mercoledì 25 dicembre 2013

Buoni propositi

Prendo una pausa dai buoni propositi
Perché la fine giustifica i mezzi
Mentre le altre frazioni di senso
Marciscono in un carcere russo
Nonostante la grazia concessa da Putin
Con la bocca cucita
Prima di esse scacciati
Sull'altra sponda del fossato

I coccodrilli oggi tornano utili
Donate borse e cinture alla patria
Per la migliore sicurezza dei confini
Quanto allo spazio interiore
Impossibile trovare l'accesso
Prigionieri nel fuori
Ci scanniamo per un tozzo di fame
La neve scende su Gerusalemme

sabato 14 dicembre 2013

Politica

l'angelo insegna alle pietre
la tabellina del sette
e non sembra curarsi del fatto
che quelle non sono interessate

quando arriva a settanta
ricomincia da capo
mentre l'erba gli cresce tra i capelli
gli ricopre le scapole

martedì 19 novembre 2013

episodici no

episodici no
ai combustibili spenti
alla gola mirare più in alto
quando brucia la casa del padre
a seconda delle fonti
trasferiti in salotto
deportati in salotto
se siamo almeno in due
e non più di due
per una felicità messa a norma
per uno specchio più conforme
ai combustibili spenti

domenica 17 novembre 2013

cinesi

quando saremo cinesi
canteremo canzoni cinesi
andremo in giro a ammazzare i cinesi
avremo pensieri cinesi
ricordi e speranze cinesi
saremo post-comunisti alla maniera dei cinesi
guarderemo il mondo da cinesi
senza sapere di essere cinesi

giovedì 14 novembre 2013

inseparabili

siamo abili nella composizione dei morti
i camion scaricano i viveri in mezzo alle strade
come possiamo proteggere questi momenti?
si preoccupava che l'orgasmo avvenisse al contempo

sparano i lacrimogeni facendo salotto
momenti che non durano per sempre quasi mai
lasciano rughe profonde nello spazio tra i volti
sarebbe terribile sopravviversi l'uno all'altra

il libro della gioia è trascritto sulle mani
a disposizione di tutti con quei denti sul palmo
il pensiero non può neanche pensare la possibilità
bisogna bloccare il passaggio a livello mettendosi in mezzo

il vento oggi ha scosso gli alberi ha scardinato il tetto
bambini ci guardano da in fondo al tunnel con gli occhi grandi
dopo il miracolo non puoi più permetterti il lusso
è il momento di concedersi alla commozione

intrappolati a reciproche mani

orecchie d'elefante per foderarsi nel sonno
lembi d'orecchie morbide per farsi un paio di scarpe
adatte a traversare le acque profonde
fino a raggiungere indenni la terza sponda

anche i vecchi sono stati bambini
nonostante i ritratti impietosi di domani
si uccide ogni volta che si può
come zanzara il segreto dell'anima

non siamo noi stessi non siamo gli altri
qui si sorseggiano bevande calde
che ti rimettono al mondo in un istante
saremo salvi in un gioco di sguardi


* l'incipit fa riferimento alla graphic novel di Giorgio Fratini Sonno elefante

lunedì 11 novembre 2013

Gli aspiratori


Gli aspiratori cessarono di funzionare alle 17.30 del primo mercoledì di novembre. Dopo mezz’ora la città era in subbuglio. Dagli altoparlanti pubblici e attraverso i telefonini privati veniva diffusa la raccomandazione di stare calmi e se possibile chiudersi in casa finché il guasto non fosse stato riparato. Ma a notte fonda si sparse la voce che gli operai specializzati avevano dovuto interrompere gli infruttuosi tentativi di riparazione per le gravi difficoltà respiratorie e tutte le operazioni di ripristino si erano fermate finché non era arrivata un’altra squadra a sostituire la prima.
“Questa volta ci siamo,” disse Roberto a Claudia, tenendo lo sguardo fuori dalla finestra, verso la strada. “Ci siamo cosa?” fece Claudia nervosa. La città si stava coprendo di una cappa plumbea di fumi e gas inquinanti grigi e verdastri. La visibilità si riduceva di minuto in minuto e dal loro appartamento al settimo piano era ormai impossibile intravedere la strada o altri palazzi. “Ci siamo,” ripeté Roberto senza aggiungere altro. Non era necessario.
“Domani tutte le attività lavorative saranno sospese per consentire ai cittadini di restare chiusi in casa. Non uscite se non per assolute emergenze. Non aprite le finestre finché gli aspiratori non torneranno in funzione. I tecnici sono al lavoro.”
“Avevano detto che era impossibile che si spegnessero tutti contemporaneamente,” disse Claudia. “Avevano detto che era matematicamente impossibile,” precisò.
“La matematica contempla tutte la variabili tranne la R,” affermò Roberto senza staccare gli occhi dalla finestra. “Sarebbe?” fece Claudia. “Il fattore Realtà,” concluse lui inespressivo.
La mattina successiva alcune persone erano già morte. Roberto non riusciva più a parlare, aveva la bava alla bocca e gli occhi sgranati. Stava riverso sul tappeto, Claudia cercava di rialzarlo, ma non ci riusciva, era troppo pesante, e lei troppo stremata. Si lasciò cadere accanto a lui e restò lì distesa a occhi chiusi. Sentiva la forza vitale che scemava lentamente. Con enorme sforzo fece scivolare una mano sul tappeto fino a raggiungere il corpo di Roberto, una parte di lui, un ginocchio. Usò le ultime energie per fare una piccola pressione, una specie di carezza. Le sembrò che lui avesse un sussulto. Lo interpretò come un ti amo anch’io, amore.
Poche ore dopo iniziarono a scendere dalle montagne che circondavano le estreme periferie a est. Uscirono dalla foresta, ma probabilmente provenivano da molto più lontano. Forse dallo spazio, pensò qualcuno che ancora resisteva appoggiato ai vetri delle finestre.
Piombarono a milioni sulla città ed entrarono in tutti i palazzi, in tutte le case, entravano nelle fogne dai tombini e sbucavano dentro gli appartamenti attraverso la condutture, i water, i rubinetti, tagliavano i vetri delle finestre, forzavano le porte o passavano dagli spiragli stringendosi e allungandosi, sfondavano i tetti. In pochi minuti furono sopra ogni persona, morta o viva. Ai morti rubavano gli occhi e li divoravano, meravigliandosi delle ultime visioni umane rimaste impresse nelle curve delle loro cornee. Ai vivi si attaccavano alle bocche, ai nasi, e sfilavano i respiri aspirando con forza, per portarli nel luogo da dove erano venuti e immagazzinarli in vista dell’inverno.

martedì 22 ottobre 2013

ipotesi

rintanarsi dietro alle cose che ci circondano
per non vedere l’evidenza del tutto
pensare un attimo a sé in quanto niente
scartando le ipotesi più improbabili
riguardo alla sussistenza del mondo

radici per aria le chiome per terra
la somma di tutti i ghiacciai nella serra
tra le orchidee selvatiche un ragno verde
custode del segreto del panico
scartando le ipotesi più probabili

acclimatato in località balneari
all’ombra di chenobyl
chiacchierando di moby dick
dove io non è un altro
e l’incedere è cedere

