lunedì 30 novembre 2009

57 - storie vere

L'anonimo commentatore della mia nota di ieri mi ha aperto gli occhi forzatamente sul grande inganno in cui sono caduto. E' vero, la storia che ho riportato della bambina adottata dai lupi è clamorosamente falsa, inventata di sana pianta dall'autrice, che è stata poi costretta a ritrattare tutto, in lacrime, dopo le verifiche svolte in seguito all'uscita del film. Non è mai vissuta nel bosco con i lupi. Non è ebrea. E non si chiama Misha De Fonseca.
Lì per lì, appena ho verificato tutto questo, mi sono arrabbiato con il commentatore anonimo: perché mi aveva rotto le uova nel paniere, e aveva fatto svanire una bella illusione, e soprattutto aveva vanificato una militanza del fiore.
Subito dopo però ho pensato che niente di tutto questo è vero. In fondo quella che ho raccontato ieri, per me resta la storia più bella sul nazismo, sulla guerra e sulla persecuzione degli ebrei. Come ho detto. Anche se non parla di niente di tutto ciò. Come ho detto. E anche se è una storia falsa.
Tutti i romanzi sono falsi. E una volta giocavano oziosamente e deliberatamente su questa ambiguità, come il Manzoni. Il fatto che l'autrice in questione spacci la sua storia per vera però è qualcosa di diverso dalla finzione del romanzo: è una menzogna.
Non so perché, ma in questa colossale mistificazione ci trovo qualcosa di affascinante -e lo dico a mio discapito, dato che sono stato io stesso uno dei buggerati. Eppure, nonostante l'orgoglio ferito, non posso non simpatizzare per una donna che è riuscita a far bere una storia del genere a mezo mondo, per anni, spudoratamente. Tanto spudoratamente da far leva sul nostro tabù fondamentale: il senso di colpa universale verso gli ebrei. Con la dose rincarata dalla presenza dell'infanzia. Non è stato Tarantino a infrangere il tabù degli ebrei durante il nazismo: è stata la falsa Misha De Fonseca, molto tempo prima, e clandestinamente, che se ne è fatta gioco prendendo tutti per il naso.
Nella menzogna così deliberata c'è un cortocircuito tra il piano attivo e militante della realtà e quello passivo e disinnescato dell'immaginazione. I situazionisti e Luther Blisset lo sapevano bene: mentire per mentire, per gettare il caos nelle abitudini cognitive, per destabilizzare tutto, per fare la rivoluzione.
Ma i situazionisti erano bravini e ordinati, tutto sommato. Perché erano marxisti, e condizionati dall'eterno, hegeliano, moralistico, dover essere, dover fare.
La falsa Misha De Fonsaca è stata destabilizzante come un Luther Blisset. Ma è stata più anarchica. Selvatica, indomita, egoista, irriducibile. Una piccola criminale. Ha fatto tutto questo solo per sé, con brama e indifferenza di animale.
Quindi penso che, forse, alla fine si dovrà scoprire che la sua confessione era falsa, e che lei ha stretto davvero un patto coi lupi, per poter diventare quello che è diventata e fare quello che ha fatto.

domenica 29 novembre 2009

56 - ringhiando a pochi centimetri dal suo naso

C'è la storia di una bambina che scappa perché è ebrea, e i nazisti vogliono eliminarla, come hanno fatto con il resto della sua famiglia. Allora lei, che ha appena 7 anni, riesce a mettersi in salvo dopo una fuga precipitosa dalla cantina dove sta segregata. E va nel bosco. E il bosco è fitto, buio e freddo. Perché siamo nel Belgio occupato del '43; ed è autunno.
Nel bosco, la bambina incontra i lupi. E visto che i cattivi, in quegli anni come in questi, erano esseri umani, i lupi allora dovevano essere buoni. E non la sbranarono. Anzi, la adottarono.
La bambina era coraggiosa: si unì al branco, diede dei nomi ai lupi, per mesi condivise in tutto e per tutto la loro vita, a quattro zampe. All'inizio stando in fondo alla rigida gerarchia del branco. Poi un giorno venne promossa, e le furono affidati i cuccioli mentre tutti gli altri adulti andavano a caccia. Era una dichiarazione di fiducia incondizionata da parte di tutto il branco.
Non so perché, ma la cosa che più mi ha toccato del racconto è un episodio legato al cibo. La bambina, erano i primi tempi della sua adozione, osservava i cuccioli chiedere cibo alla lupa che era stata a caccia: strofinavano il muso su quello della lupa, mugolando. La lupa allora vomitò un bel mucchio di carne masticata che i lupetti divorarono. Quando il pasto fu terminato, la bambina si avvicinò ai resti perché stava morendo di fame. Ma la lupa adulta le saltò addosso immobilizzandola. La tenne schiacciata a terra a lungo, ringhiando a pochi centimetri dal suo naso. Poi la lasciò libera e si allontanò un po'. Allora la bambina ebbe l'intuizione fondamentale: si avvicinò cauta alla lupa, a quattro zampe, mugolando e piangendo, e strofinò la sua faccia sul muso e sulla bocca dell'animale. Moriva di fame, il suo mugolio era un'implorazione.
Allora la lupa vomitò per lei tanto cibo quanto quello che aveva dato ai figli. E lei mangiò, come un lupo. L'incontro è fatto di attenzione e rispetto, e tutto è cultura: anche il chiedere, il supplicare, il chiedere aiuto, il mangiare. Tra tutti i viventi. C'è qualcosa che può farci davvero condividere e incontrare e comunicare: tra umani e umani, tra umani e animali. Tra tutti i viventi. E, forse, non solo. C'è qualcosa, che deve avere a che fare con una forma di rispetto e di attenzione, che ci permette di essere tutti sullo stesso piano, uguali, fratelli. Quei lupi erano pronti a dimenticare ogni differenza tra la propria specie e quella della bambina. E non c'era pelliccia, forma, colore, che tenesse. Attraverso i secoli, viene in mente Francesco. Un altro bambino in fuga delle guerre degli umani.
Tempo dopo ci fu un conflitto tra il capobranco e un lupo più giovane. Il giovane si trovò messo in minoranza e dovette scegliere di abbandonare il branco. La bambina era legata a lui, e con dolore scelse a sua volta di lasciare il branco, per restare unita a lui. Si consumarono i rituali dell'addio. Senza rancori. Ma tra il lupo giovane e la bambina in capo a poco tempo si incrinò qualcosa. Entrambi avevano perso il loro contesto familiare, erano irrequieti. Il lupo voleva stare solo.
La bambina fu di nuovo sola, nel bosco. E quando il sentiero la condusse a uscire dalla selva, la guerra era finita, i nazisti non c'erano più, e alcuni umani erano pronti ad accoglierla, nella sua selvatichezza, per reintrodurla alla comunità degli umani.
La bambina si chiamava Misha Defonseca. Ora è una donna anziana. Dopo molti anni dalla sua vita nei boschi, decise di scrivere la sua storia. Mi sono imbattuto nel suo libro per caso, due anni prima che ne fosse tratto un film. Non ho visto il film: mi basta il ricordo di questa storia vera, raccontata malamente, ma vera. E' come se me l'avesse raccontata mia nonna, e non c'è bisogno di metterci sopra delle immagini.
Non so perché, ma per me questa resta la più bella storia sul nazismo, sulla guerra e sulla persecuzione degli ebrei. Anche se non si parla affatto di nazismo, di guerra e di ebrei.

sabato 28 novembre 2009

55 - "ti racconto io una storia questa volta"

Ti racconto io una storia questa volta.
Conosco una persona dal 1986 o forse 1987, quando seppe di essere sieropositivo. La conobbi mentre era in una comunità terapeutica con altre tre ragazze. Loro sono tutte morte nel frattempo. Aveva quella che nel gergo si chiama doppia diagnosi, tossicodipendenza e disturbo di personalità. Non stava bene in comunità e allora, pur avendo ottenuto l'affidamento, preferì rifiutare la pena alternativa e tornare in carcere. Negli anni ha vissuto in comunità, in case famiglia, in carcere; è stato ricoverato più volte in ospedali, in reparti di psichiatria, di malattie infettive e chissà in quanti altri. Negli ultimi anni il suo problema maggiore era l'alcolismo, si innamorava e l'immancabile delusione lo riportava a bere. L'ho rivisto da poco, dopo una permanenza in una comunità fuori Toscana. Mi ha raccontato che si era recentemente ricoverato per un intervento chirurgico e che era stata un'esperienza dolorosissima. Lui, che era vissuto mesi in ospedali e strutture più o meno sanitarie, non era mai stato trattato così male, con timore, paura, non aveva mai sentito lo "stigma" della sieropositività come in questa occasione. La mia prima reazione è stata quella di rabbia nei confronti del personale medico e infermieristico che lo aveva seguito in quest'ultimo ricovero. Poi ho riflettuto che probabilmente nelle occasioni precedenti era così di fuori da non percepirlo lo stigma e che ora, con gli occhi riaperti da una sensibilità normale, si è reso conto di quello che prima comunque accadeva intorno a lui e che non riusciva a leggere.
Ecco cosa intendo quando penso al tuo blog e alla possibilità che aiuti a svicolare dal pensiero dominante, ad aprire gli occhi.
Continuare, lo capisco, è difficile, deve esserci una fine, una data limite, o più verosimilmente prevedere una crescita, e me lo accenni.
Auguri
Massimo

venerdì 27 novembre 2009

54 - anche se fa male

Usciti dal cinema dopo la visione di Lebanon, il vincitore del Leone d'Oro, non si potrà che convenire con il poeta, che "la guerra è bella anche se fa male". Mi sono trovato ad ammirare l'esattezza estetica della regia, la lucidità delle immagini accuratamente e perfettaemnte sporcate di espressionismo. Poi, solo più tardi, ho cominciato a interrogarmi sul senso dell'operazione, al di là dell'impalcatura visiva impeccabile. E ho cominciato a ridimensionare il mio entusiasmo, non trovando altri messaggi se non quello che ho riassunto citando De Gregori.
Ma è stato un altro fatto a farmi cambiare prospettiva sul film, e in generale mi ha dato da riflettere sulla nuova ondata di cinema israeliano che riflette criticamente sulla guerra.
Tramite tam tam mi è arrivata la lettera con cui il regista israeliano Eyal Sivan ritira un suo film da un festival francese. Ne riporto alcune righe.


