giovedì 31 dicembre 2009

88 - sei poesie per Gaza, 3

Questa donna buttata in terra
aggrappata al tronco di un ulivo secolare
mutilato in tutti i suoi rami
questa donna che ha finito di piangere
perché ha finito il fiato e le lacrime
potrebbe essere la madre di mia madre
che scongiura la sua infanzia rurale
con tutti i fantasmi assiepati nel pagliaio:
non tornare.

mercoledì 30 dicembre 2009

87 - sei poesie per Gaza, 2

Il cuore l’hanno preso a cannonate
la città dei nostri nervi è sotto assedio
bloccano i viveri i farmaci
attaccano dal cielo e dal mare
lanciano i missili da lontano
invadono i vicoli coi carri armati.
Poi se tre muri sono ancora in piedi
entrano in pista i buldozer
radono al suolo la polvere
i trecento bambini le sei madri
e i quattro combattenti quindicenni
che avevano nascosto là dietro
i propri occhi sgranati.
Spalmano i corpi su strada
e l’asfalto sui corpi a cancellare.
Soli a scamparla i neon pubblicitari
i cartelloni delle aziende occidentali
insegne e vessilli patinati
dei membri esclusivi del club
amici e soci della strage

martedì 29 dicembre 2009

86 bis - sei poesie per Gaza, 1

Adesso sì cantano le Sirene
e non c’è Ulisse legato stretto al palo
ma pezzi di corpi sparsi in strada
pezzi di gente esplosa con le bombe
donne e bambini al mercato
uomini e ragazzi nel cantiere
famiglie e vecchi in processione a un funerale.
Ora passati i boati aeronautici
gridano ambulanze e pompieri
vogliono spaccare il silenzio calato
su ossa e gengive scoperte e già seccate.
Non c’è più sangue per tutti
qualcuno morirà senza televisioni.
Perché anche qui oggi è scoppiata
la nuova guerra umanitaria
il mondo intero accanito
contro due ragazzini e sedici pastori

86 - sepolto nel cielo

Angelo d’Arrigo ha voluto essere angelo davvero, e per questo ha dovuto spingere il suo destino di umano tanto in là quanto il limite della specie gli permetteva.

lunedì 28 dicembre 2009

85 - filastrocca

Ho aperto questa pagina con l'intento di trascrivere una filastrocca che ho scritto ieri. Ma poi ho trovato una notizia che devo prima riportare. Gli attivisti di tutto il mondo della Gaza Freedom March, di cui ho parlato ieri, sono stati bloccati dalle autorità egiziane, alcuni fermati nei loro alberghi, altri si sono visti sequestrati i pulmini.

domenica 27 dicembre 2009

84 - 1400 goy

Due forze uguali e contrarie: quelle che mi attraggono e mi respingono dalle religioni. E intendo le tre religioni monoteistiche, quelle che hanno a che fare con me, con la mia cultura. Accanto alla nostra altra radice, estinta solo in superficie, del paganesimo antico, che meriterebbe un discorso a parte.
Voglio mettere in luce solo un aspetto, che potrebbe sembrare anche marginale: il proselitismo.

sabato 26 dicembre 2009

83 - irrevocabile

Un insolito portapenna. La base rettangolare, di corno scuro; sopra una piccola scultura di osso, chiaro come avorio, alta dieci centimetri.

venerdì 25 dicembre 2009

82 - islam samhan

E' da questa notte che tira un vento forte a cento all'ora, che non accenna a placarsi. Sembra voler sradicare le piante, divellere i coppi dai tetti, scardinare le persiane; e in parte ci riesce. Le nubi corrono all'impazzata; spariscono prima di essersi offerte alla contemplazione. Lo sguardo, come il vento, è costretto a spazzare rapido le valli e le colline che circondano, senza proteggerlo, il paese rialzato, esposto, percosso. Buon Natale.

Islam Samhan ha 28 anni.

giovedì 24 dicembre 2009

81 - pregare

Per radunare intorno a sé le forze che danno vita alla vita, e poterle celebrare, propagare.
Per nutrire la coscienza che siamo vulnerabili e comunque soggetti a sparizioni inattese.
Perché per essere in grado di offrire protezione, è necessario prima imparare a chiedere protezione. E non importa a chi o a cosa.

mercoledì 23 dicembre 2009

80 - grossa ombra nera

In strada in cima all'Appennino, diretto verso Est, nell'autoradio suona il CD con il terzo concerto per pianoforte di Beethoven. La strada, l'Appennino, l'inverno, l'ora serale e il buio, il periodo natalizio, la musica di Beethoven: tutto mi spinge verso uno stato meditativo con molte idee e fitte riflessioni su progetti e rinnovamenti prossimi.

martedì 22 dicembre 2009

79 - illeso

si avvicina natale
fa un freddo cane
col pelo dell'angelo
la gente
ha fatto pellicce e divani

ma l'angelo non si lascia conciare
e torna indietro a suo piacimento
e senza sforzo adesso
pellicce che divampano
divani che esplodono
con tutti i cuscini
e chi ci sta sopra
o dentro

lunedì 21 dicembre 2009

78 - donne

1
Cercando libri in preparazione di un prossimo viaggio a Istanbul, mi sono imbattuto nel racconto di viaggio di Ella Maillart, pubblicato da EDT con il titolo La via crudele. Nel 1939, mentre l'Europa prendeva la strada dell'autodistruzione, la fotografa svizzera, insieme a un'amica scrittrice, prendeva la strada per l'Oriente. Alla guida di una Ford.
Ella aveva circa 35 anni, e aveva già girato parecchio, tanto da poter dire: arrivate a Istanbul non ci interessava visitare la città, tanto la conoscevamo bene.

domenica 20 dicembre 2009

77- progetto per un film sui campi profughi

Il campo potrebbe essere Al Ain, margini della città di Nablus, territorio della Cisgiordania. O qualunque altro. In Palestina, o altrove.

prima sequenza
la telecamera avanza attraverso i vicoli e gli spazi del campo. a un metro dal suolo, punto di vista sbassato, ad altezza di bambino.
il movimento dello sguardo è lento e costante.
le vie larghe un metro o un metro e mezzo costringono a un'ossessiva prospettiva centrale, rinascimento deviato.

sabato 19 dicembre 2009

76 - Rischio

Scandaglia attentamente ogni
anfratto del corpo tra
ascelle e canini e
sotto le costole e la lingua
oltre le rughe tutto
intorno al femore le gengive
tra le dita dei piedi nel bianco
dell’occhio tu esplora
pertugi fessure dove l’angelo
madreperlaceo miniaturizzato
si potrebbe annidare.

E arrivato alla fine del braccio va’ a capo
perché è lì che comincia
l’assenza e il bordo del volto è
confine
col vuoto e in fondo allo
sguardo non s'apre che
l’eco.

Corpo smangiato dal bianco
eroso da ciò che lambisce
e corrode e scrosciando
sparisce.

E ora l’angelo avrà lampi d'aurora
nitore abbagliante in fondo agli occhi
suoi ciechi - non occhi ma vuoti
crateri cavità che ti accolgono
ti sono tana mentre tu
ti rivolti e ti frughi divorato
dal morbo di cercare - su te -
il segno di un volto che irradia
la cicatrice di luce la piccola
impronta di un’ala.

venerdì 18 dicembre 2009

75 - utimo diario

E' uscito l'ultimo numero di Diario. Ultimo nel senso che dopo non ce ne saranno altri. Non ce l'hanno fatta a far quadrare le finanze. Ne danno notizia attraverso l'editoriale, come già era stato annunciato nel numero di novembre, con toni sobri e senza sentimentalismi.
Comprate l'ultimo Diario. Chi ne è stato un lettore non ha bisogno di questo invito. A tutti gli altri voglio consigliare di non privarsi della possibilità di leggere e conservare almeno l'ultimo numero del mensile, la rivista di reportage più interessante, bella, seria ed appassionante nel panorama editoriale italiano.
Come per ogni atto di estinzione, auguriamoci che altro, dello stesso valore, per una sorta di compensazione cosmica, abbia origine.

giovedì 17 dicembre 2009

74- atti concreti di comprensione

Dunque, cos'è ora questa militanza del fiore.
Racconti, pensieri, deliri, lettere, invenzioni, report.
Forse questi materiali frammentari, sparsi, incoerenti, sono tutti report. Rapidi appunti stesi in tempo reale, resoconti da territori diversi. Dai territori occupati, i nostri territori occupati. Un primo sopralluogo dell'occupazione militare totale che ci riguarda, una mappatura istintiva e selvaggia.

mercoledì 16 dicembre 2009

73- carne di zanzara

Riempiendo ogni angolo di deodoranti e figurine, abbiamo finito per trascurare l'assenza. E ora le parole sono tutte appiccicate, e senza spazi, e il tordo non ha modo di volare, ché l'aria s'è fatta troppo densa, non c'è più rarefazione.
Per questo i morti ci hanno lasciati soli, svuotando di sé le urne, le foto, i nostri pensieri e ricordi, i nostri dialoghi invisibili ridotti a monologhi materiali, i tumuli, i loculi, le candele, le caldaie. Restando soltanto gente che è stata, e che è morta, e non è.

martedì 15 dicembre 2009

72- Galleria

Vede avvicinarsi un altro se stesso.

Lui è seduto su un divano accostato a una lunga parete, nell'ombra; l'altro si avvicina giungendo da destra; la sua sagoma si distingue appena nel buio della Galleria che li accoglie.
Il frastuono di un attimo prima è come congelato, ridotto a una vibrazione interna al silenzio che ora si espande.

lunedì 14 dicembre 2009

71 - nessun autoscatto

A Lione, camminando sul lungo Saona, sono entrato nella bottega di un antiquario attratto da un oggetto bizzarro esposto in vetrina, regalo ideale per una persona importante. Una volta dentro, il mio sguardo è caduto su un piccolo volume appoggiato a uno scaffale: un piccolo libro in formato album, rilegato con una copertina verde telata. Sapeva di vecchio e, all'apparenza, nacondeva un mistero.

domenica 13 dicembre 2009

70 - sangue c'è stato

Dunque si trattava di leoni, e non di gattini, come inizialmente tutti avevamo supposto, distribuiti in tutti quei corridoi e salottini, sui divani, sulle decine di sedie, sui rotoli spiegati e di tappeti persiani, srotolati per tutta la casa, che dunque, dopo la recente scoperta delle nuove stanze e dei nuovi piani, risulta essere la famosa casa-città-condominio, abitata da tutte quelle zie, dai procugini, i cognati le amiche di parenti lontani giunti in visita da tutta Italia, tutte queste giovani donne bionde,

sabato 12 dicembre 2009

69 - trenta cani biondi

Inavvertitamente, alla fine, ero io l'assassino.
L'uomo coi trenta cani biondi al guinzaglio pare insidiare la mia casa – la mia finestra, che essendo bel tempo è aperta.
I cani hanno già invaso il giardino, ringhiando; l'uomo, robusto e iracondo, il volto paonazzo, li incita, li sprona all'attacco; li invita a saltare oltre il davanzale della mia finestra, entrare in casa e fare scempio di me.

venerdì 11 dicembre 2009

68 - tre passi nel delirio: tre

la conquista di spazio nel primo quotidiano italiano da parte del Movimento per la Liberazione dei Nani da Giardino riattualizza con urgenza la questione relativa all'esistenza di Dio

la mobilitazione in favore dell'emancipazione dei nani infatti trova fondamento teorico ed etico nel terreno di una precisa tradizione teologica:
Dio esiste perché l'uomo lo ha immaginato per dare fondamento alla propria stessa esistenza
dove subito il ragionamento si rovescia in virtù della portata concettuale intrinsecamente maggiore del primo termine rispetto al secondo, e dunque:
Dio ha creato l'uomo immaginandolo per dare fondamento –ovvero sollazzo- a se stesso

così il nano è stato creato dall'uomo per stare nel giardino dell'uomo. ma ora l'uomo -contemporaneo democratico civile e pan-giurisdizionista- rivendica per il nano il diritto di emancipazione e di autodeterminazione