scartando ogni altra ipotesi
e le caramelle

venerdì 18 ottobre 2013

Lettera a Pierluigi Battista sul Valle Occupato


Egregio signor Battista,
ho ascoltato il suo intervento sul Teatro Valle, su Radio3, e sono rimasto molto sorpreso dalla sua posizione e dalle sue argomentazioni; a tal punto da provare il desiderio di scriverle per confrontarmi con lei.
Lei riconduce l’intera questione al rispetto delle regole (“la questione è quella del rispetto delle regole”, ha detto testualmente, enfatizzando l’“è”). Come se l’occupazione del Valle avesse interrotto lo svolgimento di un corso florido (ha tenuto a precisare che pochi mesi prima dell’occupazione lei ha potuto godere di uno spettacolo con Franca Valeri).
Eppure lei certamente non ignora che l’occupazione è avvenuta dopo che il disastroso Ente Teatrale Italiano – che ha assorbito e fatto scempio delle risorse pubbliche destinate al teatro italiano per molti decenni – è stato chiuso, praticamente da un giorno all’altro.
Ascoltando le sue parole uno potrebbe pensare che in Italia non sia in corso una catastrofe – giunta con diversi anni di anticipo nel mondo del teatro e della cultura – che ha alla sua base proprio le regole che lei difende a priori, in quanto tali, senza possibilità di critica.
Ora, la critica dell’esistente, che è il succo della democrazia, è anche ciò che consente di immaginare cambiamenti, evoluzioni, alternative, possibili miglioramenti.
E laddove tutto crolla – restando al contempo ingessato in uno status quo garantito dalla totale paralisi gestionale, amministrativa, sindacale, fino a esaurimento scorte – la critica talvolta è portata a spingersi un po’ oltre l’assoluta cortesia, assumendo la forma della provocazione; perfino forzando un po’ le regole.
Dove un teatro rischia di chiudere e restare chiuso per anni (non sarebbe il primo caso), per via di una pessima gestione e di una politica governativa che fa colpevolmente terra bruciata di ogni presidio culturale, mi sembra naturale e sano che l’esercizio della critica si sposi con il principio della resistenza: in nome della sopravvivenza e dell’identità culturale, del rispetto della propria professionalità (mortificata da amministratori che non pagano mai per i propri errori, i quali però possono rovinare la vita delle persone); ma anche in nome di un tentativo di cambiamento – necessario, a detta di molti – di quelle regole entro le quali la crisi si è manifestata e ha trovato terreno facile.
Non ritiene che il Valle Occupato, oltre che una “prevaricazione”, sia stato e sia un laboratorio unico che ha portato a visualizzare in concreto altri possibili sistemi di regole?
Non crede che potrebbe essere utile osservare questo esperimento duraturo non solo per stigmatizzarlo in nome del buonsenso e di un astratto perbenismo, ma anche per capire che cosa sta funzionando, e perché?
Non crede che l’occupazione del Valle sia stata consentita e tollerata dalle autorità soltanto perché non esisteva alcun altro progetto credibile e sostenibile per quello spazio?
E non crede che paragonarlo con il Leonkavallo sia quanto meno bizzarro e inopportuno?
Il mondo cambia (e migliora, almeno secondo alcuni) grazie a piccole forzature dello status quo, soprattutto quando le strutture gestionali esistenti si rivelano incapace di affrontare le sfide del presente, per non parlare del futuro. Il sistema teatrale (e culturale) italiano istituzionale dimostra da decenni di non essere in grado di sostenere, difendere, produrre, promuovere alcunché.
Il Valle Occupato è una “piccola forzatura” che non ha tolto niente a nessuno, ha mantenuto in essere nella Capitale uno spazio culturale di primaria importanza (altrimenti destinato a un futuro incerto e forse ignominioso), si è fatto propulsore e spunto concreto di un dibattito sulle nuove modalità di produzione e fruizione culturale, che in Italia è assente tra le poltrone del Parlamento, negli studi televisivi, nelle sale universitarie e tra le pagine dei principali quotidiani.
Cordialmente,
Carlo Cuppini

lunedì 7 ottobre 2013

di stelle


quella notte di stelle
cadenti neanche
l’ombra
eppure cadevano e
cadono ancora
come tutto del resto
come cadia-
mo noi

scendo

scendo dal ramo e non trovo
la vita reale
nascosta
oltre uno schermo
di rane

mangio banane
vorrei tornare
scimmia
per riscoprire cosa
vuol dire pregare

un fiore nel buco del tempo
perché tutto sia fermo
un istante
perché possa la pelle coprirsi
di fame

stanotte

chiamo l'angelo e arriva la zanzara
a dire che non c'è strada
non c'è giravolta che possa
scamparci dalla cascata

la schiaccio sulla faccia
con uno schiaffo
mi giro dall'altra parte
e continuo nella mente a chiamare

dall'altra parte c'è la tua schiena calda
e in fondo al letto la culla
con la nostra bambina
il respiro ci evapora piano

domani sarà ancora l'inizio
del cominciare del tempo
le mie radici vanno dentro la terra
la terra si risveglia nel cielo

lunedì 30 settembre 2013

quando le volpi puniscono gli uomini

quando le volpi puniscono gli uomini
le stanze hanno gli angoli
gli astronomi lo hanno appurato
si tratta per lo più di rivalse ambientali
non c'è alcun risentimento privato
rarissimi i contusi e i feriti
resta lo straniamento generale

c’è una luna di guerra nel brodo
per questo piovono bombe
e penne trafilate al bronzo dal grande carro
schede nutrizionali e certificazioni
i doppi vetri respingono le parole
all’acido ascorbico e le pallottole
al paracetamolo

la matematica è diventata un lusso
per non credenti prossimi alla pensione
per questo scriviamo poesiole
piene zeppe di odiati dodecasillabi
canticchiamo vittorie private
e gli eventuali resti umani
numerati sullo scaffale

venerdì 27 settembre 2013

Malincuore


Colpito da improvviso malincuore, l’uomo cade per terra e si rompe la rotula, che rotola via e cade in mare, essendo la strada un declivio che parte dal porto. Lui resta disteso per terra, il naso schiacciato sull’asfalto, le braccia lunghe contro il corpo, gli occhi bene aperti che guardano l’asfalto. Resta immobile, non accenna a volersi rialzare, e quando qualcuno accorre a prestare soccorso non accenna neanche a voler parlare.  Batte le palpebre raramente, deglutisce con tranquillità. Intorno a lui si riunisce un capannello di persone, qualcuno che lo vorrebbe aiutare, qualcuno che indaga sulle condizioni di salute, qualcuno che fa le foto col cellulare, qualcuno che fa passare le auto. In mezzo a un discreto trambusto, il caduto è l’unica corpo silente ed immoto, inerte e per certi versi rasserenato. Ha un'acuta e screziata tristezza negli occhi (lo nota soltanto chi si china con la faccia a terra per sincerarsi che il suo sguardo sia lo sguardo di un vivo), ma appare al contempo sereno, distante, libero da impulsi e necessità. Resta, lungo disteso, e non tanto per via della rotula, quanto per il forte malincuore che non smette di attanagliarlo e interrogarlo. Il chiacchiericcio generale fa da collante tra la curiosità e l’indifferenza dei presenti, condensando il passare del tempo in un sensibile spessore dell’aria, concretamente opaco; ragion per cui il parlare dell’uomo disteso sull’asfalto impedisce a tutti di cogliere il momento in cui l’uomo, discretamente e senza presentare difficoltà, si solleva dall’asfalto. Senza clamore riprende la sua camminata in salita, ignorando il sopraggiunto problema articolare, soltanto un po’ rallentato e incurvato dal peso perdurante del malincuore che gli preclude ogni buon grado. Qualcuno tra gli astanti si indigna del fatto che se ne sia andato così, senza spendere una parola, senza dare peso all’accaduto né soddisfazione all'altruismo altrui, qualcuno lo insulta apertamente, a voce alta – perché non ha motivato, pronunciato, risposto, esposto, non ha rilasciato interviste, ha rubato il momento da tutti atteso, il climax e la catarsi, le lacrime di commozione. Può darsi, ma l’uomo è già lontano e non sembra sfiorato dalla modesta baruffa alle sue spalle, è già avvolto in una nuvola di trattenuta normalità – il tasso di malincuore ritornato in apparenza a valori ordinari – salvo che d’improvviso lui si getta in avanti, più avanti del corpo, il quale scatta a sua volta ma stenta a stargli dietro, e non lo raggiunge, e mentre il corpo arranca al suo seguito, lui se ne stacca del tutto, corre forsennatamente in avanti, ma solo per breve distanza, perché poi si solleva da terra, e si invola, sempre più in alto, fino a rarefarsi quasi del tutto, lasciando impalpabile traccia, mentre il corpo resta a terra, e cade di nuovo di schianto, sull’asfalto, come un immobile mal restaurato, e quindi si sgretola, e il malincuore trionfa su tutta la terra, ma sparisce in un vortice d'aria nell’aria.