Londra 6 Ottobre 2009
Care Laurence Briot e Chantal Gabriel,
Sono sinceramente onorato che abbiate pensato di programmare il mio film "Jaffa, La meccanica dell’arancia" per chiudere la vostra retrospettiva. Tuttavia, dopo matura riflessione, ho deciso di declinare il vostro invito. Le ragioni di questa decisione sono complesse e di natura politica, e per questo vorrei, se siete d’accordo, spiegarvele dettagliatamente.
 [...]
La politica razzista e fascista del governo israeliano e il silenzio complice della maggior parte dei suoi ambienti culturali durante la recente carneficina operata a Gaza come di fronte alla continua occupazione, alle violazioni dei diritti umani e alle molteplici discriminazioni nei confronti dei Palestinesi sotto occupazione o dei cittadini palestinesi dello Stato israeliano – tutte queste ragioni giustificano il mio mantenere le distanze rispetto ad ogni avvenimento che potrebbe essere interpretato come una celebrazione del successo culturale in Israele o una garanzia della normalità del modo di vivere israeliano. Poiché la vostra retrospettiva fa parte della campagna internazionale di celebrazione del centenario di Tel-Aviv e gode, a questo titolo, del sostegno del governo israeliano, non posso che declinare il vostro invito.
[...]
Non posso essere associato ad una retrospettiva che celebra artisti e cineasti che godono dì una posizione di privilegio assoluto e di una totale immunità, ma che hanno scelto di tacere quando crimini di guerra venivano commessi in Libano o a Gaza e che continuano ad evitare di esprimersi chiaramente sulla brutale repressione della popolazione palestinese, sul blocco di 3 anni e la chiusura di oltre un milione di persone nella Striscia di Gaza. Ci tengo a smarcarmi da quei miei colleghi che utilizzano in modo opportunista, perfino cinico, il conflitto e l'occupazione come sfondo dei loro lavori cinematografici e come rappresentazione neo-esotica del nostro paese – pratiche che possono spiegare il loro successo in Occidente e in particolare in Francia – ed io rifiuto di essere associato a loro nel contesto della vostra manifestazione.
[...]
Sia la mia storia e la mia tradizione ebraiche che le mie convinzioni e la mia etica personali mi obbligano, nelle circostanze politiche attuali – mentre le autorità delle democrazie occidentali e le loro intellighenzie hanno fatto la scelta di stare al fianco della politica criminale israeliana – a oppormi pubblicamente con questo atto fermo e non-violento all'attuale regime di apartheid che esiste oggi in Israele.
Termino riprendendo le parole del mio collega ed amico, il famoso regista palestinese Michel Khleifi, che non cessa di ricordarci che la sfida che dobbiamo affrontare, in quanto artisti e intellettuali, è quella di proseguire i nostri lavori non GRAZIE alla democrazia israeliana, ma MALGRADO essa.
Per questo, sempre in modo non-violento, continuerò a oppormi, e a incitare i miei colleghi a fare lo stesso, contro il regime israeliano di apartheid e contro il "trattamento speciale" riservato nelle democrazie occidentali alla cultura israeliana ufficiale di opposizione. Augurandomi che accettiate e comprendiate la mia posizione e sperando di avere l'opportunità di mostrare il mio lavoro in altre circonstanze, con sincera gratitudine e rispetto,
Eyal Sivan

giovedì 26 novembre 2009

53 - vittoria o morte

Da un po' di tempo si parla di Risorgimento, con o senza polemiche, in vista del centocinquantenario dell'unificazione dell'Italia che cade nel 2011. Si ascoltano più frequentemente le polemiche, per la verità, e gli appelli al revisionismo. Montalbàn, alla presentazione di un suo libro, si chiedeva perché noi italiani percepiamo i personaggi del Risorgimento come figure polverose e non come eroi rivoluzionari e attuali, tipo Zapata o Pancho Villa in Sud America. Non so.
Darò il mio contributo alla riflessione sul Risorgimento. Questo documento me lo ha mostrato mio nonno qualche anno fa. E' un po' ingiallito perché ha centotrentanni. In calce compare la data di stampa: cento anni e ventuno giorni dopo io sono nato. Di questo documento esistono due copie: una ce l'ha ancora mio nonno, l'altra l'ha affidata a me. Il testo è stato scritto da un mio antenato bolognese. Lo stile è fluviale e sgangherato: non era un intellettuale né un soldato, ma un piccolo commerciante che si è battuto per le strade della sua città, per liberarla dalle forze di occupazione.
Invito chi non avesse voglia di leggere tutto il testo a dare un'occhiata alle ultime righe. A partire da: "Dunque, fratelli..."

 

mercoledì 25 novembre 2009

52 - operazioni di disinnesco

si sente dire alla radio:
la strada statale tal dei tali
resterà chiusa oggi
per consentire le operazioni
di disinnesco
di un ordigno bellico

allora-
guardando le foglie grandi
gialle per terra nel parco
che coprono ghiande e vermi
e impronte di cani e di umani-
mi chiedo:
quante strade dovrebbero
restare chiuse oggi
per consentire le operazioni
necessarie al disinnesco
di quel grande ordigno bellico
che è la guerra?

martedì 24 novembre 2009

51 - quando eravamo gli irakeni

Quando noi eravamo gli irakeni, gli americani e gli inglesi ci tiravano le bombe. E ci andavano pesante. Come non hanno battuto ciglio a distruggere il Museo Archeologico di Baghdad, il più importante per i reperti delle civiltà mesopotamiche, così non si facevano scrupolo a tirar bombe sui musei italiani, sulle chiese, sui monasteri, sulle case, sui castelli; sulle piccole pievi di campagna. E se americani e inglesi fossero rimasti qualche mese in più dopo la vittoria, e se tale Togliatti non avesse deciso che non valeva la pena fare davvero la rivoluzione, noi non avremmo smesso di essere irakeni nell'immediato dopo guerra: al contrario, saremmo diventati ribelli, terroristi, e avremmo preso legnate ancora più sonore, dagli americani e dagli inglesi (sempre quelli).
Se racconto queste ovvietà, è soltanto per prendere tempo prima di raccontare qualcosa di veramente divertente che non mi vorrei bruciare subito: ma ecco, il momento è venuto.
Di recente è circolata la voce -ne hanno dato notizia i giornali nazionali- che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l'Inghilterra stesse valutando la possibilità di cedere le Marche alla Polonia; per lavarsi la coscienza dal fatto di avere ceduto l'intera Polonia a Stalin, probabilmente.
In qualità di marchigiano (sebbene in esilio volontario altrove), la lettura di questa rivelazione mi ha commosso e divertito talmente che devo spendere un ringraziamento postumo per quel volpone di Churchill. Idee surreali come questa meritano di essere ricordate. Un po' come creare uno stato ebraico in mezzo al Medioriente, per dire.
Poi, in qualità di urbinate, ne avrei un'altra da tirare fuori, già che ci sono.
Pare che gli inglesi volessero radere al suolo il Palazzo Ducale di Urbino, perché avrebbero potuto nascondervisi nazisti. Allora come ora, non andavano tanto per il sottile, in queste cose. Dunque bombardarono. E rasero al suolo.
Per fortuna gli anglo-americani, oltre a essere guerrafondai, a volte brillano della già citata vocazione al surreale, che in questo caso evoca il tragico, anzi lo devia: infatti i piloti, consultando le carte, confusero Urbino con Urbania, a circa 20 km, e qui sganciarono le loro bombe, cancellando metà della meravigliosa cittadina rinascimentale. Che però non era il Palazzo Ducale di Urbino.
Comunque, ripensandoci, devono essere tutte leggende. No, certe cose non possono capitare davvero. Anche soltanto a scriverle suonano così ridicole...

lunedì 23 novembre 2009

50 - storia di un uomo che

Storia di un uomo che osserva come dall'alto un altro uomo che sta all'ingresso di un'antica città cinta da mura, e quest'altro uomo è lui stesso. E' quasi sera, e quest'altro uomo ha qualcosa a che fare con la porta della città: forse è il custode o il guardiano; o, semplicemnte, l'addetto alla chiusura dei battenti, la sera. Si avvia quindi verso le grandi ante, poi le supera ed esce dall'altra parte, al di là delle mura, al di fuori della città. Perché deve chiudere la porta, sì, ma da fuori, tirandosela dietro; non da dentro. Forse andrà a dormire in un casolare poco distante; oppure sta lasciando la città, dove ha vissuto fin'ora, per sempre.
Una volta fuori, si ferma, si volta, guarda le due grandi ante di legno della porta; una è già chiusa, l'altra socchiusa. Torna sui suoi passi, oltrepassa nuovamente la soglia quel tanto che gli basta per afferrare il fianco dell'anta semiaperta e, pronto a tirarla verso di sé, uscendo di nuovo e definitivamente, resta invece sorpreso davanti a una visione.
A poca distanza dalla porta esterna c'è un'altra porta, anche quella con pesanti ante di legno; anche quelle già quasi socchiuse. Un cavallo giovane, poco più di un puledro, snello e muscoloso, dal manto che va dal bianco sporco a un marrone rossastro si fa strada con passi rapidi e nervosi verso l'uscita; si fa spazio sfiorando le ante della prima porta con i propri fianchi ondeggianti; procede dritto fino a coprire la breve distanza che lo separa dalla porta più esterna. E' adesso che l'uomo si fa da parte tirando con sé l'anta che aveva afferrato, per facilitare il passaggio del cavallino. Che esce dalla città e in un attimo sparisce.
L'uomo a sua volta torna fuori, come aveva già fatto poco fa, osserva il cavallo sparire in lontananza, poi torno a voltarsi e ripete gli stessi gesti, con l'intento di chiudere la porta, chiudendo se stesso fuori. Ma ora che ha di nuovo varvato la soglia per afferrare e tirarsi l'anta, un'altra visione lo raggela. Una figura compare tra le ante della porta più interna, nell'oscurità che si sta diffondendo, nel silenzio tombale che permea le pietre delle mura. E' una donna, anziana, completamente nuda tranne che per uno panno color panna che le avvolge stretto il ventre e i fianchi. La sua pelle è rovinata, lucida e rosa come ustionata; cadente. Il volto è sofferente, gli occhi strizzati, i capelli di paglia gettati sul viso. Avanza anche lei verso l'uscita, tenendo le braccia tese in avanti, non potendo fare affidamento del tutto sui suoi occhi rovinati.
L'uomo pensa soltanto, Dio mio, no. Madre mia, non avrei mai voluto vederti così. Dio mio, non questa visione. E mentre la donna si avvicina, lui si scosta e la lascia passare, tenendo bene aperta la porta.
Poi esce anche lui, la raggiunge appena al di là della porta, e allora la donna non è più nuda, non è più scorticata né ustionata, non è più morta. MA certamente sta per morire, e per questo è immersa in una dolente e muta meditazione, a occhi chiusi. Allora lui la abbraccia, la stringe forte, abbraccia il suo viso e le dice, Mamma ti voglio bene, mamma ti amo, lo sai, sono carne della tua carne, e anche se tu morirai, questo continuerà, e tu resterai nel mio amore. E mentre lo dice piange, mentre la madre non accenna risposta e non apre gli occhi; è già molto lontana.
Ma poi apre gli occhi; l'abbraccio finisce; e insieme si avvicinano alla grande porta per chiuderla, e chiudersi la città alle spalle. Madre e figlio fanno un passo per varcare all'interno la soglia, e insieme afferrano l'estremità dell'anta che va tirata per chiudere una volta per tutte la porta. Ma entrambi restano fermi all'apparire di un'altra figura.
E' un uomo basso, grassoccio, elegante e ridicolo. Con bombetta, occhiali tondi, giacca e pantaloni neri e camicia bianca. Se ne va spedito per la sua strada, sulle sue gambe corto, col suo passo da sempliciotto riccone, non guarda in faccia nessuno e guadagna l'uscita.
La madre si volta verso il figlio, che ha ancora la mano sull'anta, e gli dice, Quello è il cocchiere.
Da dentro la città intanto si sentono i tonfi e i rantolii degli acrobati, alcuni dei quali sono veri e prorpi farabutti e assassini, che cercano di imparare a fare il quadruplo salto mortale da terra. Una sola ragazza ci riesce, e tutto gli altri che ci provano, cadono male a terra, e lì restano come morsi dal diavolo, lottando per minuti e minuti contro lancinanti dolori che gli infliggono convulsioni. Poi ci riprovano.