[qualcuno recentemente ha affermato che non sono gli ufo a rapire gli umani ma siamo noi a tenere in ostaggio gli alieni nella nostra testa
si va chiaramente verso la costituzione di un Movimento per la Liberazione degli Ufo...]

dunque il nano, una volta inventatolo fondatolo prodottolo e giardin-collocatolo, inizia immediatamente a godere del sacrosanto diritto di essere affrancato dal rapporto alienante di discendenza e di proprietà che lo lega e subordina all'uomo: attraverso una specifica e speculare decollocazione deproduzione defondazione deinvenzione

i nani fuori dai giardini!

se il nano creato per stare nel giardino e per fare il giardino più giardino -ovvero per fondarlo come luogo specifico di una specifica geografia immaginale, ovvero facendolo esistere in quanto quel luogo e non un altro simile- viene liberato dal giardino
allora Dio -consequenzialmente e per non ricadere in infondate discriminazioni di razza o genere [i privilegi di cui gode ed es. il gatto rispetto all'agnello non sono frutto di uno strisciante razzismo immaginale??]- Dio che è stato creato affinché la teologia avesse un oggetto e quindi fosse fondata in quanto teologia- Dio deve essere affrancato dalla teologia

la teologia è quel giardino
[...Dio è quel nano??]

siamo giunti a tal punto di ma[s]tur[b]azione da poter orgogliosamente e audacemente [anche suscitando lo stupore e il prurito del senso comune che arriva sempre dopo ma comunque arriva] promuovere campagne in favore della liberazione dei nostri prodotti immaginali dal giogo del nostro stesso diritto d'autore e di proprietà immaginale

Dio e nani dunque liberi e felici di avere un destino autonomo, del tutto slegato da quello degli uomini e della umanoide immaginazione!
di condurre un esistenza autonoma e non controllata [né indotta o verificata o soppesata o supposta]!
di non fungere da supposta per le nostre costipazioni intestinal-immaginal-mentali
di [non]essere e fare quel diavolo che credono -senza renderne conto a nessuno

a meno che –rovesciando il paradigma democratico/normativista [per via magari di un eventuale mancato rinvenimento di un suo credibile fondamento]- non sia che è l'uomo infine –amorale e aumano come sempre [ti riconosco –vecchio sciamanico mascherone peloso artociondolante clavamunito!]- a essersi liberato dal peso dell'imbarazzante e insopportabile sguardo immobile del nano –creato per essere soggiogato e ingiardinato
[come di un Dio ficcato a forza nei pertugi delle teologie e nei raffinati orifizi delle liturgie [le quali poi pare attualmente compromesse con le raffineria e i loro destini molto spesso fatti esplodere da manipoli di terroristi o rasi al suolo da bombardamenti diretti sui medesimi manipoli suddetti appena colti sul fatto o sul fare –con grave diffusione di inquinamento sonoro in un caso e nell'altro]

infine si impone di soffermarsi su quest'ultimo nonlineare selvaggio e radicalmente infondato rivolgimento del pensiero:
come si legano queste constatazioni al fenomeno che l'uomo attuale -prima e da tempo spavaldamente (neo)liberista- tende a diventare precipitosamente protezionista e neodoganista non appena sente attonito che la dura e volitiva nerchia della sventura preme verso il buco del culo di sé medesimo- e non più verso quello altrui?

domanda che ripropone la sempre maggiore urgenza della fondazione di un Movimento per la Liberazione dei Buchi del Culo dalle Pressioni della Nerchia -o piuttosto di un Movimento per la Liberazione della Nerchia dall'Obbligo di Puntare a Turno un Buco del Culo –a seconda dell'attuale rivolgimento del post- postpost- umanist- politeist- poliumanist- polipostista rivolgimento del post-pensiero che al momento attuale circola nel globo e nelle menti [o vi post-eggia]

giovedì 10 dicembre 2009

67 - tre passi nel delirio: due

L'innovativo e pregiato prosciutto di cuore di manzo [ma non fu poi dichiarato essere di cavallo? addirittura qualcuno ricorderà le parole “di uomo”...] mostrato e offerto in esclusiva degustazione [non senza una dose di comprensibile autocompiacimento] dal macellaio [artefice di tale violaceo prodotto gastronomico] a una ristretta cerchia di astanti radunati per l’occasione [in modo misteriosamente casuale e inconsapevole] in una stanza [bianca e quadrata al punto da causare amnesia collettiva e cancellazione dei ricordi in tutti riguardo al quando e al come si sia giunti fin qui], suscita una [forse] imprevista freddezza generale frammista a contenute manifestazioni di sdegno e disgusto morale.

Osservando in me stesso l'identica reazione viscerale comincio a chiedermi l'origine e la ragione di tali sentimenti irrazionali [che paiono generalizzati e quindi amplificati all’ennesima potenza per una sorta di sindrome della condivisione] interrogandomi soprattutto sulla loro [eventuale e non scontata] fondatezza e giustificazione.

Domanda che subito viene spostata a monte della questione verso il senso del nostro essere partecipanti a una presentazione di tal genere e risalendo infine ancora più in su fino alla natura stessa incerta ed enigmatica e in definitiva paradossale dell'oggetto [che è comunque centro e causa della nostra aggregazione e ragion d'essere fondante dell'intera situazione].

Quando la domanda sta per insinuarsi intorno all'oscura incertezza dell'identità del macellaio [che ora appare con un bianco e candido camice da lavoro] [che ora sembra non avere mai aperto bocca come se tutte la cose che so e sappiamo e non sappiamo sul suddetto [ormai ossessivamente sovraesposto all'attenzione di tutti] "prosciutto di cuore" e la sua provenienza e appartenenza fossero nate contemporaneamente nella nostra testa e non da sue dichiarazioni] l'attività di risalita a salmone del pensiero interrogativo verso un'origine [tendenza innata per quanto probabilmente fallimentare a priori] viene sgonfiata e interrotta dalla subitanea constatazione che la ragazza vestita di rosso [fin ora passata [stranamente] inosservata e confusa nell’impersonalità collettiva e senza volti del gruppo] si sta scostando nettamente dal senso comune [con mossa imprevedibile e [fino a un istante fa] inconcepibile] e [addirittura!] con certa indifferente spavalderia si fa avanti [la qualità della sua determinazione gestuale è elemento finora non previsto né contemplato nelle regole del gioco collettivo della socialità [provocando un vero spostamento di senso e di orizzonte esperienziale ed immaginale con conseguenze al momento non determinabili] verso il "prosciutto di cuore" [con grande ed evidente godimento del macellaio ed anche finalmente sollievo e soddisfazione attesa fin dal primo istante come è chiaro] e [la ragazza sempre lei che fin dal suo primo emergere differenziandosi dall'indistinzione della piccola massa è portatrice di inquietudine ed energia scoordinante e disgregante] ne afferra un boccone tra le dita e se lo infila tra le labbra per poi senza indugi masticarlo [dando a intendere di non preoccuparsi minimamente della radicale diversità che la disomologa dalla compattezza della collettività facendone per questa ragione un essere di altra specie [con tutto il portato di energia e violenza che questo posizionamento comunque implica].

Eppure il suo gesto [con tutta l’orchestra dei suddetti connotati che tenderebbero a riverberarsi in riflessioni e considerazioni riflesse all’infinito e ad libitum] suscita in me sorta di travaso e un travalicare di emozione [travaso e afflusso di sangue in vaso nei vasi sanguigni nei pressi del ventre come risulta dal calore e presa violenta di intensità della rappresentazione propriocettiva che ho di me [ma sia chiaro in un unico immemore istante di sapienza istintuale]] come un rigurgito da zone infere [situate lontano dentro o sotto di me [qualunque cosa possa voler dire me]] e disaddomesticate [normalmente imbavagliate e depotenziate] operando nel mio essere un drastico slittamento di prospettiva fino a concepire una mia possibile lontana parentela genetica con la creatura femminile ormai al centro sul focus [diversa da tutti per il fatto che non si indigna e assaggia con palese soddisfazione] ben sapendo io che si tratta di un’aliena o di una visione infera o della Madonna.

Tale è l’effetto [se le due cose possono essere in qualche modo in relazione [ma è ovvio e indiscutibile che sia così nella logica stringente della compresenza dei fatti]] che ricevo in dono [o provvisoriamente in dotazione] lo spalancarsi di un canale percettivo del tutto nuovo e strabiliante [riferendomi con ciò nello specifico a una vista perforante e attraversante] che mi consente [o mi costringe [possedendo e dirigendo la mia concentrazione e la mia intenzionalità e la mia attività desiderante] a penetrare sotto il vestito [ora evidentemente [e luminosamente] bianco] della ragazza rilevando il rosso [dilagante [almeno come percezione [è il colore che sta dilagando o sono io a liquefarmi nei miei confini [comunque fittizi]?]] delle sue mutande che fasciano pube e sedere [al di sotto del bianco] [al di là della situazione e del suo attuale [possibile] significato [sognificato]].

Contemporaneamente al suo manifestarsi il canale sensoriale si rivela [mentre abbandono per sempre la località dove si svolge l'incontro e l'evento] un imbuto collegante e confluente in una dimensione altra [sotto sopra di qua di là dietro in fondo altrove rave grove ruma prume] ad alto potenziale gravitazionale [tanto da risucchiarmi all'interno dello stesso canale conico della mia visione] e mi piomba in una precipitazione verso strati diversificati di acqua [strati sensazione modulati tra il rosa carne e il bianco assenza di carne [bianco vestito [bianco camice [bianco non ci sono]]] [dove tutto ciò [infine] [prima di risolversi in uno sconfinamento nella dimensione dell’impossibilità del linguaggio]...]...]

mercoledì 9 dicembre 2009

66 - tre passi nel delirio: uno

Credendo che l'omino rosso girato a testa in giù nel bollo luminoso del semaforo pedonale sia solo un errore una rotazione accidentale o uno scherzo lui non coglie nel fatto alcun segno di presagio trovandosi positivisticamente radicato nel secolare buonsenso del lume-lampione [lumen deprivato di numen].
Lui che pure le correnti nere della psiche espansa della città lo attraversano in più punti del corpo e della mente [una descrizione accurata della sua morfologia lo dimostrerebbe] [per non dire di quell’organo che è il destino individuale] intersecandosi nella sua persona creando crocevia e flussi direzionali rendendolo parte di un processo osmotico unitario e olistico [in un ottica evidentemente post ecologia e post teologica] tra resistenza e abbandono drenaggio e assorbimento in modo che tutto ciò va a determinare un contesto dal quale deriva
il mio alzarmi dalla sedia uscire di casa non riconoscermi nello specchio dell'ascensore [che sta scendendo] mentre sento chiaramente l'altro io senza più carne né occhi [io carnevalato [levatam carnem] scavato al contrario da dentro] che da sotto pesta i piedi nella mia ombra [che proietto io da sopra sulla superficie superiore].
Che con somma illusione concepimmo l'asfalto come separazione finale dal caos nero di humus a favore dell'uomo vittorioso che in definitiva superato il semaforo con l'omino rosso capovolto cade nel tombino scoperchiato arrecando grave danno alla sua persona.