certi giovanardi


negare l’evidenza
il verde della menta
non contano le sentenze

le scarpe sono slacciate
per questo si cade
anche se si era scalzi

e certi giovanardi
che pensano che la giustizia
meglio mai che tardi

le cime dei monti nella luce il vento
che meraviglia di giornata ci è data
che meraviglia il creato – lo senti
bene – nonostante i vermi

mercoledì 11 settembre 2013

matrimonio

asfalto e feste sui giorni impari
per pianeggiare i sussulti delle strade
così potremo esimerci dal ripensare
al tradimento
che ci ha maritato al criminale
noi spose violentate
del tutto involontarie
invecchiate alla catena
come un cane

lunedì 9 settembre 2013

Abbecediavolo: Bikini

dici "bikini"e dici un atollo
dove tiravano le bombe atomiche
gli stati uniti
per lustrarsi i muscoli
le tiravano in mezzo all'acqua
e un bel giorno tirarono
la bomba acca

amore e morte
sesso e distruzione
al due pezzi fu affibbiato quel nome
così a tutt'oggi la guerra
fredda si riscalda ogni estate
serrata in mezzo alle chiappe
ben nascosta fra i seni

Canzone


io non capisco la luce
se davvero ci crede che il tempo
si cancelli grattando con l’unghia

eppure la luce ci taglia
le mandibole strette
e solleva le palpebre
da un cuscino di pietre
e ci porta sugli alberi
a raccogliere i gusci del vento

e va dentro la scatola nera
di cui è vietato parlare
e poi esce e ci guarda in silenzio
con una pena negli occhi
e noi altri restiamo
ancora per oggi
persone

bimbi, è la guerra

fusione, effusione, fissione
non c'è da stare tranquilli dentro il vocabolario
in un attimo si cade da un harmony
alla catastrofe nucleare
figuriamoci nella vita
con un kerry che va a cena da un tizio
– un tirannuccio mediorientale
decorato con la croce italiana –
e dopo due mesi raccoglie consensi
per tirargli le bombe sul capo
le bombole
bambole
quelle dei film horror
con un occhio solo
e con dentro la crema
quelle che ti fanno pisciare addosso
per la paura
rannicchiato nel letto
di mamma e papàpa

sabato 7 settembre 2013

venti di guerra


presto s’involeranno le promesse
angeli d’acciaio senza pilota
diretti ancora una volta verso Est
a duemila chilometri al secondo
portando in carico il male minore
da sganciare sulla terra riarsa
come semenze riempite di sale
per ricucire le ferite
e le nostre palpebre offese
per cancellare il dolore
e chi lo prova

la terra concimata in questo modo
butterà germogli di alberi nuovi
i cui fiori sono ossi di morto
le cui foglie di notte cambiano
l’ossigeno in gas sarin così sia

in seguito regnerà il grande bene
ma noi non lo potremo vedere

mercoledì 4 settembre 2013

Fiori del deserto


Inutile respirare, se poi prelevano dall’aria impalpabile i nostri stati di grazia, e non ci puoi fare niente, e li inscatolano nelle fabbriche seminterrate di periferia, che tu non puoi vedere, e poi vendono le confezioni per trarne profitto e per mandare i loro figli alle scuole private. Noi veniamo ogni mattina in questo scampolo di deserto, e guardiamo le folle che si accalcano davanti all’entrata della base nella speranza che si liberi un posto per partire. Tre o quattro riescono sempre ad entrare. Ma sono centinaia i richiedenti ogni giorno, così inevitabilmente scoppiano battibecchi e risse. Dopo un’oretta si vede il razzo che sale, prima lento poi rapidissimo. Noi guardiamo la scia luminosa che attraversa il cielo e sparisce oltre i confini della galassia. Poi guardiamo la terra bruciata ai nostri piedi, e a volte notiamo un piccolo fiore del deserto scampato al calpestio. Le folle se ne vanno, compiendo all’incontrario la stessa processione che li ha condotti fino alla base qualche ora prima. Molti torneranno l’indomani. Altri tre o quattro verranno fatti partire, se si saranno liberati dei posti. Tanta gente se ne vorrebbe andare da qui, anche se nessuno può dire con certezza che la nuova vita sarà migliore della vecchia. Là ci sarà lavoro, probabilmente. E se fosse un lavoro da schiavi? Ma per molti l’importante è partire. Per quello che riguarda noi, ci piace venire qui la mattina presto, prima dell’alba, quando è ancora buio, e l'aria e fredda, e vedere che alcuni sono già arrivati durante la notte e si sono accampati, e osservare il cielo nero che inizia a rischiarare all’orizzonte, e poi le frotte che arrivano e ricostituiscono la solita lunga fila silenziosa, che presto diventa un assembramento caotico colpito dal sole. Aspettiamo che il razzo sia partito, che la gente si disperda, che la polvere si abbassi, e osserviamo il luogo ritornato vuoto, pulito, riposato. Respiriamo per un po’ l’aria elettrica, e alla fine rincasiamo, per dedicarci alle nostre faccende quotidiane. Le cose vanno avanti in questo modo, attraverso le stagioni e gli anni. Siamo soddisfatti della nostra vita. Ogni frammento del creato è pieno di meraviglia, e di polvere che si solleva e si riabbassa. Soltanto ci dispiace di dovere per forza respirare, a volte, quando ci pensiamo, per il motivo che dicevo prima.

lunedì 22 luglio 2013

Maia

ecco il nuovo segreto
ma quale il sostantivo
quale l’aggettivo – e cosa e come
si sporge sul paesaggio del senso

io dico io mentendo
poso frasi sul palmo del tempo
a rapida epifania
rapidissima cancellazione

sei venuta a inventare le orme
sulla spiaggia bianca che non c’era
ogni riga un passetto più lento
un tumulto di dissenso

qui avverbi di luogo direzioni
stati della materia soltanto rapporti
tra le cose e con-
statazioni – e già memoria

tu adesso vieni e non condividi
non sottoscrivi e non ti iscrivi
nella tuta spaziale del futuro
migliore sorridi