domenica 22 novembre 2009

49 - il sig. Pietra d'Oro e il caos

Per cercare di far luce sul grande guaio che è successo a Gaza poco meno di un anno fa, l'ONU decise di mandare una squadra capitanata da un super-inviato speciale: il sig. Pietra d'Oro. Lui e i suoi avrebbero dovuto capire che cosa fosse realmente successo, come fossero potuti morire 1400 civili palestinesi in 20 giorni di attacco, a fronte di 13 sodati israeliani, e se per caso, in tutto questo, qualcuno fosse colpevole di qualche crimine.
La decisione dell'ONU accese un barlume di speranza in chi da troppo tempo aspetta giustizia. Ma subito dopo si sparse una voce: che il sig. Pietra d'Oro non fosse poi così adatto a fare da osservatore neutrale. O meglio, non in questo specifico caso: dato che tra i diversi attributi che lo caratterizzano, molti dei quali encomiabili, c'è anche il fatto di essere ebreo.
Niente contro gli ebrei naturalmente. Ma qualcuno si chiese: possibile che, posto che al mondo ci sono 6 miliardi di persone e che di queste 14 milioni sono ebree, possibile che per valutare obiettivamente un conflitto tra israeliani e palestinesi non si potesse trovare una persona adatta al compito tra i non pochi non ebrei?
Ma chi, come me, si pose questa domanda, fu poco dopo costretto a riconoscere la propria malafede. Infatti il sig. Pietra d'Oro, che deve avere il cuore d'oro e non di pietra, tornò da Gaza con un rapporto dettagliato, in cui si accusava Israele di crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Nello stesso rapporto si accusava anche Hamas di crimini di guerra, ma in misura considerevolmente meno significativa.
La pubblicazione del rapporto riaccese ben più di un barlume di speranza, in chi aspettava giustizia da tempo.
Le regole del gioco, poste dall'ONU, erano che qualora il rapporto avesse indicato delle responsabilità criminali, le due parti avrebbero dovuto condurre indagini internamente per individuare e punire i colpevoli. Altrimenti se ne sarebbe fatto carico la comunità internazionale con gli organismi preposti.
Ciò che accadde fu che i leader di Hamas accettarono il rapporto, il governo israeliano no.
Al che la palla tornò all'ONU. E durante la votazione preliminare necessaria a ratificare collettivamente il rapporto, gli USA votarono contro. E tutto si bloccò.
Il motivo che addussero fu che il rapporto era giusto ma conteneva dei "vizi".
Allora il sig. Pietra d'Oro ripiombò in mezzo alla scena, e con tono realmente accorato supplicò il governo degli Stati Uniti di esporre le specifiche della sua critica, in modo che lui potesse capire di quali vizi si trattasse e quindi ribattere punto per punto.
Nessuna risposta.
Ecco la fine di questa storia: il leader di quelle persone che aspettavano giustizia, ma ormai non l'aspettavano più, chiamato Abu Mazen, perse ogni credibilità verso la propria gente, la quale si sentì presa per i fondelli una volta di più, una volta di troppo. Davanti a tale delusione, il suddetto leader decise di gettare la spugna e annunciò che non si sarebbe ricandidato alle elezioni di pochi mesi successive.
Ed ecco una mia previsione, che vorrei vedere smentita dalla storia: a fine gennaio ci saranno le elezioni in Palestina, e la Palestina, e con essa Israele, e con esso il Medioriente, piomberà nel caos. La gente, stremata da questo gioco cinico, e senza più un leader moderato credibile, si butterà nuovamente verso l'estremismo di Hamas, o verso altri nuovi che dobbiamo ancora conoscere.
Immagino il sig. Pietra d'Oro seduto alla sua scrivania, con il capo tra le mani, a pensare a questi scenari che non ha potuto scongiurare; che, anzi, cadendo lui stesso vittima della strana logica di questo cattivo gioco, lui stesso, con il suo sacrosanto lavoro, ha contribuito a concretizzare.

sabato 21 novembre 2009

48 - bisogna immaginarsi il cane

"Ti mando una cosa che mi è venuta in mente leggendo la tua militanza del fiore. Una piccola cosa, scritta da Scabia.
E’ un piccolo racconto di campagna estiva, fra Scabia e un cane lupo. Quest'ultimo abbaia, dietro il suo cancello, Scabia cerca di calmarlo. Prima parla, a bassa voce, poi fa finta di prendere qualcosa e lanciargliela, e il cane sta al gioco, anzi, prende il gioco in bocca: afferra un ramo e lo mostra allo spettatore camminante.
Passa un po' di tempo, così, in questo gioco di lanci giocosi e finti, nei salti che i cani fanno. Bisogna immaginarsi il cane, dietro il cancello, prima rabbioso per l'intrusione e poi forse felice, che salta in tondo in cerca del bastone (finto) che lo spettatore gli lancia. Sono sguardi e giochi, non cose.
Scabia allora scrive: "Ecco la forma primaria del gioco, della danza, del teatro e della poesia: un tornar su se stessi ballando e prendendo slanci per brevi voli avendo in bocca qualcosa che è un ramo significa qualcos'altro, in compagnia di qualcuno che prende parte al gioco".
Non so bene perché: ma la tua militanza del fiore mi ha ricordato questa lettura, e te la volevo mandare.
Buone care cose, e buoni giochi,
Matteo"

venerdì 20 novembre 2009

47 - va' pensiero

Scrivere una nota polemica su un'iniziativa della Lega Nord può sembrare un esercizio ozioso, scontato e fin troppo banale. Ma quando entra in scena il surreale, vale sempre la pena dedicare attenzione alla cosa, anche se lo spunto viene da quella fonte. Il surreale insegna, e fa ridere.
Dice quindi che vogliono sostituire l'Inno d'Italia con il Va' pensiero di Verdi. Dice anche, contraddicendosi,  che il Va' pensiero è l'Inno della Padania separata dall'Italia. Dice che non c'è cittadino "padano" che non conosca le parole del suo inno. E dice che, per chi avesse bisogno di ripassarlo, tutti i giorni viene trasmesso su Radio Padania alle 10.30, e il fine settimana viene ripetuto ogni ora. Il sito di una sezione locale della Lega Nord dice tutto questo.
Ma anche altra gente, non "padana" e non leghista, è favorevole alla sostituzione dell'inno.
Certo la musica di Verdi è sublime.
Ma viene da chiedersi se qualcuno di questi signori abbia decodificato il significato delle parole, e il loro contesto. Non li si può biasimare comunque: la decodifica dei significati, per quanto sia un'operazione relativamente semplice per noi umani, sembra essere oggi uno sport poco in voga.
Ecco quindi qualche informazione.
All'interno della storia raccontata nel Nabucco, il Va' pensiero rappresenta un momento un cui gli schiavi ebrei scappano dall'Egitto e vagheggiano il ritorno alla loro patria. Si parla di una "Patria" di cui non si fa il nome, ed è identificata solo dal riferimento a tre luoghi caratteristici: il Giordano, Sionne, Solima. Il Giordano non ha bisogno di spiegazioni. Sionne è Sion, il monte sacro per gli ebrei, alle porte di Gerusalemme, il centro ideale della nazione. Solima è il nome greco e latino di Gerusalemme.
Dunque si vorrebbe che l'inno d'Italia fosse il canto di un gruppo di ebrei  che pensano ad Israele, piuttosto che una canzonaccia barricadera, artisticamente mediocre come è l'inno di Mameli, ma certo intrisa della passione clandestina e rivoluzionaria di chi la cantava a squarciagola nel 1948 esponendosi alla repressione (l'inno era vietato in quanto filo-repubblicano), e poi nel '60 dai garibaldini, e poi ancora nel '70, con la presa di Roma e il crollo dello Stato Pontificio.
Canteremo l'inno dell'Italia sionista... sarebbe un caso unico e stupefacente, non c'è che dire!
Comunque, per tornare al surrealismo, l'Italia è sempre stata qualcosa di straordinariamente surrealista in sé, senza neanche bisogno che i leghisti ci mettano del loro: quindi, per concludere, bisogna ricordare che, se l'inno di Mameli è l'Inno d'Italia de facto, l'Italia non ha ufficialmente alcun inno nazionale: né Mameli, nè Verdi, né niente. Credo sia un caso unico al mondo, o quasi. Infatti nel '48 i costituenti non si misero d'accordo, e la cosa rimase in sospeso. In seguito ci furono vari tentativi di disegni di leggi o modifiche costituzionali (fino all'anno scorso) per riconoscere ufficialmente l'inno e stabilire la versione corretta e le modalità di esecuzione. Ma la cosa non è mai andata in porto.
Quindi ognuno può cantare l'inno che gli pare.
O, anche, non cantarne nessuno.