martedì 8 dicembre 2009

65 - Dea Delfina

Un ragazzo e una ragazza camminano nei vicoli di una città deserta. è l’imbrunire, stagione  autunnale, loro due sono ben coperti, camminano veloci ridendo e abbracciandosi, si  stringono l’un l’altro in una leggiadra allegria, per riscaldarsi il corpo e l’umore.

la città è a loro familiare, anche se non è la loro città. forse ci hanno vissuto in passato. oppure è il luogo dove vivono i loro amici. o le famiglie di origine.

la città è deserta, forse per via dell’ora e della stagione. forse tutti sono rintanati in casa perchè è freddo, buio, ed è l’ora di cena.
oppure si tratta di un quartiere disabitato.

le strade e i vicoli devono essere di epoca medievale. stretti, contorti, con edifici irregolari, sovrammessi uno sull’altro, affastellati con porticati, antri bui, spelonche addossate e palazzi, portoni che danno su corridoi e porticine, tettoie, grondaie fatiscenti, archi, sottoscale, resti di affreschi che emergono dalle pareti, colonnati in legno e antiche travi che sorreggono propaggini sospese delle abitazioni.

domina il rosso, il bruno, il giallo scuro, l’ombra spessa, come nelle città emiliane. c’è odore di autunno e di pioggia. c’è un lieve vibrare di nebbia, che invita e cercare riparo e calore.
per questo non c’è anima viva, a parte loro.

si sente il suono dei passi e delle risate che rimbalzano da parete a parete. i due ragazzi si aggirano come in un labirinto, addentrandosi sempre più nel cuore della città, che si fa sempre più intricato.

stanno cercando qualcosa, di cui non parlano. hanno una direzione e una meta. non sanno esattamente dove trovarla, ma stanno seguendo delle vaghe indicazioni, si affidano a degli indizi, in base a informazioni che hanno ricevuto, cercano di riconoscere luoghi, scorci, angoli, vicoli della città, cercando di farli coincidere con racconti che hanno sentito, di dove dovrebbe trovarsi il posto che cercano.

nel vuoto delle vie compaiono altri ragazzi, come dal nulla, o dalla nebbia, che a quanto pare è assai più fitta di quanto non sembri apparentemente. è certo in grado di nascondere persone, muri, piazzette, slarghi, cunicoli.

i nuovi arrivati sono vecchi amici, non si sa perché siano lì, perché compaiano proprio ora. ma si riconoscono, si salutano con grande allegria, la città è sempre vuota, ed è a loro disposizione. gli amici si uniscono al ragazzo e alla ragazza, alla loro ricerca.

nessuno parla di questa meta, ma è come se tutti sapessero verso cosa sono diretti. anche se nessuno sa esattamente dove si trovi l’accesso.

in un vicolo simile a tutti gli altri, una piccola porta rossa, più bassa dell’altezza di un uomo. è lei, sono arrivati.

allora era vero: nel cuore della città c’era davvero la porta che conduce là.

suonano ed entrano. un antico palazzo, con androne polveroso e buio, scale di pietra, poi una reception dove una signora prende i soldi e regolamenta l’accesso alla struttura.
quindi degli spogliatoi, un corridoio lunghissimo che conduce finalmente alla meta.

in fondo al corridoio, al di là di una tenda semitrasparente e appannata, si rivela uno scenario strabiliante. una immensa vallata, con montagne rocciose ai due lati, foresta rigogliosa ovunque alle pendici, con alberi altissimi, piante tropicali.
e in mezzo, un fiume serpeggiante che termina ai piedi dei ragazzi con un grande lago.

non si tratta di un fiume, e lo rivela il colore dell’acqua, giallastro, i fumi che si sollevano dalla superficie e l’odore di zolfo. deve esserci un’immensa fonte termale in cima alle montagne, da cui si origina il corso d’acqua che, in fondo, forma il lago.

sembra un ambiente tropicale, preistorico. un angolo selvaggio scampato alla civiltà, allo sviluppo, al degrado, all’addomesticamento della natura.
è un paradiso terrestre.

ma come può trovarsi nel cuore di una vecchia città medievale?
come è possibile che l’accesso a questo luogo sia proprio in mezzo alla sede della civiltà, gestito attraverso regole, orari, pagamenti?

pensavano forse che il paradiso terrestre, se mai fosse esistito, fosse agli antipodi della civiltà, nel punto più lontano possibile. invece la porta per accedervi era proprio lì, nella città.

tutti si immergono subito nelle acque calde, il richiamo è irresistibile. tranne il ragazzo. lui resta un po’ sulla sponda. ha bisogno di osservare, prima. già da lì, sul bordo, sente qualcosa che dilaga dentro di lui e vuole che questa sensazione di propaghi fino in fondo, prima di raggiungere gli altri.

la ragazza e gi amici si allontanano sempre di più, nuotando verso le pendici delle montagne, schiamazzando, ridendo e schizzandosi a vicenda.

ora il gruppo si è allontanato a tal punto che il ragazzo non ne sente più le voci, e ne intravede appena le figure, confuse quasi con il riflesso della grande selvaggia vegetazione sulla superficie opaca dell’acqua.

è solo. e la qualità di questa solitudine è adatta a lasciar accadere cose straordinarie.

un movimento delle acque vicino a lui, tra le rocce, ed ecco che emergono i musi di tre grossi pesci.

non sono grossi pesci, ma piccoli delfini.

i loro musetti ridono. si avvicinano alla sponda rocciosa del lago a tal punto che il ragazzo può allungare la mano e accarezzarli, come loro stessi sembrano invitarlo a fare.

nel fumo che si solleva dall’acqua a lui sembra per u attimo di accarezzare tre cagnolini scodinzolanti. invece, subito, tornano a essere delfini, dallo sguardo acuto, intelligente, sensibile, delicato. umano.

ha una sintonia perfetta con i tre cuccioli. sa che sono fratelli, mentre continua ad accarezzarli sente quasi la loro voce risuonare con chiare parole, che però non riesce a tradurre in lingua umana, nella sua testa.

si chiede fugacemente come sia possibile che animali così evoluti e simili all’uomo, con cui può avere una così forte empatia, possano avere assunto la forma di animali molto più primitivi e semplici, come sono i pesci.

perché un mammifero che decide di vivere nell’acqua non può mantenere le forme di un mammifero, ma diventa esteriormente uguale a un pesce?

risuona nell’aria il mistero della metamorfosi. forme che si susseguono, apparenze che mutano...

i tre piccoli delfini si voltano all’improvviso e spariscono nuotando rapidissimi lontano dalla sponda. come avvertendo che qualcosa sta per accadere.

ecco infatti che appaiono altri due animali davanti al ragazzo, un po’più lontani questa volta, a qualche metro di distanza, dove l’acqua è più profonda, fuori dalla portata delle sue mani.

sono ancora delfini. uno è un maschio giovane, già grande di corporatura, simile alle immagini di delfini che lui è abituato a vedere. l’altro è una femmina, ed è di dimensioni enormi, stupefacenti, grande come una balena, lunga almeno il triplo di un delfino ordinario.

soltanto le loro teste emergono dall’acqua. e anche loro sorridono benevoli.

il ragazzo li guarda con stupore, e senta, sa, che sono madre e figlio.

inizia un rituale magico e lunare tra i due delfini. oscillando nell’acqua, immergendosi e riemergendo verticalmente, sembrano cantare con voce inaudibile, rivolti all’alto, al cielo ormai quasi buio, alla luce fredda della luna. alla notte vellutata e profonda.

via via che il rituale procede e i loro musi riemergono ritmicamente dalla superficie, le loro sembianze mutano, facendosi sempre più simili a quelle di enormi molluschi, calamari, giganti, seppie smisurate.

le loro bocche sono adesso orifizi primitivi, bordati da tentacoli formicolanti. bocche che potrebbero attrarre a sé e catturare, come meccanismi automatici primordiali atti a divorare, anche senza la volontà dell’animale.

il ragazzo è preso da spavento. sa che i delfini sono buoni, benevoli e che sono simili a lui. sa che quegli esseri davanti a lui sono sempre loro, i delfini protettivi e rassicuranti, ma il loro mostrarsi in questo loro aspetto mutante lo disorienta e lo getta in un panico ancestrale.

sono mostri marini, incarnazione di paure indomabili e irrazionali.

il rituale dei delfini è breve e termina con il ritorno delle apparenze normali.
madre e figlio restano sempre lì, davanti a lui, con il muso fuori dall’acqua, sorridenti.

appena tutto è tornato normale il ragazzo percepisce qualcosa accanto a sé, sulla roccia alla sua sinistra. con la cosa dell’occhio intravede una presenza. non è più solo davanti allo spettacolo che questi animali hanno messo in atto per lui.

si volta. una donna bellissima, grande, austera, luminosa, è seduta al suo fianco. sembra una dea. ha un sorriso radioso. lo sguardo freddo, inesorabile, esprime una determinazione implacabile, una precisa intenzione.

il ragazzo la guarda, ma lei non guarda lui.

lei guarda in acqua. guarda i delfini. guarda la madre. la madre smisurata, sorridente e benevola.

prima ancora che la donna accenni qualunque movimento, il ragazzo capisce le sue intenzioni e inorridisce. vorrebbe fermarla ma non può. lei non lo guarda. vorrebbe gettarsi su di lei, bloccarla, ma sa che non può. non avrà tempo, in ogni caso. lei è una dea.

è rapidissima. da sotto la veste sfila un’ascia lucente. la solleva sopra la testa e la scaglia.
il suo sorriso gelido e arcaico non muta.

il ragazzo sa cosa accadrà, ora che il gesto è stato compiuto.

la lama si conficca dentro il muso della madre-delfina.

è un taglio netto, esatto, chirurgico. penetra lungo una linea verticale, dalla fronte al naso. non c’è fuoriuscita di sangue. è tutto di una nettezza asettica, inespressiva.

c’è solo il tagliare, recidere.

uccidere.

è la potenza della luce davanti all’oscuro del mostro.

il ragazzo è invaso da una tristezza infinita. perché sa che lui stesso è delfino. sa che il delfino giovane, fermo ancora davanti a lui, resterà orfano. sente ciò che sente il delfino.

ma sa anche, da qualche parte, che tutto questo è avvenuto secondo necessità.

il corpo della madre si inabissa. il delfino giovane la segue emettendo un lamento acuto, un pianto dolente.

nelle acque ora non c’è più niente. la donna anche è sparita.

la notte è ormai fonda. la superficie delle acque riluce del bagliore profondo e freddo della notte. l’acqua è ancora bollente.

il ragazzo si immerge. il calore rilassa immediatamente il suo corpo. il torpore gli scioglie le membra. il vapore penetra tra i suoi pensieri diradandoli.

nell’acqua densa comincia a nuotare.
la sua espressione non è più addolorata. sembra distesa, protesa verso l’immediato, gioioso, futuro.
forse, sulla superficie della sua mente, una storia si sta cancellando, per restare inabissata nella profondità insondabile delle acque del lago.
si dirige rapidamente verso la ragazza e il gruppo di amici, di cui torna a sentire le voci, gli schiamazzi, le risate, le grida.
lancia un grido nella notte, ehi, aspettatemi, arrivo.

lunedì 7 dicembre 2009

64 - ascolta

Un amico, incontrato su una lunga, polverosa e sacra via, e poi mai più visto né sentito, scrive alla militanza del fiore e io, senza commentare il suo pensiero e le sue parole ma con gioia, ascolto e accolgo.

