venerdì 30 ottobre 2009

26 - Come grattarsi una spalla mentre scrivo una relazione per il ministero


Vorrei svegliarmi la mattina e sentire l’aria, sentire i respiri miei e degli altri umani, degli altri animali, delle creature; sentire il cosmo che gira, sentire del tutto intuitivamente le parti viventi di un mondo vivente, inafferrabile, non condificabile, ma percepibile, palpitante, partecipabile, miracoloso, piovoso, soleggiato, pervasivo. Vorrei sentire con levità e serietà che lo spirito c’è, eccome se c'è, e che magari, a seconda dei momenti, e dell’umore, e della lucidità, potrei chiamare dio, nuvole, bellezza, gioia, disperazione, utopia, tristezza, prurito, realtà, respiro, amore, noi, morte, nascita, niente, creazione, fuoco, spirito santo, santità, venuta dell’angelo.

Mi piacerebbe che questo fosse un movimento spontaneo del mio essere, un attitudine fisiologica, leggiadra e disinteressata, a cui non dover porre troppa attenzione, quasi un sovrappensiero, come fare pipì prima di uscire, come uno sbadiglio, uno stiracchiamento seduto sul bordo del letto, un battito delle palpebre guardando il mio amore, un grugnito al risveglio. Come grattarsi una spalla mentre scrivo una relazione per il ministero. Come un fatto incredibile e inaudito che piomba in me con la naturalità della nascita di un cucciolo di gatto in giardino. Un fatto che quasi non chiede parole per essere spiegato, comunicato, accettato; ma che forse chiede poche, segrete, parole per diventare un fatto del tutto umano, del tutto reale, del tutto vicino, familiare, desertico e quotidiano.
Vorrei svegliarmi con una totale libertà di quei vuoti del corpo e della mente che si aprono allo stupore e al sacro, grazie a quei piccoli blackout. Come quando stacchi da ciò che stai facendo per andare a fare la cacca, e allora, grazie a quell’interruzione della logica in corso, ti balena l’idea più geniale e inattesa, e piena di grazia, della giornata.
Invece c'è la Chiesa, che ha rubato dio.

Hanno cacciato don Santoro da Firenze.
Dalla Comunità di Base delle Piagge, dove da anni aveva trasformato l'incubo della peggiore periferia fiorentina in un piccolo regno di umana utopia, di umano rispetto, di scambio, conoscenza, solidarietà. L'hanno cacciato perché ha disobbedito: ha celebrato in nome di dio un matrimonio tra due credenti che vlevano essere benedetti. Un matrimonio che però non andava celebrato. Il Vescovo si è incazzato, e l'ha cacciato. Il Vescovo è nuovo a Firenze. Alle Piagge non c'è neanche mai stato. Il Vescovo è ricco, mangia bene, veste bene, si fa la barba. Il Vescovo crocifigge Cristo, e milioni di cristi, ogni giorno, a ogni suo passo su questa terra, con ogni suo respiro e a ogni sua parola, a ogni sua decisione.
La Chiesa Cattolica è un crimine contro l'umanità, come sempre, da sempre.

Voglio dedicare un pensiero a don Santoro. Anzi un'immagine: una foto in bianco e nero di Mario Giacomelli che ritrae tanti giovani preti che ballano come dervisci, che ridono, scherzano, giocano, si guardano, si sfiorano.
E poi voglio dedicargli il pensiero del sorriso dei preti che fino a mille anni fa si sposavano come tutti gli altri umani, prima che la Chiesa calasse su di loro uno dei tanti editti che veicolano morte e dolore.
E poi voglio dedicargli la visione che ho avuto qualche giorno fa a Bologna: di una giovane suora, bellissima luminosa e sensuale, quasi abbracciata a un altra ragazza come lei, in giubbotto di pelle e stivali: si guardavano con i volti a un palmo di distanza, le bocche distese in due larghi sorrisi, quasi a sfiorarsi, lo sguardo illuminato e, avrei potuto giurarlo, innamorato.
E poi voglio dedicargli l'immagine di me, che mentre scrivo una pallosa relazione per il ministero e mi gratto una spalla, mi rendo conto che quello è dio che viene a me si soppiatto, da ribelle, per distrarmi, trovando il modo di arrivare a me senza che io debba pagare la tassa ai banditi che l'hanno sequestrato.

E poi voglio dedicargli il pensiero apocalittico ed esilarante del mio amico Ivan, persona blasfema come poche perché come poche ama la vita, che il giorno di Natale celebrerà la Messa davanti ai pazzi e agli infermieri dell'ospedale psichiatrico sperduto nella giungla, in India, dove si è andato a cacciare: questo gli ha chiesto il direttore, perché Ivan è italiano e lì non c'è un prete; e questo sono sicuro che Ivan farà: celebrerà la Messa di Natale e io, caro don Alessandro, io vorrei invitarti, da uomo a uomo, a venire con me a partecipare a questa balorda messa indiana. Se solo potessimo teletrasportarci, vorrei regalarti questo viaggio, andata e ritorno in giornata, per esprimerti la mia stima, il mio sostegno, e per avere occasione di fare due chiacciere con te. Sono sicuro che tu accetteresti l'invito. E saremmo, anche lì, con dio.

giovedì 29 ottobre 2009

25 - arrivo dall’analista

Stamattina arrivo dall’analista, suono, salgo, la porta come sempre è già aperta; lui, stranamente, non è nel rettangolo del telaio ad attendermi a mano tesa. Perciò entro nel buio della saletta d’attesa, che poi sarebbe l’ingresso polveroso di casa sua dove vive con suocera e moglie e altri oscuri abitanti, mi guardo intorno, mi siedo sulla panchina a sbarre di ferro stondate, rubata chissà dove in quale parco in quale lungomare da chissà chi, ripenso all’ascensore che mi ha portato un milione di volte a questo quarto piano, il piccolo e miserabile ascensore impregnato come pochi dell’inconfondibile odore di vecchio ascensore, così infimo e malfidato da non avere neanche la parvenza di uno specchio, solo tre pareti ingiallite, scrostate e ricoperta di acari, e una porta neanche automatica, manuale. Sbracato sulla panchina, al sole, coperto da occhiali da sole, bevendo olio abbronzante, massaggiandomi la giunture delle dita dei piedi, sguazzando nell’acqua, spolverando ragnatele e cormorani, mi dico Cavolo, l’ascensore che mi porta dallo psicanalista non ha uno specchio, la potenza simbolica di questo fatto è sconcertante, anche se non so in quale senso.
Il punto è che l’analista se ne stava nell’altra stanza, cioè nello studio vero e proprio dove migliaia di volte ho assunto la posizione orizzontale, in piedi, in mezzo alla stanza, armeggiante con tubi, cavi e valigette, attrezzi e aggeggi, ed era come caduto dentro uno scafandro, anzi una tuta, una tuta da astronauta, chiusa da capo e piedi, con tanto di casco a forma di acquario, e dentro i pesci, se non ho preso un abbaglio.
Scusi, gli dico, non dovevamo vederci a quest’ora?, domando, anche se in genere è lui a fare domande.
Bofonchia in risposta il vegliardo, poi la sputa fuori per benino, e la dice tutta intera come va detta, senza sotterfugi o reticenze, Devo andare sulla Luna, mi dice, poi più lontano ancora, non mi aspetti, non torno, ma intanto vado lì sul satellite, sa il bombardamento, sa il cratere di sette chilometri, ha idea di un cratere di sette chilometri?, roba che qua era sparita tutta la città di Firenze, devo andare a controllare che non sia sparita tutta la città di Firenze, là sulla luna, e che le bestioline di lassù stiano tutte bene, con o senza Firenze, questo è del tutto secondario, anche se Brunelleschi non la prenderebbe bene, a veder sfarinar la cupoletta sua in un istante.
Parte, insomma, sfonda il soffitto, il pavimento, tutto il palazzo; resta un buco per terra, sbruciacchiato, annerito, l’intero edificio si stacca e decolla, si missilifica lasciandomi a terra, un grande cratere per terra, un buco vuoto in mezzo ad altre palazzine ottocentesche, come un dente cavato, un occhio con un dito infilato; le strade continuano a scorrere di qua e di là, in ogni caso, del tutto come prima, portando rami, foglie secche, carogne, orsetti dell’acqua, canoe, indiani, a seconda del vento.
Allora risalgo al quarto piano, per le scale questa volta, come facevo all’inizio quando ero claustrofobico e non mi fidavo della bara-ascensore, e arrivato nell’appartamento mi chiudo dietro la porta e mi butto sulla poltrona. C’è ancora quel rumore di sotto, quel frastuono attutito dagli strati di pavimenti, soffitti, mezzanini, cannicci, intonachi, avanzi, stucchi, volute, terriccio, humus, vecchi quadri, fossili, carboni, falde acquifere, vestiti della nonna, inquinamento, depositi calcarei, navi affondate, mostri marini, distese di ossa, e tutto quello che separa il quarto piano dal terzo, non escluse miriadi di scarpe spaiate degli antichi abitanti della terra, opportunamente murate nell’intercapedine.
Schiamazzi e rumori di sempre, dal piano di sotto, e non vale bussare, battere la scopa sul soffitto, i piedi sul pavimento, che là sotto preparano la festa, questa storia dei preparativi va avanti da anni, lo so, li conosco bene gli abitanti del piano di sotto, mi tediano, mi fanno innervosire, lo fanno apposta sia chiaro, spostano i mobili strisciandoli per terra, rigano sicuramente le piastrelle, fanno un gran frastuono. Allora apro la botola dopo averne disegnato il profilo sotto il tappeto, scendo di sotto per una scala a chiocciola, dove il buio è più buio, il verde smeraldo non è affatto illuminato da una fonte luminosa, c’è e basta; davanti agli occhi, nel cuore, nel ventre, nelle viscere, nell’abbaglio, nelle orecchie, nel sesso, nel fegato, nei polmoni, nell’urlio generale che mi distrae e allora li vedo, tutti lì davanti a me, schierati in fila ordinata, gli abitanti del piano di sotto, i nanetti che preparano la festa, che fanno il baccano, che non hanno rispetto per la consuetudini, che fanno di tutto un falò e poi non ne vogliono sapere delle conseguenze, che, insomma, preparano per benino la festa. Allora li prendo uno a uno e li tiro di lato, li ammasso contro il muro, che tanto è buio pesto e non si può vedere la deformità che li assale, finché non si spezzano le membrane, i liquidi in loro contenuti si compattano in un unico corpo peloso, enorme, animale, che mi prende in groppa a cavalcioni e schizza fuori dal condotto d’areazione, nel cielo bruno della notte assoluta; e cavalca la notte, questo lupo blu di nuvola, questo diavolo scatenato, questo piromane al guinzaglio.
E via, via nella notte, c’è distesa infinita lì sotto, lì sopra, di lato, qui dentro! Si viaggia che è una meraviglia, non faccio domande, non ho astio alcuno o risentimento di sorta, mi guardo bene dal mollare il suo pelo. Allora con voce di tutti i nanetti il lupo grida nel vento dritto dentro le mie orecchie: Lo vedi laggiù, sui tetti di Gerusalemme, Mandelstaem, il poeta, che grida: Questa notte è irreparabile, questa notte è irreparabile, questa notte è irreparabile! E lì accanto, Janis Joplin, continua a pettinarsi cantando De Gregori a bassa voce, pettinando la sua follia e la solitudine, pettina la sua follia e la solitudine.
Allora non posso più tacere e grido a mia volta tra le folate di vento che mi assordano, nelle orecchie pelose del lupo, al mondo: Ma non è Janis Joplin, non ha voce roca! Non è Janis Joplin, mi Dio, mi scoppia il cuore, con tutto questo rumore, questo alitare, questo cantare, questo gridare...
E sotto combattono per la Città Santa, e il grande poeta a gridare, e la splendida selvaggia ragazza a cantare, e l’Angelo sta su un tetto a guardare, e non importa che abbia occhi di fuoco e pistola spianata, e il lupo a volare, e io dico basta e mi appoggio allo sportello del frigo e scaglio la sveglia sul soffitto, e chiudo la finestra, e mi soffio il naso, e pulisco gli occhiali, e ricomincio da capo, e ho speranza.
Stamattina l’uomo addetto alla Riforma dell’Universo ha suonato alla mia porta. Dopo avere fatto otto rampe di scale, finalmente al quarto piano si pulisce le scarpe sullo zerbino; io apprezzo enormemente il gesto inconsueto e gli apro. Si accomodi le faccio un caffè.
Sa, dice quello, estremamente cortese, prima di dare inizio all’attuazione della grande riforma sto facendo un sondaggio, chiedo un po’ in giro, valuto le reazioni, soppeso consigli e opinioni, mi interessa ciò che pensa la gente.
Capisco, gli dico, lei è molto liberale, apprezzo doppiamente il suo sforzo, gli dico. Anche se appare un ometto dimesso, ordinario, non gli daresti una lira insomma, a incontralo per strada, ma a volte apparenze del genere nascondono i migliori talenti, le migliori intenzioni. E il suo è un lavoro segreto, questo è chiaro a tutti, anche ai bambini, per questo si presenta di casa in casa, senza scalpore, di prima mattina, e fa finta di niente.
Se fosse così cortese, mi dice, da concedermi un po’ del suo tempo, signore...
Io non lo lascio neanche finire e lo siedo in cantina su un treppiede, gli metto il grembiule, e mentre gli tagliuzzo la barba a dovere, capelli, baffi, brillantina, profumi, riviste e quant’altro, comincio a parlare, e non mi fermo fino a essere di nuovo bambino, poi vecchio, poi donna, poi ancora una volta ciò che ero prima, poi adesso, poi domani, e adesso e di nuovo ieri e domani, e me stesso e un altro, e di nuovo me stesso, e un altro me stesso, e tutta l’intera Riforma dell’Universo che si va snocciolando, e non si ferma, e sono il suo autore, e il suo sognatore, e il barbiere.