Va', pensiero, sull'ali dorate
va', ti posa sui clivi, sui colli,
ove olezzano, tepide e molli
l'aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
di Sionne le torri atterrate...
Oh, mia patria, sì bella e perduta!
Oh, Membranza sì cara e fatal!
Arpa d'or dei fatidici vati,
perchè muta del salice pendi?
Le memorie nel petto riaccendi,
ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima ai fati
traggi un suono di crudo lamento,
o t’ispiri il Signore un concento
che ne infonda al partire virtù!

giovedì 19 novembre 2009

46 - silenzio

Sì, sono la febbre alta e la connessa emicrania che mi invitano a cogliere l'occasione per lasciare finalmente un vuoto in questo fiume di parole. Invaso di visioni e riflessioni, sospinte queste da illuminanti letture, malesseri fisici, slanci mentali e febbrile desiderio di chiaroveggenza, lascio invece perdere tutto, rimandando le parole a domani. Metto a tecere i tarli e i barbagli. Chiudo gli occhi.
Questo quaderno non ha lo scopo dello sfogo personale; anche se mi aiuta a mettere a punto una sperimentazione su forme di espressione istantanea, di contenuti a volte improvvisi e a volte meditati. Anche per questo il progetto è destinato ad avere un preciso termine. La mappatura di possibili vie per svicolare dal diktat del pensiero unico presente, per avere scorci anche fugaci di paesaggi diversi, non può andare avanti all'infinito, pena la sua invalidazione. Troverà invece l'opportunità di un travaso energetico e di una trasformazione sostanziale.
Allora mi chiedo: in che senso, questa notte, voglio fare della mia personale necessità di quiete e silenzio la quaranteseiesima proposta della militanza del fiore?
Affido al sonno la risposta, che non verrà, se non in forma di carezza sugli occhi.

mercoledì 18 novembre 2009

45 - lettera

Mia zia ha preso un foglio e ci ha scritto sopra:

"Svegliati, mio intimo, svegliatevi, arpa e cetra
voglio accelerare l'aurora"

Poi ha piegato il foglio, lo ha messo in una busta e me lo ha spedito.
Aprire la busta e leggere questa formula magica mi ha portato un'invasione di gioia. E il fatto che una persona si sia presa la briga di scriverla su un foglio e, come si faceva una volta, comprasse un francolbollo e una busta e infilasse il tutto in una cassetta della posta, immaginando, io credo, il preciso momento in cui io lo avrei aperto e tenuto tra le mani e letto la sua grafia; tutto questo ha spinto la mia emozione della gioia ancora più in là, nel campo dell'impossibile e del miracoloso.

Queste parole non sono tratte dalle Illuminazioni di Rimbaud: si tratta di due versetti di un Salmo biblico. Tempo fa mia zia mi ha regalato un libretto con una nuova traduzione, letterale, dei Salmi e dei Cantici, organizzati secondo la liturgia delle ore cristiana: questo rituale quasi del tutto dimenticato, ma bellissimo e selvatico, come un abbaglio di sole tra il fieno seccato, nei campi dove si svolgeva la vita dura dei nostri nonni e della civiltà contadina, che pregavano con il corpo e la poesia.
Vorrei fare altrettanto: scrivere queste parole in un foglio, tante volte; infilare ogni foglio in una busta e indirizzarla a voi, alla piccola comunità, alla trentina di persone che ogni giorno legge questi appunti. Ma conosco solo pochi di voi, alcuni non so dove abitano; della maggior parte non conosco nè il nome nè il volto.
E poi oggi mi trovo a Bruxelles per lavoro; tira un vento gelido che sembra avvicinarsi il Natale; e sono molto di fretta e sconcentrato da pensieri. Allora affido il pensiero che mi è stato donato a questa trasfigurazione elettronica di dati; anche se manca la carne, e lo sguardo, e l'impronta, e il soffio. Ma confido enormemente nella realtà dell'energia del desiderio, che ci porta ben al di là di dove siamo: noi, le nostre azioni, le nostre intenzioni; e le parole che inventiamo, o che soltanto veicoliamo.

martedì 17 novembre 2009

44 - per un dio per un uomo

"...
che bello che hai ricordato Giovanni nel tuo ultimo post! Me lo ricordo bene Giovanni, guardava sempre il tramonto attraverso le sbarre della finestrella della biblioteca del Dozza. Io ero in depressione quasi adolescenziale e mi ricordo che ogni volta che tornavo a casa dal carcere scrivevo su un quadernone a quadretti di quanto fossi sciocca: Giovanni, seppure attraverso le sbarre, guardava il tramonto e gli piaceva! E poi una volta gli ho portato il racconto "Il cavaliere del secchio" di Kafka. Io me lo ricordo così Giovanni: un cavaliere che vola in alto! e che bello ora saperlo libero chissà dove.

A presto
Anna"

Quello che conta, ora, non è tanto la storia di Giovanni, che ho raccontato ieri: quello che conta adesso é che tutti quelli che conoscono Anna, ma anche chi non la conosce e ne sente parlare solo ora, come chi non ne saprà mai niente ma forse percepirà la specifica vibrazione della sua esistenza, senza neanche saperlo, attraverso la speciale telepatia che esiste a volte tra gli umani; è importante, dico, che tutti noi ora ci concentriamo sulle potenze cosmiche, che ci appelliamo alle energie positive che pervadono invisibilmente il mondo, perché subito si radunino intorno alla persona di Anna, e si tengano pronte a soffiare la loro benedizione sul suo ventre, non appena questo si aprirà. Perchè tra dieci giorni Anna darà alla luce un bambino. E' un bel modo di dire, questo, "dare alla luce". Anche "mettere al mondo" mi piace, ma preferisco il primo. Perchè quell'atto è certamente un dare: dare la vita al bambino, dare il bambino alla luce, dare al mondo, a noi tutti, una nuova creatura: un dio puro e sconfinato che discende tra noi, si fa carne, si incarna per diventare uomo. E lo sguardo confuso e infinito di un dio divenerà pian piano, sotto i nostri occhi, lo sguardo preciso e fragile di un uomo. E' una festa per tutti; è la festa di lui che nasce; è la festa di tutti quelli che stanno per nascenre; è la festa di tutte coloro che stanno per partorire. E' la nostra festa, fratelli umani, compagni animali, viventi tutti. Per questo il mio pensiero va ad Anna, proprio mentre il pensiero di lei scivola sul mio e va a Giovanni. E Giovanni che scappa, giustamente, dal carcere, sarà l'immagine che dedichero' alla venuta della giovane creatura, di tutte le giovani creature: che nel venire alla luce ci insegnino ancora qualcosa della luce; che nel superare la soglia della non esistenza e nel liberarsi dalla simbiosi con il corpo materno, per scoprire di avere -e amare- una madre, ci insegnino qualcosa della spavalda, dorata e divina libertà, e qualcosa dello splendente, ammutolente e commovente amore: verso i quali tutti abbiamo preso un impegno molto importante, quando è stato il nostro turno.

lunedì 16 novembre 2009

43 - l'acrobata

Nel volume uscito di recente con tutte le poesie della Szimborwska, ne ho letta una che si chiama L'acrobata. Non è particolarmente bella. Posso anzi dire che le sue poesie non piacciono: mi sembra che manchi quel grido che lacera il cielo. Quel grido che non è il grido di un uomo che va su un palcoscenico e grida, ma il grido di un uomo che scende in strada, e grida. Come nelle poesie di Antonio Porta. Ma di questo parlerò un'altra volta... Il motivo per cui ho tirato in ballo questa poesia della Szimborwska è perché mi ha ricordato un'altra poesia con lo stesso titolo, scritta da Giovanni.
Giovanni era un giovane uomo detenuto nel carcere di Bologna, intorno al 2002. Stava lì perché aveva fatto una rapina in banca con una pistola giocattolo. Gli avevano dato sette anni. Ne aveva già scontati cinque, e in quel periodo era in attesa di un pronunciamento del giudice che lo avrebbe sollevato dagli ultimi due anni grazie alla condotta esemplare tenuta in carcere. Era un ragazzone sensibile e intelligente, sprizzava energia in tutti i sensi, anche fisicamente, aveva una buona attitudine a una risata limpida e sonora, il carattere che spiccava in lui, dopo la socialità, era l'entusiasmo, e subito dopo si percepiva la lealtà. Io ho frequentato il carcere di Bologna per sei mesi: come volontario proponevo un'ora settimanale di lettura e scrittura ai detenuti che volessero e potessero partecipare. Ce n'era una decina, tra questi Giovanni. Ci divertivamo, scoprivamo i contemporanei e dissacravamo i classici: ricordo  l'esito esilarante che ebbe la mia proposta di riscrivere il finale di uno dei racconti di Gente di Dublino di Joyce.
Con Giovanni avevo una buona intesa. Lui aveva una buona intesa soprattutto con Debora, che condivideva  questa attività con me. Un giorno portò a me a Debora un foglietto. La volta precedente avevamo parlato di poesia. E' una mia poesia, disse. Si intitolava L'acrobata. Non ricordo niente di quella poesia, se non che era una poesia che era stata scritta perché era necessario che fosse scritta. Era il grido di quell'uomo per strada, il cui primo effetto su di te è un brivido, prima di qualunque pensiero. Ricordo anche che era una poesia di gioia.
Non ricordo se in quella o in un'altra occasione parlai con Giovanni dei miei progetti di vita. Ero molto giovane e sprovveduto, e in parte impaurito dai miei stessi sogni e soprattutto dalla concreta possibilità di realizzarli. Per questo mi tenevo sul vago e avevo un tono possibilista. Lui si accalorò: Come puoi temporeggiare, essere indeciso, incerto...? Come puoi pensare che forse non ce la farai prima ancora di averci provato? Non vedi che io sono pieno di sogni, e da cinque anni non ho potuto neanche provare a muovere un dito, perché sono chiuso qui dentro!? Tu sei libero. Vai, fai. Non c'è niente che ti incatena. Vai e fallo anche per me che non posso.
E' più o meno questo, che mi disse. Inutile dire che non ho mai più dimenticato queste parole.
C'è un'altra cosa che voglio dire  di Giovanni. Ed è l'ultima cosa che ho saputo di lui. Fu un altro volontario, che seguiva il caso giudiziario di Giovanni e lo accompagnava a Napoli quando c'erano le sedute al tribunale, a raccontarmi che il giudice alla fine gli aveva negato la riduzione dei tempi. Giovanni rimase molto scottato dalla notizia: si immaginava già libero, da mesi. Mentre tornavano in stazione per rientrare a Bologna, si lanciò su un autobus e nessuno ne seppe più niente. Almeno finché non chiamò al telefono questo volontario. Da una cabina, in Spagna. Gli disse, Scusami, ho fatto una cazzata. Ma ti giuro che non ce l'ho fatta a resistere. Spero che tu non passi dei guai per questo. Comunque ora sto bene, sono libero. Non so se resterò in Spagna. Qui sto lavorando, ho "rifatto" i documenti. Ma forse vado in Grecia. Ah! Salutami Carlo e Debora.
Non ricordo il nome del volontario che mi riferì questa conversazione. Ma anche queste ultime parole di Giovanni non le ho mai più dimenticate. E penso che ora stia facendo l'acrobata in Grecia, e forse scrivendo poesie, più belle di quella della Szimborwska, che forse nessuno leggerà mai.

domenica 15 novembre 2009

42 - dedica / 2












Intorno a queste fotografie sono nati i versi della poesia/dedica di ieri. Scattate nell'agosto scorso nei campi profughi di Balata e Al ain (Nablus, Palestina).

sabato 14 novembre 2009

41 - dedica / 1

Nel campo c'è un'officina e un cratere:
l'officina per riparare i rottami
e il solo colore che spunta dal nero
del grasso bruciato è il rosso.
Il cratere dove c'era una casa
tre piani per quattro famiglie
che l'esercito ha demolito col buldozzer
perché il ricercato non si era trovato.