[...]
Ascolta, ho del materiale personale che mi piacerebbe condividere con voi... spiegami meglio il meccanismo se non ti disturba troppo... nel frattempo ti mando la poesia...ok?
sono contento di poter notare sempre più che il pensiero spirituale collettivo è orientato alla fantasia, al coraggio, alla profondità, ai sentimenti...al cuore...
ecco la poesia...
Emiliano Grassi


Foto di famiglia (presepe moderno)

"Brrr che freddo stasera,ma che fine ha fatto il bue e il suo fetore?"
- chiese Gesù bambino
"Ma quale bue,vado ad alzare la temperatura del radiatore"
- disse s.Giuseppe,nonchè babbo del Divino
E Maria,sposa di Giuseppe e madre del pargoletto:
"Aspetta, del risparmio energetico non hai letto?"
"E dei rischi che il pianeta va correndo?" - continuò lei
"Maria,non credo sia il caso di fare la foto di famiglia con la felpa e il cappotto direi ..."
" Eppoi la tradizione,l'immagine,il significato,che idea si faranno di noi..." - rispose il santo con sgomento
"Forse hai ragione tu,Beppe,mi domando cosa ci resta ancora da escogitare per far ricordare questo evento"
"E l'asino che ragliava come un treno carico d'aglio??"- si intromise curioso il Re neonato
"Non ricordi più figliuolo ora ha la laurea e a far politica è portato"
precisò s.Giuseppe e continuò mentre si appoggiava al suo bastone
"Amministra,cassa,vara e ogni tanto lo si vede anche in televisione"
"E i pastorelli,gli angeli,dove sono andati tutti quanti?"
chiese Gesù coi guanti
"Si sono trasferiti in città ormai,dove qualcuno s'è fatto ragioniere,
qualcun altro è presentatore di quiz e un altro è banchiere"
"Ma aspetta,c'è anche chi è economista,stagista,chi è interinale e chi soldato"
concluse il falegname che in volto parea decisamente rattristato
"Di tutto or dunque s'è perso il senso,il senno,il significato grandioso" - pianse la bellissima Maria
"Speriamo caro Beppe che l'umanità tutta finalmente colga il suo valore smisurato"
"Indipendentemente dal materiale impiegato e dalla tecnologia"
"Il suo valore per noi resterà intatto nel cuore e in tutta la sua semplicità testimoniato"
e fu subito magia...

domenica 6 dicembre 2009

63 - eccola, la poesia di Giovanni

L'acrobata

Con maestosità entri in scena, e con maestria conquisti l'attenzione del pubblico.
Tutti sono fermi lì, con il fiato sospeso e il cuore che batte.
La tua bravura, la tua perfezione è meravigliosa, tutti si chiedono: come fa?
Senza rete ogni sera ti esibisci, senza paura ti scontri con la morte, e tutti si chiedono perché, cosa ti spinge a tanto?
Io lo so, e anche se non sono un'artista come te, comprendo la tua forza, perché è la mia vita che mi chiede di essere un'acrobata.
No, io non ho un pubblico, io no amico mio.
Il mio pubblico è la mia vita, unica ragione di mostrare che non mi arrenderò giammai, perché anche io ogni giorno mi esibisco senza rete, e fino a quando i miei muscoli, la mia volontà me lo permette io ti stupirò “vita amara” e tu mi dovrai dire: bravo come fai?
E' semplice, sono un'acrobata.

[Ciao Giovanni, se mai il caso fosse così strano e benevolo da portarti fino a questa militanza del fiore...]

sabato 5 dicembre 2009

62 - hanno visto un animale

Hanno visto un animale alle porte di Roma, un grosso felino, dicono, una pantera. E’ stata avvistata da una dozzina di persone in zone diverse della periferia. Hanno subito dato l’allarme, hanno organizzato squadre per darle la caccia. Non ci sono ancora dichiarazioni ufficiali né smentite, ma la cosa potrebbe essere pericolosa. C’è chi minimizza, dice è una leggenda, non ci può essere una pantera alle porte di Roma. Chi dice invece che c’è eccome, e la spiegazione è semplice, sarebbe scappata da uno zoo. No, è impossibile, se fosse scappata da uno zoo si saprebbe, non ci sono mica tanti zoo nei dintorni di Roma e se un animale scappasse verrebbe dato subito l’allarme. Allora da un circo, cosa sappiamo di cosa succede in quei tendoni, in quelle roulotte, non c’è un inventario degli animali selvaggi al seguito di tutti i carrozzoni che girano per l’Italia, e ti sembra strano che quegli zingari abbiano nelle gabbie una pantera e che la facciano scappare. E se fosse un animale importato in Italia da contrabbandieri, per il diletto di qualche miliardario eccentrico? Non è impossibile, la polizia zoofila ne scopre in continuazione, di questi traffici. In ogni caso la pantera è stata avvistata, anzi il grosso felino, anzi l’oscuro animale. Quel che è certo è che si aggira di notte, ed è del colore della notte, ed è molto silenzioso, ha passo felpato, andatura elegante e sensuale, si tiene alla larga dagli umani, però gira intorno alle loro abitazioni, e forse sta stringendo un suo cerchio intorno a qualcosa, forse ha un pensiero, una strategia, dettata dalla fame, certamente, dalla necessità di divorare, distruggere, scardinare, perché questa è la sua prerogativa, perché sarebbe comparsa proprio a Roma altrimenti? sta battendo le periferie di soppiatto, cercando di non dare nell’occhio, come in attesa di trovare un accesso invisibile al cuore della città, per attentare selvaggiamente al cuore della civiltà, per fare una strage a colpi di artigli e di fauci in pieno centro storico, sotto lo sguardo di turisti e finti centurioni, all’ombra del Colosseo o in piazza Navona.
Un bambino che giocava a calcio accanto alla baracca dove vive coi suoi, nell’estrema propaggine della città dove nessun catasto ha mai registrato il proliferare della miseria e delle sue abitazioni, all’ora del tramonto ha visto la pantera a pochi metri da lui, sbucare da dietro una montagna di rifiuti. Hanno tenuto gli occhi negli occhi per lunghi istanti, mentre la palla rotolava lontana. Lui così immobile da non riuscire neanche a pensare alla morte. Lei il muso basso, lo sguardo scuro e profondo, violaceo come il suo manto, come la notte da cui viene.

Il ragazzo-giaguaro è arrivato in città. Cammina sui tetti, di notte, ha gambe lunghe, che al momento di saltare possono diventare ancora più lunghe. Non lo si vede, ma qualcuno ne percepisce il passaggio, quando lui si trova nei paraggi di casa sua. Il ragazzo-giaguaro cammina spedito, non si ferma mai, la città è infinita e dunque la sua passeggiata è infinita. Cammina a grandi falcate, guarda avanti sempre, ha uno sguardo folle o ispirato, il volto ridente e inespressivo, procede come per il richiamo dell’acqua, non si cura di far tremare le abitazioni, di distruggere gli infissi, far scoppiare le certezze della gente, di portare scompiglio, mettere in subbuglio, gettare zizzania, causare crepe e infiltrazioni. Sono conseguenze secondarie del suo passare, il problema non lo riguarda, lui guarda sempre più in alto, del basso. A volte il suo vestito luccica alla luna, di un freddo bagliore, e allora sembra essere rivestito di pelliccia corta e lucente di giaguaro, ma non lo vede nessuno, e questa deve restare un’intuizione, come un tremito dei bicchieri in cucina e ti chiedi guardando per aria che succede. Dove il ragazzo-giaguaro posa il piede la struttura del reale vacilla e va in pezzi, dai baratri che lui provoca nascono fiori ed erbacce velenose, intrecciati, ed è meglio tenersi alla larga dalla scia vegetale che il suo passaggio lascia, invece c’è chi va proprio a ficcarci il naso e le mani, per non parlare del cuore, e allora è a suo rischio e pericolo se muore, se prende il volo, se diventa giaguaro. Sparirà come è venuto, alla fine del tempo infinito della sua notte solare.

Gente che aspetta alla pensilina, sotto casa, con la pioggia e col sole, il passaggio del carro funebre che la porta dalla casa al lavoro, dal lavoro alla casa. Il carro arriva puntuale, ce n’è uno per ogni persona, e tutto avviene senza parlare. Il carro si ferma, la bara si apre, l’uomo o la donna salgono sopra, si calano nella bara, il coperchio ricade, il cocchiere sprona i cavalli, il carro riparte. Arrivati a destinazione il processo è l’inverso, e tutto ritorna uguale, sempre uguale, in due direzioni, la mattina e la sera. Domina il nero, con la pioggia o col sole. Non ci sono animali che possano osservare, solo gli uomini, i mattoni, l’asfalto, il selciato, il cemento, la gomma, la pietra, il tombino, lo spigolo, il portico, il marmo, il metallo, vetrate, cornici, e tutto l’elenco dell’urbanistica e dell’architettura. E’ un buon servizio, gratuito, efficiente, a disposizione di tutti, basta farne richiesta, mentalmente, non c’è da compilare alcun modulo, la gente è contenta così, un pensiero di meno, la cosa garantisce regolarità e buon senso, dove domina il nero.

Di passaggio a Gaza per lavoro, andiamo in taxi attraversando la città, dall’aeroporto attraverso il centro fino alle periferie. Stiamo andando lontano da qui, è soltanto un passaggio, ma intanto guardiamo dal finestrino, e io che conosco quei posti racconto di quel che si vede, quel tale castello, il palazzo del re, il viale alberato, la pasticceria famosa, e a chi mi chiede la storia racconto del 70 dopo Cristo, quando Tito, seccato dalle proteste degli ebrei, distrusse il Tempio di Gerusalemme e li cacciò da queste terre. E ora fermiamoci al bar, ci sono anche videogiochi al piano di sopra, e mi raccomando, bisogna salutare con profusione, si usa così qui, è gente che magari non dice mai grazie, ma il saluto è importante, e non basta che sia uno per tutti a salutare, si deve prodigarsi in abbondanti salaam aleykum se si vuole essere benvoluti, e dirlo di cuore. Bevuto e mangiato riusciamo, ed ecco nella grande piazza ottocentesca, ragazzi sembra di stare in Europa, sembra Firenze o Vienna, o che diavolo ne so, sembra di essere a casa, sembra una piazza D’Azeglio, anche se tutto è mezzo distrutto, va be’ ma si sa, qui in mezzo ci passa la Storia, non fa la circonvallazione come da noi, non lascia detriti al margine della città, ma proprio nel cuore, passa dal centro e devasta, e lascia cumuli di macerie per le strade, però sembra bello, è una città accogliente e calorosa, decadente e vitale. Ed ecco compare uno strano oggetto, un carro trainato da un giaguaro, tenuto saldamente da un ragazzo alto, forte, nervoso, che impugna le briglie e riesce fieramente a tenere la bestia, vincendo la sua ferocia, il suo dimenarsi, e il carretto procede sbandando, ma procede. C’è gente col cocchiere, gente che usa quel mezzo di trasporto per attraversare la città, andare chissà dove, ragazzi solo qui si può vedere una cosa del genere, datemi retta, qui dove fin da bambini si impara a cavalcare senza sella, dove c’è un coraggio che ci sogniamo, non c’è da stupirsi che si leghi al calesse un giaguaro. Questo intanto ci passa accanto e un brivido di terrore e meraviglia ci passa per la schiena, e non riusciamo a scappare tanto è lo sconcerto che ci inchioda. Ed ecco che la bestia è un coccodrillo, antico, asiatico, preistorico, ben corazzato e dentellato, bestiaccia del suolo, del fango, vorace come poche, atta a divorare, sbranare, recidere, fare a pezzi senza il minimo scrupolo o discernimento, perfino senza scopo. E il ragazzo lo tiene lo stesso al suo comando, e il coccodrillo obbedisce, e tira il cocchio, sul selciato sconnesso, e lo guardiamo allontanarsi, sgangherato, mentre la nostra auto ci aspetta per ripartire, vibrando e sputazzando fumo a bordo strada.