mercoledì 28 ottobre 2009

24 - parole di amico

Avevo chiesto al mio amico Majd se volesse scrivere qualcosa, qualunque cosa, per la militanza del fiore. Majd è un profugo palestinese, ha 23 anni, sta nel campo profughi di Al Ain. E' un ragazzo sensibile e intelligente, è arrabbiato per ciò che ha visto accadere intorno a lui, per tutti i suoi 23 anni di vita passati sotto occupazione militare. Studia e vuole fare teatro. Ha voglia di comunicare, conoscere, di uscire dalla gabbia dove è nato. Non è facile. Non ha potuto lasciare la Palestina per andare all'estero a studiare teatro. Come il suo amico Salah, che ora fa l'Accademia di Teatro a Damasco. A Majd, decine di amici e parenti gli sono stati portati via dai soldati israeliani, uccisi nei continui raid che vengono compiuti di notte nel campo, almeno tre volte a settimana. Chi viene ucciso per motivi legati all'occpazione militare, i Palestinesi lo chiamano martire, e appendono le sue foto sui muri fitti e pendenti del campo. I muri di Al Ain ne sono tappezzati. Questa estate ho passato con lui -con i suoi amici, con la sua famiglia, e con altri viaggiatori come me- delle belle giornate, sorseggiando caffè, thé, limonata e birra; guardando le luci di Nablus la sera, dai tetti delle palazzine del campo; ascoltando struggente musica egiziana, raccontandoci incubi e sogni sulle panchine del parco cittadino.
In risposta al mio invito, alle 5.50 di questa mattina Majd ha mandato il messaggio che segue, che ho cercato di tradurre fedelmente.


Amici,
che cosa posso dire!!?
oggi, intorno alle 4 di mattina, le forze di occupazione israeliane hanno invaso il campo profughi di Al Ain, per profughi palestinesi e hanno arrestato un ragazzo, Sameh Amin Rammaha. E’ molto naturale, per niente sorprendente, che le forze di occupazione facciano un lavoro del genere, ma ciò che vorrei far notare è che le forze di occupazione hanno voluto umiliare l’Autorità Nazionale Palestinese, dato che da più di un anno esiste un accordo che vieta agli Israeliani gli assalti alle città palestinesi. Ma questo sottolinea una volta di più l’incapacità dell’ANP di proteggere la sua gente; e allo stesso tempo ribadisce il disprezzo per le forze di occupazione e la loro mancanza di rispetto per qualunque cosa, e per tutti quelli che sono stati oltraggiati, per l’umanità dei bambini e degli adolescenti.
Infine voglio dichiarare quanto segue:
Sameh Amin Rammaha, 17 anni, è il fratello di due martiri uccisi nella seconda intifada, e ha un fratello di 12 anni in stato di detenzione amministrativa.
Grazie mondo


E questo è ciò che compariva nel profilo facebook di Majd stamattina:

Good morning world, I woke up at 4 am, voice bombing, screams of soldiers, and they arrest my cousin teenager 17 years.

martedì 27 ottobre 2009

23 - il re è morto

Il re è morto e il suo popolo resta attonito intorno al suo corpo. Il corpo è ancora caldo, sembra fumare nella radura umida, nel cuore della foresta. Si solleva un leggero vapore dalla sua pelle nuda. Forse è l'anima che svapora, un po' alla volta. Il corpo del re è disteso, enorme, gli occhi chiusi, il torace sollevato è imponente. E' stato un grande re, amato dal popolo; un individuo grandissimo, a partire dalla statura. Un re spodestato, alla fine, quando, dopo 15 anni di regno, il suo stesso figlio usurpò il trono. E allora il veccho re fu costreto a farsi indietro, non senza avare sostenuto una selvaggia lotta per il potere. E alla fine della battaglia, il popolo giurò obbedienza al nuovo giovane sovrano, ma continuò ad amare e a rispettare il vecchio re, che non fu neanche costretto all'esilio. Continuò a vivere con il suo popolo, tra la sua gente, con la sua famiglia ancora per molti anni. Fino a pochi giorni fa, quando la malattia l'ha ucciso. E ora giace sulla nuda terra.
Per forza la gente lo amava: il re aveva salvato il suo popolo dall'annientamento. Durante la guerra civile che devastò la regione in cui vivevano, causando centinaia di migliaia di morti, il re portò il suo popolo lontano, oltre i confini del paese, strisciando acquattati nella foresta, nascosti tra gli alberi, con intelligenza e coraggio.
Il re fu seguito per tutta la sua vita da una donna europea. La donna aveva un debole per il sovrano, voleva sapere tutto di lui, lo seguiva ovunque e dedicò tutta la vita a lui. Fu uccisa per lui, da gente malvagia. Perché era amica del re e del suo popolo, mentre questa gente malvagia era nemica del re e del suo popolo.
Ora che il re è morto, è calato n silenzio spettrale e impressionante nella foresta. Anche suo figlio, il nuovo sovrano, si avvicina con rispetto e, sembrerebbe, con dispiacere, al corpo del padre. A volte qualcuno dei presenti si avvicina fin quasi a sfiorarlo, con la mano tesa, tremante, per assaggiare il mistero della morte e sentire per un ultima volta la vibrazione dell'anima del re, la potenza del suo carisma, la sua statura morale.
Stanno tutti in silenzio, sgomenti, ma senza lacrime: concentrati e assorti davanti al mistero della morte che è ancora più grande e importante della tragedia di un popolo che resta orfano.
Il popolo del re morto è molto attento, si stringe intorno al cadavere e mentre vengono svolti i rituali funebri, la pulizia, la lavanda, alcuni montano la guardia tutto il tempo, dandosi il cambio, e non allentano mai l'attenzione. Sono circospetti, quasi elettrizzati e pronti a scattare: perché sentono la presenza di creature tutto intorno, invisibili, nascosti tra le fronde. Sanno che queste creature potrebbero avvicinarsi e profanare il corpo del re, prima che venga consegnato degnamente all'eternità. Temono che queste creature potrebbero addirittura trafugare il suo corpo e utilizzarlo per i loro scopi empi e malvagi. Per questo montano la guardia, armati, pronti a difendere il corpo del re, pronti a difendere se stessi, la propria identità, il proprio destino.
Perché conoscono bene queste creature che stanno acquattate e li osservano da lontano: sono gli umani.
E il re è Titus, sovrano dell'ultima popolazione di gorilla. La donna europea era Dian Fossey, onore alla sua memoria. Gli uomini che l'hanno uccisa sono dei cacciatori di frondo, della stessa specie di quelli che hanno portato i gorilla all'estinzione. La regione da cui Titus ha portato via il suo popolo è il Ruwanda dei tempi del genocidio, 1994.
Il re è morto. Viva il re.

