blog di Carlo Cuppini

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giovedì 13 gennaio 2022

“Il nodo”, romanzo di Pieralberto Valli: un viaggio verso il mondo

Ho avuto il piacere di scrivere la postfazione dell’ultimo libro di Pieralberto Valli, che propongo qui come recensione e consiglio di lettura. 


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Un viaggio verso il mondo

Di Carlo Cuppini


La scrittura di Pieralberto Valli attira per lo scintillio delle parole; cattura con la raffinata tessitura della sua tela; poi sprofonda in luoghi oscuri e impervi, dove ci si trova a contatto con inquietanti elementi umidi, palpitanti e ingombranti. Sono i temi sommersi del nostro tempo: animali mostruosi che, inosservati, dormono nel fondo di una caverna e sognano di svilupparsi nella dimensione del tempo; un domino di mutazioni sempre più indipendenti dalla realtà, capace di dipanarsi contemporaneamente verso il futuro e verso il passato, rendendo entrambi immaginari.

I romanzi e i racconti di Valli sono la porta di accesso a questo luogo di visioni e rispecchiamenti.

I futuri di cui ci parlano le sue storie sono frutto di un’immaginazione che cresce sui bordi della realtà come una muffa pigmentata, oppure sono il ritratto di una realtà che ha già sopravanzato qualunque possibilità di immaginazione? Una realtà, in questo caso, vista senza il filtro normalizzante delle sovrastrutture ideologiche che avvolgono la nostra vita quotidiana come una rete agganciata agli oggetti comuni.

Di “oggetti” comuni è pieno l’appartamento di Hermann e Johann: il divano, i muri, la porta del bagno, i neon, il lavandino, i gradini di legno, la maniglia della finestra, due brioche, uno sbuffo di fumo. Sono le cose che compongono “l’universo abituale”, dove “i confini dei muri e delle stanze erano i medesimi di sempre.”

Pur concentrandosi sui minimi dettagli materiali e sensoriali, Pieralberto Valli non ha un fare scientifico o analitico, ma poetico e filosofico: non indugia sulle caratteristiche degli oggetti perché è interessato alle relazioni tra le cose, in un mondo fatto di cose; ma perché intuisce che gli oggetti sono l’estremità visibile di qualcosa che è in grado di rivelare i valori simbolici prima di affondare nella dimensione dell’ulteriore.

Così la porta socchiusa del bagno diventa una “frattura verticale”; e “i nostri corpi” diventano “la sindone di un passato scomparso”; le ombre “si congiungevano ritmicamente, a intervalli regolari, creando figure astratte” che “rimandavano ad altri mondi, ad altri tempi.”

Il racconto di Valli è minuzioso, concentrato sugli oggetti come sui corpi. Le mani e i tratti dei volti vengono osservati insistentemente. L’attenzione sulle reazioni corporee è sempre accesa: i gesti, gli arrossamenti, i tremiti, la propriocezione espressa per similitudini; come nelle pennellate emozionali della pittura manierista – quella tenue e sensuale di Barocci, quella sanguigna e parossistica di Rosso Fiorentino – il corpo è parte di un dialogo, reagisce agli stimoli e cambia stato.

Poi c’è la musica. Pieralberto Valli, oltre che insegnante è musicista. I suoi brani attingono alla tradizione della musica indipendente e underground italiana: hanno un andamento ipnotico, un mood filosoficamente ribelle e quietamente malinconico, una cura del dettaglio sonoro e lessicale nel deflagrare lento di cataste di visioni. Musica e letteratura si rispecchiano perfettamente l’una nell’altra, in Valli; e come la sua musica è piena di letteratura, così la sua scrittura è piena di musica, ed è essa stessa musica.

 

“L’acqua, intanto, aveva iniziato a sgorgare accompagnata dal motivetto di una pubblicità che stava canticchiando pur senza ricordarne il testo. Le canzoni prive di parole ci riportano spesso all’infanzia, a una fase della vita che preesiste il linguaggio e in cui il semplice suono definisce i contorni della comunicazione, che non per questo risulta meno efficace. La mia mancata risposta non aveva modificato la realtà circostante e l’universo non si era arrestato in attesa che formulassi una risposta alla sua offerta. Lo schianto dell’acqua, le note della reclame, il sordo silenzio delle strade mi avvolgevano tanto quanto il divano su cui avevo disteso le ossa.”

 

Nel mondo di Valli, se una mancata risposta non ha modificato la realtà circostante e non ha fatto arrestare l’universo, è bene specificarlo: perché non è affatto scontato.

