lunedì 25 marzo 2013

Una storia di Pinocchio

Dopo la festa in teatro, la cena ai tavoli rotondi (durante la quale un equivoco grossolano aveva rischiato di trasformarsi in un delittuoso incidente amoroso), il gran ballo collettivo (facendo attenzione a non scivolare sugli acini d’uva caduti sul pavimento); e poi il tentativo di distrarre il rottweiler mordace lanciandogli un guanto di penne di piccione (tentativo fallito e destinato a creare altri equivoci con un piccione planato nel foyer del teatro e impossessatosi dell’oggetto); e dopo essere usciti tutti quanti dal teatro, ed essendo io rimasto solo e senza cellulare, salgo sull’ultimo tram che porta chissà dove, speriamo che passi davanti al mio albergo, uno degli uomini che aspetta con me alla fermata dice: “Prendilo, è quello giusto, ed è l’ultimo”; perciò non posso fare altro che salire e accomodarmi su un sedile di legno, accanto al finestrino, e lasciarmi condurre. Così attraversiamo le selvatiche, cadenti periferie (stanotte Roma sembra Città del Messico o Buenos Aires); il tram procede sobbalzando tra i sobborghi, inoltrandosi sempre più in un territorio impervio, con le rotaie che si snodano intorno ai tronchi di grandi mangrovie secolari, e l’aria è proprio quella di una antica foresta pluviale. Così ci avviciniamo alla grande montagna, ripida e verde, di cui non si vede la cima; dal finestrino vedo che il binario si infila in una piccola, rudimentale galleria. “Quello è il Monte Chilometro”, mi informa il mio vicino di posto, un contadino dal volto scuro e grinzoso. “E adesso stiamo per entrare nel tunnel che porta lo stesso nome. E’ opera degli antichi romani, serviva a collegare le due parti della città. Il monte, che sta in mezzo, era dedicato al dio Chilometro; in seguito la lunghezza del tunnel fu scelta come unità di misura delle distanze”. Annuivo, vagamente confuso, mentre entravamo nel tunnel Chilometro, e già si intravedeva l’uscita. E poi si trattò ancora di attraversare fiumi (quando il tram si mutò in una funivia e il binario fu sostituito da un cavo sospeso, lanciato da albero ad albero), di ascoltare concertini di indigeni che salivano sulla carrozza e suonavano vecchi strumenti non più di moda per fare atmosfera, di traballare su rotaie sconnesse e pericolanti, spesso composte di legni marcescenti. L’umidità arborescente faceva scintillare ormai ogni cosa, fuori e dentro il tram, quando raggiungemmo il capolinea, molto simile a un attracco navale in una immemore città di mare dell’estremo oriente. Dal tram, infatti, ci fu chi lanciò funi e ormeggi per ancorare la carrozza ai grandi tronchi e ad apposite palizzate. Erano scesi già tutti quando feci per alzarmi dal mio posto. Solo due uomini di una certa età, i capelli grigio-bianchi, temporeggiavano sul loro sedile, tutti presi da una discussione sull’alta finanza e sulla tassazione degli immobili. Quello più a destra (il più arzillo) alzò gli occhi su di me proprio mentre stavo per passargli accanto; come se non stesse aspettasse altro, tirò fuori lesto dalla costa della giacca un libro e me lo porse. “E’ la Grammatica della fantasia di Rodari. E' il tuo regalo di compleanno”. Poi disse qualcosa a commento del suo gesto, parlando come se nella gola gli si stesse riavvolgendo un nastro magnetico; non capii (o non potei ricordare) nulla di ciò che disse. Ricordavo però, distintamente, di avere letto da bambino quel libro, e di averlo molto amato; anche se ora, notavo, aveva nuove, più insipide illustrazioni. Preso dall'irrefrenabile voglia di sfogliarlo subito, tornai a sedermi sul sedile di legno, incurante del fatto di essere rimasto ormai solo sul tram fermo; lo aprii ripetutamente a caso, ritrovando le storie ben note, finché non mi imbattei in una sezione che non ricordavo affatto: la storia a fumetti dell’incontro tra Pinocchio e Carlo Marx. Il quale filosofo, intenzionato a studiare e comprendere a fondo il burattino, lo riceveva nel suo studio (un ambulatorio medico, per la verità), lo invitava a stendersi sul lettino, poi si toglieva il copri-barba (una barba finta, virilmente scura, applicata sopra la vera barba, bianca e vetusta) e Pinocchio alzava la testa dal lettino e gridava: “Peccato che la barba nera fosse un trucco, adesso sei di molto più vecchio!”. Il dottore faceva abbassare la luce con un gesto autoritario della mano, e si metteva a fare manovre sull’omino di legno, costringendolo presto a una narcolessia che gli permise di operare e agire come meglio credeva. Si disse in seguito (qualcuno lo giurò e ne portò le prove) che il famoso economista graffiò ferocemente il corpo legnoso del burattino, e si spinse ad usare violenza carnale su di lui, per il proprio perverso diletto. Non che quel pezzo di legno rischiasse di rimanerne intaccato o ferito; ma tant’è. Per un periodo circolò una fotografia dove Carlo Marx si ergeva pallido e allucinato dietro il burattino disteso e inerme, e dalla patta dei pantaloni gli usciva un cazzo-burattino (in tutto simile a Pinocchio, in effetti, soltanto di formato un po’ ridotto), con il quale si accingeva di lì a poco a compiere il misfatto. In breve la fotografia scomparve e la storia venne insabbiata, non se ne seppe niente. Io chiusi il libro e uscii per le strade di Roma. Attraversata la strada raggiunsi il mio albergo, dove tutti gli altri mi aspettavano per ripartire col pullman alla volta di casa.