lunedì 26 ottobre 2009

22 - Gesù va in vacanza in Palestina

Gesù va in vacanza in Palestina.
E' pieno di bei posti da visitare, e poi tutto gli ricorda la sua infanzia, la sua vita da uomo, le sue pazzie giovanili. Quanti ricordi, quanta dolcezza, che malinconia struggente...
Eccolo a Betlemme, e non c'è da stupirsi che voglia cominciare proprio da qui. Gli hanno detto che c'è una bella chiesetta ortodossa, piena di luci, costruita proprio sopra la sua grotta. E bella lo è per davvero. Ma scusa, cosa sono quei brutti buchi sulla parete esterna della basilica?. Un uomo dalla pelle scura e segnata da molte rughe fuma appoggiato a un angolo della piazza. E' lui che gli risponde. "Quei buchi è quando l'esercito israeliano ha preso a cannonate la chiesa. Ci si erano rifugiati dentro una cinquantina di palestinesi ricercati".
Caspita, pensa Gesù con un brivido, neanche durante le crociate era mai stato violato questo posto.
Vabbe', andiamo avanti, si dice Gesù, qua tutto sommato c'è un bel clima, un'atmosfera accogliente... tutti questi arabi calorosi, per lo più cristiani, mi sento bene, mi sento da dio.
Ecco che lo invitano in una casa a prendere il caffè, a gesti perché Gesù non capisce l'arabo. Però si intendono bene. Alla fine spunta fuori un ragazzetto che parla inglese e Gesù può togliersi qualche curiosità:
"Cos'è questo paese? Siamo sempre a Betlemme? C'è un'aria diversa..."
"No questo è il campo profughi Aida, appena fuori Betlemme"
"Ah. E cos'è questo coso enorme a un metro dalle case?"
"E' il muro che i soldati hanno costruito quattro anni fa. Di là c'era il nostro campo di ulivi dove i bambini giocavano."
"Cosa vuol dire Aida?"
"E' il nome di una donna che abitava qui quando sono arrivati i profughi, nel '48. Lei era una giovane donna cristiana, i profughi erano migliaia, e lei diede da bere e da mangiare a tutti, i primi giorni. Per gratitudine gli abitanti hanno chiamato il campo con il suo nome".
Va bene, Gesù ne ha abbastanza di Betlemme e va sul Giordano, nel luogo dove Giovannino battezzava la gente, e dove battezzò anche lui. Che nostalgia, quei tempi...
Bum. Gli esplode qualcosa sotto i piedi. E per fortuna che è Gesù, sennò ci sarebbe rimasto secco. Il corvo sulla cima dell'albero inforca gli occhiali e sfoglia una guida turistica: "Il luogo del Battesimo di Cristo si trova oggi in un campo minato. Le mine furono messe dai giordani quando Israele occupò tutta la Palestina nel '67, per evitare che fosse invasa anche la Giordania.Al contrario di molti altri siti, gli Isrealiani non hanno sminato questa area, indirizzando la funzione delle mine contro gli stessi Giordani che le hanno poste".
Seccato Gesù si scrolla la polvere dai calzoni e se na va anche da qui.
Via, a vedere il panorama dal Monte degli Ulivi! Li si si sta bene di sicuro!
Ah, che aria buona da lassù, e che vista splendida di Gerusalemme! Gesù si gira a guardare la vallata anche dall'altra parte. Ma cos'è quell'obbrobio? Un muro alto otto metri che separa casa da casa, scuola da ospedale, orto da giardino, famiglia da famiglia. Incontra un prete che chiacchiera con un imam, e deve avere un'aria parecchio spaesata perché quelli gli dicono in coro: "Guardi quell'affare? E' il muro di separazione. Tirato su proprio in mezzo alla parte araba di Gerusalemme"
Gesù si ricorda di Betlemme. In effeti è lo stesso muro, avrebbe dovuto riconoscerlo.
"Ma questa zona non è dentro lo stato palestinese?"
"Sì. E allora? Gli israeliani stanno inglobando tutto, con la scusa della sicurezza", rispondono i due con identica aria rassegnata.
"Be'.. date a Cesare quel che è di Cesare". E' un po' confuso Gesù, non gli esce niente di meglio che questa. Non sa neanche lui a cosa si riferisca. Ma bisogna capirlo: gli si stanno prospettando delle vacanze di merda.
Il prete e l'imam non gli danno neanche retta e se ne vanno a braccetto, un po' mesti, un po' infervorati da discorsi sopra i massimi sistemi.
Basta. Gesù decide di affidarsi a un'agenzia. Non vuole cazzi, basta col turismo fai da te!
Allora lo mandano a fare un tour del fantastico, nuovissimo, parco archeologico ebraico proprio sotto le mura della città santa. Perbacco, le tombe dei patriarchi... questo sì è emozionante!
Ma... cos'è quella catapecchia a tre piani in mezzo al parco?
Risponde la guida, tossicchiando: "Purtroppo le autorità non sono ancora riuscite a cacciare quella famiglia di arabi, e quindi non hanno potuto ancora demolire la casa..."
"Ma di chi è quella casa?"
"Be'... è loro. Ma è nella nostra terra"
"Ma questa non è Palestina?"
"No. E' la nostra terra. La terra di Israele. Ce l'ha data YHWH.
YHWH gli stava sulle palle anche 2000 anni fa, a Gesù. Anche se cercava di non dirlo troppo ad alta voce, che gli avevano detto è pericoloso. Che tanto poi l'hanno ammazzato lo stesso, tanto valeva dicesse tutto quello che pensava, pane al pane vino al vino.Un dio che dice: "esiste un solo dio, che poi sarei io, e non è un dio per tutti gli uomini: io sono il dio di un club privato, il club dei quattro gatti, nello specifico di 14 milioni di persone. Gli altri 7 miliardi, cazzi loro. Io sono il solo Dio, e non sono per loro. Puppa!"
Un Dio così, a Gesù, gli faceva girare le palle. E ora gli girano ancora di più, dopo avere sentito questa guida, e questa storia delle centinaia di case demolite per fare il fantastico parco archeologico israeliano, i terra palestinese. Lui che ha dato tutto per l'universalismo. Tutti gli uomini sono uguali, e Dio è il padre di tutti... Un corno, risponderebbe la suddetta guida ebrea.
"Vado a trovare Abramo, so dov'è la sua tomba, ho guardato su internet!", questo è ciò che scrive Gesù sul diario di bordo.
E quindi prende un autobus e va a Hebron. Eccolo, nel cuore della Palestina, e anche qui è tutto un offrire caffè, tè, pasticcini. E non c'è un cane che parli inglese, qua. Ma Gesù è un tipo espansivo, si fa capire a gesti. E anche questi famosi palestinesi sono così, proprio come si dice.
Hebron è proprio bella, ha fatto bene a venire qua, si sta rilassando davvero, adesso, Gesù.
Si ferma davanti a una statua e legge nella guida per capire di chi si tratti: pare sia Baruch Goldstein, un tale colono ebreo ultraortodosso che una ventina di anni fa ha fatto irruzione nella moschea della città e ha preso a mitragliate i ragazzi che stavano inginochciati a pregare. Ne ha ammazzati 30, prima di essere ammazzato a sua volta dalla security. Per questo gli hanno fatto una statua.
Gesù ha la nausea, non ne può più.
"Domani riparto e vado a Sharm El-Shiek, giuro su Dio. E intanto, oggi pomeriggio vado a sbracarmi sul Mar Morto, già che è a due passi da qui!"
Eccolo sbracato, in bermuda, con i piedi a mollo nelle acque salatissime e salutari, tra vecchi miliardari russi e ucraini circondati da puttane e travestiti. Se la spassa, finalmente riesce a non pensare a niente. C'è anche qualche pellegrino cristiano che non lo riconosce e lui decide di restare in incognita. Questi lo travolgono di racconti entusiastici: "...E poi abbiamo fatto la via crucis con una croce di legno vero sulle spalle, cantando e pregando... è stato incredibile! Ora siamo qui a rilassarci un po' prima di ripartire. Israele è un posto fantastico, molto spirituale". Gesù ha un brivido, incassa la testa tra le spalle e si rimette gli occhiali da sole.
Arriva il proprietario dello stabilimento, con aria americanissima e una gran bandiera israeliana stampata sulla maglietta...
"Cristosanto! Ma qui siamo in Palestina!"
"Palestina??? Questo è Israele, è tutto Israele! Questa è la mia piccola colonia, vedi, c'è l'esercito che mi difende, ci sono le bandiere bianco-azzurre per ricordare a quei cani qui fuori che tutto questo è nostro, e noi, conquisteremo tutta la terra che ci ha dato YH..."
Gesù si è già alzato e gli ha mollato un pugno nel grugno. Non lo vuole neanche sentire nominare quel nome. E ha deciso: altroché Sharm El-Sheik: andrà in vacanza a Cuba, a fumare un sigaro con Fidel prima che muoia, con una keffya sulla testa a proteggerlo dal sole e dalle mosche.

domenica 25 ottobre 2009

21 - promemoria medioriente

supermercato-
comprare le palpebre
le ciglia
gli occhiali
per intravedere un po' meno
in parte oscurare
e nel tempo del battito
potere del tutto
dimenticare
questa distesa di sangue
e tutto il resto
del male

sabato 24 ottobre 2009

20 - storia di un uomo che

Storia di un uomo che ogni giorno si sveglia in una vita diversa. Non si sa perché. Lui non lo sa. Ma sa che non è normale. Lui è sempre lo stesso, ogni giorno che passa ha un giorno di più; con gli anni lui cresce. Ma ogni mattina si sveglia in un letto diverso, con una donna diversa accanto, a volte si sveglia in una casa dove vive da solo. E fa un lavoro diverso, frequenta persone diverse, ha un passato e un futuro diversi. Ad ogni risveglio si sente ancora dentro la sua vita del giorno prima; poi nell’arco della giornata c’è il lento fluire di una trasparenza, in cui più dimensioni si sovrappongono e si danno il cambio: la familiarità con la vita del giorno presente dopo un po’ prende il sopravvento; come per l’attivarsi di continui istinti innati lui riconosce tutte le cose intorno a sé, la moglie, la fidanzata, i figli, i colleghi, la casa, gli impegni; e parallelamente i ricordi del giorno precedente - tutta una vita - si fanno più lontani e sfumati; in più, il ricordo di tutte le vite precedenti, di tutti i passati giorni della sua vita, stanno sullo sfondo, come un mosaico evanescente e traslucido, un’intera folla di figure, personaggi, possibilità. Lui ha una continua consapevolezza del proprio strano destino, ma durante la giornata attraversa momenti in coi si immedesima totalmente nella circostanza presente, arrivando quasi a dimenticare che entro poche ore tutto questo non esisterà più, lasciando il posto a una nuova realtà. Lui, in certi casi, certe giornate in cui scopre di avere tempo a disposizione per riflettere, ceca di ripensare al suo passato, alla sua infanzia, a tutte le sue vite; si chiede se è sempre stato così, o se può risalire a qualche ricordo di infanzia fissato, non soggetto alla quotidiana variazione casuale; c’è mai stato un tempo in cui le cose restavano le stesse, almeno per più di un giorno? E’ mai esistita la certezza che le cose sarebbero rimaste le stesse per sempre? A volte gli sembra di giungere ad agganciare qualcosa, afferrare un ricordo; in genere l’oscillazione tra la trasparenza e l’opacità delle sue realtà che si susseguono gli impedisce di ancorarsi ad alcunché di solido.

Finisce che un giorno lui si sveglia nella stessa vita che stava conducendo il giorno prima. E il giorno dopo, ancora; e poi ancora; e ancora. Allora lui...
Finisce che un giorno lui si sveglia e si accorge di essere tornato a vivere la vita di tanti, tanti anni prima: la sua vita originaria, quella in cui è nato, con la stessa madre che l’ha messo al mondo. Allora lui...
Finisce che un giorno lui si sveglia e si accorge che non è mai saltato da una vita all’altra: la sua vita finora si è svolta normalmente tra cose che continuano e cose che cambiano. Ma la sua mente è piena di ricordi non suoi; uno per ogni giorno della sua esistenza passata. E domani cosa accadrà? Allora lui...

Vivere solo di inizi. O di fini. La storia parla anche del mondo presente, di ciò che ci circonda, ci coinvolge, ci influenza. Parla dei destini degli umani oggi; dei nostri destini e di dove possiamo andare a destinarci. Del dolore dello stare al mondo, dello sforzo necessario, della necessaria utopia di vedere attraverso il buio. Il bisogno di comprendere e neutralizzare la spinta che ci porta sempre altrove, a beneficio di chi può pilotare le nostre esistenze, manovrando forze oscure più grandi di noi. Forse è una metafora del consumismo del cuore, del consumismo dell’esperienza, del supermercato dell’alternativa a cui siamo continuamente invitati, che mina la tenuta e la forza solare dell’identità. L’eccesso di informazioni, la patologia del turismo divenuta modalità quotidiana attraverso l’intrattenimento e l’evasione. L’essere a vuoto, senza aggancio, senza ancoraggio.