venerdì 4 dicembre 2009

61 - che sia

angelo
potenza primordiale
venuto al nulla
prima
che ogni dio venisse a dio
prima che un mondo
venissemesso al mondo
e prima che noi
ti raggiungessimobagnati
dallo stesso umido nulla
o persi in mezzo a quel nulla
noi che non lasceremo traccia
come il tuo volo puro nel cielo
tu che sei giunto qui
prima che la prima
immagine sacra
scolpisse il primo
pensiero
grande pennuto
che se invocato
piombi addosso dall'alto
in un istante
con tonnellate di piume
e ali
a soffocare
e salvare
con affetto paleolitico
maternale e totale
di volatile preistorico
di mostro rettile corazzato
e nudo e
invulnerabile
indifferente ai cambi di stagione
ai passaggi di religione
al fluire di epoche e mode
e ideologie
civiltà
sordo al frastuono
della storia e delle
storie
tu sempre lì
impresso nel tuo cielo
vuoto o di pietra
che sia
impresso o scolpito o
sparito
tu assenza con un grido
assenza con le ali
assenza con figura
assenza che porti coraggio
e salvezza
e presenza
tu teso là
a incidere il senso del volo
la traiettoria eterna
del nostro solo
abbandono

giovedì 3 dicembre 2009

60 - "perché non posso immaginarlo diversamente"

Leggo ora il tuo scritto su Giovanni e le lacrime mi inondano gli occhi. E' una persona che non dimenticherò mai. Ricordo che per anni ho portato con me la sua poesia, era nella tasca della mia borsa di pelle, quella che usavo per l'università. Era come un portafortuna, ma poi l'ho così consumata che ho deciso di custodirla in uno dei miei diari a casa ad Urbino, ben protetta in uno scatolone.
Giovanni era pura energia quando l'abbiamo conosciuto e amava la vita. Quando abbiamo saputo che era fuggito ho esultato, perchè non si può imprigionare un'anima libera, non si può uccidere colui che ama.
Per me Giovanni rappresenta la libertà ed il sorriso.
Quando sono triste e la mia vita non mi soddisfa penso sempre alle parole di Giovanni.
Penso al suo cuore puro, perchè lui era puro ed era curioso e tutto sembrava facile quando parlavi con lui.
Io spero sempre che lui sia felice e libero, perchè non posso immaginarlo diversamente.
Debora

mercoledì 2 dicembre 2009

59 - progetto di una passeggiata

Progetto di una passeggiata con un gruppo di amici, uno dei quali palestinese, lungo i 700 km del Muro di separazione israeliano. Camminando dal lato della Palestina. Camminare dal punto più a Nord, al confine della Giordania, e seguire tutto il tracciato, con calma e attenzione alle cose che si incontrano: paesaggio, persone, villaggi, colonie. Parlare con tutti. Parlare tra noi, con il ritmo del passo. Filosofeggiare con tutta la calma del mondo, perché il tempo della passeggiata ce lo consente. Fermarsi in un villaggio, dopo ogni giornata di cammino, e chiedere ospitalità. Conoscere le persone del posto, condividere un pasto frugale. Raccogliere storie, volti, sguardi, strette di mano. Fare fotografie, filmati; scrivere appunti, racconti e poesie. Farsi guidare dallo spirito aereo della libertà del viandante, all'ombra dell'obbrobrio di cemento del Muro. Attraversare decine di villaggi nell'arco di un mese, il tempo necessario a percorrere tutta la lunghezza del Muro fino al punto in cui termina, girando intorno al Sud della Cisgiordania fino a racchiuderla interamente: sulla costa del Mar Morto.
E' il progetto di un diario di viaggio fatto di dieversi materiali, e a più mani: diario di cammino, di incontri, di discussioni, di fatica, di amicizia, di speranza messa giù nel lavoro dei piedi.
E' l'utopia della militanza del fiore: il potere dell'incontro umano a livello del suolo, armati di poesia, meraviglia, desiderio, e realtà.
Irriducibilmente. Seriamente. In modo leggiadro.
Sapendo che niente e nessuno può impedire a una scelta di raggiungere la sua destinazione.

martedì 1 dicembre 2009

58 - "come una benedizione"

Questa estate, durante un viaggio in Palestina, sono stato a trovare i ragazzi dell'Operazione Colomba che stanno a At-Tuwani, un villaggio nel Sud della Cisgiordania, lontano da qualunque cosa. Stanno lì da cinque anni, dandosi il cambio ogni qualche mese, ma assicurando una presenza costante: questa è necessaria per limitare (non impedire) le violenze dei coloni israeliani contro le famiglie dei pastori e i loro bambini, frequenti vittime di imboscate mentre vanno alla scuola elementare. Questo luogo poverissimo, arido e martoriato, così intriso di una selvaggia spiritualità che immediatamente mi aveva fatto pensare al Vangelo di Pasolini, la gente semplice e generosa che vi abita, mi hanno toccato qualche corda del cuore. Chi ha seguito il mio racconto in tempo reale http:/viaggioinpalestina.blogspot.com lo sa. Mi arrivano di tanto in tanto notizie dai volontari internazionali di At-Tuwani. Purtroppo non sono mai buone notizie: la situazione sta sprofondando in una spirale di violenza a senso unico: dai coloni e dall'esercito israeliani, contro i pastori e i bambini di At-Tuwani. Voglio riportare questo racconto di Laura, una ragazza italiana. Perché ora il mio pensiero va anche a questi volontari, cristiani o laici che siano, oltre che alla gente di là. Che la voce di loro possa arrivare lontano, di loro che piantano semi di speranza nella polvere del mondo; e che con dita forti aprono le proprie palpebre per vedere, e per farci vedere.  
 
Ecco il racconto.
Colline a Sud di Hebron, Martedi 17 novembre, le 11 di mattina di una giornata fredda. La pioggia, come una benedizione, lava le pietre delle colline arse dal sole di una lunga estate mediorientale. Una famiglia cammina verso casa. Sono Fatima e Nasser, una giovane coppia con tre bambini. Ibrahim, 3 anni, trotterella dietro ai genitori: gli altri due, troppo piccoli per camminare, sono portati in braccio da mamma e papá. La coppia si ferma in cima alla salita per prendere fiato e guarda sconsolata verso Havat Ma’on, l’avamposto alla loro sinistra. Da quando i coloni
israeliani si sono installati su quella collina, piu’ di dieci anni fa, non possono piu’ usare la strada diretta, quella che in un quarto d‘ora di agevole cammino li avrebbe portati da At Tuwani a Tuba. Ora sono obbligati ad un giro tortuoso su sentieri sassosi per almeno quarantacinque minuti.
Improvvisamente due donne si avvicinano, gesticolando. Sono Sarah e Laura, due attiviste internazionali. Una parla un po’ di arabo: “Stamattina abbiamo visto dei coloni nell’area. Non prendete la strada corta, fate quella lunga”. Fatima sospira. La strada lunga é molto lunga e non é una strada. La aspettano due ore di cammino,con un bimbo in braccio, su e giu’ per ripide colline sulle tracce di greggi
e pastori. Le famiglia riparte, seguita dalle due volontarie, scende fra i campi
in attesa di essere arati e risale sulla collina successiva. Ibrahim é stanco e si ferma. Nasser approfitta della pausa per chiedere dove fossero esattamente i coloni. Quasi a rispondergli quattro uomini appaiono fra le rocce, ad una cinquantina di metri. La famiglia ricomincia a camminare, correre é impossibile. Sarah e Laura si fermano, iniziano a filmare. I coloni all’inizio esitano, sono disorientati. Poi iniziano a scendere, corrono verso la famiglia. Un quinto colono sale dalla valle e raggiunge il gruppo. I coloni circondano la famiglia e le internazionali, poi spintonano Nasser, che ancora stringe suo figlio in braccio. Ibrahim e’ terrorizzato, piange. Laura e Sarah si mettono in mezzo. I coloni le gettano a terra, vogliono le telecamere. Piovono colpi, calci e spintoni. La famiglia, nella confusione riesce ad allontanarsi. I coloni strappano le telecamere e finalmente se ne vanno. Dopo venti minuti li vediamo entrare nell’avamposto.  
Questa e’ la storia di quello che ho visto e vissuto in un giorno di ordinaria violenza nelle colline a Sud di Hebron. 

lunedì 30 novembre 2009

57 - storie vere

L'anonimo commentatore della mia nota di ieri mi ha aperto gli occhi forzatamente sul grande inganno in cui sono caduto. E' vero, la storia che ho riportato della bambina adottata dai lupi è clamorosamente falsa, inventata di sana pianta dall'autrice, che è stata poi costretta a ritrattare tutto, in lacrime, dopo le verifiche svolte in seguito all'uscita del film. Non è mai vissuta nel bosco con i lupi. Non è ebrea. E non si chiama Misha De Fonseca.
Lì per lì, appena ho verificato tutto questo, mi sono arrabbiato con il commentatore anonimo: perché mi aveva rotto le uova nel paniere, e aveva fatto svanire una bella illusione, e soprattutto aveva vanificato una militanza del fiore.
Subito dopo però ho pensato che niente di tutto questo è vero. In fondo quella che ho raccontato ieri, per me resta la storia più bella sul nazismo, sulla guerra e sulla persecuzione degli ebrei. Come ho detto. Anche se non parla di niente di tutto ciò. Come ho detto. E anche se è una storia falsa.
Tutti i romanzi sono falsi. E una volta giocavano oziosamente e deliberatamente su questa ambiguità, come il Manzoni. Il fatto che l'autrice in questione spacci la sua storia per vera però è qualcosa di diverso dalla finzione del romanzo: è una menzogna.
Non so perché, ma in questa colossale mistificazione ci trovo qualcosa di affascinante -e lo dico a mio discapito, dato che sono stato io stesso uno dei buggerati. Eppure, nonostante l'orgoglio ferito, non posso non simpatizzare per una donna che è riuscita a far bere una storia del genere a mezo mondo, per anni, spudoratamente. Tanto spudoratamente da far leva sul nostro tabù fondamentale: il senso di colpa universale verso gli ebrei. Con la dose rincarata dalla presenza dell'infanzia. Non è stato Tarantino a infrangere il tabù degli ebrei durante il nazismo: è stata la falsa Misha De Fonseca, molto tempo prima, e clandestinamente, che se ne è fatta gioco prendendo tutti per il naso.
Nella menzogna così deliberata c'è un cortocircuito tra il piano attivo e militante della realtà e quello passivo e disinnescato dell'immaginazione. I situazionisti e Luther Blisset lo sapevano bene: mentire per mentire, per gettare il caos nelle abitudini cognitive, per destabilizzare tutto, per fare la rivoluzione.
Ma i situazionisti erano bravini e ordinati, tutto sommato. Perché erano marxisti, e condizionati dall'eterno, hegeliano, moralistico, dover essere, dover fare.
La falsa Misha De Fonsaca è stata destabilizzante come un Luther Blisset. Ma è stata più anarchica. Selvatica, indomita, egoista, irriducibile. Una piccola criminale. Ha fatto tutto questo solo per sé, con brama e indifferenza di animale.
Quindi penso che, forse, alla fine si dovrà scoprire che la sua confessione era falsa, e che lei ha stretto davvero un patto coi lupi, per poter diventare quello che è diventata e fare quello che ha fatto.