Nei campi i profughi sono ragazzi
dagli occhi scuri e senza tristezza.
Nell'officina il quindicenne ride forte
pensando ai martiri della resistenza.
Nel cratere bambine di luce
sorridono al passo del loro gioco:
la tombola delle macerie dove si gioca scalzi
e si può vincere disperazione e disfatta.

Nei campi ci avete tolto la vita
ma non ci avete dato tristezza;
nei campi siete voi i vincitori
quelli che hanno scritto la storia;
e noi non siamo i perdenti: ma i morti:
e scriviamo la rabbia sui muri
- scriviamo la Storia -
nei vicoli stretti dove il destino si incaglia,


dove se l'amore per la vita esplode in mano
fa morti e feriti e il gioco è esplosivo
e fa morti tra noi - che siamo esperti
e fa morti tra voi - che non capite.


Tra le varie ricorrenze che ci siamo dimenticati di celebrare in questo 2009, a settembre cadeva il sessantesimo anniversario dalla creazione, da parte dell'ONU, dei campi profughi per i 750.000 palestinesi espulsi dalla loro terra e dalle loro case dall'allora neonato esercito israeliano. Erano pezzetti di terra pieni di tende e con un solo cesso; dopo dieci anni sono stati costruiti cubicoli di cemento di 3x3m, per ospitare le sempre più numerose famiglie. Oggi, sugli stessi appezzamenti di terra affittati dall'ONU di 1 km quadrato, ci sono foreste di palazzine di cemento affastellate una sull'altra, per accogliere tutti i vecchi profughi, i loro figli, nipoti e bisnipoti, che nel frattempo sono diventati 5 milioni di persone.

Questa poesia è dedicata ai profughi dei campi di Balata e Al Ain, intorno alla città di Nablus -Palestina. Majd Rammaha è nato e vive in Al Ain; ha tradotto il senso della poesia in arabo.  
Shukran sadìk, grazie amico!


في المخيم هناك ورشه عمل
لاصلاح الحطام (الاشياء المتحطمه)
واللون الوحدي اللذي يخرج من
الاسود هو الاحمر..
الحفره هي حيث كان هناك منزل
من ثلاث اربع طوابق لاربع عائلات
ان جيش الاحتلال الاسرائيلي حطم وهدم هذه
الطوابق لانهم لم يستطيعوا العثور على
الصبي المطلوب..في المخيمات هناك
الفتيان والفتيات مع عينين سوداوين
لا يوجد حزن وفي ورشه
العمل الطفل 15 عام يحملون الكثير
من التفكير حول الشهداء والمقاومه

venerdì 13 novembre 2009

40 - sul bordo

nato precoce
in scoppio di primavera
- ma ora inverno
e allora sia
malinconia sia
che la felicità non è senza
sua parte intima dolente
suo dolce languore
che rilassa palpebre
lucida occhi
la ferita di vivere
essere
mancante di tutto
ed esserne cosciente
essere
in condizione di necessità
di essere soccorso
di cercare compagni
condividere destini
ché da solo un destino
non ne fa uno
e saperlo
davanti al mare in burrasca
anche solo sul bordo
volerlo

giovedì 12 novembre 2009

39 - salto in basso

Non c’è conoscenza - e con conoscenza intendo qualcosa che si rivolge interamente all’umano, e ne coinvolge la sfera in uno slancio fiammeggiante- non c’è conoscenza che non sia un saltare da una forma all’altra di espressione, da un emisfero all’altro del cervello, da un’epoca a un’altra nell’arco di un solo istante. Continui viaggi nel tempo, slittamenti di prospettiva. Forse non c’è verità; di certo non c’è verità immobile, abbracciabile con un solo colpo d’occhio (o di pensiero).
Oggi, chi più mi illumina e mi dà soddisfazioni rispetto a questa convinzione, è certamente John Berger. Critico, filosofo, poeta, militante, viaggiatore, pittore. Straordinario come riesce e creare fili che si intessono in arazzi trasfiguranti, spalancando tra le fibre quei vuoti improvvisi in cui un’intuizione ingovernabile si fa all’improvviso strada, spostando il discorso -verso la direzione inattesa che si rivela all’improvviso quella giusta. E la commozione finisce per sgorgare là dove non si sarebbe mai immaginato; e l’implacabile lucidità si applica là dove si ergevano le barriere della cattiva stupidità, alzate a difesa e a velamento di una colpa che non andava svelata.
Berger scrive saggi che si trasformano in lettere, e poi ti ritrovi non sai come, che stai leggendo una poesia; e il commento politico finisce in una fenomenologia atea della presenza dei morti intorno a noi.
Il salto, come dice Maria Zambrano -e come ha praticato, distillando perle immortali, Cristina Campo- è necessario a discendere: in linea retta verso la realtà delle cose -e questa è la conoscenza di cui parlo-, verso la loro natura, verso l’origine, dentro l’energia potenziale, intellettuale e affettiva delle cose. Discendere così tanto dai palchi e dai catafalchi delle nostre ideologie, dai nostri tecnologici sistemi di ammortamento mentale, da trovarci allo steso livello delle cose reali, e accorgerci, infine, nell’esplosione di un giubilo in parte dolente, che le cose sono allo stesso tempo dentro e fuori di noi: e non, o dentro o fuori.
Da qui parte la conoscenza che è desiderio, creazione, militanza, abbassamento, svelamento, spoliazione: la conoscenza che è quel corpo a corpo che non ha esiti prevedibili e non è senza rischi: trattandosi in fondo di nient’altro se non del rapporto d’amore primario e essenziale.

mercoledì 11 novembre 2009

38 - cantico della cotica

Riesumata da antichi e segreti testi di marxismo esoterico, questa formula, se pronunciata tre volte di seguito, velocemente e ad alta voce, da tre persone che si tengano fraternamente per mano, farà iniziare in tutto il mondo la rivoluzione.
(In caso di insuccesso, il cantico può sempre essere apprezzato per il suo valore estetico e venire impiegato come grido di battaglia o canto di guerra, dai volenterosi che volessero farsi carico personalmente di dare inizio alla suddetta rivoluzione)


Io canto la cotica.
Tu taglia la cotica!
Hai tagliato la cotica?!

Mastica cotica
rischia la cotica
casca la cotica
raspa la cotica

Straccia la cotica
mordi la cotica
rendi la cotica
scortica cotica

Crosta di cotica
fatti di cotica
assumi la cotica
sniffa la cotica

Incarna la cotica
spalma la cotica
canticchia la cotica
mugugna la cotica

Rovescia la cotica
sovverti la cotica
incanta la cotica
devolvi la cotica

(doppio tempo)
Cristifica la cotica
scarnifica la cotica
carn-in-scatola la cotica
centrifuga la cotica
crocifiggiti la cotica
cotica cronica - cotica cranica
cotica karmica - cotica conica
cotica critica - cotica cinica
cotica civica - cotica clinica
cotica acquatica - natica cotica
Rachitica di una cotica
spiritica di una cotica
bolscèvica di una cotica
fatidica di una cotica

(tempo normale, scandendo)

Conato di cotica
conato di colica
colata di cotica
conato di cogito

Ergo sum cotica
ergo sum cogita
cogito ergo cotica
cogito ergo cotica

Cotico la cotica
crostolo di cotica
costola di cotica
constiamo di cotica

Hai tagliato la cotica?!
Taglia la cotica!
Io canto la cotica.

martedì 10 novembre 2009

37 - piccole imprecisioni e miti nefasti

Promemoria:

acuminare
lo spirito critico
affinare
l’intelligenza
ancora di più
a partire dalle minuzie
se no non
se ne salta
fuori
e restiamo
galline
e il poeta del ‘200
non ci
perdò
nerà

A proposito del nuovo motore di ricerca islamico ImHalal: bisogna rilevare -purtroppo- che anche l’ottimo Internazionale nel darne notizia (16 ottobre) ha ripetuto la malevola imprecisione già comparsa su tutti gli altri media: si dice che, utilizzando tale motore di ricerca, di fronte alla richiesta di contenuti “proibiti” dall’islam la ricerca si bloccherebbe: che questo non sia vero può verificarlo chiunque digitando “sex” o altro del genere su ImHalal: semplicemente, appare un avviso che segnala la possibile natura “illecita” del contenuto, rimandando all’utente la scelta di continuare o meno nella sua navigazione: basta un semplice clic per andare avanti: nessuna censura, quindi.
Sembra un’inezia, e non dubito della buona fede del redattore che ha scritto le tre righe in questione: ma sono convinto che il nefasto mito del “conflitto di civiltà” venga alimentato anche da queste piccole imprecisioni: che finiscono sempre per mistificare gli altri in senso peggiorativo, facendoli apparire in genere dei poveri idioti in balia di culture sottosviluppate e di società proibitive e illiberali più di quanto non siano realmente.
Intanto in Italia, recentemente, abbiamo rischiato di vedere promulgata una legge che avrebbe portato alla soppressione di tutti i blog che non fossero gestiti da un giornalista iscritto all’albo. Chissà se i giornali arabi o iraniani ne hanno parlato, e in che termini...
Nella società che si ispirano all’islam ci sono molte cose che dal nostro punto di vista liberale e moderno andrebbero criticate: non ce ne inventiamo altre, per favore: cerchiamo di tenere a bada la nostra immaginazione, quando non serve: rendiamo giustizia alla realtà -è troppo bella e preziosa così com’è, senza bisogno di semplificazioni e mistificazioni- e alla nostra intelligenza - meravigliosa quando si dispiega come una dea sorridente e alata.
In alternativa, diventeremo prima o poi tutti "bruti" leghisti, e perderemo per sempre il fantastico treno della “virtute e canoscenza”, per il quale il poeta ci ha regalato l’abbonamento a vita. Dobbiamo solo tirarlo fuori dal cassetto e utilizzarlo.

lunedì 9 novembre 2009

36b - Muro

(Infrango una regola: due annotazioni, oggi. Benvengano le infrazioni!)