La tentazione della reversibilità e il suo risultato: l’inesistenza. Ogni azione che prevede un possibile tornare indietro, è un passo verso la dis-incarnazione del nostro essere e del nostro destino.

venerdì 23 ottobre 2009

19 - bombe sull'Italia

Gli USA e i loro alleati della NATO sono soliti bombardare i paesi dove si annidano gruppi criminali pericolosi per la collettività mondiale e per le democrazie. Anche se questi gruppi sono minoritari e in opposozione ai governi di tali paesi. Come nel caso del Pakistan e dell'Afghanistan oggi, dopo la fine del regime dei Taliban. Ad esempio.
Dopo la faccenda delle navi nucleari nel Mediterraneo, mi aspetto che qualcuno bombardi l'Italia, e non solo il Sud, cercando di radere al suolo con raid aerei i covi dei leader mafiosi, i loro quartieri generali, soprassedendo su eventuali stragi di civili e altri incidenti collaterali, sparando a vista a tutti gli individui sospetti di militare nelle file di orrganizzazioni mafiose. In genere basta essere vestiti in un certo modo per risultare sparabili. Questo è ciò che avviene in tutto il Medioriente, per lo meno. In genere, in queste cose, i militari non vanno tanto per il sottile.
La mafia non è terrorismo internazionale? Be', i suoi effetti, finora, sono sicuramente più devastanti. Per noi, e per tutti. E per tutto. Non si capisce perché il governo italiano mandi le truppe a scovare terroristi in Medioriente e altrove, e non risolva questa piaga. E' un po' come se Karzai mandasse soldati Afghani a dare la caccia ai mafiosi o a proteggere i napoletani dalla guerra dei clan. Ma in fondo questo è comprensibile: ci pace il surrealismo politico e giornalistico.
Quello che non capisco veramente è perché si sia creata una coalizione mondiale che attacchi l'Italia, con bombe e carrarmati, per fare ciò che i nostri governanti non sono stati capaci di fare finora: sgominare militarmente questi criminali.
Forse succederà. Quando i popoli del Mediterraneo cominceranno a pescare pesce fosforescente.

giovedì 22 ottobre 2009

18 - pensiero vertiginoso

Dopo le dichiarazioni dei finiani sull'opportunità di introdurre l'ora di Islam a scuola, oggi mi sveglio con un pensiero politico che finalmente mi spiazza. Eccolo:quando Fini e D'Alema creaeranno insieme un partito, lasciando a bocca aperta post comunisti e post fascisti, un partito che pensi a un'Italia laica, europea e mediterranea, multietnica, progressista e riformista, antiberlusconiana, con un forte stato sociale, basata sulla legge e sul diritto, attenta ai ceti più disagiati, basata sull'individuo e non sulla famiglia, un partito capace di gesti impopolari e di linguaggio politico... Quando questo accadrà potrei forse tornare a interessarmi alla politica italiana.
Pensiero balordo...
Pensiero vertiginoso...
Pensiero stupendo...

mercoledì 21 ottobre 2009

17 - il domatore di ragni

Il domatore di ragni sta ritto in mezzo alla stanza. Piuttosto impettito, con sguardo fermo alla parete. Tiene d'occhio tutti i movimenti, i raggrumi di ragni negli angoli, i repentini spostamenti di gruppi. Ha sotto controllo l'intera situazione su tutta la superficie delle pareti e del soffitto. Senza nemmeno ruotare la testa. Ha sviluppato una vista più ampia, ha come una sensibilità, un sensore nella fronte. I ragni si sentono sicuri nell'ombra del loro segreto, invece non hanno segreti. Per il domatore di ragni.
Quando arriva l'istante prescelto -e lui sa esattamente qual è questo istante- il domatore di ragni batte tre volte le mani, con decisione e precisione che non lasciano scampo. E tutti i ragni corrono al centro della parete, come spinti da una forza oscura a loro esterna. Si trovano a zampettare contro voglia, tutti nella stessa direzione, si scavalcano all'occorrenza, sono richiamati in un punto preciso per la via più diretta, senza possibilità di variazione. Vanno tutti nel punto in cui il domatore di ragni fissa lo sguardo, sulla bianca parete di intonaco in parte bugnoso, non certo perfetto, del tutto dissimile dal marmo, avendo già avuto più e più mani di vernice, nel tempo. Non tutti i ragni riescono a stare proprio in quel punto. Allora si dispongono in fila, piuttosto ammassati è vero, ma a coprire una superficie abbastanza ampia, non ci stanno tutti in un punto.
E accorrono ragni di vario genere e tipo: dai ragni metallici, ai ragni di carne, ai ragni di pelo, ai ragni grandi come gatti, ai ragni molluschi, ai ragni immateriali, ai ragni di vetro, ai ragni di buia materia invisibile, ai ragni meccanici, ai ragni dal volto umano, ai ragni di cuore, e altri ancora più difficili da definire.
Ci sono anche ragni che riescono a opporsi al richiamo. Tre o dodici al massimo. Un paio per sera, comunque. Uno in un angolo, l'altro nel battiscopa. Il domatore lo sa, lo sa bene, non gliela si fa, al domatore di ragni. E' in questo momento che inclina lo sguardo (non ha ancora battuto le palpebre), rapido e spigolatamente, e inquadra il ragno rimasto insensibile. Si chiede come possa ancora una volta sfuggire al richiamo. Poi spalanca la gola di uccello e lancia il suo grido, che è aspro e acuto come pochi gridi che si possano sentire da gola di uomo. E il ragno aggomitola e rantola e irragna, e si va a irregimentare con gli altri, storidito e odeggiante sul bianco. Ma l'altro, che poi sono cinque, rimane al suo posto, tra lo stipite e il battiscopa. Si acquatta, compatto, si srotola, moltiplica, prolifica, protetto dallo sguardo e dal richiamo.
Il domatore si lancia sul ragno e lo schiaccia. Ma i cinque ragnetti non si fanno schiacciare, il domatore lo sa. Li tiene ben fermi sotto ciabatta impugnata, ma sente il movimento sotto pelle, sente il formicolio delle ragne, che aspettano il grande sollevare e il levare. Allora solleva, e libere vanno a braccetto per il muro, sul bianco, sui bugni, e il domatore le guida gentile, le indirizza cortese, con lieve fischio cavalleresco e leggiadro, le precede sulla parete e le ammalia, e i ragni lo seguono ignari, a serpeggiare ubriachi.
Il domatore li porta, fino all'ingresso del water, la tazza porcellanea di forma perfetta, bianchissima, questa, e perfetta. Senza ombra di vernice alcuna, sul suo corpo stondato. E li induce a saltare, o calarsi, o discendere, o sprofondare. Li induce a lanciarsi nell'immersione, dove poi lui tira lo sciaquo, e la ragna sparisce nel gorgo, se ne va dalla vista, se ne va dalla stanza, dalla migliore circostanza, e non torna, evacuata, pulita, smontata, disossata.
Il domatore di ragni compra libri di scienze e manuali: ne ha uno sui piccioni viaggiatori, uno sui viaggi nel tempo, e un manuale di lingua esasperata. Li lascia sul mobile, e guarda i ragni. E mentre li guarda ci pensa, ai libri non letti, e immagina che il domatore di ragni non fa il domatore di ragni ma passa le sere a leggere i libri, a sentir le costole che vibrano sul lenzuolo, a cantare alle stelle del cielo scoperchiato, senza soffitto, portato via, la stanza spalancata del tutto, i ragni nel prato.

martedì 20 ottobre 2009

16 - il mio amico Ivan

Il mio amico Ivan è partito, ha viaggiato, è arrivato in India. Lì si è fermato.
Il mio amico Ivan lavorava coi matti, da qualche parte sull'Appennino. E si è licenziato, ed è partito.
Adesso Ivan sta in mezzo alla foresta pluviale, senza cellulare, senza vicinanza con niente intorno a sé. Le uniche cose che ha vicine stanno in verticale, sopra la sua calotta cranica, sulla sua testa rasata, sulle sue sopracciglia folte, sulla sue spalle larghe, sopra la sua piccola statura. Quello che può essere così vicino da avere un contatto con lui, adesso, non è qualcosa di materiale come lo potremmo intendere noi da qui: è un piatto di robaccia da mangiare, è le grida e le braccia di altri pazzi, cacciati nel buio di una foresta indiana, è il sole che penetra le fronde che immagino altissime e impervie e inospitali e disumane. Ed è la notte, ed è un nugolo di divinità che ti fanno impazzire quando si mettono a gridare tutte insieme, come imamgino facciano di frequente. Più o meno come i matti del manicomio dove Ivan adesso si trova, abita, forse lavora come faceva sull'Appennino. O forse, semplicemente, come è usanza degli umani quando si riuniscono nello spirito della semplicità, in questo ospedale psichiatrico nella foresta non fa altro che sperimentare il senso dell'ospitalità, coi matti, i dottori, gli animali della foresta, le piante, i malumori, le risate, l'asprezza, i demoni, gli dei.
Ivan ha scritto dei romanzi, e uno ne ha pubblicato. E' accaduto prima che mollasse tutto per lavorare coi matti, da qualche parte sull'Appennino. E questo romanzo ha vinto due primati: è il più bel romanzo scritto in Italia negli ultimi anni; ed è il romanzo con la più brutta copertina pubblicato in Italia da sempre. La copertina l'ha scelta l'editore. Anche il titolo l'ha deciso l'editore: o meglio, è stato il frutto di un compromesso. Il romanzo di Ivan si chiamava "Cristo ha un fratello incazzato". Alla fine l'editore è riuscito a strappare un accordo su "L'ultimo romanzo di Dio".
Al liceo, più di dieci anni fa, avevo scritto un racconto su una festa di ubriachi. Compariva anche Ivan, ed era una specie di goffo satiro danzante, nato per caso o per sbaglio sull'Appennino. Poi, dopo la maturità, siamo andati insieme ad altri amici in un'isola sperduta del Messico, e lì abbiamo dimenticato la mitologia, ascoltando Vasco per un mese, con un walkman scassato come si usava a quei tempi.
Ivan ha lasciato i matti dell'Appennino ed è partito. Si fa sentire poco. Non ha il cellulare con sé. Manda un'email ogni tanto, ma breve, perché la connessione non dura. Immagino che debba fare molta strada per uscire dalla foresta e trovare una postazione internet. Forse Ivan adesso vive vicino al santuario dei leoni della foresta di Gir, dove vive l'ultima popolazione di leoni asiatici salvata da un principe innamorato, e sente l'energia degli animali.
Ivan ha mollato ed è partito, perché cercava. Io credo che cercasse il motivo per cui certa gente, a un certo punto, è costretta a mollare e a cercare.
Ivan sta tra le liane, tra gli alberi secolari, gli insetti giganti, e vedo la sua faccia piena di terra, dipinta dalla natura, un volto selvaggio, sul filo tagliente della pazzia, che poi è la normalità degli umani quando non si travestono da cittadini, animali addomesticati.
Ivan aveva aperto un blog prima di partire per tenere informati noi che siamo restati, o che siamo tornati. Si chiamava "Da piccolo farai il pirata": ma l'ha chiuso. E ha fatto sapere che non riporterà foto.
Il mio amico Ivan mi manca, le serate rare al Caffè del Sole, da qualche parte sull'Appennino, le poche parole lanciate attraverso gli anni, la traiettoria degli sguardi sempre più selvaggia e più adulta e vicina.
Aspetto che torni. Anche se una parte di me spera che non ritorni mai, e che mi mandi un'ultima email per dirmi che ha trovato la strada per raggiungere il senso di tutto il cercare, e che prenderà quella strada, e che quella strada lo porterà lontano da noi, infinitamente lontano da noi, definitivamente lontano da noi. Invece so che il mio amico Ivan tornerà, e questo mi conforta e mi autorizza a fantasticare su di lui.
Il mio amico Ivan, adesso, il pensiero di lui, per me, questa luce scura, è come una risata buona, davanti a un bicchiere di vino. Magari d'inverno. Tutti stetti e infreddoliti. A tenere lontani gli spifferi dalle articolazioni. A fare il vapore per strada. Da qualche parte sull'Appennino.

