lunedì 11 febbraio 2013

poi fa (vecchia poesia rispolverata)

nell'uovo sodo c'è un occhio
il guscio è pezzi di navi sul litorale
nel fondo dell'occhio si vede l'atlantide
sprofondato sotto i fondali
l'alieno l'abbiamo agguantato
l'alieno è conficcato col suo meteorite
in fondo al laghetto di gardaland
l'alieno lo teniamo per le palle
lo mandiamo in tv al grande fratello
anche contro la sua volontà
lo mandiamo nell'isola che non c'è
poi fa

venerdì 8 febbraio 2013

Camicia bianca

Uscito dal mare impetuoso, grondante e realizzato, capisco che i due sbruffoncelli con la camicia bianca e le maniche arrotolate si meritano senz'altro una bella lezione. Mi faccio avanti spavaldo verso di loro, che restano stupiti e impreparati davanti alla mia baldanza. Mi toglierò diversi sassolini dalla scarpa, picchiando a dovere questi giovanotti muscolosi, coi loro ciuffi biondi troppo ondulati per essere innocenti. Hanno certamente umiliato la mia famiglia, la mia compagna, i miei amici e me stesso, con qualche mezza parola o anche solo con odiosi pensieri, questi due poco di buono rileccati. Conto di colpirli prima che si scuotano dalla sorpresa; faccio per tirarmi su le maniche, premessa indispensabile alla colluttazione che prevedo breve e indolore; ma i bottoni dei polsini sono inaspettatamente ben allacciati e le maniche non ne vogliono sapere di salire. Mi stringono i polsi, questi polsini, mi paralizzano le mani, le tengono ben ferme al loro posto e io ho già perso l'istante perfetto per l'assalto; camuffo il disappunto, prendo tempo con appositi sguardi minatori, cerco di spacciare la mia titubanza per volontaria procrastinazione dell'azione: invano. Sento che il tempo mi rema contro, intacca la strategia e vanifica ogni possibilità di successo. Ogni istante che passa mi spinge più in là nel ruolo della vittima. Già i due energumeni si lanciano occhiate ghignanti; io sempre alle prese coi bottoni dei polsini di questa maledetta camicia bianca, che non si vogliono proprio slacciare. Accidenti al vestito buono, al pulito fatale dalle buone maniere; stavolta mi toccherà beccarle, e non posso scappare.

mercoledì 6 febbraio 2013

Di fronte alle scarpe spaiate

Di fronte alle scarpe spaiate, nessuno di noi ha fiatato. Per questo i cosacchi sono montati sui loro cavalli e li hanno spronati; al galoppo sono scesi dai monti innevati, come valanga ora stanno arrivando, a schiere compatte di mille e diecimila. Veloci come il vento, i cavalli percuotono il terreno e lo fanno tremare con possente boato. Tra non molto li vedremo sbucare in cima alla collina, la prima fila emergerà dall'orizzonte seguita da innumerevoli altre. Piomberanno su noi, che staremo attoniti ad aspettarli, senza scappare; non avranno esitazione o titubanza, invaderanno le strade senza frenare il galoppo, come frecce scoccate s'infileranno nei vicoli più stretti; sfonderanno di slancio le porte, entreranno nelle case, ci staneranno uno a uno. Porteranno fuori tutti quanti e uccideranno, e sevizieranno. Lo faranno senza strepito e senza arroganza; con metodo, piuttosto, e compostezza, perfino con stile. Oppure ci riuniranno nella piazza e senza parlare sceglieranno un ragazzo; gli legheranno le mani dietro la schiena, gli taglieranno i capelli e lo isseranno su un cavallo giallo. I cosacchi lo rapiranno. Veloci come il fulmine, nello stesso istante, tutti si volgeranno all'orizzonte e spariranno nella stessa direzione da cui sono giunti, lasciandosi dietro solo un gran polverone. Non sapremo più niente di quel ragazzo; nonostante i tentativi di contatto con i cosacchi e le spedizioni dei ricercatori alle pendici dei monti. Probabilmente ne avranno fatto il loro re; oppure lo avranno venduto agli alieni, di passaggio con un'astronave di mercurio su quelle latitudini segrete, in cambio di due o tre prese di tabacco. Poi tornò a piedi nel paese, una mattina, il ragazzo, senza scarpe; erano passati parecchi anni, ma non sembrava invecchiato; a parte la gran cesta di capelli, che tutti ricordavano biondi e invece erano neri, attorniati da una nuvola di minuscole moschine. Pareva accompagnato da un'ombra che non somigliava affatto alla sua figura; invece era del tutto solo, e non disse una parola finché non spuntò all'orizzonte un'altra Luna.