Bande, megaschermi, 30 e più Capi di Stato, 3 milioni di persone in piazza, fiumi di parole condivisibili e memorabili. E l’immancabile concerto degli U2. Questa, in sintesi, la celebrazione che si sta svolgendo per il ventennale della caduta del Muro di Berlino. Permettetemi: l’ultima ghiotta occasione per imbandire un’ancora inedita versione della immortale fiera delle ipocrisie.
Voglio fare alcune considerazioni al proposito, in 5 capitoletti titolati.

1) “Un salto indietro e uno di nuovo avanti; con un compito per casa”

OGGI: tutti i politici di tutti i paesi parlano della libertà ritrovata, con parole e toni che lasciano intendere che se solo avessero a disposizione una macchina del tempo, tornerebbero indietro di vent’anni per togliersi la soddisfazione di aver aggredito di persona, a mani nude, quel maledetto cemento.
IERI: nell’89 praticamente tutti i politici dell’Europa Occidentale -tanto per rinfrescare la memoria farò giusto i nomi di Tatcher, Mitterand, Andreotti, Köhll- si opposero duramente alla rimozione della barriera: ognuno per motivi diversi, ma tutti per lo stesso motivo di fondo: prevedevano grandi squilibri, ed erano disposti a sacrificare i sogni/bisogni delle persone, sacrificare la giustizia, sacrificare la necessaria riparazione all’orrore, in nome della “real politik”, del buonsenso storico, delle ragioni di Stato.
OGGI: cosa farebbero, oggi, i nostri politici che rivendicano a posteriori coraggio, lungimiranza e giustizia, se ci fosse, oggi, da abbattere un muro in Europa, e la responsabilità ricadesse su di loro?
COMPITO PER CASA: trova una situazione attuale che potrebbe essere di esempio e mettere in ridicolo tutti i politici che oggi sfilano a Berlino, smentendo clamorosamente il loro impegno per la libertà dei diseredati e degli emarginati di oggi.

2) “L’energia e il senso”

Se i politici e le persone che stanno celebrando gioiosamente la distruzione del Muro di Berlino volessero veramente rendere giustizia e onore alla grandiosità di quel momento e di quel gesto, ne rilancerebbero oggi l’energia e il senso, invece di museificarlo e relegarlo a un passato già mitico, disinnescandone quindi la potenza (con colonna sonora epica/neoromantica degli U2): quei tre milioni di persone potrebbero prendere qualche volo low cost e andare là dove ci sono i nuovi Muri, se possibile peggiori di quello di cui si sta celebrando la fine. Basterebbe che ognuna di queste persone si portasse con sé un martello e uno scalpellino, per cambiare di nuovo il senso della Storia, e del futuro, oggi. Con la proprie mani. Come è avvenuto ieri.

3) “Dei vari Muri”

Dei vari Muri, voglio ricordare solo il più atroce: non solo il più atroce del tempo presente, ma la più grande, alta, lunga, oscena, inumana e illegale barriera della storia dell’umanità: parlo ovviamente del Muro in Palestina: 700 km di barriera di cemento, alta 8 metri (quello di Berlino era alto 4). Il Muro di Israele, costruito con la forza interamente dentro il territorio palestinese, è stato condannato dalla Corte Penale internazionale dell’Aja. Israele è stato intimato a rimuovere la barriera illegale. Israele non ha rimosso la barriera, non ha interrotto i lavori di costruzione, e in capo a pochi mesi avrà ultimato gli ultimi tratti ancora da tirar su. C’è gente che muore per via di questo Muro: perché non può più andare a lavorare: perché non può più raggiungere l’ospedale della città vicina: perché viene bloccata dai soldati al varco mentre va a partorire. Come ieri. Peggio di ieri.

3) “Adesso un racconto personale”
Il 28 agosto ero nel villaggio palestinese di Bil’in, a ridosso del quale passa il Muro. C’era una manifestazione, pacifica, contro il Muro. Eravamo una sessantina, tra palestinesi, pacifisti israeliani, internazionali. Siamo stati attaccati dai militari israeliani come bestie. Quattro feriti gravi. Proprio il giorno prima, il 27 agosto, nello stesso villaggio era stato in visita l’ex presidente americano Jimmy Carter: che ha detto pubblicamente e ufficialmente che la costruzione del Muro e la politica israeliana in generale perpetuano una situazione di puro apartheid. Il giorno dopo la mia visita, il 29 agosto, di notte, l’esercito ha invaso il villaggio, ha picchiato gli abitanti e gli attivisti internazionali, ha spaccato telecamere, ha arrestato ragazzi che il giorno prima, con me, avevano manifestato pacificamente. Questi ragazzi non rivedranno la libertà tanto facilmente: in Israele esiste la “detenzione amministrativa”, che consente di tenere i palestinesi sospettati di qualunque cosa in carcere per un tempo indeterminato, senza processo, in “attesa che vengano trovate le prove contro di loro”. Non è raro che queste “attese” durino anni, per concludersi con il mancato rinvenimento di prove e quindi con la liberazione del prigioniero, con tante scuse e una pacca sulla spalla. Per festeggiare il ventennale della caduta del Muro di Berlino, gli Israeliani hanno ammazzato, l’aprile scorso, uno dei ragazzi di Bil’in impegnati nella costruzione del Comitato per la Resistenza non violenta: durante un’analoga manifestazione, gli hanno sparato un lacrimogeno in mezzo al petto, da una distanza di due metri.

4) “Domanda retorica, con risposta in forma di domanda retorica”
Allora, cosa diavolo stanno festeggiando quei tre milioni di persone sotto il palco degli U2, a Berlino?
La morte di un’utopia?

5) “Militanza del fiore”
C’è un antidoto alle celebrazioni che ammazzano gli ideali a colpi di spumanti, proclami, concerti e fuochi d’artificio: si chiama militanza. Ognuno può fare da sé, o organizzarsi con altri. Ad esempio: sabato prossimo, a Firenze ore 15, c’è una manifestazione contro il Muro in Palestina e tutti i Muri del presente.
Poi da lì, chi volesse, con biglietto aereo, martello e scalpello...

36 - lettera ai sig.ri funzionari dell’Ufficio del Tedio e ai gentili utenti dell'Ufficio medesimo

Io vi dico adesso voi:
datevi in pasto ai pescecani
datevi in pasto alle cicale
datevi in pasto agli ingranaggi.

Fate di voi ciò che volete
ma non mettete il vostro grigio tra me
e la mia aurora desertica e rosata
dell’immortale già presente domani.

domenica 8 novembre 2009

35 - ricredersi

I recenti sviluppi in Afghanistan mi hanno quasi costretto a fare un passo indietro e ricredermi rispetto a quanto sostenevo nell’annotazione n° 7 "due topi due misure", al punto 7: cioè che la doppiezza criminale dei paesi “occidentali” ha trovato un’ultima eccellente manifestazione in occasione dalle elezioni in due paesi Mediorientali: l’Iran e l’Afghanistan, appunto: entrambe caratterizzate da brogli, in entrambi i casi finalizzati alla riconferma del leader già in carica.
Nel caso dell’Iran, Ahmadinejad è stato eletto con il 65% dei consensi, e gli osservatori internazionali hanno denunciato “alcuni casi” brogli. Sembra difficile che questi “alcuni casi” possano rappresentare più del 15 % e quindi inficiare il risultato. Ma la reazione “occidentale” è stata di grande biasimo: si è gridato al colpo di stato, si è delegittimato il leader chiamandolo dittatore (ma perché poi se uno è “cattivo” deve per forza essere un dittatore? Ci scordiamo sempre di Hitler, che è stato eletto democraticamente, e di Hamas in Palestina, che ha preso il potere grazie alle uniche vere elezioni libere del Medioriente, per non parlare di Berlusconi che è stato eletto tre volte dal popolo, come lui non manca di ricordare, pur essendo un criminale in fuga dalla giustizia, che ha fatto dall’Italia, moralmente e socialmente, se non economicamente, un paese del terzo mondo. Il nostro bisogno di schematizzare e ricondurre i pezzi di realtà complessa a semplici archetipi fiabeschi è straordinario. Quindi se uno deve essere considerato cattivo, deve anche essere un dittatore. Se è buono, no. L’Arabia Saudita è amica ed è buona, perché ospita le basi americane e fa affari con gli USA. Quindi in Arabia non ci sono brogli, né dittature. Infatti non ci sono proprio le elezioni. E il famoso fazzolettino di terra che è il Kuwait, in nome del quale si sono ammazzati, con due guerre e un embargo di dieci anni, milioni di Irakeni, non ha consentito alle 4 donne elette per la prima volta in parlamento, di presentarsi in aula senza burqua, come era loro desiderio. Ma il Kuwait deve essere buono, proprio perché in suo nome abbiamo ammazzato milioni di Irakeni, che invece, notoriamente, era uno stato laico, anche se non democratico. Ma queste sono altre storie...). Torno sui binari del discorso. Nel caso dell’Afghanistan, Karzai ha vinto con il 54% dei voti e gli osservatori dell’ONU hanno denunciato almeno il 25 % dei brogli in suo favore. Le reazioni dell’”occidente” sono state il frettoloso congratularsi con il presidente “confermato”, e poi un lavorio diplomatico e mediatico per minimizzare la questione dei brogli. La mia nota n° 4 arrivava qui.
Il colpo di scena che avrebbe dovuto farmi rimangiare la mia amarezza, è stato la decisione di indire nuove elezioni, praticamente un ballottaggio tra Karzai e Abdhullah. La decisione è stata presa dall’ONU e Karzai ha accettato. Guarda, mi sono detto: per una volta sono stato inutilmente pessimista e invece le cose hanno preso inaspettatamente una piega incoraggiante. Certo mi sembrava incredibile che Karzai avesse accettato il rischio, molto probabile, di vedersi sconfitto.
Ma ecco subito (quasi subito: non prima che diverse palate di soldi della comunità internazionali, cioè delle nostre tasse, fossero spesi per riallestire il fatidico turno elettorale), ecco subito, dicevo, il contro-colpo di scena che ha rimesso le cose, tristemente e illegalmente, al loro posto sbagliato: Abdhullah si ritira affermando che i preparativi dei nuovi brogli a favore di Karzai sono così evidenti e imponenti che è inutile correre.
Conclusioni:
- Karzai si proclama vincitore della partita elettorale;
- la Corte Afghana (o qualcosa del genere) lo dichiara presidente;
- la legalità internazionale e interna è rispettata;
- gli USA, l’ONU e tutti quanti al seguito, si affrettano a ratificare (e tirano un sospiro di sollievo);
- insomma: chi doveva fare bella figura l’ha fatta;
- e il risultato non è cambiato;
- l’opinione pubblica è rimasta incantata davanti a questo gioco di prestigio e lo spirito critico si è smarrito dietro questi passaggi tesi ad annullarsi a vicenda: quindi nessuno ha alzato la voce (per non dire: un dito), nessuno ha gridato allo scandalo;
- e se chiedete in giro: il cattivo è sempre l’Iran, mentre l’Afghanistan è una nascente e promettente democrazia mediorientale.
L’importante in fondo è non recarsi in Afghanistan per vedere con i propri occhi che diavolo stanno combinando gli USA e l’amico Karzai, nelle regioni dei “ribelli”, come stanno massacrando quelle centinaia di migliaia di pastori, agricoltori, nomadi, gente normale, ragazzini, vecchi, donne, che non sono né taliban, né affiliati ad al-Qaeda, né tanto meno terroristi, che semplicemente impugnano rastrelli e, nel caso migliore per loro, fucili, per difendere la loro terra da questa tournée di genocidi, questo stupro a cadenza regolare, che da vent’anni a questa parte viene chiamato “esportazione della democrazia”.