lunedì 19 ottobre 2009

15 - due leoni

Vorrei avere in camera due enormi leoni di pietra. Di quelli che a volte stanno all'entrata di palazzi o di chiese: imponenti, monumentali, fieri. Che sembra si guardino con complicità fraterna, ma, se cambi appena punto di vista, ti accorgi che ti tengono d'occhio, pronti a piombare su di te. Certo, queste statue occuperebbero buona parte dello spazio, ma in compenso mi ricorderebbero ogni mattina che noi un tempo eravamo leoni. Prima che l'evoluzione, per così dire, ci portasse fino a qui. Ma siamo stati leoni, ragazzi, ricordate? Leali, gialli, forti e selvaggi. Equilibrati. Consapevoli di noi stessi.
E poi, le due statue accanto al letto mi ricorderebbero la storia della civiltà dei leoni, magnifica e struggente. La storia di tutti i leoni, e di un unico rappresentante di un'altra specie, quella umana.
Dice che in tempi preistorici, i leoni abitessero ovunque in Europa, Africa, Medioriente, Asia e Nord America. E che fossero parecchio più grandi di quelli odierni. Poi, con i cambiamenti climatici si ritrassero dal Nord e sparirono dal continente americano. Nel periodo d'oro dei Greci, si trovavano dal Portogallo all'India, e in tutta l'Africa. Poi i Romani ci diedero giù con le armi, e riuscirono a farli quasi sparire dall'Europa. Nel secondo secolo il filosofo greco Dione ne attestava l'estinzione; e in effetti, di leoni europei, restava solo una piccola popolazione nel Caucaso. Più le civiltà umane fiorivano, più i leoni si riducevano. Mai l'incompatibilità tra due specie di mammiferi fu più lampante. Presto sparirono da tutto il Nord Africa; nel decimo secolo furono sterminati gli ultimi leoni del Caucaso; nel tredicesimo i Crociati uccisero l'ultimo leone di Palestina. Con l'arrivo delle armi da fuoco la sottospecie asiatica fu decimata in poco tempo. Tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo fu assestato il colpo di grazia: nel 1907 venne ucciso l'ultimo leone della Mesopotamia; in Iraq gli ultimi due esemplari furono catturati per il diletto del governatore turco di Mosul, e non si riprodussero; in Arabia e in Turchia i leoni sparirono con la prima guerra mondiale; l'ultimo leone di Persia-Iran fu ucciso nel 1942.
Ora i leoni stanno soltanto nell'Africa subsahariana. E anche lì, l'avvento del colonialismo ha avuto le stesse conseguenze per i leoni che per gli umani: distruzione, morte, sterminio. Prima per paura e difesa, poi per sport. In tutto ne restano circa ventimila, di leoni, in rapida diminuzione.
Ma la Storia non è lineare, Hegel e Marx avevano torto marcio. contro ogni logica e aspettativa, c'è ancora una piccola popolazione di leoni asiatici che vive in India. Sono duecentocinquanta, e sono gli ultimi.
E' qui che entra in scena l'essere umano; è qui che nella Storia, come a volte accade, fa irruzione il Miracoloso.
E' l'inizio del Novecento. Il giovane principe indiano musulmano Muhammad Mahabat Khanji III, governatore della regione di Junagadh, sa che i leoni stanno letteralmente scomparendo sotto i colpi della ferocia e della stupidità umane. Muhammad allora, in tutta semplicità, regala un terzo del suo regno ai leoni. Nessun umano ci può entrare, a parte lui stesso. Questo è il regno degli ultimi leoni. Lasciateli in pace. Oggi, in quella grande porzione di terra che con l'indipendenza indiana è diventata un parco protetto, vivono in pace gli ultimi 250 leoni asiatici.
Questa storia mi piace, mi commuove, mi dà forza. Mi dà il senso della salvezza e dell'eccezionale. La forza e l'intuizione geniale di un uomo possono fermare il corso di una follia generale. O almeno evitare che questa giunga -portando noi e tutto quanto con sé- alla sua naturale destinazione finale: la catastrofe.
Purtroppo domattina questa storia non la ricorderò più. Penserò a un miliardo di cose; poi sarò travolto da informazioni, immagini, notizie, pensieri, spazzatura, commenti, cicalecci, mosconi, berlusconi, urgenze, emergenze, navi tossiche in mare, inezie. Di certo non penserò ai leoni.
Per questo adesso vorrei avere due statue di leoni in fondo al letto. Così anche domattina ricorderei. E, pensando a quei gialli cugini, sorriderei.

domenica 18 ottobre 2009

14- Obama e la Luna

Se le coincidenze hanno un senso, questa merita di essere presa in esame.

Il primo fatto è che il 9 ottobre Obama è stato insignito del premio Nobel per la pace. Personalmente, la cosa mi ha reso euforico: non so se Obama meriti, o meriterà mai, questo riconoscimento; ma so che milioni di persone in tutto il mondo, che si sono sempre credute in conflitto l'una con l'altra, ora sono accomunate dalla speranza che le parole di Obama diventino realtà. Io credo che il premio sia stato assegnato a tutti questi africani, mediorientali, arabi, asiatici, iraniani, europei, americani. Un giorno forse si scoprirà che sarebbe stato meglio dare a Obama il Nobel per la letteratura. Ma intanto la sua presidenza ha già cambiato il mondo, perché le parole cambiano il mondo. E la poesia è potente. Perfino più della politica e dell'economia. Una promessa può non essere mantenuta; ma una parola lanciata non può essere svuotata del suo significato, della sua potenza, delle conseguenze che genera.

Il secondo fatto è che lo stesso giorno gli USA hanno bombardato la Luna. Ecco, ci mancavano le bombe sulla Luna. Si  tratta di una missione scientifica della NASA, ovviamente. Ma il fatto non cambia. E i fatti non possono per nessina ragione essere privati della loro potenza simbolica. Hanno tirato bombe sulla Luna, questo è il fatto. Forse è stato un modo scoppiettante di festeggiare i 40 anni dal primo contatto fisico tra un essere umano e il nostro satellite. Anche l'anti-poesia ha la sua potenza. E chissà se la Luna ha gradito questa festa a sorpresa, che le ha causato un nuovo cratere di 7 km di diametro.

Non so quale relazione ci sia tra questi due fatti, a parte la data.
Da parte mia vorrei solo dare un suggerimento a chi ha voluto questa stravagante missione spaziale: la prossima volta che vi viene voglia di scorrazzare intorno alla Luna, lasciate perdere i missili, rileggete l'ORlando Furioso e provate a seguire le orme di Astolfo: come il cavaliere riuscì a recuperare quello di Orlando, a voi potrebbe capitare di ritrovare il vostro...

...perché da noi modo tu apprenda,
come ad Orlando il suo senno si renda.

Gli è ver che ti bisogna altro viaggio
far meco, e tutta abbandonar la terra.
Nel cerchio de la luna a menar t'aggio,
che dei pianeti a noi più prossima erra,
perché la medicina che può saggio
rendere Orlando, là dentro si serra.
Come la luna questa notte sia
sopra noi giunta, ci porremo in via.

sabato 17 ottobre 2009

13- non è successo niente

Il mio progetto è fallito. La bomba non è scoppiata. Ero certo che dopo l'annotazione n° 12 di ieri si sarebbe scatenato il finimondo; pensavo che se anche una sola persona avesse letto quella notizia, la cosa avrebbe fatto il giro del globo in un paio d'ore; immaginavo che la gente prima l'avrebbe verificata, poi si sarebbe strappata i capelli e sarebbe scesa in strada urlando, che tutti contemporaneamente ci saremmo recati nei palazzi del potere con bastoni e coltelli e avremmo linciato i responsabili di queste azioni, che avremmo scorticato i giornalisti che ci hanno raccontato che i morti in Iraq erano qualche decina di migliaia, che avremmo inchiodato alle loro responsabiltà i tutori di questo criminale ordine mondiale, di cui siamo complici, utenti e beneficiari.
Niente di tutto ciò è accaduto.
Allora mi chiedo quand'è che noi esseri umani abbiamo smesso di essere intelligenti.
Quand'è che abbiamo perso il contatto con la realtà.
Mi chiedo come nasce la nostra strana morale, e a cosa serve.
Mi chiedo se qualcuno ricorda i motivi per cui è stato invaso l'Iraq. E quelli che hanno portato Hussein all'impiccagione.
Comunque non importa: abbiamo smesso da tempo di essere una specie animale intelligente, le cose procedono senza alcuna ragione, giustificazione, misura, pertinenza. Niente importa, niente che non sia utile ad abbrutirci ulteriormente nella nostra personale tana. Abbiamo smesso di essere un'eccellente specie animale tra le altre, per diventare "bestie", per usare una geniale categoria inventata da noi stessi.
Io voglio la felicità. La mia felicità. La cosa più tragica è che, sono sicuro, insieme al senso della realtà e della responsabilità abbiamo perso ogni possibilità di essere felici. Collettivamente. Ci accaniamo a cercare una realizzazione personale che gira a vuoto, nel vuoto di questo delirio dove è tutto finto e tutto è possibile, senza limite all'orrore, dove le parole e i significati cadono nel vuoto, dove il valore della vita umana cade nel vuoto, se i giornalisti decidono che non fa notizia, dove lo spazio della nostra possibile felicità è un vuoto che può essere soltanto riempito sempre più artatamente di immagini, ambizioni adrenaliniche e idiozia.
I miei amici di Marte mi hanno invitato a trasferirmi da loro. Capiscono la mia situazione, sono comprensivi e generosi. Umani. Ma io devo restare qua.
Questo è il mio mondo. Questa è la mia specie. I nostri crimini sono i miei crimini. La nostra infelicità è la mia infelicità. Le crepe del sistema sono il punto dove si può sviluppare il mio ritorno alla realtà. La mia possibilità di felicità.
Scriverò lettere ai miei amici su Marte.
Ma voglio restare. E parlare.

venerdì 16 ottobre 2009

12 - BUM:

La guerra e l'occupazione in Iraq hanno causato UN MILIONE DI MORTI tra gli Iraqueni. Il 70% dei quali per opera dei soldati USA e degli eserciti alleati.
(fonti: ORB, The Lancet)

giovedì 15 ottobre 2009

11- ho una bomba

Ho una bomba.
Lo rivelo: sono un terrorista.
Ecco, è innescata.
Esploderà tra 24 ore.
Getterò il mondo nel caos, l'umanità intera nel panico.
Ci saranno reazioni inimmaginabili e incontenibili.
Niente sarà più come prima.
Tra 24 ore.

mercoledì 14 ottobre 2009

10 - vedere

Prima la questione era vissuta più alla giornata, in modo intuitivo e a seconda del contesto. Con margini di flessibilità. Poi ci fu Nicea, 787 d.C., e sull’argomento venne presa una posizione definitiva. I potenti del mondo cristiano, riuniti per la seconda volta in 500 anni nella cittadina dell'odierna Turchia, posero a essi stessi la domanda nei suoi termini esatti: "ma le cose si possono rappresentare? Dio e il sacro possono essere raffigurati? e l’uomo? insomma, le immagini vanno bene o no?". E si diedero una risposta: SI.
Risposta tutt'altro che scontata, si badi: gli altri due monoteismi -il vecchio ebraismo e il neonato ma già forte islam- non si sognavano di creare rappresentazioni di Dio o degli uomini; in generale erano contrari alla raffigurazione di qualunque cosa, in quanto tale. Così come la maggior parte delle comunità cristiane, che non praticavano altro tipo di creazioni visiva che non fosse di tipo simbolico e concettuale.