mercoledì 5 giugno 2013

Giornata del Mal Vivente


Piovono palle di fango dal cielo, altroché gita al mare. Il Mal Vivente richiude la porta di casa su un paesaggio di gente che corre china per schivare la caduta dei gravi – che per quanto semisolidi potrebbero nuocere se ricevuti sul capo. Tolti i mocassini e ripostili con metodo nella scarpiera, infila i piedi nelle pantofole poc’anzi abbandonate: la casa sarà dunque la sede delle iniziative e delle esperienze odierne, questo è il punto da cui ripartire. Il Mal Vivente cammina un po’ avanti e indietro nel corridoio, riflettendo svagatamente sul da farsi; poi comincia a girare per le stanze, perlustrandole senza ostinazione, soffermandosi in particolare sugli angoli delle pareti e sugli aloni di umido nel soffitto. Non ha fretta di decidere il modo in cui impiegare il tempo della giornata; è disposto a sprecarne una buona parte nullafacendo. A mezzogiorno in punto (come attesta l’orologio alla parete) il Mal Vivente si trova a transitare tra la cucina e il soggiorno; rimane bloccato con un piede sospeso per aria, perfettamente inscritto nel rettangolo antropometrico della soglia; ed è in quel frangente che riceve la visione risolutiva. Si reca nello sgabuzzino e ne esce con una cassetta di legno tra le mani; la appoggia a ridosso della parete più lunga del soggiorno, accanto al divano. Spostato tutto il mobilio, comincia a disegnare la scena. Nel giro di qualche ora l’epica battaglia tra le nutrie e le anatre comincia a prendere forma: le prime, inadatte allo scontro, si limitano a mostrare denti spropositati; le seconde attaccano invece senza esitazione, per colpire, coi becchi dentati che puntano alle code. Nel tardo pomeriggio il Mal Vivente abbandona il carboncino e comincia a riempire le forme con ampie campiture di colore, restando sui toni del marrone, del verde acquitrino, dall’azzurro opaco. È notte fonda quando l’opera può considerarsi conclusa; il Mal Vivente la osserva estenuato e moderatamente appagato. Appoggia la schiena alla parete opposta e lentamente si lascia scivolare fino a terra. Dopo una lunghissima pausa (alle finestre si comincia a intravedere il primo bagliore dell’alba), si alza, si scuote; va alla scarpiera, infila i mocassini, ripone le pantofole con metodo; apre la porta di casa. Chiude gli occhi, inspira intensamente l’aria frizzantina e pungente; quando rialza le palpebre il blu scuro del cielo è sospinto via da una striscia di luce giallo-azzurra distesa sull’orizzonte; l’aria che entra nelle narici sembra più temperata. Non piovono palle di fango dal cielo. Sembra annunciarsi una bella giornata. Senza voltarsi, il Mal Vivente allunga un braccio, afferra il coltellino appeso alla parete, si tira dietro la porta. Andrà a dare fastidio a qualche povero disgraziato in periferia, lasciando perdere tutte le dispute metafisiche a cui è stato invitato.

lunedì 20 maggio 2013

Il mondo senza gli atomi


Il mondo senza gli atomi era un unico magma multiforme, un pappone ben compatto, un affare senza arti né parti. Ogni cosa era a contatto con le altre, apparteneva alle altre, era tutte le altre. Ciascuno era chiunque; non a caso avevano molto successo i corsi di canto corale, dove si studiavano le canzoni dei Beatles, e si facevano le più famose arie di Mozart col "la la la". Al contrario, non aveva grande seguito la grammatica: soprattutto gli articoli (specialmente quelli determinativi) e le congiunzioni non godevano di buona fama, essendo praticamente inutilizzabili; sopravvivevano certi avverbi e vivacchiavano le preposizioni, per quanto fossero arbitrariamente intercambiabili. 
Anche in mancanza di documenti storici risalenti a quell'epoca, è oggi universalmente riconosciuto che allora si potessero passare dei memorabili sabato sera, nonché dei piacevolissimi domenica pomeriggio. 
Almeno una volta calarono i barbari dalle regioni del Nord non ancora civilizzato; ma tutto si risolse in una scaramuccia da quattro soldi: l’unica vittima degli scontri fu un tale che riportò una ferita all’anulare della mano sinistra, e fu considerato un eroe; alla sua morte gli venne intitolata una piazza. 
Avvenivano di frequente eventi eclatanti e inspiegabili: la gente nasceva e moriva, viveva per un po' di tempo e procreava. Non necessariamente per via sessuale. 
Non esistendo forme di documentazione scritta o di registrazione dei fatti, le persone dovevano imparare a memoria tutto ciò che poteva essere conosciuto, detto o anche soltanto pensato: altrimenti non ci sarebbe stato modo di intendersi l'uno con l'altro; ed era opportuno mandare a memoria anche i nomi e le descrizioni di tutti coloro che erano nati dall’inizio del tempo, o che sarebbero potuti venire al mondo in determinate circostanze (che poi per qualche ragione non si erano verificate): per esempio, chi sarebbe stato concepito se quel tale venerdì sera non avesse piovuto, o se una domenica di marzo fossero cadute arance dal cielo per la durata di tre ore, invece che di quattro, come in realtà era accaduto? 
Se due uomini si innamoravano della stessa donna, nove volte su dieci finivano per uscire tutti insieme; cosa che valeva anche per la situazione opposta, beninteso. 
I furti dovevano essere annunciati almeno il giorno prima di quando si sarebbero svolti, e chi voleva informarsi non doveva fare altro che leggere il gazzettino affisso nella pubblica piazza. Rincasando, il derubato poteva trovare la cassetta dei gioielli svuotata, ma probabilmente nell’armadio era comparsa una gallina da compagnia. 
I fisici nucleari godevano di ben poca fortuna e sbarcavano il lunario vendendo noccioline ai congressi dei chimici; i quali, a loro volta, erano considerati ciarlatani e menagrami, ma non se ne avevano a male, e contribuivano al pari di tutti gli altri al buon funzionamento del tutto.
I meteoriti cadevano quasi sempre dentro la bocca dei vulcani, per una questione di simpatia ancestrale, e gli anelli di Saturno abbracciavano tutto il Sistema Solare, tenendo insieme anche le più diverse epoche.
Poi cominciò questa storia degli atomi, e si prese a pensare ognuno a sé.

domenica 19 maggio 2013

Amleteo

minime in aumento
massime in lieve calo
nelle zone costiere
le massime potranno essere
inferiori alle minime
venti moderati
quaranta dispersi
tutto il resto è silenzio
prevista neve

sabato 18 maggio 2013

La chiave


L’elicottero continua a roteare da ore nel cielo sopra la casa, disturbando con rumore ricorrente di pale il nostro ozioso pomeriggio assolato. L’altoparlante ripete per la millesima volta che proprio in questa zona è andata smarrita la ragione di stato; che chiunque l’abbia avvistata o sappia dove possa trovarsi deve rivolgersi immediatamente alle autorità. Dentro casa, anche noi stiamo abbiamo il nostro cercare: non si trova più la chiave per entrare nella stanza dove custodiamo il dentino del demone; quello con cui ci ha azzannato una natica, a entrambi nello stesso istante, parecchi anni fa. Guardiamo sotto il letto, dietro i mobili, nei sottovasi: e ancora non viene fuori. Vorremmo affacciarci e gridare che si rendessero utili, quei militari, quei pesi massimi dell’investigazione, coi lori telescopi, sensori e nasi elettronici: che atterrassero sul nostro tetto e ci dessero aiuto a ritrovare la chiave. Ma è inutile anche solo pensarci: quelli hanno altri pensieri che non le sorti del nostro dentino. Eppure lo sappiamo bene (e sotto sotto lo sanno anche loro) che non potranno trovare un bel nulla, anche passando in rassegna tutte le strade per mesi, finché qui non salterà fuori la chiave.

