venerdì 23 maggio 2014

Segreto

Nel tempo della nona sigaretta, guardando le lucciole che sfrecciano da una parte all'altra del giardino, sotto un cielo di stelle tornato limpido, perfeziono un pensiero: in questa epoca l'atto rivoluzionario è non condividere, mantenere il segreto il più a lungo possibile dentro si sé, coltivando la vita interiore, la quale è la più grave minaccia per l'ordine costituito, e per questo è proibita (cfr. Il mondo nuovo di Aldous Huxley). Il ciliegio è insidiato da insetti e parassiti. Il corbezzolo sempreverde, dopo avere fruttificato, ha completamente rinnovato le sue foglie; l'acquazzone di oggi l'ha aiutato a liberarsi delle vecchie, deboli e ingiallite; ora tutto è fresco e giovane.

martedì 20 maggio 2014

Il nemico

Da ieri sul muro di pietra della casa oltre il confine del nostro giardino è tutto un brulicare di insetti, api o vespe, non so. Stanno a circa dieci metri di altezza, quindi tre o quattro metri sopra le nostre teste, dato che il giardino è rialzato, e non è facile capire di che animali si tratti. Sembrerebbero api però, dalla stazza, dalle dimensioni, dal corpo apparentemente scuro e peloso. Dal fatto che non sono minimamente interessate al cibo nostro. Ieri sono comparse e hanno iniziato a progettare un alveare in un buco tra le pietre. Stamattina avevano già fatto un bel lavoro.

In tarda mattinata è arrivato un messaggio della babysitter, che terrorizzata si era barricata in casa: "non si può stare in giardino, bisogna fare qualcosa".

Ci siamo documentati, io e Ramona, per capire il da farsi. Né a me né a lei piace l'idea di chiamare i pompieri per bruciare il favo - se si tratta veramente di api. Con tutto quello che si legge sulla prossima, probabile estinzione delle api. Con tutto il bene che ci fanno. Stasera avevano quasi finito il lavoro, per quel che possiamo capire osservandole a distanza. Prima del tramonto si sono chetate, il ronzio si è placato e poi interrotto, la nuvola di insetti volanti intorno al buco è sparita. Tutte a dormire dentro l'alveare, suppongo.

Le vespe sono fastidiose, velenose, pericolose; sono attratte dal cibo. Ma le api? Se ne stanno per conto loro, hanno i loro giri, impollinano i fiori, non credo che vengano a dare fastidio a noi umani. Sono un pericolo per Maia? Non ne sono sicuro. Non credo. Non crediamo.

Abbiamo letto, tra i vari consigli sul web, che la cosa migliore è lasciare l'alveare dove si trova, salvo verificare che le api non risultino troppo invadenti. Penso che faremo così.

Chi ha il privilegio di potere esercitare una violenza indiscriminata dovrebbe chiedersi chi è il nemico da distruggere, cos'è, in che senso lo è; se, in che modo e perché fare uso della forza distruttrice. E se non ce ne fosse bisogno, al di là degli isterici allarmismi?  In questa casa si mangia sempre un sacco di miele.

La sigaretta di questa sera mi ha permesso di notare che le lucciole hanno una luce più intensa, oggi, e sono più spregiudicate, volano anche a molti metri daterà, fino all'altezza del tetto della casa davanti. Forse è per via della temperatura che si sta alzando.

Oggi la notizia della condanna a quattro mesi di carcere per il ragazzo che ha detto "pecorella" a un carabiniere in tenuta antisommossa durante una manifestazione no-tav mi ha scosso, mi ha indotto a scrivere il post qui sotto.

Pecorella

Questo è un Paese dove la parola "pecorella" – detta a un carabiniere nel contesto di una manifestazione su un tema controverso, caratterizzata da un aspro scontro ideologico, politico e fisico – può essere considerata un insulto punibile con una condanna a 4 mesi di carcere.

Questo è un Paese dove persone incolpevoli e inermi possono morire in stato di arresto – per strada o in questura o in ospedale o in cella – e i cui cadaveri vengono trovati con il sedere spaccato, i testicoli schiacciati, il torace sfondato, ferite e lividi ovunque.


Questo è un Paese dove il capo della polizia al tempo del G8 di Genova, Gianni De Gennaro, si è salvato per un soffio, e con molte ambiguità, dalle condanne che hanno decimato i vertici della polizia, e poi è stato promosso da tutti i successivi governi, diventando capo del Dipartimento per le informazioni sulla sicurezza con Berlusconi, poi Commissario speciale per l'emergenza rifiuti in Campania con Prodi, poi Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Monti, per finire alla presidenza del più importante gruppo industriale di Stato, Finmeccanica, con Letta.