A Nicea la posta in gioco era alta. Si trattava di definire una volta per tutte il rapporto della nostra civiltà con gli ambiti del visivo, del visibile, dell'invisibile. Tutto questo non significa altro che "rapporto con la realtà". E chissà se i protagonisti di quell’incontro ne erano pienamente coscienti. Immagino che almeno i più illuminati avessero chiaro che ognuna delle due opzioni implicava un guadagno e una rinuncia. E forse, in quel preciso istante, la nostra civiltà al bivio si è autorispecchiata nel proprio essere in bilico tra due opzioni. Mai più ci sarebbe stato un momento più critico, a livello delle nostre strutture profonde dell'esperienza della realtà. Fiction, realismo, simbolismo, naturalismo, documentazione... che senso avrebbero questi termini che rappresentano altrettanti dilemmi, se avesse prevalso il NO? E che cosa intenderemmo ora con le parole: fantasia, immaginazione, immaginario, narrazione, figura, forma, visione? Ma soprattutto: se in quel 797 i potenti di turno, i saggi del tempo più che i politici, come mi piace immaginare, hanno scelto lucidamente per il SI, sapendo forse esattamente su che cosa stavano sbattendo la porta, noi, ora, siamo in grado di intuire che cosa in quel momento abbiamo perso per sempre? Siamo in grado anche solo di porci realmente questa domanda e lasciarla risuonare in uno spazio vuoto?

Tutto è visibile: è così che abbiamo perso per sempre un rapporto normale con l’invisibile. L’invisibile, semplicemente, è diventato un termine per significare ciò che non esiste e non ci riguarda. Il che è corretto: come noi non possiamo guardarlo, luo non riguarda noi. Ma questo è stato possibile attraverso un'estromissione e una mutilazione.
Perciò, per una specie di compensazione, ci siamo specializzati nel vedere: abbiamo inventato diversi termini per dimostrarci che il visivo è una gamma soddisfacentemente ampia per vivere dentro i suoi conifini: guardare, osservare, scrutare, visionare, occhieggiare, spiare, intravedere. Infine, e solo nel caso migliore, vedere. Come gli esquimesi che hanno più di 20 modi per dire “bianco”. Si devono pur fare una ragione, di quella monotonia.

C’è dell'altro: dopo Nicea, tutto è diventato possibile. Ciò che io posso vedere, è proprio davanti a me, offerto a me, disponibile, già quasi a portata di mano. Nell'immediato o come promessa futura. Così funziona la pubblicità. Il visibile deve essere fruibile. Se può essere visto, può essere comperato. Vedere è (pensare di) potere. Signori, guardate. E vi sarà dato. E così abbiamo fatto piazza pulita dell'impossibile, come qualcosa di reale, che può manifestarsi, che può esistere, che ci può, anche lui, riguardare, o meglio, coinvolgere. Il nostro destino potrebbe avere a che fare anche con l'impossibile.

E ancora un'altra cosa: sul visibile si può teorizzare, ed entrambe queste cose aprono la strada al teatro, allo spettacolo, alla contemplazione (dell'artefatto). Non a caso "vedere", "teorizzare" e "teatro", in greco, sono parole quali uguali, provengono dalla stessa radice e dallo stesso nucleo di senso. La scelta di Nicea viene da lì, quando si è scelto di degiudaicizzare definitivamente il cristianesimo, sulla scia del romanissimo "apostolo" Paolo che mai conobbe Cristo. E cominciare a farne un teatro.

Così abbiamo guadagnato tre cose: tutto è visibile; tutto è possibile; tutto è spettacolo.
E abbiamo perso tre cose: un rapporto diretto e normale con l’invisibile, un rapporto diretto e normale con l’impossibile; un rapporto diretto e normale con la realtà.
Avrei vouto esserci, quel giorno a Nicea. Avrei voluto ascoltare i loro argomenti. Gli avrei raccontato in anteprima di Debord e di Baudrillard, a quei saggi. Avrei voluto sapere il loro parere sulla nostra società smaterializzata che viene proprio da lì.

martedì 13 ottobre 2009

9 - stasera

Stasera sto a casa, voglio dedicarmi alla lettura. Voglio passare qualche ora a leggere le biografie di Malcom X, Nelson Mandela, Martin Luther King, Mohandas Gandhi, Hannah Arendt, Rosa Luxemburg, Simone Weil, Edith Stein, Ernesto Che Guevara, Arafat, Anna Politoskaia, Natalya Estemirova, Ilaria Alpi, Danilo Dolci, Aldo Capitini, don Milani, padre Marella, Garri Kasparov, Tiziano Terzani, Oriana Fallaci, Fosco Maraini,
Dominique Lapierre, Albert Einstein, Dian Fossey, Lawrence d'Arabia, Maria Zambrano, Carl Gustav Jung, Massimo Mila, Angelo d'Arrigo, Albert Schweitzer, abbé Pierre, Ernst Junger, frère Roger, Aldous Huxley, Lenin, Aung San Suu Ky, Benazir Bhutto. Sono sicuro che me ne sto dimenticando qualcuno e che durante la lettura altri nomi si aggiungeranno a questi. La pila di libri andrà aumentando via via. Inoltre ho intenzione di leggere tutte le loro opere. Ci vorrà un po' di tempo. Ma ho tutta la sera davanti. 
E sono sicuro che sarà una bella serata.

Siamo già a metà ottobre, e alla fine il freddo è arrivato. L'aria autunnale entra anche dentro casa, stasera. La camicia sul corpo è quasi gelata, i brividi corrono sulla schiena, le braccia, il torace. Voglio godermi il
passaggio di stagione raccogliendo intorno al mio corpo un po' di calore. Voglio rincantucciarmi su una sedia di paglia e scaldarmi alla fiamma dei cuori umani di tutti questi uomini e donne, il cui spirito sento aleggiare intorno a me, stasera. Ben arrivata cattiva stagione... 

Sono sicuro che sarà una bella serata.

E se poi non riuscirò a sfogliare tutte le pagine che raccontano di questi amici; se non potrò leggere tutte le parole che loro stessi hanno scritto, pensato, sperato; se non riuscirò nemmeno a iniziare, perché non saprei da dove iniziare, perché è già tardi e devo ancora lavarmi e mangiare e sistemare e ordinare e organizzare, e domani alzarmi presto e lavorare; se non mi siederò per niente su questa sedia di paglia e il tempo sarà già volato via... io mi scalderò lo stesso col calore che avete lasciato sulla terra, mi scalderò al pensiero che siete esistiti e che per questo io ora posso desiderare di conoscere le vostre vite e le vostre parole, mi scalderò al pensiero che l'umanità si è incarnata nelle forme mortali che voi avete dato alle vostre vite, nelle forme immortali che avete dato al destino vostro, al destino umano.

Non aprirò neanche un libro stasera. Fumerò un po', farò due passi intorno a casa, quattro chiacchiere con gli amici, darò l'acqua alla nuova piantina nella camera. 

E sono sicuro che sarà una bella serata.

lunedì 12 ottobre 2009

8 - ho visto una donna cadere








Ho visto una donna cadere.
Ho visto cos'è la violenza, e da dove proviene.
Ho visto una madre aggrappata a una bandiera.
Ho visto mani soccorrere il dolore.
Bil'in, Palestina, 28 agosto 2009 -non dimenticare.

domenica 11 ottobre 2009

7 - due topi due misure

1) Un mio parente prossimo è uno scienziato. Studia certe funzioni del cervello umano e per condurre le necessarie ricerche si avvale anche della vivisezione di topi. E' una pratica deprecata dai più: posso verificarlo parlandone con gli amici. Il nome e i contatti di questo mio parente sono stati pubblicati sul sito web di un famoso network di controinformazione: lui e la famiglia sono stati bersagliati per due anni da attivisti di tutto il mondo, con insulti, minacce, telefonate persecutorie.

2) In quasi tutte le nostre città viene regolarmente realizzata la "derattizzazione". Vengono impiegate delle esche che contengono sostanze anticoagulanti: centinaia o migliaia di topi muoiono dissanguati lentamente alla prima ferita che si producono, nelle fogne dove vivono, all'incirca due metri sotto i piedi di tutti noi. Non ho mai saputo che qualcuno si sia indignato per questa iniziativa.

3) Qualche tempo fa un uomo marocchino residente in Italia ha ucciso la figlia perché lei non rispettava le tradizioni e i pudori della famiglia. I quotidiani hanno dato grande spazio alla notizia e si è parlato di fanatismo islamico e di conflitto di civiltà. Non si è dato molto spazio al fatto che quell'uomo non fosse un musulmano credente. E che non ne volesse sapere di parlare con l'imam locale che cercava di mediare tra lui e la figlia. E che la famiglia era seguita da anni dai servizi sociali in quanto disagiata gravemente, prima che il servizio in questione gli venisse recentemente negato.

4) Nello stesso numero del quotidiano in cui ho letto di questa tragedia, molte pagine dopo, rilegato in un piccolissimo spazio, e con un uso molto più centellinato di aggettivi qualificativi, compariva un'altra notizia: due amici cacciatori, italiani e, presumibilmente, cristiani, si erano ammazzati (o meglio, uno di loro era morto), litigandosi una lepre di cui entrambi rivendicavano la proprietà.

5) Inoltre, spulciando in internet, è uscita fuori la notizia che proprio nella zona dove l'uomo marocchino ha ucciso la figlia, quattro anni fa un altro uomo, italiano, presumibilmente cristiano, ha ucciso il figlio. Che si era dichiarato omosessuale. Anche questo figlio non rispettava le tradizioni e il pudore della famiglia. La notizia ha fatto poco scalpore.

6) Recentemente si è sfiorato un attacco militare contro l'Iran, quando ci si è accorti che Ahmadinejad avrebbe orchestrato dei brogli elettorali per essere rieletto. Ma è assai difficile che i brogli possano avere riguardato il 15% delle schede. E il presidente è stato eletto con il 65% dei consensi.