giovedì 16 maggio 2013

Storia degli uni e degli altri


Storia degli uni, che propendevano per una vita quieta e illuminata, e degli altri, che si lanciavano in frequenti avventure rischiose e dissennate; dove gli uni, un giorno, intorno ai vent’anni, decisero di iniziare a fumare, mentre gli altri studiavano alacremente sui libri di fisica per tentare di passare l’esame. Accadeva talvolta che gli uni cucinassero delle crostate alla crema e che gli altri facessero delle gite al fiume. La volta che gli uni rischiarono di morire per un malore in piscina, gli altri calpestarono per errore la propria ombra e si videro costretti a fare venti giri dell’isolato correndo e gridando a più non posso senza scopo. Un giorno gli uni si innamorarono di una ragazza bionda, timida ma dallo sguardo deciso, dal naso forse troppo prominente; intanto gli altri assecondavano una rabbiosa euforia e, saliti in macchina, cercavano una prostituta sui viali. La trovarono, ed era una donna vestita di rosso e di giallo, con lunghi capelli castani; questi altri risultarono molto meno disinvolti di quello che avrebbero voluto dimostrare; e se evitarono una sonora umiliazione fu soltanto grazie alla paziente solerzia della donna, che peraltro era parecchio più grande di loro. Mentre gli uni, quella stessa sera, ebbero modo di conoscere il dolce dolore della goffaggine, del vagheggiamento sentimentale e del posticipo del compimento fisico. Gli uni e gli altri avevano grandi progetti per il proprio avvenire, anche se si accingevano a intraprendere strade molto diverse per realizzarli. Dopo la prima giovinezza, per molti anni non ebbero più occasione di incontrarsi. Ad un certo punto le vicende degli uni e degli altri furono lì lì per sfiorarsi di nuovo, quando gli uni presero a militare nel movimento per l’apertura del guscio dell’uovo con una mano sola, mentre gli altri sostenevano animosamente la causa del degusciamento a due mani. Tra i tafferugli che caratterizzarono quel periodo di conflitti sociali, per poco non accadde che gli uni e gli altri se le suonassero di santa ragione, la volta che gli uni giravano con le spranghe in via del Tortoritto, mentre gli altri facevano la ronda armati di catene nella vicina piazza Crepagusto. Ma il destino non mise gli uni sulla strada degli altri, in quel frangente; e dovettero passare molti anni prima che gli uni e gli altri, ormai superata la mezza età, si incontrassero di nuovo: e fu uno scontro sulla A1, che coinvolse una Renault 4 e una Opel Corsa. Gli uni e gli altri morirono sul colpo, mescolati a tal punto gli uni agli altri che neanche i parenti più prossimi, convocati immediatamente sul posto, seppero distinguere gli uni dagli altri.

mercoledì 1 maggio 2013

I nuovi venuti

Avevano installato missili in mezzo alla piazza cittadina per respingerli. Ma il loro arrivo fu talmente fulmineo che nessuno fece in tempo a sparare. Mostrandosi essi non ostili ed essendo certamente potenti, poiché non avevano potuto distruggerli presero a venerarli senza indugio. Va detto che essi si comportarono con saggezza e discrezione: non rimossero i governanti in carica, ma li affiancarono silenziosamente; non misero al bando le vecchie credenze, ma lasciarono che il nuovo culto si affermasse spontaneamente; non vessarono il popolo con leggi inique, ma si distinsero per un radicale senso della sobrietà. Dal punto di vista amministrativo si limitarono a un unico provvedimento, che imponeva una tassa sulla stupidità. Così, in poco tempo, diventammo tutti poveri. Nacquero dei movimenti di protesta che reclamavano l'abolizione dell'imposta e alcuni perfino la cacciata dei nuovi venuti. Essi li tolleravano, quando avrebbero potuto disperderli in un istante. D'altra parte la maggioranza della popolazione aveva accettato di buon grado la tassazione, trovandola ragionevole e giusta – anche se quasi nessuno ammetteva volentieri di esserne direttamente interessato. Almeno finché essi non decisero di pubblicare i registri in una bacheca al centro della piazza, accanto ai missili (che stavano sempre lì, essendo stati spacciati, dopo il loro arrivo, per sculture ornamentali): non mancava un solo nome di quelli registrati all'anagrafe, anche se c'era chi pagava di più e chi meno. La tassa infatti era rigorosamente progressiva, nel rispetto della nostra Costituzione.
Un giorno essi inventarono un gioco. Non fu chiaro lo scopo, ma con ogni probabilità non si trattava d'altro che di un semplice divertissement. Forse le nostre vite li annoiavano e volevano crearsi una distrazione. Il gioco consisteva nel modificare il significato di alcune parole ogni domenica notte. Essi potevano farlo. Il lunedì mattina la gente si svegliava e diceva "cane" invece di "porta". Settimana dopo settimana cambiarono migliaia di parole. Dopo un mese poteva accadere che "porta" non si dicesse più "cane", ma "giovanotto".
Restarono per un anno. Poi, un giorno, se ne andarono così come erano venuti. Molti pensarono che fosse una sparizione momentanea; alcuni sperarono ardentemente che tornassero presto. Quando fu chiaro che non sarebbe accaduto, venne subito abolita la nuova tassa. Così, in poco tempo, tornammo tutti a essere molto ricchi. Poi, visto che i missili erano sempre lì, posizionati in mezzo alla piazza, li lanciammo contro una nazione lontana, per dare all'arsenale uno scopo e per conquistare risorse naturali. Nessuno però diede peso al fatto che i nostri discorsi non volevano dire più niente.

Vita dura delle farfalle ai tempi della crisi

tagliano le ali alle farfalle
per far volare la finanza mondiale
spalmano la polverina sui titoli
di stato a rendimento decennale
(se avanza anche sui titoli del giornale)
poi danno un indennizzo risibile
ai corpi menomati degli insetti
li ributtano in mezzo alla strada
dove finché hanno da campare
conducono una vita d'inferno
correndo su zampette inadatte
per schivare le scarpe e le sgommate

lunedì 29 aprile 2013

Ombre

Il merlo scese in picchiata sulle nostre ombre, e le mangiò. A me restò solo un mozzicone sfrangiato appeso al piede destro. A te un ricamo sul polso sinistro. Minuzie inutilizzabili, comunque. Altro che Peter Pan, tu hai detto, questo è un bel guaio. Non che servissero a molto, le ombre, ho replicato, ma penso anch'io che sia un guaio. Mi sono chinato e ho raccolto una ghianda. L'ho tirata all'indirizzo del merlo, tornato nel frattempo in cima all'abete, mancandolo. Abbiamo preso a tirare ghiande, pigne, lattine, pacchetti di sigarette e quello che capitava contro l'uccello. Non eravamo campioni di mira, e il merlo continuava a cantare indisturbato girando la testa di scatto in ogni direzione. Mancavamo di foga e convinzione, in realtà, e centrare il bersaglio era chimera. Ma ci pareva opportuna e dignitosa una reazione decisa, davanti a tale affronto. E il merlo cantava, e cantava assai bene, senza interruzione. Quando sono passati i carri armati, alle nostre spalle, non ci siamo accorti di niente. Né il merlo si è zittito un istante. Voltandoci per rincasare, più tardi, siamo inciampati nei solchi lasciati dei cingoli, a pochi metri da dove eravamo. In città trovammo face sconvolte, grida e pianti, muri sfondati. La colonna di carri era già ripartita. Il sole calava sull'orizzonte e le ombre si allungavano, tranne le nostre. Forse già digerite, oppure custodite, nella pancia del merlo. Che ancora era in cima all'abete e cantava: l'ultima strofa prima del buio.

giovedì 25 aprile 2013

NTP - 25 aprile

i concerti del merlo fino a sera
l'orchidea che continua a fiorire
altro non ho da opporre
oggi
alla deportazione

NTP - che dentro

che dentro ho la sponda del mare
quasi sempre lo ignoro
dove è mantenuta la promessa
e non ricordo la parola
questo luogo mi salva
dalla selva e me stesso
nel risciacquo scompare
il dissenso

NTP - pellegrinaggio in San Miniato

oltre la nicchia dorata
muro di luce riflessa e figure sacre
intuisci un grembo più grande
custodia dell'ombra
conca d'aria il respiro
del mondo
immenso mosaico riposa
nel silenzio dei riflettori
dove ciò che deve nascere
è nato

NTP - proposito

trasforma la mente
da abitazione a cammino
rinuncia al mobilio alla porta
a favore dei sassi
il piede scalzo
il panorama

NTP - oblio

obliterato dal tempo
come un biglietto del treno
tutto dimentico
e tutto il resto sento

NTP - interiore

l'onda si infrange sulla fiamma
in questo bagnasciuga interiore
le acque di sotto le acque di sopra
scintille da tutte le opposizioni
nasce il fiore