martedì 5 marzo 2013

IDENTICO

Seduto sul water, il mento appoggiato alle mani e i gomiti appoggiati alle ginocchia, molto preso dalla produzione di un oggetto solido di forma irregolare ma fondamentalmente riconducibile all’idea del cilindro, accade che involontariamente il suo sguardo molla la presa sul reale e i suoi occhi cominciano a divergere lentamente, col risultato che lo sguardo di ciascuno dei due globi tenderebbe a incontrare quello dell’altro alla fine di due rette parallele che si trovano alla distanza di circa sette centimetri l’una dall’altra, se solo ciò fosse possibile al di fuori della geometria pura. Ed è in quel momento che si accorge, per la prima volta compiutamente, all’età di trentotto anni, avendo alle spalle un matrimonio un divorzio e un altro matrimonio per un totale di tre figli maschi, con annesse tre amanti e una serie di esperienze personali e professionali che non è il caso di enumerare in questa sede, ed è dunque in questo momento che lui si accorge di avere due corpi. Pressoché identici e quasi perfettamente sovrapposti, ma con un evidentissimo scarto di pochi millimetri, bastevole però a smascherare per sempre la favola dall’uno. Per lo meno, sono due i corpi che i suoi occhi vedono, in questo momento di incantamento dello sguardo e di estasi per la transizione fecale, nel frattempo felicemente avvenuta: quattro ginocchia nude, ossute e scarsamente ricoperte di pelo, associate in una coppia di identiche ginocchia sinistre e una coppia di identiche ginocchia destre. Quasi identiche, salvo che per quel minimo scarto. Lo stesso vale per le mani, per i piedi, e perfino – ora che fa risalire lo sguardo, sempre divaricato all’infinito, lungo le cosce – per il pene: due peni uguali e sovrapposti l’uno sull’altro, ma non tanto da coincidere e formare un unicum. Due peni, perbacco! E quattro mani! Intuisce che questa scoperta avrà grandi ripercussioni sulla sua vita, pur non intravedendo al momento alcuna possibilità di sfruttarla a fini pratici; perché è evidente che si tratta di una verità legata esclusivamente al punto di vista. Anzi, per la precisione, ai suoi due punti di vista. Ma, bando ai sofismi, che cosa è il reale, se non il proprio punto di vista? E se i punti di vista sono due? Se il punto di vista unitario, scioccamente e infantilmente tridimensionale, fosse un inganno? Continuando a stazionare sulla tazza del water, prende a svolgere degli esperimenti: chiude un occhio e poi l’altro, sempre guardando le proprie ginocchia e le proprie mani. L’occhio sinistro vede il corpo uno; il destro percepisce il corpo due, che sta un po’ più in là, e, a ben guardare, prende anche la luce in modo un po’ diverso, risulta ombreggiato più ampiamente. Ed ecco che è già crollata l’utopia della coincidenza, dell’essere se stesso, di ogni proposito di intima coerenza. Ecco la prova provata che i corpi sono due, e ben distinti, e indipendenti! L’ombra non mente! Alla luce di questa scoperta, inaspettatamente una rabbia feroce, selvaggia e brutale, lo afferra a partire dalla gola, per scendere verso le viscere ed espandersi indefinitamente nelle membra. Qualcosa dentro di lui rigetta violentemente, fisicamente, questa presa di coscienza: perché in fondo lui vuole essere uno, vuole essere se stesso a tutti i costi, è sempre stato pronto a tutto pur di potersi considerare tutto d’un pezzo. E anche adesso si sente pronto a tutto per di tornare ad esserlo, o forse a diventarlo per la prima volta in assoluto. Sì, questo momentaneo sconvolgimento si trasformerà in una grande opportunità: sarà il primo uomo a poter essere definito davvero tutto d’un pezzo, potrà vantarsene pubblicamente portando a tutti le prove. Diventerà uno, un corpo solo. Afferra le forbici dalla mensola sotto il lavabo, chiude fermamente l’occhio sinistro e senza esitazione ficca la punta metallica nel corpo due, in mezzo al suo costato, trapassandogli il cuore. Istantanea una nuova consapevolezza si fa strada in lui, espandendosi come una macchia di sangue su un pavimento di piastrelle: un corpo non esiste da solo; non lo si può ammettere pacificamente, ma siamo fatti per essere malamente sdoppiati, due in uno, uno sopra l’altro, quasi uguali, quasi coincidenti, con una piccola discrepanza su cui è meglio sorvolare. Non si può esistere senza quello scarto, ed è proprio in quell’interstizio invisibile tra il corpo uno e il corpo due che due lacrime sgorgate in quell’istante dai suoi due occhi si vanno a unire, formando un minuscolo rivolo che scivola e sparisce giù nella frattura di una fragilità mai ricomposta, mentre il corpo uno e il corpo due muoiono insieme e finalmente sono uno. Anche la lama delle forbici è doppia, pensa prima del buio.