7) Ancor più recentemente ci sono state le elezioni in Afghanistan, molto caldeggiate da USA e NATO. Ha vinto "l'amico dell'Occidente" Karzai, insediato dagli USA dopo la distruzione del regime talebano. Ha vinto con il 54% dei voti e subito si è saputo da fonti ufficiali, tra cui l'ONU, che i brogli a suo favore riguardavano oltre il 20% delle schede: un milione di voti su cinque milioni di votanti. Con grande solerzia generale, la cosa è stata messa a tacere. E in questo caso non ho mai sentito pronunciare la parola "dittatura".

8) Credo che viviamo in una specie di grande sogno. E' straordinaria la distanza delle nostre opinioni da un qualunque senso di oggettività. E' stupefacente la nostra attitudine a fantasticare, a sovrapporre una nostra immaginazione alla comprensione dei fatti. Siamo dei narratori formidabili. Degli inventori di geografie immaginarie. Sì, credo che le nostre mappe concettuali della realtà siano completamente errate, se possiamo dare un valore così diverso alla vita e alla morte di due topi identici.

9) Credo che esista una categoria umana, rappresentata sommamente dai redattori dei quotidiani (oltre che dai politici e dai vari lobbisti, ma questo è ovvio), che si prendono la briga di rinnovare e rafforzare ogni giorno la cartografia delle mistificazioni a cui dobbiamo essere sottoposti, uniformati, allineati, che dobbiamo ratificare con il nostro assenso. La nostra percezione della realtà deve essere identica alle possibilità offerte da queste mappe. Nei termini, negli aggettivi qualificativi, nella gerarchia delle notizie, nella considerazione delle cause e delle conseguenze. L'acuta e temeraria natura umana che dovrebbe farci perseguire individualmente la virtù e la conoscenza, a dire di Dante, è destinata a spuntarsi quotidianamente contro il lavorio minuzioso di queste persone, forse convinte di fare onestamente il loro lavoro. Si tratta degli anonimi funzionari dell'Ufficio per la Catastrofe della Specie e del Pianeta. Ben pagati, s'intende.

10) Noi siamo gli utenti dello stesso Ufficio. Almeno finché non decidiamo di disertarlo. E fare da noi.

sabato 10 ottobre 2009

6 - Lettera alla mummia di Lenin

Caro Vladimir Ilich Uljanov,
è molto tempo che non ti scrivo. E questa volta non ho particolari motivi. Però l'altro giorno ho preso in mano il plico con le copie delle vecchie lettere che ti ho mandato, e ho realizzato all'improvviso che ne sono già passate novantanove. Novantanove lettere in dieci anni.
Tu sai che amo i numeri, le combinazioni, la circostanze algebriche. Non ho potuto resistere alla tentazione di trovare un po' di tempo per estraniarmi da tutto e scriverti questa lettera. La centesima.
Estraniarmi da tutto: dal mio lavoro, dal mio tempo, dal mio spazio, dalla mia famiglia, dai pensieri della mia solitudine. Questo è la condizione in cui mi piace trovarmi, quando decido di scriverti. Ricordo bene la prima volta, che cosa mi ha spinto: il mondo che grazie a te era stato creato si era appena dissolto, e tutti sembravano molto felici. Io non lo ero affatto. Ero in lutto. Ma non è questo che mi ha spinto a prendere carta e penna. L'impulso è nato quando ho letto questa notizia: "Esponenti della Duma propongono di inumare la salma di Lenin".
Vladimir! Grazie a Dio non è accaduto niente del genere, anche se ogni tanto qualche scellerato ne ventila ancora la possibilità. "Quanto costa alla Russia la mummia di Lenin": questo il titolo dell'ultimo articolo, un paio d'anni fa, sull'argomento.
Non avevo mai posto una vera attenzione al significato dell'esistenza del tuo corpo, così accuratamente conservato da ottantacinque anni, come cosa vivente. Davanti alla minaccia della sua distruzione, ho compreso che tu eri, e sei, tu ancora racchiuso nel tuo corpo imbalsamato, l'unica persona a cui potermi confidare, a cui potere aprire lo scrigno del mio cuore, dei miei pensieri. Così ti ho raccontato per anni le storie della mia vita, la formazione della mia famiglia, le soddisfazioni nel lavoro, la situazione sempre più nera di questa Italia allo sbando.
E adesso, che cosa posso scriverti ancora? Vorrei per una volta non raccontarti niente di me. Non dirti che mia moglie se ne è andata senza un motivo, con uno sguardo di cenere e un sorriso spento. Non dirti che il mio lavoro va bene, che la cattura e lo studio dei miei adorati insetti mi riempie ancora di gioia e di fiducia nel valore della scienza. Non dirti che Berlusconi è ancora il re di questo straccio di paese che ha smarrito il senso della realtà dietro miserabili chimere. Non vorrei incupirti raccontandoti di come vengono trattati gli immigrati, delle navi cariche di scorie nucleari affondate nel nostro mare nell'indifferenza generale, delle tratta delle schiave-prostitute, dei banditi che ci governano, di come la loro immagine si sia insinuata così a fondo nei nostri cervelli da non consentirci di pensare ad altro.
No. Non è davvero così. Io penso ai miei insetti, quasi sempre. Ascolto la musica di Anton Webern e penso al loro inesorabile formicolare sotto terra, al loro accoppiarsi e riprodursi, al manifestarsi quasi meccanico in loro, delle conoscenza esatte date dall'istinto. La bellezza degli insetti, la normalità degli insetti, il duro lavoro degli insetti.
Gli insetti non ti tradiscono. Gli insetti non cercano di ingannarti, di estorcerti denaro, di farti acquistare prodotti, di indirizzare i tuoi desideri sessuali. Gli insetti non sono responsabili dei quarantotto schermi televisivi che qualcuno ha collocato tra i binari della stazione della mia città, che ogni mattina martellano il mio cervello con una potenza a cui non posso sottrarmi. Gli insetti non sono corrotti e non fanno le guerre. Gli insetti non inventano conflitti di civiltà. Gli insetti non molestano i bambini, non evadono le tasse, non credono a cose che non esistono e non sono stupidi. Gli insetti non sono mai stupidi. Li osservo da anni, e posso dirlo: gli insetti non sono stupidi. Questo è il motivo per cui non compiono le azioni turpi degli umani.
La civiltà sta bruciando, caro Lenin. Ma gli insetti non ne hanno colpa.
Ecco, questo è l'ultimo pensiero che ti voglio dedicare.
Lenin, amico mio, tu sai che amo i numeri, le contingenze algebriche, le simmetrie. Questa è la centesima lettera che ti scrivo. E questo numero tondo e cristallino mi piace. Mi cattura. Mi sovrasta.
Vladimir, questa è la mia ultima lettera.

venerdì 9 ottobre 2009

5 - milgram

Ogni volta che per qualche ragione entro in contatto con la stupidità umana mi viene in mente Milgram.
Ispiato dalla visione del processo al nazista Eichman che si svolse a Gerusalemme nel 1960, lo psicologo statunitense ideò un esperimento sociale. Reclutatò dei volontari che avrebbero dovuto partecipare a un esperimento su delle finte cavie umane. In realtà, le vere cavie dell'esperimento erano proprio gli ignari reclutati. Le finte cavie -in realtà collaboratori dello scienziato istruiti appositamente- stavano legati a delle sedie elettrificate e dovevano rispondere a dei questiti. I reclutati avevano il compito di porre le domande, verificare le risposte e, in caso di risposta sbagliata, infliggere una scossa elettrica alla persona interrogata. L'intensità della scarica elettrica saliva a ogni risposta sbagliata, e andava dal livello "leggero" a quello indicato come "molto pericoloso". L'ultimo livello era indicato come "XXX".
I reclutati perplessi venivano rassicurati che l'esperimento avveniva nella piena legalità e che era della massima importanza che fosse portato a termine una volta iniziato.
Il vero obiettivo di Milgram era verificare fino a che punto delle persone normali e clinicamente sane possano compiere atti atroci e criminali contro altre persone, quando viene richiesto loro da un'autorità riconosciuta e contemporaneamente si vedono garantità l'impunità per l'azione che vanno a compiere.
Naturalmente le finte cavie non ricevevano alcuna scossa, ma simulavano la reazione per ingannare le vere cavie. Il risultato fu che la maggior parte dei partecipanti, pur mostrando disagio o accennando a voler interrompere l'esperimento, si spinse fino a infliggere scosse di livello altissimo. Sotto i loro occhi, a di là di un vetro, l'interrogato gridava, si contorceva, implorava, perdeva i sensi, tremava, sbavava.
Il motivo per cui tutto questo mi fa pensare più alla stupidità che alla malvagità, è che, in diverse varianti dell'esperimento, Milgram dimostrò che più la persona incaricata di dare la scossa era fisicamente prossima alla vittima, più il toruratore diventava titubante e pieno di scrupoli morali. Faceva molta differenza il fatto di sentire o no le grida del torturato, che ci fosse o meno un vetro interposto; che il torturato potesse vedere o meno il torturatore. La scelta tra il bene e il male dipende da una manciata di centrimetri, dal non essere visti, dall'essere rassicurati da un'autorità.
I tedeschi sapevano dello sterminio degli ebrei e non fecero niente. Noi sappiamo che a Gaza hanno ammazzato 1400 civili, di cui 400 bambini, in un massacro durato 20 giorni, neanche un anno fa, e che questo è solo un'intesificazione dell'ordinaria condotta israeliana verso i palestinesi da 60 anni a questa parte, e possiamo permetterci di non esserne più di tanto turbati. Possiamo anzi permetterci di considerare Israele uno stato amico, moderno, democratico.Possiamo avere con esso rapporti privilegiati, diplomatici, economici e militari. Possiamo perfino permetterci di ostracizzare chi descrive Isreale come uno stato criminale e razzista, dandogli dell'antisemita.
Milgram rivela l'esistenza negli individui di una specie di dispositivo di tutela della tranquillità. E' un po' come sapere che se spingo questo pulsante, la persona nella stanza accanto resterà carbonizzata, ma io non sarò mai punito per questo, la mia reputazione sociale non ne risentirà in alcun modo. Allora, se il capo me lo chiede e io non voglio grane, lo spingo.
Non sono cattivo. Sono stupido.