La dimensione auditiva, quella visiva, quella propriocettiva e quella autoriflessiva hanno la stessa importanza: l’accordo tra questi elementi ha il potere di rilevare gli attimi in cui i fatti della quotidianità si avvicinano “pericolosamente” all’orbita filosofica dell’esistenza. Sono i momenti in cui, pur presi nella rete, possiamo gettare uno sguardo al di fuori di essa, e sentire il richiamo di una libertà a cui non possiamo dare nessun significato concreto che non sia la scelta di mettersi in viaggio, facendoci carico di un rischio: il rischio della ricerca, che può anche significare fallimento e perdizione. Oppure risveglio, riappropriazione.

 

Viaggio, ricerca, rischio. Questi temi accomunano Il nodo al libro precedente, la Trilogia della distanza.

Il protagonista del Nodo, come quello del racconto più esteso della Trilogia, compiono un lungo viaggio: in entrambi i casi, si tratta di un viaggio che porta poco lontano da casa; ma il movimento rappresenta una quest che conduce lontano dal punto dell’esistenza in cui si trovavano; disancorando il destino da un percorso che sembrava segnato.

Non si può parlare del Nodo senza fare un cenno alla Trilogia, dal momento che entrambi sembrerebbero far parte di un progetto nato, forse involontariamente, per accompagnare il nostro ingresso nell’epoca pandemica, curandoci e scorticandoci allo stesso tempo, come sempre fa la buona letteratura.

Se la Trilogia è dunque la scoperta della distanza – delle nuove distanze che sono state istituite, o forse delle vecchie distanze che si sono improvvisamente rivelate – ed è una navigazione raggelata e disperata attraverso di essa, Il nodo è la riconquista della prossimità: valore perduto in un oblio anestetizzato, che vale qualunque gesto illecito. Perfino mettersi in viaggio per salvare un bambino senza diritto di cittadinanza, una giovane “non persona”, emblema di un corso delle cose che, mentre scrivo queste righe, si sta approssimando qui, nel “mondo reale”.

 

“Questo, si può chiamare mondo?”

 

Tanto nella Trilogia della distanza quanto nel Nodo c’è la percezione di un mondo nuovo già iniziato, un “Neustarten” che neanche tanto velatamente richiama quel concetto di "Great Reset” con cui certa élite finanziaria assegna apertamente una prospettiva distopica al tempo di crisi che viviamo. Ma c’è anche il senso di un “mondo ritrovato”: come in Brave new world di Aldous Huxley, in 1984 di George Orwell, in The man in the high castle di Philip K. Dick, e come in molti altri esempi di letteratura fantascientifica, fino alla recente quadrilogia di Giovanni Agnoloni Internet. Cronache della fine, a un mondo nuovo aberrante – ancorché inclusivo e pacificato all’apparenza – si contrappone la sensazione che da qualche parte, in qualche modo, debba esistere ancora il mondo. Ovviamente non si tratta di paura di ciò che è avveniristico o sconosciuto; non è desiderio di regressione e conservazione; non è la ricerca di un rifugio nel “piccolo mondo antico”: è la volontà di mondo, la rivendicazione del mondo; giacché l’altro, quello “nuovo”, non è mondo, ma è la sua sostituzione; non è “nuovo”, ma è altro; non è “pace” ma è deportazione: nel regno dell’irreale, dei significati separati dai significanti, e quindi indefinitamente intercambiabili.

 

“Stavo fuggendo dal reale o verso il reale?”

 

Le ombre delle nostre paure, nuove e ancestrali, delle nostre domande, eterne e rinnovate, sulla libertà, sul rapporto con il potere, sul posizionamento dell’individualità rispetto all’unanimismo, sui destini collettivi, vengono proiettate in queste narrazioni necessarie e sconcertanti. È tale la loro nitidezza che le possiamo finalmente vedere, staccate da noi; possiamo studiarne le movenze; in alcuni istanti crediamo perfino di poterle seguirle fino al punto di congiunzione con la nostra persona, dove la materia del corpo confina con quella del buio.

Ma arrivati a quel punto, un suono o una musica ci distolgono.

 

“Credo si chiami vita, Hermann.”



https://www.gagarin-magazine.it/prodotto/pieralberto-valli-il-nodo/




domenica 9 gennaio 2022

Senza Vitaliano Trevisan

Il suicidio di Vitaliano Trevisan mi ha turbato profondamente.

Sento forte la sua assenza. Cerco di capire il motivo. 

Non l’ho mai incontrato. Ci siamo sfiorati ripetutamente in alcune recenti occasioni. Nel 2020 Ramona avrebbe dovuto collaborare con lui per un suo lavoro teatrale su Dante. Poi la cosa è saltata causa covid. In seguito ho scoperto le sue posizioni critiche contro la gestione del covid, il suo rigetto assoluto del lasciapassare, e ogni tanto occhieggiavo nella sua bacheca fb per rinfrancarmi con le sue caustiche asserzioni. 