Nuovo taccuino politico - Dichiarazione

(dopo il disastro odierno
sarà una forma nuova
incedere semplice e spirituale
non una fuga dalla storia
ma schiudere il palmo della mano vuota
di fronte a quella che impugna la pistola)

lunedì 25 marzo 2013

Una storia di Pinocchio

Dopo la festa in teatro, la cena ai tavoli rotondi (durante la quale un equivoco grossolano aveva rischiato di trasformarsi in un delittuoso incidente amoroso), il gran ballo collettivo (facendo attenzione a non scivolare sugli acini d’uva caduti sul pavimento); e poi il tentativo di distrarre il rottweiler mordace lanciandogli un guanto di penne di piccione (tentativo fallito e destinato a creare altri equivoci con un piccione planato nel foyer del teatro e impossessatosi dell’oggetto); e dopo essere usciti tutti quanti dal teatro, ed essendo io rimasto solo e senza cellulare, salgo sull’ultimo tram che porta chissà dove, speriamo che passi davanti al mio albergo, uno degli uomini che aspetta con me alla fermata dice: “Prendilo, è quello giusto, ed è l’ultimo”; perciò non posso fare altro che salire e accomodarmi su un sedile di legno, accanto al finestrino, e lasciarmi condurre. Così attraversiamo le selvatiche, cadenti periferie (stanotte Roma sembra Città del Messico o Buenos Aires); il tram procede sobbalzando tra i sobborghi, inoltrandosi sempre più in un territorio impervio, con le rotaie che si snodano intorno ai tronchi di grandi mangrovie secolari, e l’aria è proprio quella di una antica foresta pluviale. Così ci avviciniamo alla grande montagna, ripida e verde, di cui non si vede la cima; dal finestrino vedo che il binario si infila in una piccola, rudimentale galleria. “Quello è il Monte Chilometro”, mi informa il mio vicino di posto, un contadino dal volto scuro e grinzoso. “E adesso stiamo per entrare nel tunnel che porta lo stesso nome. E’ opera degli antichi romani, serviva a collegare le due parti della città. Il monte, che sta in mezzo, era dedicato al dio Chilometro; in seguito la lunghezza del tunnel fu scelta come unità di misura delle distanze”. Annuivo, vagamente confuso, mentre entravamo nel tunnel Chilometro, e già si intravedeva l’uscita. E poi si trattò ancora di attraversare fiumi (quando il tram si mutò in una funivia e il binario fu sostituito da un cavo sospeso, lanciato da albero ad albero), di ascoltare concertini di indigeni che salivano sulla carrozza e suonavano vecchi strumenti non più di moda per fare atmosfera, di traballare su rotaie sconnesse e pericolanti, spesso composte di legni marcescenti. L’umidità arborescente faceva scintillare ormai ogni cosa, fuori e dentro il tram, quando raggiungemmo il capolinea, molto simile a un attracco navale in una immemore città di mare dell’estremo oriente. Dal tram, infatti, ci fu chi lanciò funi e ormeggi per ancorare la carrozza ai grandi tronchi e ad apposite palizzate. Erano scesi già tutti quando feci per alzarmi dal mio posto. Solo due uomini di una certa età, i capelli grigio-bianchi, temporeggiavano sul loro sedile, tutti presi da una discussione sull’alta finanza e sulla tassazione degli immobili. Quello più a destra (il più arzillo) alzò gli occhi su di me proprio mentre stavo per passargli accanto; come se non stesse aspettasse altro, tirò fuori lesto dalla costa della giacca un libro e me lo porse. “E’ la Grammatica della fantasia di Rodari. E' il tuo regalo di compleanno”. Poi disse qualcosa a commento del suo gesto, parlando come se nella gola gli si stesse riavvolgendo un nastro magnetico; non capii (o non potei ricordare) nulla di ciò che disse. Ricordavo però, distintamente, di avere letto da bambino quel libro, e di averlo molto amato; anche se ora, notavo, aveva nuove, più insipide illustrazioni. Preso dall'irrefrenabile voglia di sfogliarlo subito, tornai a sedermi sul sedile di legno, incurante del fatto di essere rimasto ormai solo sul tram fermo; lo aprii ripetutamente a caso, ritrovando le storie ben note, finché non mi imbattei in una sezione che non ricordavo affatto: la storia a fumetti dell’incontro tra Pinocchio e Carlo Marx. Il quale filosofo, intenzionato a studiare e comprendere a fondo il burattino, lo riceveva nel suo studio (un ambulatorio medico, per la verità), lo invitava a stendersi sul lettino, poi si toglieva il copri-barba (una barba finta, virilmente scura, applicata sopra la vera barba, bianca e vetusta) e Pinocchio alzava la testa dal lettino e gridava: “Peccato che la barba nera fosse un trucco, adesso sei di molto più vecchio!”. Il dottore faceva abbassare la luce con un gesto autoritario della mano, e si metteva a fare manovre sull’omino di legno, costringendolo presto a una narcolessia che gli permise di operare e agire come meglio credeva. Si disse in seguito (qualcuno lo giurò e ne portò le prove) che il famoso economista graffiò ferocemente il corpo legnoso del burattino, e si spinse ad usare violenza carnale su di lui, per il proprio perverso diletto. Non che quel pezzo di legno rischiasse di rimanerne intaccato o ferito; ma tant’è. Per un periodo circolò una fotografia dove Carlo Marx si ergeva pallido e allucinato dietro il burattino disteso e inerme, e dalla patta dei pantaloni gli usciva un cazzo-burattino (in tutto simile a Pinocchio, in effetti, soltanto di formato un po’ ridotto), con il quale si accingeva di lì a poco a compiere il misfatto. In breve la fotografia scomparve e la storia venne insabbiata, non se ne seppe niente. Io chiusi il libro e uscii per le strade di Roma. Attraversata la strada raggiunsi il mio albergo, dove tutti gli altri mi aspettavano per ripartire col pullman alla volta di casa.