Questo è un Paese dove i poliziotti che hanno ammazzato un ragazzo, Federico Aldrovandi - condannati in via definitiva a 3 anni e 6 mesi di carcere - portano ancora la divisa e fanno ancora lo stesso mestiere.

Questo è un Paese dove decine o centinaia di poliziotti dedicano una lunga standing ovation ai poliziotti-assassini di cui sopra.

Questo è un Paese dove un sindacato di poliziotti organizza una manifestazione sotto le finestre dell'ufficio dove lavora la madre del ragazzo assassinato di cui sopra, per esprimere solidarietà ai poliziotti-assassini di cui sopra.

Questo è un Paese dove il capo di un sindacato di poliziotti afferma che se in Italia venisse introdotto il reato di tortura - come richiesto dall'Onu e dall'Unione Europea per allinearsi agli altri Paesi civili - i poliziotti italiani incrocerebbero le braccia e smetterebbero di lavorare per protesta.

Questo è un Paese dove il migliore tra i recenti capi della polizia, l'unico che ha avuto il coraggio di chiedere scusa per i crimini commessi dai poliziotti e cercare una pacificazione con il popolo italiano, aveva il nome più grottesco per il ruolo che ricopriva: Manganelli. E il fatto che prima di morire abbia scritto un romanzo - bello o brutto che sia - rivela che anche un capo della polizia può avere una vita interiore, e quindi una morale, per fortuna.

Questo è un Paese dove il gesto simbolico di una ragazza che stampa un bacio sulla visiera del casco di un poliziotto durante una turbolenta manifestazione può essere oggetto di denuncia per "violenza sessuale" da parte del segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Franco Maccari.

***

In questo Paese io so da che parte stare. Lo so bene dal 2001 - anche se là fisicamente non c'ero - e nei 13 anni che sono seguiti non c'è stata alcuna circostanza che mi inducesse a cambiare parte o idea.

In questo Paese è necessario stare da una parte, perché due parti ci sono, anche se così non dovrebbe essere: a creare la frattura eversiva sono state e sono le forze dell'ordine ("alcuni membri delle forze dell'ordine", bisognerebbe dire, certo, ma in assenza di una chiara, netta e definitiva presa di posizione da parte dei vertici della polizia, non possiamo che dire: "le forze dell'ordine") che hanno dichiarato guerra alla gente, alla 'loro' gente, agli italiani, e continuano a portare avanti con metodo questa guerra, mese dopo mese, anno dopo anno, abuso dopo abuso, violenza dopo violenza, omicidio dopo omicidio. Due all'anno, di media, i morti ammazzati, se non sbaglio. L'ho già scritto.

In questo Paese io esprimo solidarietà a Marco Bruno, condannato a 4 mesi di carcere, non per avere tirato sassi, petardi, bombe, non per avere divelto un reticolato, sfondato vetrine, fatto minacce, bloccato il traffico, dato schiaffi: per avere detto "pecorella" a un carabiniere.

In questo Paese io mi unisco al gesto di Marco Bruno e dico – anzi, ancora peggio: scrivo – "pecorella" all'indirizzo di Stefano Fadda, il carabiniere insultato che non ha voluto/saputo/potuto evitare questo processo a danni del buon senso collettivo prima ancora che di Marco Bruno.

Dico e scrivo "pecorella" a quei poliziotti che hanno ammazzato e sono rimasti al loro posto.
Dico e scrivo "pecorella" ai loro superiori che non li hanno sbattuti fuori dall'Arma.
Dico e scrivo "pecorella" ai moltissimi chi li hanno applauditi.
Dico e scrivo "pecorella" a tutti i poliziotti e i carabinieri che non prendono apertamente posizione contro la degenerazione fascista, violenta, autoritaria, antidemocratica e criminale che riguarda alcuni settori delle forze dell'ordine.
Dico e scrivo "pecorella" a chi è rimasto impunito solo perché non sono stati fatti i nomi e perché ci si rifiuta di mettere la targhetta identificativa sulla divisa.
Dico e scrivo "pecorella" a chi, pur sapendoli bene, non ha voluto fare i nomi e ha fermando il corso della giustizia.
Dico e scrivo "pecorella" a chi non vuole che sia inserito il reato di tortura nel codice penale italiano.
Dico e scrivo "pecorella" a chi nel 2001 a Genova ha creato prove false per criminalizzare chi in realtà era la vittima.
Dico e scrivo "pecorella" a chi ha depistato le indagini per salvare se stesso e i propri colleghi o superiori o sottoposti.
Dico e scrivo "pecorella" a chi si rifiuta di rispondere alle domande dei cittadini allibiti e spaventati.
Dico e scrivo "pecorella" al giudice Gian Luca Robaldo, che ha firmato una sentenza esemplare, finalizzata a intimidire il dissenso anche nelle sue espressioni più innocue e pacifiche.