domenica 3 marzo 2013

IL FIGLIO DEL MONDO (BREVE STORIA DEL MONDO)

Il figlio del mondo era un piccolo mondo, in tutto e per tutto identico al mondo, fuorché naturalmente per le dimensioni.
Appena nato era grande come un frutto; infatti veniva conservato nel cesto con le arance, che stava appoggiato sulla lavatrice in cucina.
Imparò in fretta a ruzzolare, e di lì a poco cominciò a giocare con vari esemplari di mappamondo, che avevano più o meno il suo stesso diametro; questi però non rispondevano ai suoi stimoli giocosi se non ruotando su se stessi, o nel caso migliore illuminandosi; un po’ poco per un piccolo mondo, aspirante mondo.
In seguito, divenuto decisamente più grande e massiccio, si accompagnò a un gruppo di asteroidi rozzi e malintenzionati, che lo traviarono non poco; ma solo temporaneamente. Alcune bizzarrie però restarono impresse nel suo carattere e stentarono ad abbandonarlo anche negli anni seguenti. I conoscenti iniziarono a definirlo “un tipo originale”, e non sempre con accezione positiva.
Tuttavia, nonostante questa parentesi adolescenziale, il piccolo mondo aveva la testa sulle spalle: studiava con passione e a dire di molti era avviato a una brillante carriera di mondo.
Il giorno prima di compiere la maggiore età morì in una tragica circostanza: fu raggiunto da un proiettile vagante (si trattava di una resa dei conti tra bande mafiose infiltrate al nord), proprio mentre usciva da un localino sui Navigli dove aveva cercato di sedurre una bellissima ragazza dai capelli rossi e gli occhi azzurri nell'ora dell'aperitivo.
La cosa suscitò indignazione e imbarazzo ai più alti livelli della società: soprattutto quando fu chiaro che il mondo, ormai molto in là con gli anni, non avrebbe messo al mondo altri mondi, e sarebbe dunque finito con la propria fine.

I licantropi


I licantropi di Urbino sono usi sbranare la gente, come tutte le altre razze di licantropi. Vanno in giro per le strade a partire dal pomeriggio fino alla sera – raramente li si incontra di mattina o a notte fonda –; vestono generalmente in modo dozzinale, sono abbastanza trasandati, portano vecchi giacconi a vento e cappelli di plastica imbottiti; e quando la fame li punge si avventano sul primo passante alla loro portata e lo divorano sul posto senza tanti convenevoli. Per questo la gente non li vede di buon occhio; ma bisogna dire che nessuno ha mai avuto l’ardire di contraddire o redarguire un licantropo in pubblico. Perlomeno in Urbino.
Io e te entriamo nel solito locale, un bar stretto e lungo con qualche tavolino in fondo. La ragazza affascinante e un poco rozza nel parlare che sta dietro al bancone macella un grosso agnello spellato con grandi colpi di mannaia. Mentre ordiniamo una birra e un succo di mirtillo la porta si apre e un licantropo si affaccia. Con una zampata afferra un avventore, un ragazzo che beve il suo drink all’ingresso del locale, e lo sorbisce in pochi bocconi.
Osservo la scena con una certa inquietudine e domando alla ragazza se non ci siano pericoli. Mi rassicura, dicendo che in genere non si spingono dentro il locale, si limitano a fare capolino a sbranare il primo che capita. I licantropi sono abbastanza indolenti, e, una volta saziati, del tutto innocui.
Seduti a un tavolino, un uomo solitario ci dà da dire: racconta che a volte i licantropi di Urbino vanno a visitare il Palazzo Ducale, pagando regolare biglietto, e fanno finta di interessarsi alle sale, agli arredi e alle opere d’arte. Ma in realtà il loro unico interesse è verificare se nei dipinti di Piero della Francesca ci sia ritratto qualche loro simile. Puntualmente rimangono delusi e affrettano il passo verso l’uscita, incapaci di dare seguito alla dolorosa messa in scena del loro interesse culturale.