martedì 5 marzo 2013

IDENTICO

Seduto sul water, il mento appoggiato alle mani e i gomiti appoggiati alle ginocchia, molto preso dalla produzione di un oggetto solido di forma irregolare ma fondamentalmente riconducibile all’idea del cilindro, accade che involontariamente il suo sguardo molla la presa sul reale e i suoi occhi cominciano a divergere lentamente, col risultato che lo sguardo di ciascuno dei due globi tenderebbe a incontrare quello dell’altro alla fine di due rette parallele che si trovano alla distanza di circa sette centimetri l’una dall’altra, se solo ciò fosse possibile al di fuori della geometria pura. Ed è in quel momento che si accorge, per la prima volta compiutamente, all’età di trentotto anni, avendo alle spalle un matrimonio un divorzio e un altro matrimonio per un totale di tre figli maschi, con annesse tre amanti e una serie di esperienze personali e professionali che non è il caso di enumerare in questa sede, ed è dunque in questo momento che lui si accorge di avere due corpi. Pressoché identici e quasi perfettamente sovrapposti, ma con un evidentissimo scarto di pochi millimetri, bastevole però a smascherare per sempre la favola dall’uno. Per lo meno, sono due i corpi che i suoi occhi vedono, in questo momento di incantamento dello sguardo e di estasi per la transizione fecale, nel frattempo felicemente avvenuta: quattro ginocchia nude, ossute e scarsamente ricoperte di pelo, associate in una coppia di identiche ginocchia sinistre e una coppia di identiche ginocchia destre. Quasi identiche, salvo che per quel minimo scarto. Lo stesso vale per le mani, per i piedi, e perfino – ora che fa risalire lo sguardo, sempre divaricato all’infinito, lungo le cosce – per il pene: due peni uguali e sovrapposti l’uno sull’altro, ma non tanto da coincidere e formare un unicum. Due peni, perbacco! E quattro mani! Intuisce che questa scoperta avrà grandi ripercussioni sulla sua vita, pur non intravedendo al momento alcuna possibilità di sfruttarla a fini pratici; perché è evidente che si tratta di una verità legata esclusivamente al punto di vista. Anzi, per la precisione, ai suoi due punti di vista. Ma, bando ai sofismi, che cosa è il reale, se non il proprio punto di vista? E se i punti di vista sono due? Se il punto di vista unitario, scioccamente e infantilmente tridimensionale, fosse un inganno? Continuando a stazionare sulla tazza del water, prende a svolgere degli esperimenti: chiude un occhio e poi l’altro, sempre guardando le proprie ginocchia e le proprie mani. L’occhio sinistro vede il corpo uno; il destro percepisce il corpo due, che sta un po’ più in là, e, a ben guardare, prende anche la luce in modo un po’ diverso, risulta ombreggiato più ampiamente. Ed ecco che è già crollata l’utopia della coincidenza, dell’essere se stesso, di ogni proposito di intima coerenza. Ecco la prova provata che i corpi sono due, e ben distinti, e indipendenti! L’ombra non mente! Alla luce di questa scoperta, inaspettatamente una rabbia feroce, selvaggia e brutale, lo afferra a partire dalla gola, per scendere verso le viscere ed espandersi indefinitamente nelle membra. Qualcosa dentro di lui rigetta violentemente, fisicamente, questa presa di coscienza: perché in fondo lui vuole essere uno, vuole essere se stesso a tutti i costi, è sempre stato pronto a tutto pur di potersi considerare tutto d’un pezzo. E anche adesso si sente pronto a tutto per di tornare ad esserlo, o forse a diventarlo per la prima volta in assoluto. Sì, questo momentaneo sconvolgimento si trasformerà in una grande opportunità: sarà il primo uomo a poter essere definito davvero tutto d’un pezzo, potrà vantarsene pubblicamente portando a tutti le prove. Diventerà uno, un corpo solo. Afferra le forbici dalla mensola sotto il lavabo, chiude fermamente l’occhio sinistro e senza esitazione ficca la punta metallica nel corpo due, in mezzo al suo costato, trapassandogli il cuore. Istantanea una nuova consapevolezza si fa strada in lui, espandendosi come una macchia di sangue su un pavimento di piastrelle: un corpo non esiste da solo; non lo si può ammettere pacificamente, ma siamo fatti per essere malamente sdoppiati, due in uno, uno sopra l’altro, quasi uguali, quasi coincidenti, con una piccola discrepanza su cui è meglio sorvolare. Non si può esistere senza quello scarto, ed è proprio in quell’interstizio invisibile tra il corpo uno e il corpo due che due lacrime sgorgate in quell’istante dai suoi due occhi si vanno a unire, formando un minuscolo rivolo che scivola e sparisce giù nella frattura di una fragilità mai ricomposta, mentre il corpo uno e il corpo due muoiono insieme e finalmente sono uno. Anche la lama delle forbici è doppia, pensa prima del buio.

domenica 3 marzo 2013

IL FIGLIO DEL MONDO (BREVE STORIA DEL MONDO)

Il figlio del mondo era un piccolo mondo, in tutto e per tutto identico al mondo, fuorché naturalmente per le dimensioni.
Appena nato era grande come un frutto; infatti veniva conservato nel cesto con le arance, che stava appoggiato sulla lavatrice in cucina.
Imparò in fretta a ruzzolare, e di lì a poco cominciò a giocare con vari esemplari di mappamondo, che avevano più o meno il suo stesso diametro; questi però non rispondevano ai suoi stimoli giocosi se non ruotando su se stessi, o nel caso migliore illuminandosi; un po’ poco per un piccolo mondo, aspirante mondo.
In seguito, divenuto decisamente più grande e massiccio, si accompagnò a un gruppo di asteroidi rozzi e malintenzionati, che lo traviarono non poco; ma solo temporaneamente. Alcune bizzarrie però restarono impresse nel suo carattere e stentarono ad abbandonarlo anche negli anni seguenti. I conoscenti iniziarono a definirlo “un tipo originale”, e non sempre con accezione positiva.
Tuttavia, nonostante questa parentesi adolescenziale, il piccolo mondo aveva la testa sulle spalle: studiava con passione e a dire di molti era avviato a una brillante carriera di mondo.
Il giorno prima di compiere la maggiore età morì in una tragica circostanza: fu raggiunto da un proiettile vagante (si trattava di una resa dei conti tra bande mafiose infiltrate al nord), proprio mentre usciva da un localino sui Navigli dove aveva cercato di sedurre una bellissima ragazza dai capelli rossi e gli occhi azzurri nell'ora dell'aperitivo.
La cosa suscitò indignazione e imbarazzo ai più alti livelli della società: soprattutto quando fu chiaro che il mondo, ormai molto in là con gli anni, non avrebbe messo al mondo altri mondi, e sarebbe dunque finito con la propria fine.

I licantropi


I licantropi di Urbino sono usi sbranare la gente, come tutte le altre razze di licantropi. Vanno in giro per le strade a partire dal pomeriggio fino alla sera – raramente li si incontra di mattina o a notte fonda –; vestono generalmente in modo dozzinale, sono abbastanza trasandati, portano vecchi giacconi a vento e cappelli di plastica imbottiti; e quando la fame li punge si avventano sul primo passante alla loro portata e lo divorano sul posto senza tanti convenevoli. Per questo la gente non li vede di buon occhio; ma bisogna dire che nessuno ha mai avuto l’ardire di contraddire o redarguire un licantropo in pubblico. Perlomeno in Urbino.
Io e te entriamo nel solito locale, un bar stretto e lungo con qualche tavolino in fondo. La ragazza affascinante e un poco rozza nel parlare che sta dietro al bancone macella un grosso agnello spellato con grandi colpi di mannaia. Mentre ordiniamo una birra e un succo di mirtillo la porta si apre e un licantropo si affaccia. Con una zampata afferra un avventore, un ragazzo che beve il suo drink all’ingresso del locale, e lo sorbisce in pochi bocconi.
Osservo la scena con una certa inquietudine e domando alla ragazza se non ci siano pericoli. Mi rassicura, dicendo che in genere non si spingono dentro il locale, si limitano a fare capolino a sbranare il primo che capita. I licantropi sono abbastanza indolenti, e, una volta saziati, del tutto innocui.
Seduti a un tavolino, un uomo solitario ci dà da dire: racconta che a volte i licantropi di Urbino vanno a visitare il Palazzo Ducale, pagando regolare biglietto, e fanno finta di interessarsi alle sale, agli arredi e alle opere d’arte. Ma in realtà il loro unico interesse è verificare se nei dipinti di Piero della Francesca ci sia ritratto qualche loro simile. Puntualmente rimangono delusi e affrettano il passo verso l’uscita, incapaci di dare seguito alla dolorosa messa in scena del loro interesse culturale.