In agosto gli scrissi una email per proporgli di apparire tra i primi firmatari della petizione contro il green pass promosso da Olga Milanese e dal sottoscritto. Mi rispose di aggiungere senz’altro il suo nome, e così è stato fatto; e di tenerlo informato su ulteriori iniziative, come l’idea di convegno / costituente del dissenso che all’epoca, insieme ad altri, vagheggiavo: avrebbe partecipato. 

L’ho risentito vicino scoprendolo come me coautore del libro “Noi siamo l’opposizione che non si sente” a cura di Giulio Milani, il volume che per primo ha raccolto i contributi di scrittori e poeti contrari alla gestione della pandemia. Tra Ginevra Bompiani, Lello Voce, Franco Berardi Bifo, Emanuela Nava, Gabriele Frasca, Marco Guzzi, Aldo Nove, Antonio Rezza, Flavia Mastrella, Enrico Macioci, Giovanni Agnoloni e altri importanti protagonisti della cultura italiana, spiccava anche il suo nome. Avevo aspettative, in larga parte fondate, sul volume in generale; e fremevo dalla curiosità di leggere il contributo di quello che forse è - era - il meno addomesticato scrittore italiano. È stato impossibile: a ridosso della pubblicazione, con una telefonata al curatore/editore Giulio Milani, Trevisan ha ritirato il suo contributo. “Per non nuocervi e per non nuocermi”. 

Di lì a poco c’è stato il famoso episodio del suo internamento in psichiatria, per un prolungato Accertamento Sanitario Obbligatorio, che Trevisan ha raccontato su Repubblica come un’esperienza devastante. 

Non è più tornato nei miei pensieri fino a ieri. Adesso li occupa ininterrottamente con prepotente assenza. 

Questa mattina prima di andare al lavoro ho fatto il giro delle librerie per prendere tutti i suoi libri. Non ne ho trovato nemmeno uno. Alla fine, da Todo Modo, un libro di racconti: “Grotteschi e Arabeschi”. Volevo alcuni testi teatrali, come quello sull’ultimo giorno di vita di Beckett, e i romanzi “Quindicimila passi” e “Works”. Storcendo il naso mi sono detto: “Va bene, li prendo su Amazon”. 

Attualmente non disponibile. 

Attualmente non disponibile. 

Attualmente non disponibile. 


Mi sono detto che da oggi siamo senza Vitaliano Trevisan; ma probabilmente il mondo stava già da tempo senza Vitaliano Trevisan. E senza quelli come lui. 


Il 19 novembre annotava su fb: “scaffale degli autori veneti e vicentini della libreria della stazione (mondadori) - ovviamente Trevisan non c’è - non ci sono nemmeno Piovene e Parise, a dire la verità; ma c’è Pennacchi e il suo pojana ahahah. ps: non c’è un libro di T in tutta la fottuta libreria”

Alla damnatio memoriae in vita seguirà l’ipocrita beatificazione in morte?


In estate, sempre su fb, aveva scritto che non sarebbe mai entrato in un teatro per cui fosse richiesto il green pass a lui o al pubblico. Tra i commenti avevo letto qualcuno che lo ammoniva, pensando forse di pungerlo acidamente nel vivo come per solito si fa sui social: “Continuando su questa linea perderai tutto il tuo pubblico”. O qualcosa del genere, non ricordo le parole precise.

La risposta di Trevisan la ricordo perfettamente: “Mai avuto un pubblico”. Ricordo di avere sorriso per una buona mezz'ora.


Non vorrei mai strumentalizzare la sua morte per portare acqua al mulino delle mie riflessioni e convinzioni; ma non posso fare a meno di pormi una domanda: se e quanto il clima di terrore, odio, persecuzione e segregazione in cui siamo immersi da mesi abbia inciso nel crollo di un’anima sofferente. Se di crollo si è trattato; e non piuttosto di una lucida e spietata decisione, come quella di Mishima, che disse un momento prima di fare seppuku: “Ora testimonieremo l'esistenza di un valore superiore all'attaccamento alla vita.”


Anche Trevisan ha parlato di testimonianza in un post recente, che avevo letto e che ha ricordato anche Giulio Milani: “La libertà non si definisce, si testimonia.”


Chissà. Le mie sono illazioni, che sulla morte non si dovrebbero fare.

Ma non le faccio per avere un’occasione in più per lanciare un’invettiva contro uno Stato e una società che ci hanno trascinato nel baratro e portato alla disperazione milioni di persone, adolescenti compresi.

Le faccio perché da ieri non mi abbandona la domanda: che potere avrà tutta questa sofferenza, questa angoscia, sulla nostre vite, sulle nostre menti? Se mai ne usciremo, come ne usciremo? Parlo di noi che abbiamo osato dissentire. Che abbiamo osato metterci dalla parte del dodicenne che non può salire sull'autobus.

Ho finito; e non so se questo è un modo in cui Trevisan avrebbe voluto essere ricordato. 

In fondo, lui che non ha mai avuto un pubblico, se ne sarebbe altamente fregato.

Quello che credo sia il modo giusto per noi di ricordare Trevisan, è fare in modo che la sua morte non sia – per noi – senza profonde conseguenze.

martedì 4 gennaio 2022

Il migliore raccolto del 2021, due obiettivi per il 2022

Quest'anno – oltre a un libro di racconti con Giovanni Agnoloni e Sandra Salvato che uscirà in aprile – voglio mandare in porto due libri per bambini, che affrontano in modi diversi il tema della libertà: uno poetico che parla di libertà interiore; uno dissacrante e ironico che parla di libertà dalle prevaricazioni (e di tutt’altro). Ci tengo moltissimo.

Prima di dedicarmi a questi progetti, getto uno sguardo indietro, per vedere che ne è stato di quel Mistero delle meraviglie scomparse che, prima di incontrare il favore di Marcos y Marcos e le cure imprescindibili di Claudia Tarolo, e venire quindi pubblicato nel maggio 2021, ha collezionato tanti prestigiosi rifiuti.
Scorro le recensioni apparse sui media in questi mesi, i commenti pubblici di scrittrici e scrittori, i riscontri di blogger e lettori sconosciuti.
Penso che tutto sommato insistere tanto, e tanto a lungo, senza perdermi d'animo, per riuscire a pubblicare questo racconto è stata una buona idea, oltre che una necessità insopprimibile.
Raccolgo qualche estratto e traghetto l'energia che ne ricavo verso le sfide di questo 2022.
Ringraziando tutti coloro che hanno letto il mio libro e hanno voluto spendere qualche parola per raccontarlo.
Che il 2022 sia un anno buono per tutti. E anche un anno di buone letture: non risolvono tutti i problemi, ma aiutano. Non poco.

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“Carlo Cuppini ha trovato il modo perfetto per raggiungere tutti, grandi e piccini, farli parte di una riflessione che nella forma ha la leggerezza della fiaba.” (Sandra Salvato, Cultura Commestibile)
“Il mistero delle meraviglie scomparse realizza una storia che possiede la principale qualità dei migliori libri: una densità filosofica che fa tutt’uno con la semplicità e la scorrevolezza delle forme.” (Giovanni Agnoloni, La poesia e lo spirito)
“Ci vuole coraggio: questo è uno degli insegnamenti più preziosi che Filippo e Francesca, protagonisti di Il mistero delle meraviglie scomparse di Carlo Cuppini, si porteranno nel cuore.” (Giovanna Canzi, Repubblica Milano)
“Si legge tutto d’un fiato.” (Laura Antonini, Corriere Fiorentino)
“Cuppini riesce nell’intento di divertire con intelligenza, con coraggio, lasciando trapelare valori di umanità, di integrazione, di inclusione che sono tanto preziosi oggi.” (Serena Bedini, Leggere: tutti)
"Il testo scorre tra sorprese e piccole tensioni intervallate da interessanti spunti di riflessione. La forma tradizionale di fiaba lo rende molto accessibile e si presta per l’uso in contesti educativi e scolastici.” (Martina Vincenzoni, Lungarno Firenze)
“Una storia necessaria sull’importanza dell’arte e della bellezza nella nostra vita.” (Francesca Capelli, Il Messaggero dei Ragazzi)
“Sono tante anche quest'anno le proposte da scartare sotto l'albero che gli editori hanno in serbo per i lettori più piccoli. (…) Con Marcos y Marcos esce infine "Il mistero delle meraviglie scomparse" di Carlo Cuppini: il racconto del fiume Arno che, un bel mattino, fa scomparire tutte le bellezze di Firenze.” (ANSA Libri)
“Carlo ha scritto una riuscitissima avventura fluviale e, come tutto ciò che è liquido, sono sicura che entrerà agilmente nelle case di molti lettori e molte lettrici." (Lilith Moscon)
“Una bellissima fiaba in cui l’Arno è un bambino dispettoso che si diverte a rubare i monumenti di Firenze (…) una storia che fa bene agli adulti e ai bambini.” (Simone Frasca)
“Una storia tenera e densa di significati, un’avventura come quelle bellissime di Huck Finn e Tom Sawyer sul fiume Mississippi, quella raccontata da Carlo Cuppini nel suo libro per bambini. (…) Un bellissimo esordio nella narrativa per bambini.” (Paola Zannoner)
“Un libro bellissimo che parla di meraviglie scomparse ma anche della meraviglia dei piccoli protagonisti. È un libro profetico, come profetici sono spesso i bambini.” (Emanuela Nava)
“Il racconto delizioso e divertente, dalle pensate piacevolmente incredibili, è arricchito con descrizioni originali. Sorretto dalla trama chiara di un mistero coinvolgente, scorre come un ruscello di montagna.” (Milena Scaramucci)
“Ve lo consiglio, una storia di bambini, di avventure, di tutta la bellezza di Firenze.” (Francesca Sivieri)
“È un bellissimo racconto, consigliato dagli otto anni, che offre spunti di riflessione profonda ed ha molto da insegnare anche agli adulti. Un testo tenero, sensibile, commovente e fantasmagorico. E con scene molto divertenti che mi hanno fatto ridere di gusto.” (Cristina Fusi)
“Un bellissimo libro, lieve e profondo al tempo stesso, ricco di significati che risuonano nel lettore e si rivelano gradualmente.” (Pier Paolo Gobbi)
“Una bella fiaba contemporanea di Carlo Cuppini, letta tutta d’un fiato.” (Clara Minin)
“Poiché Carlo Cuppini è uno che nei post scrive bene (e pensa bene) vi condivido a scatola chiusa questo suo libro di narrativa per bambini.” (Licia Coppo)
“Sapevo che mi avrebbe fatto bene leggere questa straordinaria storia che vede due fratelli impegnati in una avventura incredibile per salvare le meraviglie di Firenze e non solo.” (Prashant Cattaneo)
"Tanti sono gli insegnamenti e gli spunti di riflessione che questo incantevole racconto può dare, a noi adulti come ai bambini. E ciascuno troverà allora l’insegnamento che più gli si addice.” (Paola Tonini)
“La storia si presenta come un giallo, ma possiede anche elementi magici e fantastici che rendono ancora più straordinario l'evento che viene raccontato.” (The book lawyer)
"Una lettura divertente, piacevole, piena di suspence che riuscirà ad appassionare senza sforzo alcuno, i lettori più pigri.” (On printed paper)
“Libro meraviglioso per ragazzi ma anche per adulti.” (Recensione Amazon)
“Una lettura per tutta la famiglia, in cui finalmente sono i bambini che hanno da insegnare ai grandi come risolvere una grave questione: di certo non stando incollati al televisore!” (Recensione Amazon)

mercoledì 15 dicembre 2021

We are all humans (lo stato delle cose, e un libro di Emanuela Nava)

23 luglio… 6 agosto… 16 ottobre… 15 dicembre. Per ora siamo qui.

Il mio pensiero e la mia vicinanza stasera vanno agli amici, e ai figli degli amici, che oggi vengono privati di qualcosa, qualcosa di più - del lavoro, dei mezzi di sostentamento in alcuni casi - pur essendo documentatamente sani. Piccoli, enormi drammi privati che non si vedono in prima serata, non si leggono sul giornale. La loro potrebbe essere una scelta discutibile; potrebbe risultare perfino sbagliata, rischiosa e irresponsabile, per loro stessi e per gli altri. Non voglio entrare nel merito: è irrilevante. Voglio dire che ho in mente molti comportamenti privati che possono essere intesi come rischiosi, sbagliati e irresponsabili, e che, visti nella loro dimensione collettiva, determinano un enorme rischio e un immenso costo sociale.
Ho smesso di mangiare carne dieci anni fa per non fare parte di una filiera responsabile per il 15-20% (secondo alcuni, tutto considerato, fino al 50%) della produzione di particolato, il quale causa la morte precoce di 60-70.000 persone all’anno in Italia. E per non infliggere sofferenze inconcepibili a milioni di altri animali, spesso mammiferi. E per non ratificare un’idea di mondo che strutturalmente deve affamare centinaia di milioni di persone, e bambini, per riservare le risorse naturali al soddisfacimento degli appetiti incontenibili di pochi.
Sono sempre stato convinto della mia scelta e l’ho portata addosso come un manifesto politico di sobrietà, equità e autodisciplina . Ma non ho mai biasimato chi faceva una scelta diversa dalla mia. Mai ho pensato che chi, facendo scelte legittime, si rendeva corresponsabile di guasti immani, dovesse avere meno diritti di me. Più facile piuttosto che sia stato deriso dalle stesse persone che oggi vomitano veleno sugli irresponsabili non vaccinati (e ieri lo vomitavano sui runner) invocando la loro esclusione dalla vita sociale: quelli della responsabilità a comando, del moralismo a corrente alterna.
Oggi non spendo altre parole. Mi limito a mostrare questo libro scritto da Emanuela Nava, illustrato da Simona Mulazzani. Lo faccio per i contenuti che esprime; e per la stima, la riconoscenza e l’affetto verso chi lo ha scritto. 
Siamo tutti umani. Molto difficile è restarlo, quando il vento è contrario.

domenica 12 dicembre 2021

"L'abete nel cerchio" di Enrico Macioci, poesie in fondo alla classe

Enrico Macioci è un narratore di razza, autore di romanzi stilisticamente vividi e coinvolgenti e tematicamente profondi. L’ultimo, Tommaso e l’algebra del destino (Sem, 2020), sembra una prefigurazione metaforica del tragico abbandono dell’infanzia a cui abbiamo assistito nei due anni di pandemia. Enrico è anche un acuto e coraggioso osservatore della realtà e del sistema della comunicazione (impossibile ormai scindere i due termini), capace di legare a un vasto universo di riferimenti culturali i fatti che riguardano tutti, restituendo profondità abissale al nostro presente schiacciato e assolutista.

Grazie a questo libro (L'abete nel cerchio, Marco Saya Edizioni, 2017) lo scopro poeta.
Da lettore, trovo nelle sue poesie dei “dispositivi liturgici” che dispongono la mente – sfidandola – a una meditazione laica, paradossale, accesa, implacabile. Non vigile assopimento nel nulla, ma immobile combattimento spirituale immerso nel divenire.
Una poesia di immagini talvolta ermetiche (nel senso di poesia ermetica), post-romantiche (pensando alla poesia visionaria e panica francese a partire da Rimbaud), che accendono contrasti vertiginosi, senza desiderio di pacificazione, al più di accettazione.
C’è spesso Dio, un Dio con la maiuscola. Figura letteraria o vero interlocutore spirituale? Non lo sappiamo, e non ha importanza. È un perno essenziale intorno a cui gira il discorso con se stesso e con le manifestazioni naturali ed esistenziali del Cosmo, del Tempo e del Destino. La figura dell'ultima speranza: quella di una riemersione dal lago, di una rivoluzione.
La prefazione di Marco Guzzi ci fa pensare che queste poesie potrebbe essere maturate nella vicinanza spirituale o culturale con la proposta che il noto poeta-filosofo-attivista porta avanti da anni.
È una poesia che non esita a dire "Io", in barba alla spersonalizzazione delle avanguardie poetiche novecentesche (a cui spesso, da poeta, io stesso mi impicco, tallonato dal mostro del linguaggio, divoratore dell'ombra gettata dal pronome personale). Ma è un Io che, nello stesso movimento di darsi, ambisce a superarsi: spiritualmente, paesaggisticamente, linguisticamente.
E forse si manifesta soltanto per porre in essere il tentativo di questo superamento.
Io è un altro, come ebbe a dire Rimbaud. Anche Dio è altro. Tutto è altro. E in questa alterità ogni connessione saltata e saltante potrebbe miracolosamente, fortunosamente, risultare ristabilita. Come per un insperato errore di sistema. O incappando casualmente nella "maglia rotta nella rete" (proprio "In limine" di Montale è citato in un testo).
In questa alterità da abitare e parlare, forse un solo posto ci è riservato: quello dei “cattivi”, “in fondo alla classe”.







venerdì 10 dicembre 2021

Isla Calamidad, un piccolo capolavoro di illustrazione

Una decina d'anni fa avevo lasciato Simone Spellucci che collaborava con la facoltà di Architettura, si interessava di ecoballe e di cultura underground, faceva il grafico, faceva l'orto, faceva il miele. Progettava passeggiate, era un sognatore. Se ho fatto il Cammino di Santiago e la mia vita è cambiata, nel 2008, è in gran parte colpa sua e dei suoi racconti. Poi a un certo punto prende e va a vivere in Spagna. Si mette a studiare serigrafia e altre tecniche di stampa. Ma che, vuole fare l'artista? Alla fine si presenta con un piccolo capolavoro, scritto da Amina Pallarés, pubblicato da Tres Tigres Tristes. E questo è quanto.







martedì 23 novembre 2021

Il Compianto di Cristo morto (rovesciato) e il Grande e Terribile Oz

Guardando questa immagine, che ha la bellezza iconografica dei dipinti del Rinascimento (osservate il gioco delle otto braccia), mi vengono in mente tre cose:

1) Il compianto di Cristo morto, rovesciato: la struttura iconografica richiama alcuni dipinti dedicati a questo tema sacro. La madre che – insieme a Giovanni, Maddalena, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo – si stringe al corpo ormai senza vita del figlio. Il corpo di questo bambino non è senza vita, ma in effetti è come se lo fosse: è assente, nel significato più perturbante; è stato espulso dal reale, temporaneamente (?) deportato nel regno dell’irreale. Il volto interamente negato alla vista degli astanti, come in un'opera d'arte contemporanea dedicata al post-umano. Come a lui è negata la percezione della realtà circostante. Nessun contatto, in un senso e nell'altro. 
Nelle antiche raffigurazioni del Compianto, l’intensità vitale delle braccia dei piangenti, proiettate sul Figlio, contrasta con l’abbandono delle sue membra morte. Le mani della Madre, quando osano toccarlo, stringono le braccia del figlio come per trattenerlo nella vita. Anche qui i gesti sono dettati da un’intenzione di trattenere nella vita biologica. E’ un’intenzione "fanatica", tuttavia, come l’ha definita Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani, dal momento che si determina in previsione di un rischio pressoché inesistente, quindi a un fantasma. Il luogo irreale dove il figlio è deportato è probabilmente popolato da fantasmi fatti della stessa materia di questo. Ma se intendiamo la vita come integrità e sussistenza della “persona”, nella sua accezione più ampia (che a dire il vero è l’unica accezione possibile), ci appare lampante il rovesciamento: i gesti che dovrebbero aggrapparsi alla corporeità per ribadirla, nel tentativo disperato, smisurato, di strapparla a un destino biologico, appaiono in realtà come gesti di contenimento, manicomiali: una camicia di forza di braccia che irretisce, previene, sopisce eventuali manifestazioni di vitalità. E spinge il corpo oltre il bordo del reale, nel baratro dell’immaginazione come sostituzione, e quindi come inferno, in accordo con Simone Weil. Mentre, all’atto pratico, il figlio vivente – il giovanissimo e reale Rafael Peled, 8 anni, cittadino israeliano – viene esposto a un rischio, descritto e misurato per gli aspetti noti, ma potenzialmente comprensivo di non prefigurabili parti ignote, dalla famiglia, dallo Stato, dalle autorità sanitarie, pur di essere tenuto alla larga da un altro rischio, noto e – anche solo rispetto alle parti note dell’altro inoculato - inferiore. 

Le piangenti, nel rovesciamento iconografico, sono in realtà altrettante Annie Wilkes, l’infermiera di “Misery non deve morire”, che vogliono il figlio eternamente malato, costituzionalmente malato, perché lo possano eternamente curare, sorvegliare, incasellare e segregare.

2. Dopo l’operazione Piombo fuso”, nel 2008-2009, i soldati israeliani che affidarono le loro confessioni a "Breaking the silence" dichiararono che poche ore prima di compiere le incursioni a Gaza, con l'ordine di sparare a vista a ogni cosa che si muovesse (bilancio: 1200 civili uccisi in 20 giorni, di cui 400 bambini), i militari venivano sottoposti a esercitazioni "sparatutto" intensive con la VR. Dichiararono che questo portava a perdere la distinzione tra realtà e finzione, rendendoli pronti a compiere atrocità che una psiche ancorata al reale non avrebbe mai accettato di compiere. 
In parallelo alla gestione del covid, tutto si è fermato tranne la progettazione e la materiale edificazione del trasferimento delle esistenze nel regno dell’irreale programmato: la realtà virtuale, al pari della realtà aumentata, sono sempre, intrinsecamente, realtà "filtrate", secondo i criteri scelti da qualcuno. Che questo qualcuno sia in buona o in cattiva fede, che possa avere interessi politici piuttosto che commerciali, non ha alcuna importanza. Conta che la libertà si può esercitare soltanto nello spazio della realtà reale. Quell’altra è la libertà dei videogiochi. 

3. Nel “Meraviglioso mago di Oz" di L. Frank Baum, il grande dispotico ciarlatano costringe chiunque entri nella Città degli Smeraldi a indossare degli occhiali speciali, che vengono consegnati agli stranieri dal Custode della Città; il quale ha anche l’incarico di chiuderli con un lucchetto, in modo che non possano essere tolti per tutto il tempo della permanenza. Grazie alle sue lenti speciali, questo dispositivo porta a vedere tutte le cose verdi, scintillanti e magiche, dove in realtà tutto è banalmente bianco e normale. Questa manipolazione sensoriale è all'origine del potere che spontaneamente le persone conferiscono all'"omettino basso, calvo e rugoso”, egoista e impotente. 

Anche senza visori VR, abbiamo già quegli occhiali allucchettati dietro la nuca. Chi se li riesce a togliere, vede un ridicolo, brutale, rivoltante re nudo, capace soltanto di perseguire i suoi squallidi e meschini interessi, spacciati per magnanimità. 

“Io sono il Grande e Terribile Oz. Perché mi cercate?”

Già. Perché lo cerchiamo?

giovedì 11 novembre 2021

Studio per un'annunciazione (video poesia)

Una decina di anni fa portavo avanti una sperimentazione tra poesia, corpo e video intorno al senso dell'Annunciazione: un tema molto complesso e sofisticato, ma con una sconvolgente e immediata potenza, inteso in un'accezione soprattutto iconografica, pensando alle annunciazioni del Tre e Quattrocento che, per esempio, popolano le chiese di Firenze (a volte soltanto in forma di preesistenze semicancellate dagli strati della storia umana).

