura diventi sensazionalistica o risulti virtuosistica. Con questo libro ci ha fatto un bel dono.
https://rismalibri.com/catalogo/catalogo/fuori-e-quasi-buio
martedì 9 maggio 2023
"Il mistero delle meraviglie scomparse" nelle scuole di Arezzo e del Casentino
Stasera mi preparo all'ultimo incontro con le scuole di Arezzo e del Casentino, che si svolgerà domattina alla scuola Chimera. Sfoglio i doni che i bambini e le bambine mi hanno lasciato nell'ultima mandata di "incontri con l'autore" il mese scorso. Mi soffermo su questo magnifico e veridico ritratto e penso a quanto sono emozionati di vedere davanti a loro, in carne e ossa, l'Autore di cui hanno letto un libro. L'atmosfera è vibrante, il tempo circoscritto dell'incontro è un tempo magico, perché l'intensità rompe le membrane tra le cose separate e rende morbide le cose che sono rigide; ed è quindi già in corso un accadimento alchemico. Loro lo sentono, io lo sento.
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sabato 29 aprile 2023
"La lezione del virus", un libro di Nino Finauri, prefazione di Carlo Cuppini
Lo scaffale dedicato alla critica della ragione pandemica si arricchisce di un nuovo volume: “La lezione del virus. Diario pandemico di un insegnante incredulo” di Nino Finauri, Edizioni Malamente.