domenica 29 novembre 2009

56 - ringhiando a pochi centimetri dal suo naso

C'è la storia di una bambina che scappa perché è ebrea, e i nazisti vogliono eliminarla, come hanno fatto con il resto della sua famiglia. Allora lei, che ha appena 7 anni, riesce a mettersi in salvo dopo una fuga precipitosa dalla cantina dove sta segregata. E va nel bosco. E il bosco è fitto, buio e freddo. Perché siamo nel Belgio occupato del '43; ed è autunno.
Nel bosco, la bambina incontra i lupi. E visto che i cattivi, in quegli anni come in questi, erano esseri umani, i lupi allora dovevano essere buoni. E non la sbranarono. Anzi, la adottarono.
La bambina era coraggiosa: si unì al branco, diede dei nomi ai lupi, per mesi condivise in tutto e per tutto la loro vita, a quattro zampe. All'inizio stando in fondo alla rigida gerarchia del branco. Poi un giorno venne promossa, e le furono affidati i cuccioli mentre tutti gli altri adulti andavano a caccia. Era una dichiarazione di fiducia incondizionata da parte di tutto il branco.
Non so perché, ma la cosa che più mi ha toccato del racconto è un episodio legato al cibo. La bambina, erano i primi tempi della sua adozione, osservava i cuccioli chiedere cibo alla lupa che era stata a caccia: strofinavano il muso su quello della lupa, mugolando. La lupa allora vomitò un bel mucchio di carne masticata che i lupetti divorarono. Quando il pasto fu terminato, la bambina si avvicinò ai resti perché stava morendo di fame. Ma la lupa adulta le saltò addosso immobilizzandola. La tenne schiacciata a terra a lungo, ringhiando a pochi centimetri dal suo naso. Poi la lasciò libera e si allontanò un po'. Allora la bambina ebbe l'intuizione fondamentale: si avvicinò cauta alla lupa, a quattro zampe, mugolando e piangendo, e strofinò la sua faccia sul muso e sulla bocca dell'animale. Moriva di fame, il suo mugolio era un'implorazione.
Allora la lupa vomitò per lei tanto cibo quanto quello che aveva dato ai figli. E lei mangiò, come un lupo. L'incontro è fatto di attenzione e rispetto, e tutto è cultura: anche il chiedere, il supplicare, il chiedere aiuto, il mangiare. Tra tutti i viventi. C'è qualcosa che può farci davvero condividere e incontrare e comunicare: tra umani e umani, tra umani e animali. Tra tutti i viventi. E, forse, non solo. C'è qualcosa, che deve avere a che fare con una forma di rispetto e di attenzione, che ci permette di essere tutti sullo stesso piano, uguali, fratelli. Quei lupi erano pronti a dimenticare ogni differenza tra la propria specie e quella della bambina. E non c'era pelliccia, forma, colore, che tenesse. Attraverso i secoli, viene in mente Francesco. Un altro bambino in fuga delle guerre degli umani.
Tempo dopo ci fu un conflitto tra il capobranco e un lupo più giovane. Il giovane si trovò messo in minoranza e dovette scegliere di abbandonare il branco. La bambina era legata a lui, e con dolore scelse a sua volta di lasciare il branco, per restare unita a lui. Si consumarono i rituali dell'addio. Senza rancori. Ma tra il lupo giovane e la bambina in capo a poco tempo si incrinò qualcosa. Entrambi avevano perso il loro contesto familiare, erano irrequieti. Il lupo voleva stare solo.
La bambina fu di nuovo sola, nel bosco. E quando il sentiero la condusse a uscire dalla selva, la guerra era finita, i nazisti non c'erano più, e alcuni umani erano pronti ad accoglierla, nella sua selvatichezza, per reintrodurla alla comunità degli umani.
La bambina si chiamava Misha Defonseca. Ora è una donna anziana. Dopo molti anni dalla sua vita nei boschi, decise di scrivere la sua storia. Mi sono imbattuto nel suo libro per caso, due anni prima che ne fosse tratto un film. Non ho visto il film: mi basta il ricordo di questa storia vera, raccontata malamente, ma vera. E' come se me l'avesse raccontata mia nonna, e non c'è bisogno di metterci sopra delle immagini.
Non so perché, ma per me questa resta la più bella storia sul nazismo, sulla guerra e sulla persecuzione degli ebrei. Anche se non si parla affatto di nazismo, di guerra e di ebrei.

sabato 28 novembre 2009

55 - "ti racconto io una storia questa volta"

Ti racconto io una storia questa volta.
Conosco una persona dal 1986 o forse 1987, quando seppe di essere sieropositivo. La conobbi mentre era in una comunità terapeutica con altre tre ragazze. Loro sono tutte morte nel frattempo. Aveva quella che nel gergo si chiama doppia diagnosi, tossicodipendenza e disturbo di personalità. Non stava bene in comunità e allora, pur avendo ottenuto l'affidamento, preferì rifiutare la pena alternativa e tornare in carcere. Negli anni ha vissuto in comunità, in case famiglia, in carcere; è stato ricoverato più volte in ospedali, in reparti di psichiatria, di malattie infettive e chissà in quanti altri. Negli ultimi anni il suo problema maggiore era l'alcolismo, si innamorava e l'immancabile delusione lo riportava a bere. L'ho rivisto da poco, dopo una permanenza in una comunità fuori Toscana. Mi ha raccontato che si era recentemente ricoverato per un intervento chirurgico e che era stata un'esperienza dolorosissima. Lui, che era vissuto mesi in ospedali e strutture più o meno sanitarie, non era mai stato trattato così male, con timore, paura, non aveva mai sentito lo "stigma" della sieropositività come in questa occasione. La mia prima reazione è stata quella di rabbia nei confronti del personale medico e infermieristico che lo aveva seguito in quest'ultimo ricovero. Poi ho riflettuto che probabilmente nelle occasioni precedenti era così di fuori da non percepirlo lo stigma e che ora, con gli occhi riaperti da una sensibilità normale, si è reso conto di quello che prima comunque accadeva intorno a lui e che non riusciva a leggere.
Ecco cosa intendo quando penso al tuo blog e alla possibilità che aiuti a svicolare dal pensiero dominante, ad aprire gli occhi.
Continuare, lo capisco, è difficile, deve esserci una fine, una data limite, o più verosimilmente prevedere una crescita, e me lo accenni.
Auguri
Massimo

venerdì 27 novembre 2009

54 - anche se fa male

Usciti dal cinema dopo la visione di Lebanon, il vincitore del Leone d'Oro, non si potrà che convenire con il poeta, che "la guerra è bella anche se fa male". Mi sono trovato ad ammirare l'esattezza estetica della regia, la lucidità delle immagini accuratamente e perfettaemnte sporcate di espressionismo. Poi, solo più tardi, ho cominciato a interrogarmi sul senso dell'operazione, al di là dell'impalcatura visiva impeccabile. E ho cominciato a ridimensionare il mio entusiasmo, non trovando altri messaggi se non quello che ho riassunto citando De Gregori.
Ma è stato un altro fatto a farmi cambiare prospettiva sul film, e in generale mi ha dato da riflettere sulla nuova ondata di cinema israeliano che riflette criticamente sulla guerra.
Tramite tam tam mi è arrivata la lettera con cui il regista israeliano Eyal Sivan ritira un suo film da un festival francese. Ne riporto alcune righe.


Londra 6 Ottobre 2009
Care Laurence Briot e Chantal Gabriel,
Sono sinceramente onorato che abbiate pensato di programmare il mio film "Jaffa, La meccanica dell’arancia" per chiudere la vostra retrospettiva. Tuttavia, dopo matura riflessione, ho deciso di declinare il vostro invito. Le ragioni di questa decisione sono complesse e di natura politica, e per questo vorrei, se siete d’accordo, spiegarvele dettagliatamente.
 [...]
La politica razzista e fascista del governo israeliano e il silenzio complice della maggior parte dei suoi ambienti culturali durante la recente carneficina operata a Gaza come di fronte alla continua occupazione, alle violazioni dei diritti umani e alle molteplici discriminazioni nei confronti dei Palestinesi sotto occupazione o dei cittadini palestinesi dello Stato israeliano – tutte queste ragioni giustificano il mio mantenere le distanze rispetto ad ogni avvenimento che potrebbe essere interpretato come una celebrazione del successo culturale in Israele o una garanzia della normalità del modo di vivere israeliano. Poiché la vostra retrospettiva fa parte della campagna internazionale di celebrazione del centenario di Tel-Aviv e gode, a questo titolo, del sostegno del governo israeliano, non posso che declinare il vostro invito.
[...]
Non posso essere associato ad una retrospettiva che celebra artisti e cineasti che godono dì una posizione di privilegio assoluto e di una totale immunità, ma che hanno scelto di tacere quando crimini di guerra venivano commessi in Libano o a Gaza e che continuano ad evitare di esprimersi chiaramente sulla brutale repressione della popolazione palestinese, sul blocco di 3 anni e la chiusura di oltre un milione di persone nella Striscia di Gaza. Ci tengo a smarcarmi da quei miei colleghi che utilizzano in modo opportunista, perfino cinico, il conflitto e l'occupazione come sfondo dei loro lavori cinematografici e come rappresentazione neo-esotica del nostro paese – pratiche che possono spiegare il loro successo in Occidente e in particolare in Francia – ed io rifiuto di essere associato a loro nel contesto della vostra manifestazione.
[...]
Sia la mia storia e la mia tradizione ebraiche che le mie convinzioni e la mia etica personali mi obbligano, nelle circostanze politiche attuali – mentre le autorità delle democrazie occidentali e le loro intellighenzie hanno fatto la scelta di stare al fianco della politica criminale israeliana – a oppormi pubblicamente con questo atto fermo e non-violento all'attuale regime di apartheid che esiste oggi in Israele.
Termino riprendendo le parole del mio collega ed amico, il famoso regista palestinese Michel Khleifi, che non cessa di ricordarci che la sfida che dobbiamo affrontare, in quanto artisti e intellettuali, è quella di proseguire i nostri lavori non GRAZIE alla democrazia israeliana, ma MALGRADO essa.
Per questo, sempre in modo non-violento, continuerò a oppormi, e a incitare i miei colleghi a fare lo stesso, contro il regime israeliano di apartheid e contro il "trattamento speciale" riservato nelle democrazie occidentali alla cultura israeliana ufficiale di opposizione. Augurandomi che accettiate e comprendiate la mia posizione e sperando di avere l'opportunità di mostrare il mio lavoro in altre circonstanze, con sincera gratitudine e rispetto,
Eyal Sivan

giovedì 26 novembre 2009

53 - vittoria o morte

Da un po' di tempo si parla di Risorgimento, con o senza polemiche, in vista del centocinquantenario dell'unificazione dell'Italia che cade nel 2011. Si ascoltano più frequentemente le polemiche, per la verità, e gli appelli al revisionismo. Montalbàn, alla presentazione di un suo libro, si chiedeva perché noi italiani percepiamo i personaggi del Risorgimento come figure polverose e non come eroi rivoluzionari e attuali, tipo Zapata o Pancho Villa in Sud America. Non so.
Darò il mio contributo alla riflessione sul Risorgimento. Questo documento me lo ha mostrato mio nonno qualche anno fa. E' un po' ingiallito perché ha centotrentanni. In calce compare la data di stampa: cento anni e ventuno giorni dopo io sono nato. Di questo documento esistono due copie: una ce l'ha ancora mio nonno, l'altra l'ha affidata a me. Il testo è stato scritto da un mio antenato bolognese. Lo stile è fluviale e sgangherato: non era un intellettuale né un soldato, ma un piccolo commerciante che si è battuto per le strade della sua città, per liberarla dalle forze di occupazione.
Invito chi non avesse voglia di leggere tutto il testo a dare un'occhiata alle ultime righe. A partire da: "Dunque, fratelli..."