sabato 7 novembre 2009

34 - dice

dice
che qui non c'è fame per tutti
che qualcuno mangerà senza fame
- va a finire comunque
io credo
che il panettone non basta
nemmeno
quest'anno

venerdì 6 novembre 2009

33 - poi, un giorno

Storia di un uomo che si sveglia una mattina e non se la sente di aprire gli occhi. Aspetta un po' disteso, ma proprio non riesce a trovare l'energia, e la motivazione, per fare quel gesto in genere naturale e automatico. L'uomo si è svegliato come travolto da un carico insostenibile di stanchezza. Stanchezza per cosa, si chiede. Non trova risposte. Qualcosa l'ha prosciugato, nottetempo. Qualcosa che forse lavorava da anni, per prosciugarlo. Qualcosa che forse ha a che fare con l'aggressione di un mondo che chiede e pretende, ed esige. Con l'invasione di un mondo esterno che riempie, invoglia, costringe. Con le immagini. Con i messaggi veicolati attraverso le immagini. Con tutta la violenza che è sotterraneamente veicolata, in quei messaggi, in quelle immagini. Molto più potente della capacità dell'uomo di resistere, di opporsi alla persuasione, al plagio.
Tutto questo forse ha condotto l'uomo oltre questa fatidica soglia di stanchezza.
Ne è vagamente cosciente, spende del tempo a vagheggiare queste e altre supposizioni. Ma la stanchezza lo demotiva anche a darsi da fare nel cercare una risposta. Non può che non aprire gli occhi. Questo è tutto. Non se ne dà pena.
Ora gli viene un'idea. Come per un istinto, con molta naturalezza. Un'illuminazione nel buio, diciamo pure. Si alza, non apre gli occhi. Si sente già meglio. Il gesto di alzarsi, unito al non gesto di non aprire gli occhi, gli fa scendere tutta la stanchezza lungo la schiena. Sente che qualcosa ha appena iniziato a scendere, e la discesa sarà lunga lunga lunga...
E' un'enorme rilassamento quello che comincia a farsi strada in lui, mentre urta tutti i mobili e gli spigoli della casa, mentre batte le testa nella mensola del bagno per lavarsi i denti, mentre si brucia il polsino della camicia per cercare di fare il caffè.
E' lo scioglimento di una tensione epocale, come quando in montagna, dopo una giornata di cammino in salita e in discesa, una volta tornato alla basa uno si toglie gli scarponi e poggia i piedi su una sedia. Un rilassamento così intenso e rapido, teso a compensare tutto un prolungato e forzato trattenere, che sembra confinare con il formicolio e perfino il dolore.
Questo è ciò che prova l'uomo che si è alzato e non se l'è sentita di aprire gli occhi.
Poi esce di casa, fa le cose normali della sua vita, attraversa la città per andare a lavorare, tanto per cominciare. Cerca di farlo. E non è semplice. Tutto è infernale, rumoroso, eccessivo, distratto, violento, inconsapevole, spaventoso, acuminato. Ma lui è in balia di un sorriso che si dilata dentro di lui, come se si fosse schiantata la membrana di un organo del corpo segreto, che contiene un liquido denso e caldo, vitale. E questo liquido si va espandendo, rassicurandolo, disperdendosi in ogni anfratto del corpo e della mente, e anche se lui sa che la dispersione di questo liquido porterà alla sua morte, questa consapevolezza non si oppone al suo senso di conforto.
Non vede niente. E' felice. Lentamente torna a sentirsi se stesso, come non sentiva da tanto tempo. Cerca comunque di comportarsi con compostezza, con naturalità. Si reca dai parenti, dalla figlia, dai fratelli, dagli amici, sempre barcollando, ferendosi, cadendo a terra. Minimizza, davanti alle loro domande. Gli chiedono se è malato, se è rimasto ferito, se si è sottoposto a una cura o a un'operazione. Lui fa il vago, è evasivo, minimizza. Poi gli chiedono se è impazzito. Se sta conducendo uno scherzo di cattivo gusto. Se è impazzito. Lui si scherma, minimizza. Sorride sempre.
Sta sempre pi curvo verso la terra, procedendo, tornando a casa, prendendo soldi al bancomat, mangiando al tavolo con tutti gli altri al pranzo di Natale. Si sente attratto dalla terra, comincia a sentire come un canto da qualche profondità che non può vedere ma che, d'altra parte, non potrebbe vedere neanche se si decidesse a riaprire gli occhi. Sente un canto provenire come da strati di spirali verticali, che si intrecciano fino a formare la solidità dal pavimento, ma nascono molto più in giù, più lontano. Lo vuole ascoltare questo canto, questa voce che lo fa sorridere, e a volte proprio ridere ad alta voce, perché è come un massaggio, così delicato che sconfina facilmente nel solletico. Ride, e sorride, e cammina, e si sveglia, e non apre gli occhi. Di notte, nel sonno, nel sogno, a volte apre gli occhi, e vede cose che non ha mai visto a occhi aperti. Ma al risveglio non gli viene mai voglia di riaprirli, per verificare se il mondo, di fuori, è sempre lo stesso; o se la vista è cambiata; o se le cose che vede nel sogno esistono veramente e ora potrebbe vederle con i suoi occhi. Non gli viene questa voglia. Non ancora. L'ascolto del canto lo assorbe quasi totalmente. Cerca di continuare a condurre una vita normale, non vuole fare l'eccentrico, estraniarsi dalla società, fare l'eremita: niente di tutto questo lo interessa. Però è sempre più preso da questo ascolto, incessante, e la sua postura è sempre più curva verso terra, procede ingobbito, quasi accartocciato, è anche molto dimagrito ultimamente, perciò sembra un guscio, una foglia rinsecchita che sta per andare in pezzi. Non riesce neanche più a capire se gli altri lo considerino un pazzo o cosa: non perché gl altri gli nascondano i loro veri pensieri, crede, ma perché non riesce a porre l'attenzione su questo aspetto abbastanza a lungo per farsene un'idea. Il canto lo distrae subito. Lui si incurva ancora di più, ruota un po' la testa per porgere orecchio al terreno, alle onde meravigliose che lo raggiungono.
Poi, un giorno, in mezzo alla strada, si drizza, eretto, apre gli occhi.
Poi, un giorno, la morte per strada lo coglie.
Poi, un giorno, quest'uomo non apre gli occhi mai più.
Poi, un giorno, tutta quella stanchezza finisce di scendere lungo la sua schiena.
Poi, un giorno, quest'uomo è san Francesco.
Poi, un giorno, quest'uomo è su una collina desolata a conversare con Tarkowski, che ha incendiato la sua casa per salvare l'anima e l'umanità.

giovedì 5 novembre 2009

32 - capodanno a...

Nessuno si agiti: non sto per rivelare il titolo del prossimo film Vanzina-De Sica.
Il mio è un suggerimento per le ferie di fine anno.
Scommetto che già qualcuno si chiederà come passare Capodanno: volendo sfuggire al diktat del divertimento confezionato, offerto in un vassoio d'argento direttamente dalle gentili fauci della belva; cercando invece un'intuizione privata e sociale, un'occasione originale, geniale se possibile, per sottolineare il valore simbolico, bellissimo, del passaggio, del rinnovamento.
Il 31 dicembre scorso, non so cosa voi steste facendo: io mi divertivo in una cascina, nella campagna marchigiana, allontanando il freddo con il fuoco vivo del camino e tanto vino; tutti stretti nella casa di Nerone, contadino dionisiaco le cui feste sono leggendarie in tutto il centro Italia. E' stato un bel Capodanno. Era con me il mio amore. C'erano gli amici. C'era il mangiare e il bere. C'era una bella atmosfera, la giusta ebbrezza.
Intanto piovevano bombe e missili sul fazzoletto di terra più popolato dal mondo. 365 km quadrati -uno per ogni giorno dell'anno, guarda caso- dove vivono, e non possono uscire, 1 milione e mezzo di persone. Ma questo non dà realmente l'idea: perché ci sono anche vaste zone desolate e desteriche a Gaza. Allora diciamo che a Gaza ci sono diverse città, ciascuna chiusa in un km quadrato di terra, che sarebbero poi i famosi campi profughi dell'Onu, dove vivono, in ognuno, circa 100.000 persone. Centomila persone in un km quadrato. Questa non è la tv, quindi è necessario uno slancio di immaginazione, per capire. E' necessario soffermarsi un attimo su questi numeri.
Ed era proprio in queste città che cadevano le bombe, non sulla terra deserta.
Le bombe cadevano come pioggia, come neve, e non cadevano sulla terra, non sui tetti delle palazzine malandate, non sul cemento e sull'asfalto delle strade: le bombe non creavano crateri, perché cadevano su corpi umani per le strade, che non potevano scappare, su carne che, esplodendo, assorbiva e attutiva il potere devastante degli ordigni. Perché nelle città palestinesi della striscia di Gaza non c'è un solo centimetro di suolo che non sia occupato da un essere umano. Se dal cielo sopra un campo profughi Dio lascia cadere una moneta, ammazza almeno due o tre persone, tanto è densa la popolazione che sta ammassata ovunque. Da generazioni. Da decenni. Da quando è iniziata la pulizia etnica di cui, da noi, non si può parlare.
Ma se gli elicotteri israeliani lasciano cadere missili, non esistono obiettivi da centrare: scatta la macelleria. Tra il Natale scorso e il 20 gennaio le bombe sono cadute ininterrottamente a Gaza, giorno e notte. Poi c'erano anche i carriarmati e i cecchini. Hanno ammazzato 1400 persone. Più di 400 di queste erano bambini.
Chi, da queste parti, ha evocato il nazismo è stato zittito in malo modo.
Ecco, l'ho già fatta troppo lunga. Ma questo argomento mi sfugge sempre dalla mani, per una via che passa dalla pancia e fa lunghi giri, tormentosi, non trovando modo di essere digerita.
Ecco quindi il mio suggerimento per Capodanno 2010.
C'è una grande marcia, la notte del 31 dicembre. Per vedere cosa è rimasto. Per dare solidarietà a chi è rimasto. Per mangiare per qualche giorno il loro stesso pane, nei loro piatti. Dormire nei loro letti, accanto a loro. Guardare il cielo sopra le loro teste. Per poter tornare e raccontare che Gaza esiste, che non è una leggenda, non è una favola per inacidirci la cena durante il telegionale serale. Esiste, e si raggiunge con poche centinaia di euro, in poche ore, e nessuna complicazione logistica.
Il Coordinamento Europeo per la Palestina invita tutti ad unirsi al gruppo italiano che parteciperà alla Gaza Freedom March, a Gaza. Partenza il 27 dicembre, rientro il 3 gennaio. Il volo per e dal Cairo a carico dei singoli. Poi, per i giorni di permanenza a Gaza, è tutto organizzato. E costa 200 euro. Poco più di un cenone di Capodanno. Poco meno di una serata a Parigi.
(Più info in assopace.org)