***

A non tutti i poliziotti e i carabinieri voglio dire e scrivere "pecorella".
Non a chi fa onestamente, coraggiosamente, a volte eroicamente, il proprio lavoro.
Non a chi si è confrontato con le critiche, aprendosi al dialogo, dando risposte.
Non a chi ha partecipato alle proiezioni del film Non lavate questo sangue, per esempio, per discutere, da poliziotti-cittadini, con altri cittadini, di quello che era successo a Genova, di come era potuto accadere.

Non voglio dire "pecorella" a chi pecorella non è, e fa il poliziotto o il carabiniere senza andare dietro al gregge, ragionando con la sua testa, valutando cosa è bene e cosa è male, sapendo che gli ordini – soprattutto se riguardano l'uso legale della violenza – devono essere valutati con il metro del proprio giudizio morale e che al limite possono anche essere messi in discussione.

A tutti gli altri dico "pecorella". Ma dovrei dire "pecorella con le fauci di lupo" (e chissà se anche "lupo", detto a un carabiniere, sarebbe giudicato un insulto punibile con 4 mesi di carcere dal giudice Robaldo... così, sommati, diventerebbero 8). Perché queste persone sono pecore nel rispettare gli ordini dei superiori, nell'andare dietro a ciò che fanno i colleghi - tra i quali si possono facilmente nascondere , nel non assumere le responsabilità del proprio agire, e sono lupi con i più deboli, con chi non è dotato di una divisa e di una pistola d'ordinanza, con chi è un povero disgraziato e presumibilmente non potrà pagarsi un buon avvocato, con chi è colpevole esclusivamente di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Lupi mannari, per l'esattezza, perché i lupi non sbranano i propri simili.

A queste "pecorelle-lupo mannaro" avrei voglia di dire ben altro, per la verità; ma, visto il precedente di Marco Bruno, un "vigliacco" potrebbe costarmi 4 o 5 anni di carcere e un "infame bastardo" forse l'ergastolo. E con una vita da vivere, una compagna e una figlia da accudire e da amare, un lavoro da svolgere, molti progetti da portare avanti, un orto da curare, è meglio essere prudenti. Meglio fare come Marco Bruno, quindi, e limitarsi a un "pecorella" - "pecorella-lupo mannaro", tutt'al più - rischiando al massimo qualche mese di carcere.

domenica 18 maggio 2014

Satellite

Una notte quasi limpida, molte stelle nel cielo, un'ampia porzione di cielo, da est a ovest, una lucciola pulsa nel prato, accanto alla mucca di gomma di Maia, stamattina i boccioli della rosa erano tutti chiusi, stasera uno si è aperto, si vede il giallo gonfio dei petali, domattina sarà spalancata. Un pianeta rosso, molto luminoso, sopra la testa, probabilmente Giove, o Marte, non sono sicuro, un pezzo del grande carro proprio allo zenit, e un'altra costellazione, familiare, che un tempo avrei saputo riconoscere, ma oggi non più. Un aereo da ovest a est, subito dopo un satellite artificiale da est a ovest. Molti anni fa, quando ho scoperto che si potevano distinguere a occhio nudo i satelliti artificiali, e ho imparato a riconoscerli, mi emozionavo a seguire la loro traiettoria luminosa nel nero, finché all'improvviso non sparivano, entrando nella grande invisibile ombra gettata dalla terra nel cosmo. Questo satellite invece sparisce dietro i tetti senza essere scomparso, proprio perché va a ovest verso il sole tramontato da poco. Forse un satellite spia, o più probabilmente di qualche di qualche telefonia, il che è lo stesso. Ma non importa. Forse, una volta scomparso alla mia vista, dietro l'orizzonte, si schianterà con un altro satellite, di un'altra nazione, e i rottami cadranno nell'oceano atlantico o tra le dune di un deserto senza nome. Questo è ciò che accade durante il tempo della quarta sigaretta, da quando, quattro giorni fa, ho ricominciato a fumare.