 

mercoledì 25 novembre 2009

52 - operazioni di disinnesco

si sente dire alla radio:
la strada statale tal dei tali
resterà chiusa oggi
per consentire le operazioni
di disinnesco
di un ordigno bellico

allora-
guardando le foglie grandi
gialle per terra nel parco
che coprono ghiande e vermi
e impronte di cani e di umani-
mi chiedo:
quante strade dovrebbero
restare chiuse oggi
per consentire le operazioni
necessarie al disinnesco
di quel grande ordigno bellico
che è la guerra?

martedì 24 novembre 2009

51 - quando eravamo gli irakeni

Quando noi eravamo gli irakeni, gli americani e gli inglesi ci tiravano le bombe. E ci andavano pesante. Come non hanno battuto ciglio a distruggere il Museo Archeologico di Baghdad, il più importante per i reperti delle civiltà mesopotamiche, così non si facevano scrupolo a tirar bombe sui musei italiani, sulle chiese, sui monasteri, sulle case, sui castelli; sulle piccole pievi di campagna. E se americani e inglesi fossero rimasti qualche mese in più dopo la vittoria, e se tale Togliatti non avesse deciso che non valeva la pena fare davvero la rivoluzione, noi non avremmo smesso di essere irakeni nell'immediato dopo guerra: al contrario, saremmo diventati ribelli, terroristi, e avremmo preso legnate ancora più sonore, dagli americani e dagli inglesi (sempre quelli).
Se racconto queste ovvietà, è soltanto per prendere tempo prima di raccontare qualcosa di veramente divertente che non mi vorrei bruciare subito: ma ecco, il momento è venuto.
Di recente è circolata la voce -ne hanno dato notizia i giornali nazionali- che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l'Inghilterra stesse valutando la possibilità di cedere le Marche alla Polonia; per lavarsi la coscienza dal fatto di avere ceduto l'intera Polonia a Stalin, probabilmente.
In qualità di marchigiano (sebbene in esilio volontario altrove), la lettura di questa rivelazione mi ha commosso e divertito talmente che devo spendere un ringraziamento postumo per quel volpone di Churchill. Idee surreali come questa meritano di essere ricordate. Un po' come creare uno stato ebraico in mezzo al Medioriente, per dire.
Poi, in qualità di urbinate, ne avrei un'altra da tirare fuori, già che ci sono.
Pare che gli inglesi volessero radere al suolo il Palazzo Ducale di Urbino, perché avrebbero potuto nascondervisi nazisti. Allora come ora, non andavano tanto per il sottile, in queste cose. Dunque bombardarono. E rasero al suolo.
Per fortuna gli anglo-americani, oltre a essere guerrafondai, a volte brillano della già citata vocazione al surreale, che in questo caso evoca il tragico, anzi lo devia: infatti i piloti, consultando le carte, confusero Urbino con Urbania, a circa 20 km, e qui sganciarono le loro bombe, cancellando metà della meravigliosa cittadina rinascimentale. Che però non era il Palazzo Ducale di Urbino.
Comunque, ripensandoci, devono essere tutte leggende. No, certe cose non possono capitare davvero. Anche soltanto a scriverle suonano così ridicole...

lunedì 23 novembre 2009

50 - storia di un uomo che

Storia di un uomo che osserva come dall'alto un altro uomo che sta all'ingresso di un'antica città cinta da mura, e quest'altro uomo è lui stesso. E' quasi sera, e quest'altro uomo ha qualcosa a che fare con la porta della città: forse è il custode o il guardiano; o, semplicemnte, l'addetto alla chiusura dei battenti, la sera. Si avvia quindi verso le grandi ante, poi le supera ed esce dall'altra parte, al di là delle mura, al di fuori della città. Perché deve chiudere la porta, sì, ma da fuori, tirandosela dietro; non da dentro. Forse andrà a dormire in un casolare poco distante; oppure sta lasciando la città, dove ha vissuto fin'ora, per sempre.
Una volta fuori, si ferma, si volta, guarda le due grandi ante di legno della porta; una è già chiusa, l'altra socchiusa. Torna sui suoi passi, oltrepassa nuovamente la soglia quel tanto che gli basta per afferrare il fianco dell'anta semiaperta e, pronto a tirarla verso di sé, uscendo di nuovo e definitivamente, resta invece sorpreso davanti a una visione.
A poca distanza dalla porta esterna c'è un'altra porta, anche quella con pesanti ante di legno; anche quelle già quasi socchiuse. Un cavallo giovane, poco più di un puledro, snello e muscoloso, dal manto che va dal bianco sporco a un marrone rossastro si fa strada con passi rapidi e nervosi verso l'uscita; si fa spazio sfiorando le ante della prima porta con i propri fianchi ondeggianti; procede dritto fino a coprire la breve distanza che lo separa dalla porta più esterna. E' adesso che l'uomo si fa da parte tirando con sé l'anta che aveva afferrato, per facilitare il passaggio del cavallino. Che esce dalla città e in un attimo sparisce.
L'uomo a sua volta torna fuori, come aveva già fatto poco fa, osserva il cavallo sparire in lontananza, poi torno a voltarsi e ripete gli stessi gesti, con l'intento di chiudere la porta, chiudendo se stesso fuori. Ma ora che ha di nuovo varvato la soglia per afferrare e tirarsi l'anta, un'altra visione lo raggela. Una figura compare tra le ante della porta più interna, nell'oscurità che si sta diffondendo, nel silenzio tombale che permea le pietre delle mura. E' una donna, anziana, completamente nuda tranne che per uno panno color panna che le avvolge stretto il ventre e i fianchi. La sua pelle è rovinata, lucida e rosa come ustionata; cadente. Il volto è sofferente, gli occhi strizzati, i capelli di paglia gettati sul viso. Avanza anche lei verso l'uscita, tenendo le braccia tese in avanti, non potendo fare affidamento del tutto sui suoi occhi rovinati.
L'uomo pensa soltanto, Dio mio, no. Madre mia, non avrei mai voluto vederti così. Dio mio, non questa visione. E mentre la donna si avvicina, lui si scosta e la lascia passare, tenendo bene aperta la porta.
Poi esce anche lui, la raggiunge appena al di là della porta, e allora la donna non è più nuda, non è più scorticata né ustionata, non è più morta. MA certamente sta per morire, e per questo è immersa in una dolente e muta meditazione, a occhi chiusi. Allora lui la abbraccia, la stringe forte, abbraccia il suo viso e le dice, Mamma ti voglio bene, mamma ti amo, lo sai, sono carne della tua carne, e anche se tu morirai, questo continuerà, e tu resterai nel mio amore. E mentre lo dice piange, mentre la madre non accenna risposta e non apre gli occhi; è già molto lontana.
Ma poi apre gli occhi; l'abbraccio finisce; e insieme si avvicinano alla grande porta per chiuderla, e chiudersi la città alle spalle. Madre e figlio fanno un passo per varcare all'interno la soglia, e insieme afferrano l'estremità dell'anta che va tirata per chiudere una volta per tutte la porta. Ma entrambi restano fermi all'apparire di un'altra figura.
E' un uomo basso, grassoccio, elegante e ridicolo. Con bombetta, occhiali tondi, giacca e pantaloni neri e camicia bianca. Se ne va spedito per la sua strada, sulle sue gambe corto, col suo passo da sempliciotto riccone, non guarda in faccia nessuno e guadagna l'uscita.
La madre si volta verso il figlio, che ha ancora la mano sull'anta, e gli dice, Quello è il cocchiere.
Da dentro la città intanto si sentono i tonfi e i rantolii degli acrobati, alcuni dei quali sono veri e prorpi farabutti e assassini, che cercano di imparare a fare il quadruplo salto mortale da terra. Una sola ragazza ci riesce, e tutto gli altri che ci provano, cadono male a terra, e lì restano come morsi dal diavolo, lottando per minuti e minuti contro lancinanti dolori che gli infliggono convulsioni. Poi ci riprovano.

domenica 22 novembre 2009

49 - il sig. Pietra d'Oro e il caos

Per cercare di far luce sul grande guaio che è successo a Gaza poco meno di un anno fa, l'ONU decise di mandare una squadra capitanata da un super-inviato speciale: il sig. Pietra d'Oro. Lui e i suoi avrebbero dovuto capire che cosa fosse realmente successo, come fossero potuti morire 1400 civili palestinesi in 20 giorni di attacco, a fronte di 13 sodati israeliani, e se per caso, in tutto questo, qualcuno fosse colpevole di qualche crimine.
La decisione dell'ONU accese un barlume di speranza in chi da troppo tempo aspetta giustizia. Ma subito dopo si sparse una voce: che il sig. Pietra d'Oro non fosse poi così adatto a fare da osservatore neutrale. O meglio, non in questo specifico caso: dato che tra i diversi attributi che lo caratterizzano, molti dei quali encomiabili, c'è anche il fatto di essere ebreo.
Niente contro gli ebrei naturalmente. Ma qualcuno si chiese: possibile che, posto che al mondo ci sono 6 miliardi di persone e che di queste 14 milioni sono ebree, possibile che per valutare obiettivamente un conflitto tra israeliani e palestinesi non si potesse trovare una persona adatta al compito tra i non pochi non ebrei?
Ma chi, come me, si pose questa domanda, fu poco dopo costretto a riconoscere la propria malafede. Infatti il sig. Pietra d'Oro, che deve avere il cuore d'oro e non di pietra, tornò da Gaza con un rapporto dettagliato, in cui si accusava Israele di crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Nello stesso rapporto si accusava anche Hamas di crimini di guerra, ma in misura considerevolmente meno significativa.
La pubblicazione del rapporto riaccese ben più di un barlume di speranza, in chi aspettava giustizia da tempo.
Le regole del gioco, poste dall'ONU, erano che qualora il rapporto avesse indicato delle responsabilità criminali, le due parti avrebbero dovuto condurre indagini internamente per individuare e punire i colpevoli. Altrimenti se ne sarebbe fatto carico la comunità internazionale con gli organismi preposti.
Ciò che accadde fu che i leader di Hamas accettarono il rapporto, il governo israeliano no.
Al che la palla tornò all'ONU. E durante la votazione preliminare necessaria a ratificare collettivamente il rapporto, gli USA votarono contro. E tutto si bloccò.
Il motivo che addussero fu che il rapporto era giusto ma conteneva dei "vizi".
Allora il sig. Pietra d'Oro ripiombò in mezzo alla scena, e con tono realmente accorato supplicò il governo degli Stati Uniti di esporre le specifiche della sua critica, in modo che lui potesse capire di quali vizi si trattasse e quindi ribattere punto per punto.
Nessuna risposta.
Ecco la fine di questa storia: il leader di quelle persone che aspettavano giustizia, ma ormai non l'aspettavano più, chiamato Abu Mazen, perse ogni credibilità verso la propria gente, la quale si sentì presa per i fondelli una volta di più, una volta di troppo. Davanti a tale delusione, il suddetto leader decise di gettare la spugna e annunciò che non si sarebbe ricandidato alle elezioni di pochi mesi successive.
Ed ecco una mia previsione, che vorrei vedere smentita dalla storia: a fine gennaio ci saranno le elezioni in Palestina, e la Palestina, e con essa Israele, e con esso il Medioriente, piomberà nel caos. La gente, stremata da questo gioco cinico, e senza più un leader moderato credibile, si butterà nuovamente verso l'estremismo di Hamas, o verso altri nuovi che dobbiamo ancora conoscere.
Immagino il sig. Pietra d'Oro seduto alla sua scrivania, con il capo tra le mani, a pensare a questi scenari che non ha potuto scongiurare; che, anzi, cadendo lui stesso vittima della strana logica di questo cattivo gioco, lui stesso, con il suo sacrosanto lavoro, ha contribuito a concretizzare.