mercoledì 4 novembre 2009

31 - poi serra la bocca

Uscito dallo studio medico, scivolo sull’ultimo gradino perché stamattina ha piovuto ed è tutto impiastricciato di infide orme fangose, e in più l’entusiasmo per la vita e per la giornata in pieno svolgimento mi spinge ad un fatale andamento in levare. Quindi scivolo e scivolo male, e cado all’indietro, a batto la schiena contro lo spigolo di pietra del gradino. E’ così che muoio.
Poi sono uscito dal palazzo, ed era notte, ed era aperta campagna, ed era già dopo la fine dell’umanità.
Frugando nel cespuglio e tra le foglie in cerca della civetta sparita e dell’ultimo sapore inaccessibile, sono caduto nel pozzo. Sono caduto all’indietro e mi sono roto le ossa. Così sono rimasto riverso, laggiù, a guardare la bocca nera del pozzo, e la notte al di là di quella, di un nero più chiaro, perché fuori, la notte, è bagliore.
Ed ecco affacciarsi sul bordo del cratere intere schiere di nani da giardino: spregevoli, conformisti, colorati e lucidati in superficie, ma di perfido cemento omogeneo all’interno. I nani accorrono a frotte per godere della mia sciagura, della disfatta e della minuziosa frantumazione ossea che analizzano dall’alto con puntigliosa pedanteria. E’ molto evidente che traggono piacere dalla mia caduta; dietro le teste dei primi ne spuntano altre, di altri che si abbarbicano l’uno sull’altro pur di non perdersi lo spettacolo della bestia in trappola. Vorrei esporre davanti a loro il teorema di Pitagora, o il principio di Archimede, o altre cose del genere, ma ho le ossa rotte e non posso parlare. Inoltre, ed è la cosa peggiore, non ho alcun ricordo di tutte queste cose, a parte il nome, deve essere un effetto del precipitare.
Ridono, ghignano e sputano. Mi ricoprono letteralmente di sputi; sono centinaia a sputare, contemporaneamente, o dandosi il cambio, o a ritmo alternato. Sputi vigorosi, rumorosi, molesti. Sicuramente corrosivi e nocivi per la mia salute già molto precaria. Alcuni tirano sassi, pietruzze, massi, senza farmi alcun male. Per puro spregio. Vorrei ergermi di scatto e lanciargli addosso pietre acuminate, oggetti taglienti o molto pesanti, pezzi di roccia che produrrebbero una carneficina, farebbero di tutti i nani una orrenda poltiglia. Ma ho le ossa rotte, non posso muovere un dito. E resto disteso a guardare le teste che si assiepano sempre più fitte, l’apertura del pozzo sempre più stretta, il bagliore della notte sempre più lontano.
Ora il pozzo si chiude su di me come un morso.
Come quando il buio ti divora e poi serra la bocca, e ti manda giù.

Sapevo che i nani da giardino sono malvagi e scaltri. Ben diversi, in questo, dagli altri nani, i nani più informi e più oscuri, molto meno smaltati, che abitano i piani di sotto, e non si fanno vedere, e preparano la festa. Pensare che per ingraziarmeli, questi feroci, tempo fa ho militato nei ranghi del Fronte Popolare per la Liberazione dei Nani da Giardino, che ha sede in Svizzera. Questa è la gratitudine che ora sanno dare.
Ma ora, quando finisco questa tazza di tè, cioè quando scendo dall’autobus, ovvero appena smette di piovere e mi decido a partire, li chiamo a raccolta e li scricchiolo io per benino, come fossero dita, e voglio vedere se resta qualcosa del loro spocchioso sorriso, dei loro vermigli cappelli, degli smaltini applicati.

martedì 3 novembre 2009

30 - reale

Quindici mesi fa ero morto e pensavo: “Tutto è infinitamente distante. La realtà è impossibile. La vita è preclusa. Fine”.
Per rinascere ho fatto una lunga passeggiata solitaria: un milione di passi circa su un sentiero desolato e santo, popolato di silenzi, canti e visioni. Al ritorno ho pensato: “Non c’è distanza tanto grande che non si possa raggiungere a piedi. Anche la vita è laggiù da qualche parte, dove posso arrivare.”
Tre mesi fa sono partito per la Palestina: un viaggio da solo nei bassifondi del mondo, tra il dolore puro e una gioia spogliata di tutto. Avevo intenzione di attraversarla a piedi, in venti giorni, andare da Tel Aviv a Gerusalemme senza saltare un passo. Volevo conoscere quella terra palmo a palmo. Mi dicevo: “Non c’è distanza tanto piccola che non possa essere colmata se non a piedi”.
Così sono partito, ma dopo una giornata di cammino ho cominciato a muovermi in autobus: era troppo importante essere in tanti luoghi diversi e lontani, dove incontrare persone, ascoltare racconti, stringere mani e sguardi ed esistenze. Fare incontrare la mia fame con la sete di altri, la loro sete con la mia fame. E per questo non andavano bene la solitudine, e non andavano bene i piedi. Volevo un paesaggio senza tecnologie; e ho incontrato l’uomo senza tecnologie.
Al ritorno ho pensato: “Non c’è alcuna distanza al mondo. Una volta sconfitto il turismo, tutto è vicino e reale. Ripulire il destino da questa piaga che rende spettatori, ïn fuga per sempre, da sempre. Cancellare dalla mente la vacanza, il tempo libero, l’immaginazione. Fare delle proprie giornate qualcosa di inaudito e potente.”
Sono qui, nella vita. Sono dentro il mio volto. Allungo la mano e tocco il volto di chiunque, accarezzo le sue palpebre, mi batte dentro forte il suo cuore, cantiamo insieme a squarciagola nel deserto, nella giungla, in un taxi.
Sono una Tigre Tamil, una prostituta slava sui viali, un prete cacciato dalla sua parrocchia, un ragazzo nascosto sotto un camion per passare il confine, un profugo che non si fa esplodere, una vedova irakena, una giornalista uccisa in Cecenia, un barbone che ruba al mercato, un’anziana che muore mentre va alla deriva, e intanto parla da sola e prega, non per se stessa ma per chi rimane, e morendo, tra le rughe, sorride.

lunedì 2 novembre 2009

29 - quel tanto che

l’importante è avere scritto in eccesso
come Alda Merini
e non aver detto ancora abbastanza
rispetto a tutto
quel fuoco
che c’è

l’importante è avere scritto pochissimo
come Cristina Campo
e non avere taciuto abbastanza
rispetto a tutta
quella tigre di assenza
che c’è

l’importante è non aver scritto il giusto
non avere fatto per bene
il compitino di scuola
l’importante alla fine è essere stati
irriducibili
dissennati quel tanto che basta
per sfuggire alla classificazione
che i funzionari del cimitero
dei vivi
proveranno a farti
firmare

quella firma è la cosa che certo
non scriverai
mai

domenica 1 novembre 2009

28 - i morti

Tutti gli anni, senza eccezioni, da anni, quando arriva il primo di novembre mi viene in mente una storiella che mi ha racconto il mio amico Antonio. Si tratta di uno dei tanti apologhi memorabili che riguardano il suo nonno paterno, figura leggendaria per più di un motivo, a cominciare dal suo aspetto aspro e asciutto, in tutto e per tutto beckettiano.
Ecco che un tale, anni fa -ed era appunto il primo novembre- lo vide intento a lavorare. Gli domandò perché non facesse festa come tutti. Il nonno di Antonio rispose:
I LA FESTA LA FACC' D'MEN: PERCH'I MAI SANTI EN CE CREG, MO MA I MORTI SE.
Io faccio festa domani: perché ai santi non ci credo, ma ai morti si. Capito?

27 - una sigaretta

Seduto a fumare in salotto, dopocena, le gambe accavallate, i pantaloni della tuta di un grigio liso e slentato, non posso evitarmi questa vista: il tessuto logoro degli abiti da casa è tutto imbrattato: macchie umide di liquami freschi, di colore trasparente, grigio, giallino, verdino, con punte di marrone e arancione. Fino al grigio scuro tendente al nero: tutti gli organi interni hanno smollato, si sono sfondati nello stesso istante, senza dolore né avvertimenti: hanno buttato fuori i loro contenuti segreti, riversandoli abbondantemente di sotto, sul cavallo basso dei pantaloni: anche i muscoli e la pelle del ventre devono avere ceduto: altrimenti non si spiegherebbe tale evidente e imbarazzante fuoriuscita. Se poi alzo appena la testa e lo sguardo, davanti a me, sulla poltrona c'è un uomo con un grosso cappello nero calato pesantemente sugli occhi: la tesa del cappello getta un'ombra su tutto il resto del viso: come se l'Angelo volesse nascondermi la sua identità: come se le ali imponenti schiacciate tra la sua schiena e la spalliera, non fossero sufficienti a smascherarlo.
Mi guarda di sottecchi, dissimulando qualunque genere di interesse. Fuma una sigaretta, soffia forte, ma con noncuranza, il fumo lontano dal viso. Oziosamente, direi. Quasi un pretesto per occhieggiare dalla mia parte. Mi basta un'occhiata veloce al pacchetto sul tavolo per capire che si è preso la penultima sigaretta del mio pacchetto: l'ultima sta ancora lì, mezza fuori, a denunciare con la sua solitudine l'indebita sottrazione. Comunque, di certo, stasera non avrò il coraggio di fumare quell'ultima sigaretta. Né, credo, lo farà lui. Quando spengo la mia, se n'è già andato. Ed io sto bene, pronto ad alzarmi, andare.
Non capisco cosa accada stasera: