sabato 10 ottobre 2009

6 - Lettera alla mummia di Lenin

Caro Vladimir Ilich Uljanov,
è molto tempo che non ti scrivo. E questa volta non ho particolari motivi. Però l'altro giorno ho preso in mano il plico con le copie delle vecchie lettere che ti ho mandato, e ho realizzato all'improvviso che ne sono già passate novantanove. Novantanove lettere in dieci anni.
Tu sai che amo i numeri, le combinazioni, la circostanze algebriche. Non ho potuto resistere alla tentazione di trovare un po' di tempo per estraniarmi da tutto e scriverti questa lettera. La centesima.
Estraniarmi da tutto: dal mio lavoro, dal mio tempo, dal mio spazio, dalla mia famiglia, dai pensieri della mia solitudine. Questo è la condizione in cui mi piace trovarmi, quando decido di scriverti. Ricordo bene la prima volta, che cosa mi ha spinto: il mondo che grazie a te era stato creato si era appena dissolto, e tutti sembravano molto felici. Io non lo ero affatto. Ero in lutto. Ma non è questo che mi ha spinto a prendere carta e penna. L'impulso è nato quando ho letto questa notizia: "Esponenti della Duma propongono di inumare la salma di Lenin".
Vladimir! Grazie a Dio non è accaduto niente del genere, anche se ogni tanto qualche scellerato ne ventila ancora la possibilità. "Quanto costa alla Russia la mummia di Lenin": questo il titolo dell'ultimo articolo, un paio d'anni fa, sull'argomento.
Non avevo mai posto una vera attenzione al significato dell'esistenza del tuo corpo, così accuratamente conservato da ottantacinque anni, come cosa vivente. Davanti alla minaccia della sua distruzione, ho compreso che tu eri, e sei, tu ancora racchiuso nel tuo corpo imbalsamato, l'unica persona a cui potermi confidare, a cui potere aprire lo scrigno del mio cuore, dei miei pensieri. Così ti ho raccontato per anni le storie della mia vita, la formazione della mia famiglia, le soddisfazioni nel lavoro, la situazione sempre più nera di questa Italia allo sbando.
E adesso, che cosa posso scriverti ancora? Vorrei per una volta non raccontarti niente di me. Non dirti che mia moglie se ne è andata senza un motivo, con uno sguardo di cenere e un sorriso spento. Non dirti che il mio lavoro va bene, che la cattura e lo studio dei miei adorati insetti mi riempie ancora di gioia e di fiducia nel valore della scienza. Non dirti che Berlusconi è ancora il re di questo straccio di paese che ha smarrito il senso della realtà dietro miserabili chimere. Non vorrei incupirti raccontandoti di come vengono trattati gli immigrati, delle navi cariche di scorie nucleari affondate nel nostro mare nell'indifferenza generale, delle tratta delle schiave-prostitute, dei banditi che ci governano, di come la loro immagine si sia insinuata così a fondo nei nostri cervelli da non consentirci di pensare ad altro.
No. Non è davvero così. Io penso ai miei insetti, quasi sempre. Ascolto la musica di Anton Webern e penso al loro inesorabile formicolare sotto terra, al loro accoppiarsi e riprodursi, al manifestarsi quasi meccanico in loro, delle conoscenza esatte date dall'istinto. La bellezza degli insetti, la normalità degli insetti, il duro lavoro degli insetti.
Gli insetti non ti tradiscono. Gli insetti non cercano di ingannarti, di estorcerti denaro, di farti acquistare prodotti, di indirizzare i tuoi desideri sessuali. Gli insetti non sono responsabili dei quarantotto schermi televisivi che qualcuno ha collocato tra i binari della stazione della mia città, che ogni mattina martellano il mio cervello con una potenza a cui non posso sottrarmi. Gli insetti non sono corrotti e non fanno le guerre. Gli insetti non inventano conflitti di civiltà. Gli insetti non molestano i bambini, non evadono le tasse, non credono a cose che non esistono e non sono stupidi. Gli insetti non sono mai stupidi. Li osservo da anni, e posso dirlo: gli insetti non sono stupidi. Questo è il motivo per cui non compiono le azioni turpi degli umani.
La civiltà sta bruciando, caro Lenin. Ma gli insetti non ne hanno colpa.
Ecco, questo è l'ultimo pensiero che ti voglio dedicare.
Lenin, amico mio, tu sai che amo i numeri, le contingenze algebriche, le simmetrie. Questa è la centesima lettera che ti scrivo. E questo numero tondo e cristallino mi piace. Mi cattura. Mi sovrasta.
Vladimir, questa è la mia ultima lettera.

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