sabato 21 novembre 2009

48 - bisogna immaginarsi il cane

"Ti mando una cosa che mi è venuta in mente leggendo la tua militanza del fiore. Una piccola cosa, scritta da Scabia.
E’ un piccolo racconto di campagna estiva, fra Scabia e un cane lupo. Quest'ultimo abbaia, dietro il suo cancello, Scabia cerca di calmarlo. Prima parla, a bassa voce, poi fa finta di prendere qualcosa e lanciargliela, e il cane sta al gioco, anzi, prende il gioco in bocca: afferra un ramo e lo mostra allo spettatore camminante.
Passa un po' di tempo, così, in questo gioco di lanci giocosi e finti, nei salti che i cani fanno. Bisogna immaginarsi il cane, dietro il cancello, prima rabbioso per l'intrusione e poi forse felice, che salta in tondo in cerca del bastone (finto) che lo spettatore gli lancia. Sono sguardi e giochi, non cose.
Scabia allora scrive: "Ecco la forma primaria del gioco, della danza, del teatro e della poesia: un tornar su se stessi ballando e prendendo slanci per brevi voli avendo in bocca qualcosa che è un ramo significa qualcos'altro, in compagnia di qualcuno che prende parte al gioco".
Non so bene perché: ma la tua militanza del fiore mi ha ricordato questa lettura, e te la volevo mandare.
Buone care cose, e buoni giochi,
Matteo"

venerdì 20 novembre 2009

47 - va' pensiero

Scrivere una nota polemica su un'iniziativa della Lega Nord può sembrare un esercizio ozioso, scontato e fin troppo banale. Ma quando entra in scena il surreale, vale sempre la pena dedicare attenzione alla cosa, anche se lo spunto viene da quella fonte. Il surreale insegna, e fa ridere.
Dice quindi che vogliono sostituire l'Inno d'Italia con il Va' pensiero di Verdi. Dice anche, contraddicendosi,  che il Va' pensiero è l'Inno della Padania separata dall'Italia. Dice che non c'è cittadino "padano" che non conosca le parole del suo inno. E dice che, per chi avesse bisogno di ripassarlo, tutti i giorni viene trasmesso su Radio Padania alle 10.30, e il fine settimana viene ripetuto ogni ora. Il sito di una sezione locale della Lega Nord dice tutto questo.
Ma anche altra gente, non "padana" e non leghista, è favorevole alla sostituzione dell'inno.
Certo la musica di Verdi è sublime.
Ma viene da chiedersi se qualcuno di questi signori abbia decodificato il significato delle parole, e il loro contesto. Non li si può biasimare comunque: la decodifica dei significati, per quanto sia un'operazione relativamente semplice per noi umani, sembra essere oggi uno sport poco in voga.
Ecco quindi qualche informazione.
All'interno della storia raccontata nel Nabucco, il Va' pensiero rappresenta un momento un cui gli schiavi ebrei scappano dall'Egitto e vagheggiano il ritorno alla loro patria. Si parla di una "Patria" di cui non si fa il nome, ed è identificata solo dal riferimento a tre luoghi caratteristici: il Giordano, Sionne, Solima. Il Giordano non ha bisogno di spiegazioni. Sionne è Sion, il monte sacro per gli ebrei, alle porte di Gerusalemme, il centro ideale della nazione. Solima è il nome greco e latino di Gerusalemme.
Dunque si vorrebbe che l'inno d'Italia fosse il canto di un gruppo di ebrei  che pensano ad Israele, piuttosto che una canzonaccia barricadera, artisticamente mediocre come è l'inno di Mameli, ma certo intrisa della passione clandestina e rivoluzionaria di chi la cantava a squarciagola nel 1948 esponendosi alla repressione (l'inno era vietato in quanto filo-repubblicano), e poi nel '60 dai garibaldini, e poi ancora nel '70, con la presa di Roma e il crollo dello Stato Pontificio.
Canteremo l'inno dell'Italia sionista... sarebbe un caso unico e stupefacente, non c'è che dire!
Comunque, per tornare al surrealismo, l'Italia è sempre stata qualcosa di straordinariamente surrealista in sé, senza neanche bisogno che i leghisti ci mettano del loro: quindi, per concludere, bisogna ricordare che, se l'inno di Mameli è l'Inno d'Italia de facto, l'Italia non ha ufficialmente alcun inno nazionale: né Mameli, nè Verdi, né niente. Credo sia un caso unico al mondo, o quasi. Infatti nel '48 i costituenti non si misero d'accordo, e la cosa rimase in sospeso. In seguito ci furono vari tentativi di disegni di leggi o modifiche costituzionali (fino all'anno scorso) per riconoscere ufficialmente l'inno e stabilire la versione corretta e le modalità di esecuzione. Ma la cosa non è mai andata in porto.
Quindi ognuno può cantare l'inno che gli pare.
O, anche, non cantarne nessuno.


Va', pensiero, sull'ali dorate
va', ti posa sui clivi, sui colli,
ove olezzano, tepide e molli
l'aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
di Sionne le torri atterrate...
Oh, mia patria, sì bella e perduta!
Oh, Membranza sì cara e fatal!
Arpa d'or dei fatidici vati,
perchè muta del salice pendi?
Le memorie nel petto riaccendi,
ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima ai fati
traggi un suono di crudo lamento,
o t’ispiri il Signore un concento
che ne infonda al partire virtù!

giovedì 19 novembre 2009

46 - silenzio

Sì, sono la febbre alta e la connessa emicrania che mi invitano a cogliere l'occasione per lasciare finalmente un vuoto in questo fiume di parole. Invaso di visioni e riflessioni, sospinte queste da illuminanti letture, malesseri fisici, slanci mentali e febbrile desiderio di chiaroveggenza, lascio invece perdere tutto, rimandando le parole a domani. Metto a tecere i tarli e i barbagli. Chiudo gli occhi.
Questo quaderno non ha lo scopo dello sfogo personale; anche se mi aiuta a mettere a punto una sperimentazione su forme di espressione istantanea, di contenuti a volte improvvisi e a volte meditati. Anche per questo il progetto è destinato ad avere un preciso termine. La mappatura di possibili vie per svicolare dal diktat del pensiero unico presente, per avere scorci anche fugaci di paesaggi diversi, non può andare avanti all'infinito, pena la sua invalidazione. Troverà invece l'opportunità di un travaso energetico e di una trasformazione sostanziale.
Allora mi chiedo: in che senso, questa notte, voglio fare della mia personale necessità di quiete e silenzio la quaranteseiesima proposta della militanza del fiore?
Affido al sonno la risposta, che non verrà, se non in forma di carezza sugli occhi.

mercoledì 18 novembre 2009

45 - lettera

Mia zia ha preso un foglio e ci ha scritto sopra:

"Svegliati, mio intimo, svegliatevi, arpa e cetra
voglio accelerare l'aurora"

Poi ha piegato il foglio, lo ha messo in una busta e me lo ha spedito.
Aprire la busta e leggere questa formula magica mi ha portato un'invasione di gioia. E il fatto che una persona si sia presa la briga di scriverla su un foglio e, come si faceva una volta, comprasse un francolbollo e una busta e infilasse il tutto in una cassetta della posta, immaginando, io credo, il preciso momento in cui io lo avrei aperto e tenuto tra le mani e letto la sua grafia; tutto questo ha spinto la mia emozione della gioia ancora più in là, nel campo dell'impossibile e del miracoloso.

Queste parole non sono tratte dalle Illuminazioni di Rimbaud: si tratta di due versetti di un Salmo biblico. Tempo fa mia zia mi ha regalato un libretto con una nuova traduzione, letterale, dei Salmi e dei Cantici, organizzati secondo la liturgia delle ore cristiana: questo rituale quasi del tutto dimenticato, ma bellissimo e selvatico, come un abbaglio di sole tra il fieno seccato, nei campi dove si svolgeva la vita dura dei nostri nonni e della civiltà contadina, che pregavano con il corpo e la poesia.
Vorrei fare altrettanto: scrivere queste parole in un foglio, tante volte; infilare ogni foglio in una busta e indirizzarla a voi, alla piccola comunità, alla trentina di persone che ogni giorno legge questi appunti. Ma conosco solo pochi di voi, alcuni non so dove abitano; della maggior parte non conosco nè il nome nè il volto.
E poi oggi mi trovo a Bruxelles per lavoro; tira un vento gelido che sembra avvicinarsi il Natale; e sono molto di fretta e sconcentrato da pensieri. Allora affido il pensiero che mi è stato donato a questa trasfigurazione elettronica di dati; anche se manca la carne, e lo sguardo, e l'impronta, e il soffio. Ma confido enormemente nella realtà dell'energia del desiderio, che ci porta ben al di là di dove siamo: noi, le nostre azioni, le nostre intenzioni; e le parole che inventiamo, o che soltanto veicoliamo.

martedì 17 novembre 2009

44 - per un dio per un uomo

"...
che bello che hai ricordato Giovanni nel tuo ultimo post! Me lo ricordo bene Giovanni, guardava sempre il tramonto attraverso le sbarre della finestrella della biblioteca del Dozza. Io ero in depressione quasi adolescenziale e mi ricordo che ogni volta che tornavo a casa dal carcere scrivevo su un quadernone a quadretti di quanto fossi sciocca: Giovanni, seppure attraverso le sbarre, guardava il tramonto e gli piaceva! E poi una volta gli ho portato il racconto "Il cavaliere del secchio" di Kafka. Io me lo ricordo così Giovanni: un cavaliere che vola in alto! e che bello ora saperlo libero chissà dove.

A presto
Anna"

Quello che conta, ora, non è tanto la storia di Giovanni, che ho raccontato ieri: quello che conta adesso é che tutti quelli che conoscono Anna, ma anche chi non la conosce e ne sente parlare solo ora, come chi non ne saprà mai niente ma forse percepirà la specifica vibrazione della sua esistenza, senza neanche saperlo, attraverso la speciale telepatia che esiste a volte tra gli umani; è importante, dico, che tutti noi ora ci concentriamo sulle potenze cosmiche, che ci appelliamo alle energie positive che pervadono invisibilmente il mondo, perché subito si radunino intorno alla persona di Anna, e si tengano pronte a soffiare la loro benedizione sul suo ventre, non appena questo si aprirà. Perchè tra dieci giorni Anna darà alla luce un bambino. E' un bel modo di dire, questo, "dare alla luce". Anche "mettere al mondo" mi piace, ma preferisco il primo. Perchè quell'atto è certamente un dare: dare la vita al bambino, dare il bambino alla luce, dare al mondo, a noi tutti, una nuova creatura: un dio puro e sconfinato che discende tra noi, si fa carne, si incarna per diventare uomo. E lo sguardo confuso e infinito di un dio divenerà pian piano, sotto i nostri occhi, lo sguardo preciso e fragile di un uomo. E' una festa per tutti; è la festa di lui che nasce; è la festa di tutti quelli che stanno per nascenre; è la festa di tutte coloro che stanno per partorire. E' la nostra festa, fratelli umani, compagni animali, viventi tutti. Per questo il mio pensiero va ad Anna, proprio mentre il pensiero di lei scivola sul mio e va a Giovanni. E Giovanni che scappa, giustamente, dal carcere, sarà l'immagine che dedichero' alla venuta della giovane creatura, di tutte le giovani creature: che nel venire alla luce ci insegnino ancora qualcosa della luce; che nel superare la soglia della non esistenza e nel liberarsi dalla simbiosi con il corpo materno, per scoprire di avere -e amare- una madre, ci insegnino qualcosa della spavalda, dorata e divina libertà, e qualcosa dello splendente, ammutolente e commovente amore: verso i quali tutti abbiamo preso un impegno molto importante, quando è stato il nostro turno.