lunedì 11 febbraio 2013

poi fa (vecchia poesia rispolverata)

nell'uovo sodo c'è un occhio
il guscio è pezzi di navi sul litorale
nel fondo dell'occhio si vede l'atlantide
sprofondato sotto i fondali
l'alieno l'abbiamo agguantato
l'alieno è conficcato col suo meteorite
in fondo al laghetto di gardaland
l'alieno lo teniamo per le palle
lo mandiamo in tv al grande fratello
anche contro la sua volontà
lo mandiamo nell'isola che non c'è
poi fa

venerdì 8 febbraio 2013

Camicia bianca

Uscito dal mare impetuoso, grondante e realizzato, capisco che i due sbruffoncelli con la camicia bianca e le maniche arrotolate si meritano senz'altro una bella lezione. Mi faccio avanti spavaldo verso di loro, che restano stupiti e impreparati davanti alla mia baldanza. Mi toglierò diversi sassolini dalla scarpa, picchiando a dovere questi giovanotti muscolosi, coi loro ciuffi biondi troppo ondulati per essere innocenti. Hanno certamente umiliato la mia famiglia, la mia compagna, i miei amici e me stesso, con qualche mezza parola o anche solo con odiosi pensieri, questi due poco di buono rileccati. Conto di colpirli prima che si scuotano dalla sorpresa; faccio per tirarmi su le maniche, premessa indispensabile alla colluttazione che prevedo breve e indolore; ma i bottoni dei polsini sono inaspettatamente ben allacciati e le maniche non ne vogliono sapere di salire. Mi stringono i polsi, questi polsini, mi paralizzano le mani, le tengono ben ferme al loro posto e io ho già perso l'istante perfetto per l'assalto; camuffo il disappunto, prendo tempo con appositi sguardi minatori, cerco di spacciare la mia titubanza per volontaria procrastinazione dell'azione: invano. Sento che il tempo mi rema contro, intacca la strategia e vanifica ogni possibilità di successo. Ogni istante che passa mi spinge più in là nel ruolo della vittima. Già i due energumeni si lanciano occhiate ghignanti; io sempre alle prese coi bottoni dei polsini di questa maledetta camicia bianca, che non si vogliono proprio slacciare. Accidenti al vestito buono, al pulito fatale dalle buone maniere; stavolta mi toccherà beccarle, e non posso scappare.

mercoledì 6 febbraio 2013

Di fronte alle scarpe spaiate

Di fronte alle scarpe spaiate, nessuno di noi ha fiatato. Per questo i cosacchi sono montati sui loro cavalli e li hanno spronati; al galoppo sono scesi dai monti innevati, come valanga ora stanno arrivando, a schiere compatte di mille e diecimila. Veloci come il vento, i cavalli percuotono il terreno e lo fanno tremare con possente boato. Tra non molto li vedremo sbucare in cima alla collina, la prima fila emergerà dall'orizzonte seguita da innumerevoli altre. Piomberanno su noi, che staremo attoniti ad aspettarli, senza scappare; non avranno esitazione o titubanza, invaderanno le strade senza frenare il galoppo, come frecce scoccate s'infileranno nei vicoli più stretti; sfonderanno di slancio le porte, entreranno nelle case, ci staneranno uno a uno. Porteranno fuori tutti quanti e uccideranno, e sevizieranno. Lo faranno senza strepito e senza arroganza; con metodo, piuttosto, e compostezza, perfino con stile. Oppure ci riuniranno nella piazza e senza parlare sceglieranno un ragazzo; gli legheranno le mani dietro la schiena, gli taglieranno i capelli e lo isseranno su un cavallo giallo. I cosacchi lo rapiranno. Veloci come il fulmine, nello stesso istante, tutti si volgeranno all'orizzonte e spariranno nella stessa direzione da cui sono giunti, lasciandosi dietro solo un gran polverone. Non sapremo più niente di quel ragazzo; nonostante i tentativi di contatto con i cosacchi e le spedizioni dei ricercatori alle pendici dei monti. Probabilmente ne avranno fatto il loro re; oppure lo avranno venduto agli alieni, di passaggio con un'astronave di mercurio su quelle latitudini segrete, in cambio di due o tre prese di tabacco. Poi tornò a piedi nel paese, una mattina, il ragazzo, senza scarpe; erano passati parecchi anni, ma non sembrava invecchiato; a parte la gran cesta di capelli, che tutti ricordavano biondi e invece erano neri, attorniati da una nuvola di minuscole moschine. Pareva accompagnato da un'ombra che non somigliava affatto alla sua figura; invece era del tutto solo, e non disse una parola finché non spuntò all'orizzonte un'altra Luna.

domenica 27 gennaio 2013

Lettera alla RAI sul Canone televisivo

Egregi Signori,

in relazione alla Lettera inviatami dalla Direzione Amministrativa Abbonamenti RAI che, al contempo, con graduale ed attenta escalation lessicale, suggerisce poi caldeggia infine intima il pagamento del Canone televisivo da parte del sottoscritto, vorrei fare chiarezza una volta per tutte sulla mia posizione; la quale, curiosamente, pur non essendo un caso particolarmente singolare o improbabile, sembra corrispondere all’unica opzione non prevista dalla pur dettagliata, scrupolosa, esaustiva, e in certi passaggi peritosa, Missiva.

Dichiaro dunque, nel pieno possesso delle mie facoltà – e conscio di rivolgermi a funzionari che non hanno esitato a impiegare nella stesura della Lettera in questione un tono velatamente insinuante e minatorio – dichiaro dunque, per quanto ciò possa suonare a certuni Signori umoristico o grottesco, o finanche immorale, di non possedere alcun “apparecchio atto o adattabile alla ricezione di programmi televisivi”.

Mi domando peraltro, per puro esercizio dell’ozio, come mai il sottoscritto sia stato incluso nella lista dei destinatari della suddetta Lettera, dato che nella stessa si legge che “la lettera […] viene inviata a tutti colori che, pur avendo la disponibilità di uno o più apparecchi televisivi, decoder digitali e/o altri apparecchi [...]”. Chissà quale increscioso equivoco, o caso di omonimia (non voglio nemmeno ventilare l’ipotesi della malafede) abbia spinto il solerte funzionario RAI del caso a ritenere, con integra e incrollabile convinzione, che quel "pur avendo" debba riguardare il sottoscritto; procedendo dunque, con lo zelo che fuga ogni dubbio, a inviare al sottoscritto la Lettera con il suo contenuto tanto stolidamente perentorio.

Mi domando, altresì (procurando una netta aggravante alla mia autoaccusa di vacua oziosità) come mai un ufficio della RAI si faccia carico di invitare (poi caldeggiare, poi intimare) un cittadino italiano a “regolarizzare definitivamente la Sua posizione” nei confronti del fisco; dato che, fino a prova contraria, il Canone televisivo è un’imposta dello Stato (come da Voi diligentemente ricordato, con generosa minuzia di estremi giuridici) legata al possesso di apparecchi televisivi, e non una forma di abbonamento ai programmi RAI o di qualsivoglia altra azienda pubblica o privata. Pertanto, come nel caso del Bollo automobilistico, sarebbe logico che l’Agenzia delle Entrate dello Stato, o le altre agenzie incaricate al controllo e alla riscossione, procedessero con l’invio di lettere di sollecito o di richiesta di chiarimenti – e non un Ente come la RAI.

Ma, a scanso di ulteriori equivoci e a prescindere dalla pertinenza e dalla autorevolezza della Lettera da voi inviata, tengo a precisare che i Signori della Amministrazione Finanziaria saranno ben accolti presso il mio domicilio, dove gli sarà di buon grado offerto un bicchiere d’acqua e gli sarà civilmente garantito l’utilizzo della toletta in caso di bisogno – naturalmente purché siano in grado di produrre un regolare mandato rilasciato dall’Autorità Giudiziaria.

Dichiaro altresì, a titolo puramente informativo e in modo del tutto accessorio, e dunque completamente inutile dal punto di vista strettamente burocratico-fiscale (tanto che vi invito fin d’ora a saltare queste righe che seguono, salvo che vogliate concedervi un minuto di astensione e distrazione dalla vostra rispettabile funzione) che con gioia corrisponderei allo Stato un’imposta, anche pari a 113.50 €, che mi garantisse il diritto di poter non essere raggiunto da trasmissioni televisive pubbliche o private, o fenomeni analoghi, in alcuna circostanza pubblica e privata, compresa la frequentazione di autobus di linea, stazioni ferroviarie, bar e ristoranti.

Ricambio con eguale sussiego i vostri “migliori saluti”.
Carlo Cuppini