In quelle raffigurazioni vediamo piani della realtà che non sono mai compresenti, ma che tuttavia si incontrano e si rispecchiano, separate da un intervallo, uno spazio che non può che essere vuoto. Rette parallele, configurazioni simmetriche, duplicità, dualità nell'unità da cui nasce l'annuncio del presente, o della vita: l'annuncio del reale, bambino prodigioso capace di salvarci dall'allucinazione in cui continuamente ci ricaccia la nostra linguistica natura umana. L'annuncio del silenzio, che non viene prima della parola, ma è conquistato dopo.
Come le mani, le scapole, le ali, le pagine del libro (quello aperto sul ventre di Maria? quello su cui è scritta la poesia?), i due occhi, il tempo e l'eternità, l'anima e la storia, la stessa forma doppia e speculare dei testi che scrivevo, collocando e ricollocando frammenti di ricerca e di ispirazione.
Questo video, in cui si vede Ramona e si ascolta la voce del sottoscritto, resta il risultato migliore di quelle sperimentazioni.
I testi, in seguito ripresi, rielaborati e asciugati, sono entrati a far parte della raccolta poetica "Quando le volpi puniscono gli uomini", pubblicata all'inizio di questo strano anno da Ensemble Edizioni: https://www.edizioniensemble.it/.../le-volpi-puniscono.../




lunedì 8 novembre 2021

"Bonsai", un racconto sulla libertà

 


Leggo "Bonsai", dal libro "Il mondo senza gli atomi" (Ensemble Edizioni). In tempi di unanimismo intollerante e trionfante è importante ripartire da un'idea di libertà come fatto interiore. Questo piccolo racconto di questo parla. https://www.edizioniensemble.it/prodotto/mondo-senza-gli-atomi/

domenica 7 novembre 2021

Le ombre - un racconto della buonanotte


 Leggo "Le ombre", dal mio libro di racconti fantastici "Il mondo senza gli atomi" (Ensemble Edizioni). Info sul libro qui:
https://www.edizioniensemble.it/prodotto/mondo-senza-gli-atomi/

sabato 6 novembre 2021

Il vaccino anti-covid ai bambini?

A chi si appresta a imporre il vaccino ai bambini – se non con un obbligo, con le più svariate declinazioni del ricatto, dell’intimidazione, dell’adescamento e dello “hate speech” istituzionale, mediatico e sociale; e a chi si accinge a vaccinare con convinzione, senza dubbi, i propri figli; a tutti costoro voglio sottoporre cinque questioni:

1. Lo studio sul vaccino cinese Sinovac "Comprehensive investigations revealed consistent pathophysiological alterations after vaccination with COVID-19 vaccines", recentemente pubblicato su "Cell Discovery" (rivista del gruppo “Springer Nature”), ha rilevato disordini, scompensi e danni negli organismi dei vaccinati; situazioni che non erano emerse, e non sarebbero potute emergere, dalla farmacovigilanza passiva. Lo studio parla del vaccino a virus inattivato, diverso quindi da quelli in uso da noi; tuttavia forse ci dice qualcosa che potrebbe essere valido per tutti questi nuovi vaccini, frettolosamente e limitatamente testati: che le segnalazioni spontanee di reazioni manifeste potrebbero non dirci tutto sui rischi e sui danni dei vaccini; alcuni dei quali potrebbero esistere, senza esprimersi in reazioni immediate. Ci dice, in altre parole, che la farmacovigilanza passiva potrebbe essere un metodo inadeguato per attestare la sicurezza dei vaccini.
2. Dopo dieci mesi di somministrazioni, il vaccino di Moderna è stato vietato ai giovani sotto i 30 anni, o sotto i 18 anni, nei Paesi scandinavi, in virtù di un principio di precauzione legato a nuovi dati sulle miocarditi. Per questo FDA ha rimandato la decisione, non ancora presa al contrario di EMA, sull’approvazione per gli adolescenti, che era stata richiesta dall’azienda; e la stessa azienda ha rinunciato per ora a chiedere l’autorizzazione per i bambini. Per dieci mesi, tuttavia, il vaccino è stato “efficace e sicuro”, al punto da somministrarlo indifferentemente a chiunque a partire dai 12 anni (in Europa; non negli USA, per l’appunto). Poi però ha iniziato a essere un po’ meno sicuro. Chi lo ricevuto, tra gli adolescenti, peggio per lui. Se gli è andata bene, ringrazi.

giovedì 4 novembre 2021

Il mistero delle meraviglie scomparse - un'alluvione diversa



Leggo e racconto il mio libro "Il mistero delle meraviglie scomparse" (Marcos y Marcos) ricordando l'alluvione di Firenze. Anche qui si parla di una esondazione del fiume Arno: un evento ben diverso da quello devastante del 1966, però, al punto che avviene di soppiatto e nessuno se ne accorge. Praticamente non restano tracce della fuoriuscita dell'Arno dal suo letto... se non per un piccolo particolare che rischia di portare il mondo sull'orlo di una guerra mondiale. Due bambini, un fratello e una sorella, dovranno tirare fuori tutto il loro coraggio per cercare di salvare la situazione. Info sul libro qui: https://marcosymarcos.com/libri/il-mi...