giovedì 8 ottobre 2009

4 - venute dell'angelo

Negli ultimi tre anni, dopo lunga assenza, l’Angelo è venuto cinque volte.
La prima volta è stato per frapporsi tra il mio corpo e il muro di una galleria in autostrada, mentre l’auto si sbriciolava nell’impatto a 100 all’ora.
La seconda si è manifestato per darmi la forza di cambiare la mia vita in tutti i sensi, mostrandomi nel corpo un arto atrofizzato che aspettava di essere rimesso in funzione, che è la preghiera. Mi ha mostrato che questa cosa si manifesta in modo intermittente e selvaggio. Si può domare se stessi sotto l’effetto di essa, ma lei non può essere domata. E ha il potere di distruggere quell’impalcatura oltraggiosa che è la religione.
La terza mi ha abitato sottopelle per tre mesi, dettando parole, modellando nei miei organi visioni; ha instillato goccia a goccia un liquido incandescente in me fatto vaso. E mi ha ordinato di fare un libro. Farlo con le mie mani, col cartone, per darlo a mano a 50 persone. Scendendo dalle impalcature delle ambizioni. Scendendo dalla brama del successo e del prestigio. In questo, si è dimostrato in pieno accordo con Simone Weil. E per un attimo il volto serio di lei mi è apparso tra i lineamenti impalpabili di lui.
La quarta volta ha fatto incursione in forma di illuminazione dentro un piccolissimo testo di Walter Benjamin. Allora mi ha svelato il suo volto di cane, mi ha rivelato il mio nome segreto. Mi ha legato per sempre alla mia origine, alla mia destinazione. E alle vere alternative che albergano nello spazio della mia libertà. Mi ha rivelato anche alcuni dei suoi altri nomi, e la loro spiegazione. Mi ha insegnato alcuni significati del mio nome pubblico. Ma non tutti.
La quinta volta è arrivato quando già stavo per partire. E’ comparso in modo inatteso, come sempre, mentre uscivo dal bagno di un ristorante. Mi ha detto, usciamo, e per strada mi ha chiarito che tutta l’idea del mio viaggio, la sua preparazione, erano opera sua. Ti voglio asciugare l’immaginazione addosso, ha detto, ti voglio insegnare il realismo, il mio tipo di realismo. Perché tutto è reale. Ascolta: in questo nostro viaggio ti darò lezioni sul realismo spirituale.
So che l’Angelo si irrita facilmente a sentire le mie domande sciocche. Ma gli ho chiesto lo stesso se mi sarebbe stato accanto per tutto il tempo, e in che modo si sarebbe svolto questo apprendistato. Camminavamo e non rispondeva. Mi sono girato e lui non c’era. Ho fatto un altro passo, senza pensarci, ed ero già in Palestina.
In quei 30 giorni non ho mai pensato all’Angelo. E lui non si è mai fatto vivo.
Però ho avuto sempre la pelle elastica e riarsa, del tutto prosciugata ma non assetata; e anche piuttosto lucente.
Cosa che accade ogni volta che lui mi alita accanto.

mercoledì 7 ottobre 2009

3 - riservato

Trattandosi di una novità, alla fine ho deciso di porci attenzione e analizzare il fenomeno: parlo della scritta che da un po' di tempo compare in coda agli articoli nei principali quotidiani italiani, "riproduzione riservata".
Il colpo d'occhi al giornale è cambiato sottilmente: è come se un contenuto venisse ribadito tra le righe, in modo ossessivo e subliminale. Ho una sensazione un po' acida... Di cosa parla questo giornale che ho in mano? Quali sono i contenuti di cui dà notizia, e qual è la gerarchia di importanza che la redazione propone?
Quando leggo un giornale generalista leggo Repubblica. Quindi scusatemi se prendo questa testata come esempio. Sul numero di repubblica di qualche giorno fa compariva 82 volte la scritta "riproduzione riservata".
Facendo mio uno spirito semiotico e analitico che in genere mi è estraneo, concludo che decisamente il fatto di cui il quotidiano dà notizia con più veemenza e convinzione è che esiste -e deve esistere- la proprietà intellettuale di certi contenuti. Ho iniziato a vedere il giornale come una ampia terra piena di recinti, recintini, recintoni, presidiati da cowboys armati di fucili.
Ora che ci penso... Da quel giorno non mi è più venuta voglia di comprare un giornale generalista italiano.

martedì 6 ottobre 2009

2 - libertà di stampa

Qualche giorno fa scrivo un articolo sul nascente movimento non-violento in Palestina, pensando di destinarlo a una rivista. Prima di mandarlo alla redazione lo sottopongo ad amici. Più d'uno mi manifesta perplessità: un approccio troppo di parte, una terminologia troppo radicale. Insomma: "Io sono daccordo su tutto, ma secondo me è impubblicabile".
"Qual è il problema?" domando.
"Non si può parlare di 'resistenza palestinese', definire l'occupazione israeliana un 'regime di arbitrio e illegalità', non si può dire che i coloni intendano realizzare una 'pulizia etnica'".
Una persona a me vicina lavora in un famoso quotidiano nazionale. Anche lei mi conferma che nessun giornale italiano pubblicherà un articolo che mette in cattiva luce Israele: "E' un bell'articolo, parla di cose interessanti che in Italia non si sanno. Ma devi cambiare un po' di cose."
Ascolto i consigli e cerco di rimettere mano allo scritto. Ma quando mi trovo davanti al computer, scorro riga per riga e non riesco a cambiare niente. Con che termine dovrei sostituire "resistenza"? Ho Conosciuto persone la cui vita quotidiana è resistenza. Loro per primi si sentono "resistenti". In che senso? Quando ricostruiscono una scuola che è stata abbattuta perché Israele non aveva concesso il permesso di costruzione. Quando sfidano il coprifuoco per andare a comprare un ingrediente per cucinare. Quando mandano i bambini a scuola nonostante le intimidazioni dei soldati.
"La pulizia etnica dei palestinesi" è il titolo di un libro di un noto storico ebreo israeliano, Ilan Pappè. Non di un palestinese. E' un libro di testo adottato dalle università.
Resto con le dita inerti sulla tastiera. Tutto questo mi fa riflettere.
C'è Berlusconi che ha il monopolio di mezzo mondo mediatico italiano. Ma ora non è questo il punto. Mi viene in mente qualcosa che ho letto tempo fa. Si parlava del fascismo, e si diceva che il problema più grande con la censura, allora, era l'autocensura dei giornalisti e degli scrittori. Continuo a riflettere sui consigli che ho ricevuto: persone che la pensano come me mi invitano a cambiare la prospettiva generale del mio discorso, per renderlo "presentabile" e "pubblicabile". "Certe cose non si devono dire. Bisogna trovare un modo più soft".
C'è qualcosa che non mi torna. Guardo le immagini della manifestazione a Roma. Ma per una volta Berlusconi non c'entra. Cosa è il giornalismo italiano? Quale idea abbiamo, noi stessi, giovani, di sinistra, intelletti liberi, della nostra libertà intellettuale e di parola? No, non mi piace questa rassegnazione. Questo spirito compromissorio in partenza. Ho deciso: mando l'articolo alla redazione così com'è.
A volte, quando affronto degli argomenti "tabu", mi viene il dubbio che in me possa agire una subdola autocensura. Allora ho un trucco per uscire dall'impasse: vado sul blog di José Saramago e mi leggo un paio di suoi post. Ritrovo subito la bussola.

lunedì 5 ottobre 2009

1 - militanza

Scriverò un breve testo al giorno. In questo spazio. A proposito di tutto. Spesso prosaicamente, prevedo. Spesso di cronache o spunti attuali. Non solo. Vorrei ospitare voci. Voci di amici palestinesi, ad esempio. O progetti di romanzi, di film, di esperienze. O poesie. Saltando di palo in frasca. Perché questo è un modo più efficace per discendere. Mostrando le relazioni. E’ la sola strategia per la militanza interamente umana che sento in corpo. E' tutto un rispecchiarsi di dimensioni. Il corpo è geografia, la casa è universo, la politica è circolazione del sangue, creare è salvare. Il viaggio materiale è viaggio interiore. L'approccio è sempre lo stesso. Viaggiatore nel tempo e nello spazio. Contro le correnti. Ciò che nella lampada fa la luce, si chiama resistenza. Solitario in campo aperto. A tutto campo, contemporaneamente. Senza perdere occasione.

Nel buio, scelgo due luci. Simone Weil, perché davvero è discesa fino in fondo. E perché ha detto:
"l’uomo deve fare l’atto di incarnarsi perché è disincarnato dall’immaginazione. Ciò che in noi procede da Satana è l’immaginazione."
E Maria Zambrano. Che parafraso liberamente: la conoscenza non può avvenire che per salti, discontinuità, spaesamenti, imprevisti, travasi, contrattempi.
Altre luci arriveranno via via.
Una terza c'è già, implicita nel titolo del quaderno. Zeami, il teorico del Teatro No... il fiore, la giovinezza, il duro lavoro, la creazione, la grazia...

Incarnazione, conoscenza, creazione. Senza immaginazione. Tutto è reale. Non ci sono scuse. Non ci sono fraintendimenti.

zero

SCENDERE

Possiamo scendere un po’. La realtà è lì. Anche se ridotta a un cumulo di macerie. E’ lì appena fuori di noi. Appena dentro di noi. La membrana è sottile. Un solo gradino più in basso, rispetto alle impalcature che sorreggono le nostre tecnologie del pensiero. Un disarmo nucleare cerebrale. Bisogna fare accuratamente il massimo sforzo per ottenere il minimo risultato, quando si scende. Ma che gioia scongelarsi le membra. C’è una realtà che non corrisponde alle mappe dei nostri navigatori satellitari. Le mappe sono tutte sbagliate. Quella realtà che quando si vive c’è da piangere di gioia, e quando si muore si muore e non è un videogioco. La guerra è immateriale e totale. Siamo sottoposti ad attacchi sproporzionati. La psiche è sotto assedio. I nervi sotto assedio. La mente sotto assedio. Il cuore sotto assedio. Hanno anche tolto il coprifuoco: tanto l’attacco è in ogni luogo. E’ la terza guerra mondiale. Il fronte è ormai quasi del tutto interno. E non c’è verso di sradicarsi il germe della mistificazione, dell’ignoranza piena di immagini e informazioni che ci rende patetici e irreali. E inconsapevolmente criminali. Il danno più incalcolabile è già stato fatto: i destini sono preconfezionati, la potenza umana di ognuno disinnescata. Mi aggiro su una distesa di macerie. Questo deserto sono io. Ma tra i detriti c’è roba che pulsa, che pensa, c’è ancora tanto da salvare. Ed è un continuo entrare e uscire. La membrana è sempre più sottile. Fino a incontrare qualcuno. Finalmente. E l’incontro è irreversibile. Quegli occhi... Fino a sentire il calore dei morti. Anche questo è irreversibile. I morti tuoi, che parlano nella tua testa. E altri morti, che parlano attraverso il vento, o i libri. Come Simone Weil. Dostoevski. Francesco. Che sono discesi fino in fondo, fino al punto più alto. Fino al limite della specie. Dove l’esperienza si fa irreversibile. E per questo militante e sovversiva, di una sovversione spontanea. Di una militanza umana totale. Il potere odia e teme ogni cosa irreversibile. Perché l’irreversibilità ci fa diventare reali. E seri. E infinitamente forti e propensi ad agire. Il potere oggi sponsorizza stupidità e ironia, che rappresentano sommamente l’illusione della reversibilità. Le immagini della stupidità ci colonizzano, ci depotenziano, disinnescano. Ma accanto a un morto niente è reversibile, nessun è stupido. Lo stesso vale quando guardi il mondo dal basso. Potenti tanto da potere di nuovo dispiegare le membra: intelligenza, sensibilità, emozione, azione, chiaroveggenza. Allora il destino diventa incalcolabile, la potenza di ognuno inaudita. Non c’è più nulla che sia prescritto. Si può cominciare. E, da ora, siamo per sempre stati.